La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: linguaggio, scrittura, comunicazione.
MessaggioInviato: 14/09/2011 - 01:25 
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Sul linguaggio
La comunicazione fra esseri umani non è cosa difficile quando prendiamo in considerazione i messaggi biologici. A qualunque nazione o razza appartenga l’altro, sappiamo che il suo corpo non è diverso dal nostro.
Possiamo prendere il nostro come riferimento per capire l’altro (empatia).
Il bisogno di cibo, di acqua, di riposo, di stare al caldo d’inverno o al fresco d’estate, il bisogno di parlare, di compagnia, di essere considerati e apprezzati, sono tutti messaggi che, prima o poi, giungeranno dall’altro.
Bisogna metterli in conto, prima ancora che sia l’altro a comunicarceli.
Quando ciò accade, l’altro ha la sensazione di diminuito isolamento, un’estensione del suo io verso il nostro.
Il messaggio evangelico: “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te” oppure “Estendi agli altri le cure che riservi a te”, non è un messaggio propriamente religioso, è sempre esistito, fin dai primordi della socialità fra esseri umani.
Queste regole fondamentali sono spesso trascurate. I vari manuali di galateo le espongono, come veri e propri rituali per ridurre i malintesi.
Ogni cultura ha le sue regole, non sempre, però, hanno le sopradette finalità. In una cultura dove la donna è ritenuta inferiore, non ci saranno verso di essa tutte le attenzioni riservate agli uomini. Lo stesso si può dire per la comunicazione fra clan, classi sociali o caste.
Possiamo allora parlare di una cultura che, in partenza, non soddisfa i bisogni elementari dell’uomo. Sicuramente ci saranno conflitti sociali e violenza fra gli individui.
I cosiddetti “pierre” da P.R., responsabili di Pubbliche Relazioni, nell’organizzare convegni, conferenze, feste, in generale riunioni di persone hanno in massima considerazione i bisogni base di ciascuno.
Quella del “pierre” è una vera e propria arte. Somiglia un po’ a quella delle Geishe. Queste devono saper intrattenere un uomo. Le sue attenzioni sono dirette ai bisogni individuali. Il pierre lavora con comunità di persone e deve tenere conto delle finalità dell’incontro. In base al numero di persone sceglierà il locale (oggi denominato “location”), i servizi, badando anzitutto alla sicurezza: le vie di fuga in caso d’incendio, la tempestività dei soccorsi e l’intervento delle forze dell’ordine, poi verrà il resto.

Un motto, che ritengo di aver inventato io (ma non voglio arrischiarmi più di tanto, la memoria può ingannare):
Non è importante ciò che si dice ma ciò che l’altro comprende.
E’ alla base della comunicazione umana.
Come ho detto più volte: qualunque cosa ci venga in mente, è già stata pensata da qualcun altro in passato, nel bene o nel male.
Del resto siamo tutti abbastanza simili, anche ai nostri avi. Da 50 mila anni a oggi, le dimensioni del nostro cervello sono rimaste quasi invariate.
Per questo non possiamo avere idee e bisogni molto diversi dal passato, nonostante le innovazioni tecnologiche e i gadget culturali con i quali ci relazioniamo con gli altri.
Certo, l’ambiente e la cultura ci condizionano ma, per quel che riguarda le emozioni che danno vita alle idee, sono davvero primordiali, legate alla nostra biologia, anche come risposta a determinati stimoli.
Per tornare alla frase di cui sopra, se tenessimo in considerazione ciò che l’altro sta capendo di noi, potremmo prevenire molti conflitti e malintesi.
Si tratta di farci l’abitudine e di comporre il nostro linguaggio in maniera semplice e diretta, senza voler apparire colti e forbiti - grave difetto delle classi più acculturate - che usano la conoscenza per porsi al disopra dell’altro.
Ci sono intere categorie professionali; dai giudici, agli avvocati, ai commercialisti, ma anche molti tecnici, che non riescono proprio a comunicare e sono in malafede, perché il tal modo possono scaricarsi da responsabilità e prevenire obiezioni.
Le comunicazioni burocratiche pubbliche e private, sono tornate a essere minacciose, con un linguaggio contorto, studiato a puntino per far passare il lettore all’ultima riga, dove è esposto chiaramente l’importo che devi sborsare, per non dar luogo ai provvedimenti che attueranno nei tuoi confronti in caso di contestazione.
Accenno appena all’altro grande facilitatore della comunicazione: l’interattività, vale a dire la capacità di passare frequentemente la parola all’interlocutore, sollecitandone l’intervento con qualche domanda.


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MessaggioInviato: 14/09/2011 - 01:34 
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Sul mestiere di scrittore.
Uno scrittore, come qualsiasi altro artista, può narrare, ma esprime solo se stesso, null'altro.
La scrittura è il risultato del nostro pensiero, elaborato dal nostro cervello, non ne abbiamo altri.
Per questo si usa dire che uno scrittore, in fondo, riscrive sempre lo stesso romanzo, cambiando i personaggi e i luoghi; così come un musicista suona sempre la stessa musica, con qualche variazione, al punto che possiamo riconoscerne lo stile.
Ogni nostro prodotto intellettuale è caratterizzato dall'"hardware" di neuroni che la natura ci ha fornito e, sulla loro efficienza, il tempo compie le sue devastazioni, ma noi apprendiamo a fare sempre di più con minore energia e quantità di sinapsi, avendo imparato ad usare efficientemente le nostre potenzialità intellettuali, offese dal tempo.
Inutile quindi ingannarsi pensando di stare nei panni di un personaggio e rimanere indifferenti, non influenzabili, quasi avesse una vita a se, diversa dalla nostra.
Qualunque personaggio che inventiamo, uomo, donna, transessuale, siamo sempre noi stessi.
Per questo c'è tanta roba fasulla nei romanzi, comportamenti improbabili di donne, se a scrivere è un uomo. A meno che un'amica non ci dia una mano a revisionare lo scritto.
La situazione migliora quando si prendono informazioni sul mondo e sui personaggi che s’intendono far vivere nel racconto (si pensi ai "ragazzi di vita" di Pasolini, che lo scrittore frequentava personalmente). In questo caso, semplicemente "si copia" o, per meglio dire, si descrive ciò che si vede; s’inventa una storia in base alle impressioni ricevute, tornando, così, se stessi, ma cambiati dall'esperienza vissuta.
Perché noi vediamo la realtà sempre attraverso il filtro della nostra mente.
Difficile essere imparziali senza che ci sia qualcuno col quale scambiare le nostre impressioni, condizionate dal nostro essere. Continue verifiche e correzioni sono necessarie, se si vuol rendere attendibile il nostro scritto.
Solitamente, per cercare di essere più obiettivi possibile, usiamo "metterci nei panni di" commettendo così un ulteriore errore: avere l'illusione di conseguire una maggiore obiettività.
Questa operazione (mettersi nei panni di) è sempre utile, perché consente di uscire dal nostro io per un po', acuendo la nostra sensibilità, considerando più elementi; ma è pur sempre un'operazione imprecisa, ed è bene tenerne conto.
Per lo stesso motivo possiamo essere utili a chi soffre, ma non possiamo soffrire con lui, o per lui (è la morale cattolica che ci rende, spesso, schizofrenici) al più possiamo risvegliare la memoria delle nostre sofferenze.
Si può scegliere di usare la terza persona anziché la prima, ma quello "che sta dentro di noi" non cambia.
Quando scrive un libro, lo scrittore può porsi due obiettivi: scriverlo per piacere, e in questo caso può farlo come vuole, oppure scriverlo per il pubblico, estendendo il proprio campo di ricerche, documentandosi, intervistando gente, ecc..
Nel caso si scriva per un pubblico, è giusto chiedersi: che impressione farà il mio libro sul pubblico? Anzitutto occorre scegliersi il pubblico. Sarà un pubblico erudito o di cultura popolare? In base alla risposta si sceglierà la complessità del linguaggio.
Un linguaggio più complesso e articolato consente una maggiore precisione su ciò che si scrive, ma diminuisce la leggibilità. I "divulgatori scientifici" sono maestri nel compromesso: chiarezza nell'esposizione e correttezza su ciò che si scrive.
Bisognerebbe, di quando in quando, leggere alcune di queste opere e mettere da parte per un po' i classici.
Umberto Eco, nel suo romanzo “In nome della rosa” ha scritto le prime cento pagine in modo ostico, per selezionare i lettori che potevano seguirlo da quelli più pigri.
Così ha dichiarato a “Che tempo che fa”, diretto da Fabio Fazio.
Faccio tesoro di questa informazione, per non leggere quel suo romanzo e sono certo che non mi perderò nulla, dallo storpiatore della semiologia; sempre per il principio che se non leggi qualcosa da uno, lo leggerai da qualcun altro.
Per avere un’idea della leggibilità di un articolo, basta guardare le “caratteristiche di leggibilità", che Word mette a disposizione.
Il metodo distingue parole comuni da quelle meno frequenti, la loro lunghezza, quella dei periodi, ecc.
Ci sono altri due indici: Gulpease e Gunning's fog. Il primo, calibrato sulla lingua inglese, per avere una buona leggibilità dovrebbe dare un punteggio sotto 50; il secondo, centrato sulla lingua italiana, sopra i 13; mentre le parole non comuni dovrebbero limitarsi a qualche percento.
Questi indici tengono conto anche della complessità delle frasi e della loro lunghezza.
Avere attenzione per la leggibilità di un nostro racconto è importante. Chi legge un romanzo lo fa per distendersi, vuol trarre piacere dalla lettura. Dico questo perché se uno vuole apprendere legge altri libri.
Inutile quindi scrivere frasi ricercate, stili elaborati, originali, studiati; non serve. Un buon romanzo deve leggersi facilmente, capirsi al primo colpo. Non bisogna costringere il lettore a tornare indietro per comprendere una frase, stilisticamente apprezzabile ma complessa.
Evitare quindi le ripetizioni per dare enfasi a certe descrizioni, sono noiose. Scartare le parole che il lettore potrebbe non conoscere o, se si vogliono lasciare, farne spiegare il significato da un personaggio.
Soprattutto evitare le lunghe descrizioni. Per esempio: com'era il tempo in un certo pomeriggio, oppure come sono vestiti i personaggi (al lettore non importa un tubo; salvo che non lo richieda l'azione che si sta narrando).
Se, come mi ha detto Ottobre, Eco si perde, nel suo romanzo "In nome della rosa" in lunghe descrizioni architettoniche, è la fine. Si capisce allora perchè i suoi romanzi sono così voluminosi.
Ciascuno è libero di perdere la propria vita come meglio crede.

Non bisogna fare poesia quando si scrive un romanzo, rompe l'azione o, più semplicemente, rompe.
Fare invece poesia (e non prosa) quando si ha intenzione di scriverne una.
Frasi brevi, andare spesso a capo, cura della punteggiatura, sono tutte accortezze che rendono leggibile un racconto.
Bisogna curare i dialoghi: specie quando sono lunghi, è facile non riuscire più a capire chi sta parlando. Massima chiarezza, dunque, anche a costo di mettere il nome di chi sta parlando, come si fa nelle interviste.
Se il lettore perde il filo del discorso, si irrita e pensa che quello scrittore non sappia scrivere, sconsiglierà quel romanzo a un amico.
Perché non leggere qualche libro sulla comunicazione? Se una rivista o un giornale hanno successo, ci sarà un motivo? Copiare, dunque, il successo degli altri.
Il pubblico non cambia, sono gli scrittori che devono adeguarsi.
Parlo sempre del "farsi leggere".
Se uno vuol farsi leggere deve usare un linguaggio che l'altro può capire. Altra cosa è esercitarsi nell’estetica, meravigliosa ma destinata a un pubblico molto ristretto.
Per quanto possa apparire rivoltante, bisogna, ogni tanto, dialogare con gli editori. Loro sanno perché un romanzo ha avuto successo. Va bene, c’è la pubblicità, la notorietà di un personaggio che determina il successo di un libro. Esistono scrittori, molto bravi, che non saranno mai pubblicati e lo meriterebbero.
Messe da parte queste eccezioni c’è, tuttavia, una linea guida da seguire per scrivere un romanzo di successo, occorre praticarla, quantomeno.
Se invece uno vuol scrivere un libro "per sfogarsi" lo faccia, pure, lo scriva come meglio crede, ma avrà se stesso come unico lettore.
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MessaggioInviato: 29/12/2012 - 03:48 
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Miei aforismi e dichiarazioni

- Non ha importanza ciò che dici ma ciò che l'altro comprende.
E' un principio base della comunicazione efficace; l'altro è l'interattività, vale a dire la capacità di entrambe gli interlocutori di far parlare l'altro, ascoltandolo e sintonizzandosi sul suo sentire.

- Obiettivo primario per l'uomo è la ricerca della verità, non ingannare se stesso e gli altri.
- La verità è nella natura, fonte di ogni conoscenza.
- Dio è una creazione del cervello umano, una corrente interneuronica. Per esistere, ha bisogno di un cervello che lo pensi.
Dio è una rappresentazione delirante del proprio super-io, proiettato all'esterno, oppure un genitore idealizzato, in ogni caso un fantasma prodotto da una mente squilibrata o immatura, indotta ad essere tale da una cattiva educazione, come quella da me ricevuta in istituti gestiti da religiosi.
Dio è una sorta di bambola gonfiabile (le preghiere il fiato per gonfiarla), atta a sedare le paure sulla morte e il fine (che non c'è) della vita.
L'uomo non accetta la morte e la conseguente putrefazione, non riconoscendosi nell'insieme degli esseri viventi, cui appartiene inesorabilmente. Da qui la fuga dalla realtà, nella malattia mentale rappresentata dalla religione.
Credere in Dio è una forma di follia artificialmente indotta dal sistema educativo religioso; purtroppo istituzionalizzato, grazie al grande potere e ricchezza acquisita dalle religioni e dal clero che le governa, dopo averle inventate e messe a punto nel corso di millenni.
Queste forme di credenza assurda basano la loro capacità di plagio sulla povertà intellettuale e l'immaturità razionale dei popoli, presi come masse suggestionabili.
Le religioni sono la più grande truffa contro l'umanità e la sua intelligenza e portano, in caso di governi tenuti da religiosi, al blocco di ogni progresso scientifico, all'arresto della civiltà e alla regressione verso stadi sociali primitivi (vedasi il governo dei Talebani in Afghanistan).

- Bisogna accettare l'ignoto, senza inventarsi nulla che lo spieghi, ma continuare la ricerca nel sapere.
- L'essenza della natura e della vita ci è sconosciuta.
Ci sono risposte che non avremo mai; guai sostituirle con nostre invenzioni, che ci provengono dalle religioni, trappole che immobilizzano l'intelligenza, la qualità che ci contraddistingue dalle altre specie.
- La rinuncia all'uso dell'intelligenza, aderendo ad una fede, ci rende simili alle bestie, guidate e asservite al pastore: il prete, il filosofo o il politico -

Lo scienziato è lo studioso che più si avvicina alla verità, dovendo sottoporre ogni sua scoperta alla prova delle leggi naturali, che tutti possono ripetere e constatare.

S. Freud: «L'id non tollera ritardi nella gratificazione. Avverte sempre la tensione di un bisogno inappagato.»
K. Lorenz: «L'aggressività umana è istintuale. Gli esseri umani non hanno sviluppato alcun meccanismo ritualizzato di inibizione dell'ag-gressività a favore della sopravvivenza della specie. Per questa ragione l'uomo è considerato un animale molto pericoloso.»

28.02.2012 - Quando l'intelligenza non salva l'uomo la vacuità lo rende felice.
Ispiratami nel vedere il "divino" Otelma nell'isola dei famosi e l'oroscoparo Paolo Fox, da Magalli.


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MessaggioInviato: 21/03/2013 - 02:32 
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Conflitti interiori.
Sono innumerevoli, ne esamino qualcuno.
Il conflitto nasce quando dobbiamo fare delle scelte.
Un conflitto quotidiano è fra il dovere ed il piacere.
Un modo per uscirne è seguire la regola della sopravvivenza: se non fai il tuo dovere, non puoi guadagnarti i mezzi per conseguire il piacere, il benessere, iniziando dal soddisfacimento dei bisogni di base: la casa, il cibo, il tempo libero, il partner, i beni di consumo, la cultura, ecc. Non si può rimandare il dovere oltre un certo limite, altrimenti entriamo in conflitto con gli altri e con noi stessi avendo anche dei doveri verso di noi.
Giusto l’adagio: prima il dovere, poi il piacere.
Il lavoro svolto è già una ricompensa, sollevandoci dall’ansia che accompagna un dovere non più rimandabile. Nell'ipotesi che si fosse ricchi abbastanza, al punto di non aver bisogno di lavorare, si potrebbe vivere di solo piacere, spensieratamente? Credo che il conflitto si sposterebbe su altri piani, perché il piacere esiste in quanto liberazione da una tensione, da uno stress o forse soltanto dalla noia; sopravviene, allora, una sorta d’assuefazione che non ce lo rende più godibile come le prime volte.
Per questo occorre ricreare un “tensione” alternando il piacere con un impegno che metta alla prova le nostre capacità.
I cibi sono più gustosi dopo un digiuno. La sofisticazione di un piacere, nel senso di raffinamento, ricercatezza, è un’altra mina al godimento: un cibo troppo condito nasconde il sapore originario. Tutto finisce per sapere di salsa.
Un po’ come l’apparenza, vale a dire la moda, con il nulla che l’accompagna (sotto il vestito niente), e la sostanza.
Il dovere trova spazio fra un piacere e l’altro e diventa parte integrante del piacere stesso, stabilendone i limiti. I conflitti, perciò, non vanno eliminati ma gestiti, elaborati. A volte un modo per affrontare un conflitto, se abbiamo tempo, è rimandarne la soluzione, nell’attesa che ci venga qualche idea, purché la cosa non dia troppa ansia, ma non funziona con tutti. Per prevenire o ridurre i conflitti del tipo dovere-piacere, si può cercare di essere generosi con se stessi; riconoscere che il nostro corpo vuole la sua dose quotidiana di piacere - un po’ di tutto - altrimenti si ribella, reclamandolo e facendoci soffrire con i conflitti.
Il piacere lo dobbiamo al nostro corpo e alla psiche, per una questione di equilibrio.
Vorrei ricordare, a questo proposito, il discorso che Menenio Agrippa fece ai plebei:

http://deaminerva.blogspot.com/2008/12/ ... toria.html
Il corpo è fatto per il piacere.
Ci vuole il cibo, il sesso, (e siccome: "Non c'è sesso senza amore", mettiamocelo), l'amicizia, un po’ di solitudine per riflettere, un libro, un film... ecc.
In questo ciclo duale, dopo aver soddisfatto il corpo con il piacere, occorre fargli svolgere un lavoro, e sono certo lo cercherà, quasi fosse una nuova forma di piacere.
Salvo che non sia uno di quei lavori che sfruttano solo una limitata parte delle nostre capacità: in questi casi si può esercitare la propria creatività fuori il lavoro, dedicandosi ad un hobby. Non si sfugge dal tran tran quotidiano. Anche se colti, con un buon lavoro, avremo sempre delle azioni ripetitive da compiere. Continuando a somministrarci piaceri, senza il giusto intercalare del dovere (impegno, responsabilità), possiamo sconfinare nel vizio... il nostro corpo non risponde più, è assuefatto, e vuole sempre più piacere, per raggiungere la soddisfazione primitiva.
Le nostre capacità di godimento possono ottundersi, facendo sopravvenire una specie di depressione, che è, appunto, incapacità di vivere, di avere sensazioni.
Occorre un atto di forza per uscire da questa dipendenza, trovando un’occupazione che metta alla prova le nostre capacità. Il lavoro svolto (dovere) torna a dare un valore alla ricompensa, anche sotto forma di apprendimento, di espansione del nostro io.

Sulle buone e cattive abitudini.
Per comodità o per pigrizia, pensiamo di essere geneticamente orientati verso un lavoro piuttosto che un altro, un tipo di studi, di dieta, di scelte che ci appaiono spontanee.
“L’esercizio fa l’organo”; una legge che vale per il corpo e la mente.
Indugiando su di un piacere, siamo portati a ricercarlo, per ripeterne l’esperienza che, anche se non vivida come le prime volte, dà il suo risultato.
Nel cervello si formano dei “canali” o sinapsi di comunicazione fra neuroni che si rafforzano ogni volta che li stimoliamo.
E’ in questo modo che il musicista, dopo il primo duro e ripetitivo apprendimento, compie quei gesti con naturalezza. Bastano, tuttavia, pochi giorni di mancato allenamento, per perdere parte di quelle abilità, che però possono tornare, allenandosi di nuovo.
L’invecchiamento del corpo danneggia biologicamente in modo irreversibile quei canali di comunicazione, cui l’allenamento non può più supplire per ristabilire la perfezione iniziale raggiunta.
Arriva il giorno di dover deporre il violino, oppure dare lezioni ad un giovane, o suonare nella banda del paese, non più nei concerti.
Le buone abitudini perdute si possono riprendere, ma occorre più esercizio.
C’è l’altra faccia della medaglia: l’assuefazione ad un vizio è talmente forte da farci disperare di liberarcene. Si tratta di spezzare, sostituendoli con altri, quei “canali” di comunicazione fra neuroni.
I nostri sforzi sono sempre scarsi e demotivati, ma insistendo incessantemente ne verremo fuori. Talvolta occorrono farmaci, come nel caso delle tossicodipendenze.
L’esperienza degli “alcolisti anonimi” dimostra che non si è mai fuori da un vizio che si è impossessato di noi in passato. Subdolamente può reinserirsi partendo da un semplice bicchierino di liquore offertoci durante una festa.
Da qui il concetto di “dipendenza”: un persona non dipendente può accettare di bere, sapendo che si limiterà ad un bicchiere, di giocare una partita alla slot-machine, sapendo che si fermerà a 10 euro. Può andare su Internet, facendovi ricerche razionali, senza perdersi per ore ed ore.
Una personalità dipendente può liberarsi da una dipendenza per acquisirne un’altra meno nociva.
Molti ne escono dedicandosi al volontariato: quando c’è una forza esterna che ci impegna, un’organizzazione che ci guida, non cadiamo più nel nostro vizio. Anche il volontariato diventerà una dipendenza ma almeno non nuoce.
La religione è, fra le dipendenze umane, la più diffusa. I fondamentalisti hanno una loro personalità particolare, formata da una comunità educativa dedicata (madrasa), ma anche semplici fedeli non riescono più a fare una scelta se non c’è un prete che li guidi.
L’indottrinamento ha proprio questo scopo: sottomettere il volgo al volere di una chiesa. guidata dal santone di turno (solitamente un pazzo-intelligente), attraverso preghiere ripetitive (condizionamento) rafforzate dai riti collettivi, sullo sfondo di una coreografia imponente, maestosa, come quella dei templi.
Una volta plagiato, un capo religioso può mandare l’adepto al martirio (uomini-bomba), alle crociate, alle missioni.
Non c’è differenza fra le religioni, il meccanismo è lo stesso ma possiamo avere religioni evolute dall’illuminismo e dalla scienza, come nel caso di quelle cristiane oppure, al contrario, oscurate dal fondamentalismo, come quella islamica, che ha determinato il blocco evolutivo della civiltà araba.
C’è la dipendenza dal genitore, che porta una figlia a rimanere nubile e quella dal partner, del quale non riesce a liberarsi, nonostante la relazione sia fallimentare. Misteriosi timori, sensi di colpa costringono a queste non-scelte. Spesso i conflitti non dipendono da noi ma dall'ambiente esterno, tuttavia ne siamo coinvolti. Non essendo conflitti interiori, dobbiamo usare altre strategie.
E’ il caso di giovani che hanno ricevuto un’ottima educazione in famiglia come a scuola che si lasciano affascinare, nel periodo pubertà-adolescenza da bande di giovani delinquenti, pure di buona famiglia.
La risposta sta di nuovo nel nostro cervello, formatosi per migliaia di anni alla lotta tra i propri simili, per contendersi territorio, cacciagione, dimore. Pochi secondi sono sufficienti agli impulsi primordiali per superare il sottile strato di materia grigia, sede di labili sinapsi formatisi con anni di buona educazione.
C’è anche l’amigdala, dalla quale partono potenti emozioni difficili da controllare, che inducono a comportamenti estremi nei momenti di pericolo, responsabili di quegli omicidi definiti “per futili motivi”, contro i quali la ragione cosciente e l’autocontrollo nulla hanno potuto.
La quotidianità ci offre tante occasioni che si manifestano nel dualismo dovere-piacere.
Il nostro rapporto con gli altri ne è pieno, assumendo le specie del dare-avere.
Diamo aiuto in una certa forma, ne riceviamo in un’altra, aumentando in questo modo il nostro controllo sul mondo, con amicizie e relazioni, accrescendo la godibilità della vita (piacere), ma anche gli impegni (dovere).
Nella comunicazione questo scambio di dare-avere è particolarmente importante: dare all’altro la possibilità di replicare, senza interromperlo, ma al tempo stesso chiedere attenzione e ascolto quando arriva il nostro turno.
Chi non rispetta questi tempi si troverà presto a parlare da solo, con se stesso.
Nel rapporto adulto-bambino lo scambio è necessariamente sbilanciato. Il bimbo deve ricevere dall’adulto, ma può anche dare indirettamente: i risultati positivi della nostra educazione sono per noi il premio.
I segni di benessere del bimbo sono la ricompensa dei genitori.
Nel discorso di Menenio Agrippa ai plebei, troviamo un corrispettivo biologico del piacere-dovere e del dare-avere. Dobbiamo dare al corpo il giusto nutrimento, senza eccedere, e il riposo, per avere un organismo sempre pronto alla lotta quotidiana.
Allo stesso modo si raggiunge un buon rapporto psicosomatico, nella relazione fra mente e corpo.
Durante il rilassamento o training autogeno, torniamo a dare al corpo la possibilità di liberare il suo equilibrio ancestrale (prevalenza del sistema nervoso vegetativo), vuotando la mente da ogni pensiero.
Quando la mente cessa il suo controllo sul corpo, questo riacquista un equilibrio di base, capace a sua volta di riequilibrare la mente. E’ un metodo per controllare gli attacchi di panico, come aprire un interruttore.


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Buonismo
sulla strage di Nassiriya (scritta il 17/11/2003)

Il buonismo, come tutti gli -ismi, è già un eccesso. Ma a
noi, popolo di eroi, piace esagerare, come quando ci dibattiamo in
poltrona durante i sacri derby di calcio o ci sfianchiamo, davanti
al piccolo schermo, in maratone di "Grande fratello VIP" sull'isola
di Robinson Crusoe.
Lo sappiamo, siccome la guerra non vogliamo farla, neanche
quando sarebbe indispensabile (è dal tempo delle invasioni
barbariche che fuggiamo, sollevando polveroni), ci diamo da fare
nelle retrovie.
Non per nulla abbiamo il più agguerrito esercito di
pacifisti, di guastatori di vetrine e di assaltatori all'arma bianca
di Mc Donalds; capaci di uscir fuori tutti bisunti di frittura;
magari con qualche hot-dog che spunta fuori dall'eschimo del XXI
secolo: un parallelepipedo di polistirolo espanso, sottratto alle
boe marittime.
Come camerieri ed infermieri nessuno ci batte. Ma anche in
questo caso sono pianti da sceneggiata napoletana, quando i "militi"
partono in "missione" vettovagliamento. Mamme e fidanzate sventolano
fazzoletti umidi come fossero bandiere superstiti di eroiche
battaglie all'ultimo sangue; roba da "Cinema Paradiso".
Non c'è molta gloria, bisogna ammetterlo. Così, per
ricompensare i nostri militari di queste comparse da cenerentola, i
politici sono passati alla "santificazione" del carabiniere;
rafforzata dalle interminabili telenovelas sulle forze dell'ordine,
vere pugne di bontà, teatrini di marionette, più che filmetti
parrocchiali.
Così si è diffusa la leggenda del militare italiano amato
dalle popolazioni di tutto il mondo, colpite dalla guerra. Non si
può che beneamare chi ti rifà il letto, ti dà da mangiare e
ti cura la bua.
Ma noi abbiamo preso troppo sul serio questa panzana dei
politici. Abbiamo creduto davvero di essere speciali. Una sorta di
razzismo in versione angelica: non siamo i più forti, i migliori o
i più cattivi; siamo i più buoni, accidenti! Al punto da
ritenerci invulnerabili.
Chi ci può voler male se noi andiamo lì solo a far del
bene? Col santino di papa Giovanni nello zaino e quello di padre Pio
sopra la branda?
Siamo troppo buoni... siamo i kamikaze della bontà: guai a voi!
E invece no.
L'attentato di Nassiriya ci ha dimostrato che
siamo fatti di carne come gli altri. Quando i terroristi hanno
ucciso il personale dell'ONU e della Croce Rossa, avremmo dovuto
capire che anche noi, proprio perchè troppo buoni, non l'avremmo
scampata. I terroristi avranno detto fra loro: "I troppo buoni non
ci fanno paura; ce li pappiamo a colazione".
E l'attentato è successo; riportandoci bruscamente alla
realtà.
Ora la corazza la dobbiamo mettere sul serio, perchè
abbiamo scoperto l'ovvio: non siamo invulnerabili. Il santino di
papa Wojtyła è perfettamente perforabile da uno spezzone di bomba,
come la foto della Bellucci.
Ora la smetteranno di propinarci il militare Italiano
come "superman" della bontà e si decideranno a mettere le
barriere; le difese efficaci, non minime, per bloccare i camion carichi di
esplosivo.
I "muri" saranno antipatici ma servono; speriamo che
l'avranno capita i nostri capi militari e politici.
Nessuno vuole impedire ai militari di abbracciare la
popolazione. Stiamo solo suggerendo che, se è proprio
indispensabile, è meglio che lo facciano in una sala blindata.
Ma io penso che alla popolazione irachena sia sufficiente l'aiuto
che le diamo. Di questi "abbracci" ne fa volentieri a meno. Sono i
giornalisti e i parroci di partito che hanno sempre bisogno
di "inciuci" per scrivere qualche articolo in più o per dare un
po' di "colore" alle missioni degli italiani.
Ma l'avranno compresa veramente la lezione? Chissà, ho i
miei dubbi.
Staremo a vedere.


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Aforismi sulla scrittura

Segue una serie di aforismi reperiti nel Web; in corsivo il mio commento.

1 - Per dirla con Karl Kraus l'aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezza.
Cosa c'è di meglio che introdurre una manciata di aforismi con un aforisma?
Il caso ha voluto che leggessi l'aforisma di cui sopra proprio qualche giorno fa, mentre ne cercavo uno da inserire nel mio "profilo yahoo" nel settore "citazione preferita". Ho poi scelto una citazione derivata dal seguente aforisma di Salvador Dalì:
"L'arte moderna è quando decidi di comprare un quadro per nascondere un punto della parete che si sta scrostando ..... e dopo aver esaminato cinquanta dipinti concludi che è meglio lasciar la parete così com'è"
Ho poi riflettuto su questa scelta e ne ho concluso che fa parte di un aspetto "conservatore" di me: non mi va più molto di rimettermi sempre in discussione.


2 - Cercando la parola si trovano i pensieri.
(Joseph Joubert)
A me succede particolarmente nel leggere le poesie: dalle parole, spesso enigmatiche, devo estrarre dei pensieri, miei, non del poeta. Qualche volta può accadere che coincidano.

3 - La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende esatto. (Francis Bacon)
Delle tre cose, tutte importanti, trovo che la scrittura sia quella più attiva dal punto di vista creativo.

4 - L'ultima cosa che si scopre scrivendo un libro è come cominciare. (Blaise Pascal)
Direi che questo non è un problema che sento mio. Il mio interrogativo è invece: ho detto tutto quello che volevo dire? L'ho messo in forma comprensibile?

5 - I lettori sono personaggi immaginari creati dalla fantasia degli scrittori. (Achille Campanile)
Battuta amara, leggendo il bollettino dei propri libri venduti. La cosa non mi riguarda perchè non sono uno scrittore, però posso capire .....

6 - Chi e' affamato di gloria divora anche l'uomo che e' in lui. (Stanislaw Jerzy Lec)
Si, mi è capitato, quand'ero più giovane, di rosolarmi d'invidia .... così percepisco quest'aforisma. Ma l'invidia non dovrebbe sfiorare gli uomini di gloria.

7 - La letteratura consiste nell'arte di scrivere qualcosa che sarà letto due volte, il giornalismo in quella di scrivere ciò che deve essere compreso immediatamente. (Cyril Vernon Connolly)
Buona verità, condivisibile. Personalmente preferirei leggere una volta pure la letteratura, l'alternativa sarebbe altrimenti quella di non leggerla affatto.

8 - Per contribuire alla mia immortalità la signora mi consigliò di togliere una virgola dal mio libro. Era la sola cosa che sarebbe passata ai posteri. (Leo Longanesi)
Si, insomma, non bisogna prendersi troppo sul serio. Le probabilità che qualcosa del nostro lavoro superi la nostra morte sono molto ridotte.

9 - Lo scrivere è un ozio affaccendato. (Goethe)
Aforisma parente di quello sul mestiere del giornalista che termina cosi: " .... sempre meglio che andare a lavorare"

10 - Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti. (Jules Renard)
Lo si è invece: quante volte poggiamo un libro da qualche parte per fare qualcosa d'altro?

11 - Uno scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine. (François Mauriac)
La scrittura è infatti una grande compagna, se però non la mandiamo a qualcuno o nessuno la legge, serve a poco.
.... ecco è arrivata la mia gatta, è molto affezionata alla tastiera; mi sta dicendo: "A che ti serve scrivere? Ci sono qua io!" .... loasdkl.jusd<7 .... è la sua opinione sugli aforismi ....

12 - Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli. (Emilio Salgari)
Beh! sì, Salgari è stato un gran viaggiatore: all'interno della propria stanza si può trovare tutto quello che serve per scrivere, specie quando ci sono tanti libri da leggere, ed anche letti, perchè no?

13 - L'aforisma, la sentenza, sono le forme dell'eternità; la mia ambizione è dire in dieci frasi quello che chiunque altro dice in un libro, quello che chiunque altro non dice in un libro. (Friedrich Nietzsche)
Ho una raccolta di aforismi di Nietzsche. Sono goloso di cioccolatini, saporosi, intensi ma a volte voglio accompagnarli con il pane casareccio, senza sale.

14 - È facile scrivere i propri ricordi quando si ha una cattiva memoria. (Arthur Schnitzler)
Ho letto tanti libri sulla memoria. Non c'è quasi nulla di più alterabile della memoria umana. Purtroppo i giudici non ne tengono conto nei processi e gli investigatori devastano la memoria dei cosiddetti "testimoni"; mi viene in mente il processo agli imputati di Marta Russo.

15 - Alcuni scrivono soltanto perché non hanno carattere sufficiente per non scrivere. (Hans Hermann Kersten)
Battutella cattiva, secondo me tutti dovrebbero esercitarsi a scrivere. Un'altra cosa è farsi leggere.

16 - L'oca è l'animale ritenuto simbolo della stupidità, a causa delle sciocchezze che gli uomini hanno scritto con le sue penne. (Anonimo)
Arguto questo anonimo, rido senza commentare.

17 - Anche l'analfabetismo altrui rende difficile lo scrivere. (Stanislaw Jerzy Lec)
[i]L'analfabetismo altrui, che non è mai totale, ci stimola a rendere meno sofisticato il nostro scrivere, quando è pensato per chi dovrà leggerlo.

18 - Persino nel suo silenzio c'erano degli errori linguistici. (Stanislaw Jerzy Lec)
Surreale come un quadro di Dalì

19 - La gloria o il merito di certi uomini è scrivere bene; di altri, non scrivere affatto. (La Bruyère)
Gemella di una simile letta sopra; ribadisco: tutti dovrebbero scrivere, pensando, se possibile, a chi dovrà leggere i loro scritti. Altrimenti ognuno è libero di masturbarsi mentalmente, se crede; esercita la fantasia.


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MessaggioInviato: 02/06/2013 - 14:13 
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20 domande bizzarre e 20 mie risposte bizzarre, in corsivo

1. Perché separato si scrive tutto insieme, mentre tutto insieme si scrive separato?
perchè un "qualcosa" si può dire in molte o poche parole, indipendentemente da ciò che rappresenta.

2. Perché abbreviazione è una parola così lunga?
per dare l'idea di come è meglio accorciare le cose lunghe

3. Perché i kamikaze portano il casco?
perchè devono arrivare sani a compiere la loro missione

4. Da dove viene lidea di sterilizzare lago della siringa che serve per liniezione letale ad un condannato a morte ?
perchè li vendono già così e poi si perderebbe tempo a sporcarli

5. Perché i virus, che non hanno sesso, ci fottono così tanto?
beh! il sesso ce l'hanno solo che è così piccolo che non riusciamo a vederlo

6. Perché in questo mondo anche gli zeri,per contare qualcosa,devono stare a destra?
perchè quando stanno a sinistra contano solo i debiti

7. In caso di guerra nucleare, lelettromagnetismo prodotto dalle bombe termonucleari potrebbe rovinare le mie videocassette?
No, se le porti in un bunker corazzato, parecchi metri sotto terra. Stai loro dietro, se no te le fregano.

8. Qual è il sinonimo di sinonimo ?
sosia, clone, gemello, uguale ....comunista

9. Perché non cè un alimento per gatti a base di topo?
perchè allevare topi è più costoso che trattare gli scarti dell'alimentazione umana.

10. Se niente si incolla al teflon, come hanno fatto ad incollarlo nelle padelle?
Non è un incollaggio. E' uno di quei processi sotto vuoto, ad alte pressioni; come dire ... è uno "spiaccicamento"

11. Perché le ballerine danzano sempre sulle punte? Non si potrebbe scritturare delle ballerine più alte ?
Le ballerine alte sono sgraziate, tendono a somigliare a delle scope. L'agilità richiede di muoversi sulle punte (v. i felini, ad es.).

12. Voglio comprare un boomerang nuovo. Come faccio a sbarazzarmi di quello vecchio?
In genere uno ne compra uno nuovo perchè non è vero che tornano indietro

13. Perché i negozi aperti 24 ore su 24 hanno le serrature?
per permettere ai commessi di fare bordello nei momenti di "stanca"

14. Perché gli aeroplani non vengono costruiti con lo stesso materiale delle scatole nere?
costerebbero troppo e sarebbe una rottura (nera) di scatole entrarci

15. Come si fa a sapere se una parola nel dizionario è scritta sbagliata?
te ne accorgi quando il professore ti dà un pessimo voto.

16. Come può avere dei nipoti Paperino se non ha fratelli, né sorelle?
Per lo stesso motivo per il quale Paperone si ritrova Paperino come nipote

17. Se Superman è così furbo, perché si mette gli slip sui pantaloni?
L'ha copiato da Agnelli, che si metteva la cravatta fuori del maglione e l'orologio sul polsino.

18. Adamo aveva l'ombelico?
Si, il Padre Eterno ha usato uno zeppo infilzato nella pancia, per tirarlo fuori dal fango una volta asciutto.

19. Se una navetta spaziale viaggia alla velocità della luce, la sera deve accendere i fari?
No, chi viaggia alla velocità della luce, ci sta sopra. Non serve accenderla e soprattutto non paga bollette, non riescono mai a beccarlo.

20. Se un gatto cade sempre dritto sulle proprie zampe e una tartina al burro cade sempre dalla parte del burro, cosa succede se si incolla la tartina imburrata sulla schiena del gatto e poi lo si lancia dalla finestra
Per la legge della gravitazione universale, prevale la massa del gatto su quella della tartina. Potrai allora recuperare la tartina pulita, purchè tu non l'abbia incollata dalla parte del burro, previa rimozione dei peli (a meno che non ti piacciano).


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MessaggioInviato: 08/06/2013 - 15:46 
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PERCHE' SI CREDE QUASI A TUTTO
Autore: Tim O'Shea

Liberarsi da tutti i controlli, tutti i filtri, tutti i condizionamenti culturali è molto difficile oggi.
Noi siamo gli esseri più condizionati, più programmati che il mondo abbia mai conosciuto. Non solo i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti vengono continuamente conformati e modellati; la nostra completa consapevolezza dell'intero disegno sembra che venga abilmente e inesorabilmente cancellata.
Le porte della nostra percezione vengono regolate in modo attento e preciso. A chi dovrebbe interessare questo, giusto?
È un compito estenuante e senza fine continuare a spiegare alla gente comela maggior parte delle comuni opinioni viene inculcata in modo scientifico nella consapevolezza del pubblico tramite un migliaio di brevi messaggi dei media ogni giorno.
Allo scopo di non sprecare del tempo, vorrei fare un piccolo resoconto su come vengono trattate le informazioni in questo paese.
Una volta che saranno stati chiariti i principi di base riguardo a come il nostro sistema di controllo tramite i media è sorto storicamente, il lettore dovrebbe essere più portato a mettere in discussione qualsiasi supposta opinione pubblica.
Se tutti credono a qualcosa, quel qualcosa è probabilmente falso. Questo è ciò che si chiama:
Luogo comune
In America, un luogo comune che ha consensi di massa è di solito costruito ad hoc: Qualcuno ha pagato per crearlo. Ecco alcuni esempi:

* I medicinali ridanno la salute.
* La vaccinazione rende immuni.
* La cura per il cancro è dietro all'angolo.
* La menopausa è una malattia.
* Quando un bambino ha la febbre bisogna dargli la tachipirina.
* L'America ha il sistema sanitario migliore del mondo.
* Il latte è una buona sorgente di calcio.
* L'Aspirina previene gli attacchi di cuore.
* Nessun bambino può andare a scuola senza essere vaccinato.
* L'HIV è la causa dell'AIDS.
* L'AZT è la cura.
* Il fluoro nell'acqua dell'acquedotto protegge i tuoi denti.
* La vaccinazione anti-influenzale previene l'influenza.
* I dolori cronici sono una naturale conseguenza dell'età.
* Le iniezioni di insulina curano il diabete.

Questa è una lista di illusioni, che è costata miliardi e miliardi, tanto per ricordare: non ti chiedi mai perché il Presidente non parla in pubblico senza leggere?
O perché la maggior parte della gente di questa nazione pensa universalmente allo stesso modo riguardo agli esempi di cui sopra ?

Come è nato l'intero progetto
In Trust Us We're Experts, Stauber e Rampton hanno raccolto alcuni dati convincenti che descrivono la scienza della creazione dell'opinione pubblica in America. Fanno risalire la moderna influenza del pubblico all'inizio del secolo scorso, mettendo in rilievo il lavoro di tipi come Edward L. Bernays, il Padre della Persuasione.
Come scrive nel suo sorprendente trattato "Propaganda", possiamo imparare come, Edward L. Bernays prese le idee da suozio Sigmund Freud e le applicò alla scienza emergente della persuasione dimassa.
L'unica differenza sta nel fatto che invece di usarle per scoprire itemi nascosti dell' umana coscienza, come faceva lo psicologo freudiano,Bernays usò le stesse idee per mascherare i piani elaborati per creare illusioni ingannevoli e distorte per ragioni di marketing.

Il padre della persuasione
Bernays dominò nell'industria delle PR fino agli anni '40 e fu una forza rilevante per altri 40 anni.
Per tutto quel periodo Bernays raccolse centinaia di incarichi per creare pubblica accettazione di idee e prodotti.
Alcuni esempi:
Appena agli inizi, ricevette il suo primo incarico dal "Consiglio per la Informazione al Pubblico", che consisteva nel vendere la Prima Guerra Mondiale tramite l'idea di: «Fare il Mondo Sicuro per laDemocrazia» (Ewen).
Alcuni anni dopo, Bernays organizzò un'esibizione per rendere popolari le donne che fumano.
Organizzando nel 1929 la "Processione Pasquale di New York", Bernays si fece conoscere come una forza da tener conto.
Organizzò la "Fiaccolata della Brigata della Libertà", nella quale le suffragette marciavano in parata fumando come un simbolo di liberazione delle donne. Da quell'evento derivò così tanta pubblicità che da allora le donne si sentirono tranquille riguardo a distruggere i loro polmoni in pubblico, al pari degli uomini.

Bernays rese popolare l'idea di fare colazione con il bacon.
Senza che nessuno si opponesse, progettò il modello pubblicitario con l'AMA (Associazione dei medici Americana) che durò quasi 50 anni, dimostrando come vero il fatto che le sigarette facciano bene alla salute.
Basta guardare le pubblicità nelle pubblicazioni di Life o del Time dagli anni 40 agli anni 50. Nei decenni successivi Bernays e i suoi colleghi elaborarono il concetto che generalmente si poteva creare l'influenza voluta in masse di persone per mezzo di messaggi ripetuti centinaia di volte.
A quel punto il valore dei media apparve evidente e molte altre nazioni tentarono di seguire la stessa via. Ma Bernays era il punto di riferimento. Josef Goebbels, che era il ministro per la propaganda di Hitler, studiò i principi di Edward Bernays quando sviluppò il popolare fondamento logico che usò per convincere i Tedeschi che dovevano purificare la loro razza. (Stauber)

Fumo e specchi
Il lavoro di Bernays consisteva nel dare un nuovo significato ad un soggetto per creare quell'immagine desiderata che avrebbe poi dato a quel particolare prodotto o concetto il livello di accettazione voluto.
Bernays descriveva il pubblico come «un gregge che ha bisogno di venire guidato».
E questo pensare del gregge rende la gente «ben disposta verso la classe dirigente». Bernays fu sempre fedele al suo assioma fondamentale: «controlla le masse senza che esse lo sappiano».
Le PR riscontrano i loro miglior successi con la gente quando non sa che sta venendo manipolata.

Stauber descrive il fondamento logico di Bernays così:
«la manipolazione scientifica dell'opinione pubblica è necessaria per superare il caos e il conflitto in una società democratica». Trust Us p 42. Questi primi persuasori di massa pretendevano di svolgere un servizio morale per tutta l'umanità - la democrazia era troppo buona per la gente; si doveva dire a loro cosa pensare, perché da soli non erano in grado di pensare razionalmente.

Quello che segue è un paragrafo del libro "Propaganda" di Bernays:
«Quelli che manipolano il meccanismo nascosto della società costituiscono un governo invisibile che è il vero potere che controlla.
Noi siamo governati, le nostre menti vengono plasmate, i nostri gusti vengono formati, le nostre idee sono quasi totalmente influenzate da uomini di cui non abbiamo mai nemmeno sentito parlare.
Questo è il logico risultato del modo in cui la nostra società democratica è organizzata. Un vasto numero di esseri umani deve cooperare in questa maniera se si vuole vivere insieme come società che funziona in modo tranquillo.
In quasi tutte le azioni della nostra vita, sia in ambito politico o negli affari o nella nostra condotta sociale o nel nostro pensiero morale, siamo dominati da un relativamente piccolo numero di persone che comprendono i processi mentali e i modelli di comportamento delle masse.
Sono loro che tirano i fili che controllano la mente delle persone».

Un pochino differente dal punto di vista di Thomas Jefferson sul soggetto:
«Non conosco alcun luogo sicuro per il potere supremo della società che non sia il popolo stesso, e se pensiamo che non sia sufficientemente illuminato per esercitare il controllo con sano giudizio, il rimedio non è togliergli il potere, ma ragguagliarne la capacità di giudizio».
Ragguagliarne la capacità di giudizio. Bernays credeva che solo pochi possedevano la necessaria perspicacia per vedere la Grande Visione così che venisse loro affidata la sacra missione. E fortunatamente, si vide come uno di quei pochi.

Arrivano i soldi
Non appena furono intraviste le possibilità di applicare la psicologia freudiana ai mass media, Bernays ebbe come clienti più società di quante ne potesse soddisfare.
Multinazionali erano in subbuglio per corteggiare i nuovi "Creatori di Immagine".
C'erano dozzine di beni e servizi e idee da vendere a un pubblico suscettibile.
Nel corso degli anni, questi giocatori avevano il denaro per creare l'immagine per i clienti con successo.
Ecco alcuni esempi: Philip Morris, Union Carbide, Monsanto, Le industrie deltabacco, Le industrie del piombo, DuPont, Shell Oil, Procter & Gamble,General Motors, General Mills, Pfizer, Allstate, Dow Chemical, Ciba Geigy,Coors, Chlorox, Standard Oil, Boeing, Eli Lilly, Goodyear.

I giocatori
Dozzine di società di PR erano sorte per soddisfare la domanda.
Fra esse: Burson-Marsteller, Edelman, Hill & Knowlton, Kamer-Singer, Ketchum,Mongovin, Biscoe, and Duchin, BSMG Buder-Finn.
Sebbene famosi a livello mondiale nell'industria delle PR, questi sono nomi a noi sconosciuti, e per una buona ragione. Le migliori PR agiscono in incognito. Per decenni hanno creato le opinioni con cui la maggior parte di noi è cresciuta, virtualmente su ogni questione che abbia anche il più remoto valore commerciale, incluso: prodotti farmaceutici, vaccini, medicina intesa come professione, medicina alternativa, introduzione del fluoro nell'acqua pubblica, cloro, prodotti casalinghi per pulizia, tabacco, dioxina, aumento della temperatura del globo terrestre, additivi al piombo nella benzina, ricerca e trattamento del cancro, inquinamento degli oceani, taglio delle foreste, immagini di personaggi celebri, monitoraggio di disastri e crisi, cibi geneticamente modificati, aspartame, additivi e lavorazione dei cibi, amalgama dentale.

Lezione #1
Bernays imparò presto che il modo più efficace per creare credibilità per un prodotto o un'immagine doveva essere sostenuto da una «terza parte indipendente».
Per esempio se la Federal Motor dichiarasse che il riscaldamento del globo terrestre e una burla di alcuni amanti della natura, la gente avrebbe dei sospetti sulle ragioni che motivano la GM a fare tale dichiarazione, dato che la fortuna della GM è creata dalla vendita di automobili.
Se comunque qualche istituto di ricerca indipendente con un nome che susciti una certa credibilità come «Alleanza per il Clima del Globo» uscisse fuori con un rapporto scientifico che dice che il riscaldamento del globo in realtà è una storia inventata, la gente inizierebbe ad essere confusa e avrebbe dei dubbi riguardo alla vera questione.
Questo è esattamente ciò che Bernays fece.
Con astuzia ispirata dal genio, mise sù «più istituti e fondazioni che Rockefeller e Carnegie messi assieme» (Stauber p 45) Finanziati senza far rumore dalle industrie i cui prodotti venivano valutati per verificarne la qualità, queste agenzie di ricerca «indipendenti» sfornavano studi «scientifici» e materiale per la stampa che potesse creare l'immagine che i loro manipolatori volevano.
A tali gruppi di facciata venivano dati nomi altisonanti come questi:
Temperature Research Foundation, International Food Information Council, Consumer Alert, The Advancement of Sound Science Coalition, Air Hygiene Foundation, Industrial Health Federation, International Food Information Council, Manhattan Institute, Center for Produce Qualità, Tobacco Institute Research, Cato Institute, American Council on Science and Health, Global Climate Coalition, Alliance for Better Foods
Suona tutto perfettamente legittimo, non è vero ?

Comunicati stampa pre-confezionati
Come Stauber spiega, queste organizzazioni e centinaia di altre come quelle sono gruppi di facciata la cui unica missione è di portare avanti l'immagine delle multinazionali che le hanno fondate, come quelle elencate sopra.
Questo viene realizzato in parte tramite un flusso senza fine di «comunicati stampa» che annunciano «scoperte» emerse da ricerche ad ogni radio e giornale della nazione (Robbins).
Molti di questi resoconti pre-confezionati vengono letti come delle vere notizie, e vengono davvero preparati di proposito con il formato delle notizie. Questo risparmia algiornalista il fastidio di fare ricerche sul soggetto per proprio conto, specialmente se si tratta di argomenti di cui conosce molto poco.
Interesezioni del comunicato o, nel caso di un video, l'intero filmato, possono essere proprio prese intatte, senza alcuna revisione, basta aggiungere il sottotitolo del giornalista o del giornale o della stazione TV e il gioco è fatto !
Notizie fatte all'istante con copia e incolla. Scritte da società diPR. Succede davvero tutto questo?
Ogni singolo giorno, dagli anni '20 quando l'idea dei Comunicati Stampa fu inventata per la prima volta da IvyLee. (Stauber, p 22) Alcune volte, circa metà degli articoli che compaiono in una copia del Wall St. Journal, sono basati solo su tali comunicati stampadelle PR... (22)
Articoli di questo genere sono mischiati con articoli su ricerche autentiche. A meno che tu non abbia fatto personalmente la ricerca, non sarai in grado di vederne la differenza.

Il linguaggio della persuasione
Non appena i pionieri della persuasione del 1920 Ivy Lee e Edward Bernay sottennero maggiore esperienza, iniziarono a formulare regole e guide percreare l'opinione pubblica.
Impararono presto che la psicologia delle masse deve focalizzarsi sull'emozione, non sui fatti.
Dato che la massa è incapace di formulare pensieri razionali, la motivazione deve basarsi non sulla logica ma sulla presentazione. Qui ci sono alcuni assiomi della nuova scienza delle PR:

- la tecnologia è in se stessa una religione.
- se la gente è incapace di formulare un pensiero razionale, la vera la democrazia è pericolosa.
- le decisioni importanti dovrebbero essere lasciate agli esperti.
- riformulando argomenti stai lontano dalla sostanza; crea delle immagini.
- non affermare mai chiaramente un bugia dimostrabile.

Le parole vengono scelte attentamente secondo il loro impatto emozionale.
Qui c'è un esempio:
Un gruppo di facciata chiama l'International Food Information Council (IFIC) per risolvere la naturale avversione del pubblico per i cibi geneticamente modificati.
Parole attive vengono ripetute in tutto il testo.
Ora, nel caso dei cibi OGM, il pubblico è istintivamente intimorito da queste nuove creazioni sperimentali, che sono improvvisamente apparse sugli scaffali delle drogherie e di cui si dice che abbiano alterazioni nel DNA.
L'IFIC intende rassicurare il pubblico della sicurezza dei cibi OGM, così evita parole come: Frankenfoods, Hitler, biotech, chimico, DNA, esperimenti, manipolare, soldi, sicurezza, scienziati, radiazioni, roulette, accoppiamento di geni, bombardamento di geni, casualità.
Invece, il buon PR per i cibi OGM contieneparole come: ibrido, ordine naturale, bellezza, scelta, ricompensa, innesto, diversità, terra, contadino, biologico, benefico.

Si tratta associazione fondamentale Freudiana/Tony Robbins delle parole. Il fatto che i cibi OGM non sono degli ibridi che sono stati sottoposti a lenti attenti metodi scientifici di innesto ha poca importanza.
Questa è pseudo-scienza, non scienza.
La forma è tutto e la sostanza è solo un mitosorpassato (Trevanian).
Chi pensi che dia fondi all'International Food Information Council?
Fai una supposizione a caso.
Giusto! Monsanto, Du Pont, Frito-Lay, Coca Cola, Nutrasweet - tutti quelli che sono in lista per fare una fortuna con gli OGM (Stauber p 20)

Caratteristiche della buona propaganda
Non appena la scienza del controllo di massa si evolse, l'industria del PR sviluppò ulteriori guide per un'efficace azione sociale. Qui ci sono alcuni gioielli:
- de-umanizza la parte sotto attacco etichettandola e chiamandola pernome.
- parla con generalità brillanti usando parole positive, che emozionano
- quando nascondi qualcosa, non parlare con un inglese fluente; fermati per un pò: distraiti.
- cerca approvazione da persone celebri, dalle chiese, personaggi sportivi, l'uomo della strada, chiunque a portata di mano che non abbia alcuna esperienza sul soggetto.
- usa l'espediente «persona normale»: noi miliardari siamo come te.
- quando minimizzi uno scandalo, non dire nulla di memorabile.
- quando minimizzi uno scandalo, indica i benefici di quanto è appena successo.
- quando minimizzi uno scandalo, evita argomentazioni morali.

Tieniti questa lista.
Inizia adosservare queste tecniche. Non sono difficili da riscontrare
- guarda nel giornale di oggi o al telegiornale di stasera. Guarda cosa stanno facendo; questi tipi sono bravi !

Scienza in affitto
Le società di PR sono diventate molto sofisticate nella preparazione dei comunicati stampa.
Hanno imparato come collegare i nomi di famosi scienziati a ricerche che quegli scienziati non hanno nemmeno visto (Stauber, p 201).
Questa è una cosa che succede di continuo. In questo modo gli editori dei giornali e i direttori dei telegiornali spesso non sono consapevoli che quel singolo comunicato è stato completamente fabbricato dalle PR.
O almeno possono smentire, giusto?
Stauber racconta l'incredibile storia di come la benzina al piombo fece la sua apparizione.
Nel 1922, la General Motors scopri che aggiungendo piombo alla benzina le automobili sviluppavano più cavalli vapore.
Quando c'era qualche faccenda riguardo alla salute, la GM pagava il Dipartimento delle Miniere per fare qualche "test" fasullo e pubblicare delle ricerche falsificate che «provavano» che l'inalazione di piombo non era dannosa.

Qui entra in gioco Charles Kettering
Fondatore del Sloan-Kettering Memorial Institute per la ricerca medica, famoso in tutto il mondo, Charles Kettering era anche un dirigente della General Motors.
Per qualche strana coincidenza, dopo breve tempo il Kettering institute pubblica rapporti che dichiarano che il piombo esiste naturalmente nel corpo e che possiede la capacità di eliminare bassi livelli di contaminazione da piombo.
Associandosi con la Fondazione per l'Igiene industriale e con il gigante delle PR Hill & Knowlton, Sloane Kettering contrastò per anni tutte le ricerche «anti-piombo» (Stauber p 92).
Senza una opposizione organizzata, nei successivi 60 anni sempre più benzina fu prodotta con additivi al piombo, fino al 1970 quando il 90% della benzina conteneva piombo.
Alla fine divenne troppo ovvio che il piombo è uno dei maggiori cancerogeni, che non fu più possibile nasconderlo, e la benzina al piombo fu gradualmente eliminata verso la fine degli anni '80. Ma durante quei 60 anni, si stima che 30 milioni di tonnellate di piombo sotto forma di vapori furono riversate nelle strade e autostrade Americane.
30 milioni di tonnellate.
Questo è PR amici miei.

Scienza spazzatura
Nel 1993 un tipo di nome Peter Huber scrisse un nuovo libro e coniò un nuovo termine.
Il libro era La rivincita di Galileo e il termine era scienza-spazzatura.
La tesi superficiale di Huber sosteneva che la vera scienza supporta la tecnologia, l'industria e il progresso.
Tutto il resto era scienza spazzatura.
Senza sorprendere Stauber spiega che il libro di Huber era sovvenzionato dal Manhattan Institute, che a sua volta è sovvenzionato dall'industria.
Il libro di Huber fu generalmente abbandonato non solo perché era scritto malamente, ma soprattutto perché fallì di dimostrare un fatto e cioè che: La vera ricerca scientifica inizia con nessuna conclusione.
I veri scienziati cercano la verità perché non sanno quale sia la verità. Il vero metodo scientifico funziona in questo modo:
1. Forma un'ipotesi
2. fa una previsione per quell'ipotesi
3. verifica la previsione
4. rifiuta o corregge l'ipotesi basandosi sui ritrovamenti della ricerca

Lo scienziato Dr. David Ozonoff spiega che le idee nella scienza sono come «organismi viventi, che devono essere nutriti, supportati, e coltivati con delle risorse per farle crescere e prosperare» (Stauber p 205).
Grandi idee che non ottengono questo supporto perché gli interessi commerciali non sono immediatamente ovvi - queste idee appassiscono e muoiono.
Un altro modo per distinguere la vera scienza da quella fasulla è che la scienza autenticari chiama l'attenzione sugli errori nella sua ricerca. La scienza fasulla vuol far credere che non esistono errori.

La vera scienza spazzatura
Compara questo con le moderne PR e alle sue continue affermazioni riguardo alla scienza autentica.
Le ricerche sponsorizzate dalle società, sia nell'area dei farmaci, dei cibi OGM, o della chimica, iniziano con conclusioni predeterminate.
E' poi compito degli scienziati dimostrare che queste conclusioni sono vere, dovuto al riscontro economico che tale prova porterà alle industrie che pagano per tale ricerca.
Questo oltraggio alla scienza ha spostato completamente l'orientamento della ricerca in America, durante gli ultimi 50 anni, cosa che qualsiasi vero scienziato non avrà difficoltà ad ammetterlo.
Stauber documenta che la sponsorizzazione industriale della ricerca universitaria è in aumento.
Questo non ha nulla a che fare con la ricerca di conoscenza.
Gli scienziati si lamentano che la ricerca è semplicemente diventata un'altra merce, qualcosa da comprare e vendere. (Crossen)

I due obiettivi primari della «vera scienza»:
È scioccante quando Stauber mostra come la maggior parte delle PR associate oggi si oppongono a qualsiasi ricerca che cerchi di proteggere:
- la salute pubblica
- l'ambiente

È divertente vedere che la maggior parte delle volte che sentiamo la frase «scienza spazzatura» è in un contesto in cui si difende qualcosa che può minacciare l'ambiente o la nostra salute.
Questo fa senso quando si realizza che il denaro cambia di mano solo vendendo l'illusione di salute e l'illusione della protezione ambientale.
La vera salute pubblica e la vera preservazione dell'ambiente della terra hanno un basso valore di mercato.
Stauber pensa con ironia che gli auto-proclamatisi smascheratori della scienza spazzatura di solito non sono scienziati essi stessi.
Di nuovo qui vediamo che possono fare ciò perché la questione qui non è la scienza, ma la creazione di immagini.

Il linguaggio dell'attacco.
Quando le società di PR attaccano i gruppi ambientalisti legittimi e le persone della medicina alternativa, anche lì usano parole che colpiscono a livello emotivo: scandalo, scienza, spazzatura, allarmante, fobia, allarmista, scienza autentica, ragionevole, responsabile, imbroglio, isteria.
La prossima volta che leggi un articolo di giornale riguardo ad una questione ambientale o riguardo alla salute, nota come l'autore mostra la sua inclinazione usando i termini di cui sopra.
Questo è il risultato di un addestramento molto specializzato.
Un'altra tecnica standard delle PR è quello di usare lo stesso linguaggio degli ambientalisti per difendere un prodotto pericoloso e non sottoposto a test, che costituisce un'effettiva minaccia per l'ambiente.
Questo possiamo vederlo costantemente dietro lo schermo fumoso delle PR, che circonda i cibi geneticamente modificati.
Loro affermano che gli OGM sono necessari per produrre più cibo e per porre fine alla fame nel mondo, quando in realtà la produzione degli OGM per acro è inferiore a quella dei prodotti naturali (Stauber p 173).
L'intero disegno appare chiaro una volta che si è realizzato che tutti i cibi OGM sono stati creati dai produttori di erbicidi e pesticidi, perché possono sopportare più grandi quantità di erbicidi e pesticidi (The Magic Bean).

Il miraggio della recensione autorevole (PEER REVIEW)
"Pubblica o perisci" è il classico dilemma di ogni ricercatore.
Questo significa che chi si aspetta di ricevere fondi per il prossimo progetto di ricerca sarà meglio che ottenga la pubblicazione di quella attuale, sui migliori giornali scientifici. E tutti sappiamo che i migliori giornali scientifici come JAMA, New England Journal, British Medical Journal, etc. ricevono la recensione autorevole.
Recensione autorevole significa che ogni articolo che viene pubblicato, in mezzo a tutti quei coloratissimi inserti pubblicitari di farmaci e intere pagine di propaganda delle case farmaceutiche, è stato rivisto e accettato da qualche tipo molto intelligente, con un sacco di credenziali.
Il presupposto è che, se l'articolo ha superato la revisione autorevole, i dati e le conclusioni della ricerca sono stati interamente verificati e sono attendibili.

Ma ci sono alcuni piccoli problemi in questa circostanza.
Prima di tutto i soldi.
Anche se i prestigiosi e venerabili giornali medici pretendono di essere così obiettivi, scientifici e incorruttibili, in realtà si trovano di fronte ad un fattore importante che accomuna tutte quelle riviste dalle pagine patinate, di cui devono tener conto: non contrastare i tuoi inserzionisti.
Tutte queste intere pagine di pubblicità di prodotti farmaceutici, nei migliori giornali, costano miliardi.
Per quanto tempo ancora una casa farmaceutica pagherà, per lo spazio pubblicitario dell'intera pagina centrale, in una rivista che pubblica una ricerca scientifica autentica, che attacca inequivocabilmente la dichiarata sicurezza del farmaco pubblicizzato nella pagina centrale?
Pensaci. Gli editori non sono stupidi.

Un altro problema è il famoso conflitto di interesse.
Tutti i giornali che trattano gli argomenti della medicina devono avere un requisito formale: qualsiasi legame finanziario fra l'autore e un'azienda produttrice deve essere reso noto nell'articolo.
Uno studio fatto nel 1997 su 142 giornali medici, non ha trovato nemmeno un riferimento di tali legami (Wall St.Journal, 2 Feb 99).
Uno studio del 1998 fatto sul New England Journal of Medicine, ha rilevatoche il 96% degli articoli recensiti da autorità in materia, avevano legami finanziari con il farmaco che stavano studiando (Stelfox,1998)
Brutta sorpresa, vero?
Diventa tutto chiaro ora?
Direi di sì. Questo studiodovrebbe essere reso noto ogni volta che qualcuno inizia a diventare troppo enfatico riguardo all'obiettività delle recensioni autorevoli, come loro fanno spesso.
Poi c'è il vero e proprio acquisto dello spazio. Una società farmaceutica può semplicemente pagare $ 100.000 a un giornale per far stampare un articolo ad essa favorevole (Stauber, p 204)

Le frodi nelle recensioni autorevoli non sono una novità.
Nel 1987, il New England Journal, pubblicò un articolo che si atteneva alla ricerca di R.Slutsky MD che copriva un periodo di sette anni.
In tale periodo il Dr.Slutsky pubblico 137 articoli su diversi giornali che fanno le revisioni autorevoli.
Il New England Journal scoprì che in almeno 60 di questi 137, c'erano evidenze di considerevoli frodi scientifiche e travisamenti incluso:
- riportare risultati di esperimenti mai fatti
- riportare esami mai eseguiti
- riportare analisi di statistiche mai fatte

Engler Dean Black, PhD, chiama Effetto Babele ciò che avviene quando dati scientifici fraudolenti molto comuni e non individuati nei giornali di recensione autorevole vengono citati da altri ricercatori, che poi vengono ri-citati da altri ancora e così via.
Vuoi vedere qualcosa che riassume questa intera discussione?
Esamina la pubblicità che spesso appare sul Journal of the American Medical Association, senza scordarti che questa è la stessa pubblicazione che, per almeno 50 anni, ha pubblicato riquadri pubblicitari delle sigarette che proclamavano i benefici effetti del tabacco. (Robbins)
Molto scientifico, vero?
Fai a pezzi il televisore?
Spero che questo capitolo ti abbia dato dei suggerimenti utili per leggere i giornali e le riviste in maniera un po' diversa, e che ora forse inizi a guardare i telegiornali con un diverso atteggiamento rispetto a prima.
Domandati sempre, cosa stanno vendendo qui?
E chi sta vendendo ?
E se davvero mettessi in pratica il contenuto del libro di Stauber & Rampton e verificassi alcune delle risorse elencate in fondo alla pagina, potresti intravedere la possibilità di elevare di un gradino la tua vita semplicemente smettendo di sottomettere il tuo cervello ai mass media.
È così - non più giornali, non più telegiornali, non più la rivista Time o Newsweek.
Si può farlo davvero.
Pensa cosa potresti fare con il tempo che ti resta.

Davvero senti il bisogno di dedicare alcune ore al giorno per «rilassarti» o scoprire «cosa succede nel mondo»? Pensa un minuto alle notizie dei passati due anni.
Pensi davvero che le principali vicende che hanno dominato nelle prime pagine dei giornali e nei telegiornali costituiscano «ciò che succede nel mondo»?
Davvero pensi che non succeda altro oltre le inventate crisi tecnologiche, l'inventata scarsità energetica, i ri filtrati resoconti di violenza e disastri dall'estero, e le altre non-storie che i burattinai fanno penzolare davanti ai nostri occhi ogni giorno?
Per non parlare di quando ottengono una grossa notizia, come Monica Lewinsky o le bombe di Oklahoma, o l'attentato dell'11 Settembre?
Abbiamo davvero bisogno di conoscere i dettagli giorno per giorno?
Abbiamo modo di verificare tutti quei dettagli se volessimo?
Qual'è lo scopo delle notizie? Informare la gente?
Non proprio.
Il solo scopo delle notizie è quello di mantenere il pubblico in uno stato di paura e incertezza, così che guardi di nuovo domani e riceva lo stesso annuncio pubblicitario.
Troppo semplice? Naturalmente!
Questo è il marchio della maestria dei mass media: semplicità.
La mano invisibile.
Come Edward Bernays disse: la gente deve essere controllata senza che lo sappia.


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MessaggioInviato: 19/06/2013 - 17:00 
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Un mio racconto fantastico, del 24/3/2004

Prologo.
Negli anni cinquanta vidi il film “La guerra dei mondi” 1953 (ispirato al romanzo omonimo di Orson Welles, 1938; Spielberg ne farà un nuovo film nel 2005) avevo allora cinque anni, ne ebbi paura e piansi.
Mia madre fu costretta a portarmi via.
La sala cinematografica, in v. Andrea Doria, in Roma, c’è tuttora, in formato multisala.
La guerra dei mondi è un film fatto assai bene, a mio avviso, tuttaltro che banale, anche nella trama: gli invasori alieni furono sconfitti non dagli umani, ma dai virus terrestri, contro i quali non erano immunizzati.
Del resto, interi popoli sono stati sterminati dai virus portati dagli invasori.
Gli eschimesi, ad esempio, sono stati decimati da banali influenze.
Gli invasori spagnoli, nel sudamerica, passarono a fil di spada milioni di indios, altrettanto fecero con le malattie che portarono dall’Europa, fra le quali la sifilide.
Cosa volete, è il prezzo della “civiltà” che avanza. In compenso, molti indios di allora, ricevettero i sacramenti dalla religione cattolica, prima di morire: gran consolazione! Ora sono tutti in paradiso.
Questi film di fantascienza, anni cinquanta, con “effetti speciali” così modesti, oggi potrebbero far sorridere.
“La guerra dei mondi” fa eccezione, stupisce per la sua modernità, anche in questo senso.
L’impiego del laser come arma divenne effettivo solo negli anni settanta (lo so perché ci ho lavorato) e solo per i satelliti militari (politica di Reagan per lo “scudo stellare”).
Torno a proporre la mia teoria: tutto è già stato inventato, pensato o scritto.
Chi vuol vivere nell’illusione di fare qualcosa di nuovo, ne ha diritto, l’autosuggestione, si dice, può far male alla salute ma anche del bene, basta crederci.
Quando ancora vivevo a Roma, nel mezzo del cammin di mia vita, sono andato incontro ad un forte disattattamento da stress cittadino, causa i rumori del traffico e l'aria inquinata, irrespirabile, quando ancora s'era fatto ben poco per migliorare i motori a scoppio e diesel.
Per proteggermi da questi stimoli ambientali deleteri, per me divenuti insopportabili, quando uscivo in strada, indossavo una maschera antigas (non la comune mascherina bianca, del tutto inefficace) e le cuffie antirumore, di quelle che si usano nei poligoni militari per le esercitazioni con esplosivi (ho scelto, all’uopo, il “top model” con il massimo dell’attenuazione), dal 1988, al 1991.
Ogni giorno uscivo così bardato, per andare a lavoro o per commissioni, incurante dello stupore dei passanti; a volte sorpresi, a volte stizziti.
Qualcuno pensava che la mia fosse una dimostrazione di protesta contro l'inquinamento, in generale, riconoscendo in me uno di quei militanti verdi, allora assai di moda.
I più seccati erano però gli automobilisti, che percepivano istintivamente il mio astio nei loro confronti, in qualità di produttori, coi loro veicoli, di rumori e gas asfissianti.
In seguito, nei primi anni '90, grazie ad una piccola eredità ed ai risparmi di una vita, riuscii a fuggire da Roma, città mentecatta, prostituta e pattumiera del mondo, dove dei pazzi fanno dimostrazioni di ogni genere, ogni giorno, ma fosse solo per quello…
Mi sono sistemato a 40 km dal Campidoglio, pochini, avrei voluto mettercene almeno duecento, verso il Gran Sasso ma, per motivi di lavoro, non potevo allontanarmi più di tanto.
Nell’88 ancora non c’erano, in Italia, le centraline per il controllo dell’inquinamento cittadino.
Sotto questo aspetto fui un precursore, mostrando, con anni di anticipo, una inoffensiva reazione di difesa nei confronti di un ambiente cittadino sempre più aggressivo per i pedoni.
La società S, dove lavoravo, iniziava proprio allora ad installare le prime centraline pubbliche nelle vie più trafficate, dotate di diversi sensori atti a misurare i gas di scarico, non però il livello sonoro di fondo, prodotto dagli autoveicoli, che superava anche i 100 decibel.
Ancora non erano state istituite le giornate a traffico limitato, o a targhe alterne.
Oggi si vedono anche dei vigili con la mascherina bianca o dei pony express con una mini-maschera antigas, assai graziosa.
Sappiate, comunque, che quando scatta l’allarme per il traffico limitato, la qualità dell’aria intorno alle centraline di rilevamento, i cui sensori sono a tre metri dal suolo, dove i gas sono già più diluiti, supera di molte volte i limiti massimi ammessi.
Il racconto che segue è autobiografico.
Voglio dire che "l'uomo mascherato" ero io, inizialmente vittima ma alla fine giustiziere, attraverso l'ambiente stesso, come natura che punisce chi ha trasgredito le regole della vita.
Il racconto è attuale perchè, a distanza di oltre 20 anni, ci troviamo nel bel mezzo di cambiamenti climatici assai distruttivi.
Ma il peggio deve ancora venire e non ci sarà modo di allontanarlo, perchè è troppo tardi per fare qualcosa. L'umanità, anche quando si accorge dei suoi errori, si trascina dietro un grosso volano che si oppone ai cambiamenti.
L'uomo mascherato, protagonista del racconto, è un folle alla rovescia, però, un anticorpo.
Può sembrare una storia fantastica, questo pezzo autobiografico, l’epilogo, però, è del tutto verosimile: gli scarafaggi saranno davvero i nostri successori, non ho dubbi su questo.

LA PROFEZIA

L'uomo mascherato avanzava nella fetida ed assordante megalopoli.
Con gran rischio, saltellando, schivava le automobili durante gli attraversamenti.
Con la perseveranza di uno scalatore, riusciva a districarsi fra le auto in sosta sui marciapiedi.
A volte calpestava, fra i rovi, cumuli d’immondizia fossile, lì dove un tempo c'era un passaggio.
Nei giorni di pioggia era imbrattato da spruzzi melmosi al tetraetile, sollevati dalle sfreccianti auto, incuranti di qualsiasi pedone.

Con la sua maschera antigas, fendeva la putrida aria ristagnante nelle vie cittadine, satura di veleni; per contendere ai motori a scoppio, i residui atomi d’ossigeno, in fuga verso i buchi d’ozono.
Delle buone cuffie anti-rumore lo proteggevano dal frastuono del traffico, dagli insulti e dalle battute sarcastiche degli automobilisti, voci strozzate filtrate dai finestrini, metalliche; che rendevano ancor più sinistro e stridente il rombo dei motori.

Le automobili, con il loro carico di carne umana, strisciavano sull'asfalto, come un gigantesco verme d'acciaio; prigioniero degli ingorghi.
A pochi centimetri dal malcapitato uomo mascherato, sfrecciavano assordanti motociclette.
I centauri, nelle loro tute plastificate, piroettavano in clownesche gimcane, come anonimi automi senza volto, impennati in folli dimostrazioni di straordinaria idiozia.
E tutti con una meta: correre a vedere l'ultima puntata del "Grande Fratello"o a conquistare un gradino allo stadio, fra la buriana pazzesca... o a comprare scarpe in goretex, o una maglietta con l’effige di un VIP... fino al panzarotto caldo, un hot-dog da un onnipresente McDonald.

Nonostante ciò, l'uomo mascherato continuava a camminare, imperturbabile, incurante della follia che lo assediava. Con quella maschera antigas e le cuffie antirumore, tutti lo consideravano un pazzo.
Gli stessi passanti lo dileggiavano con sorrisetti ironici.
Avanzava come un Sancio Pancia del ventunesimo secolo, insofferente di un progresso alla rovescia.
Anche lui folle, così conciato, specchio della follia collettiva; ma sotto la maschera sorrideva, mesto e compassionevole.

Col passare del tempo, le automobili da centinaia di milioni divennero migliaia, fino a ridursi a pochi esemplari: rottami d'auto frammisti a parti di corpi umani.
La metamorfosi s’era compiuta: l’uomo, alfine, fuso con il suo idolatrato oggetto di consumo e di disfacimento.

E allora si tolse la maschera per mostrare il suo volto umano.
Allora si tolse le cuffie per udire i gemiti dei sopravvissuti... ma, anziché trovare degli uomini, vide esseri che al posto degli arti... avevano volanti, cloche, pedali, frizioni, servomeccanismi ed ingranaggi.
Al posto del cervello avevano pistoni sbiellati, carburatori bruciati, centraline di comando fuse.
Le viscere s'erano tramutate in marmitte maleodoranti, corrose dagli acidi della combustione.

Si rese conto che rimaneva una sola cosa da fare: trascinare il tutto dai rottamai, unici instancabili superstiti, per ricongiungere quegli alieni alle loro macchine e seppellirli in un gigantesco sacrario di auto e corpi.
Un monumento perenne alla stupidità umana, da consegnare ai posteri, nuovi padroni del mondo: gli scarafaggi.

L'Uomo Mascherato.


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MessaggioInviato: 11/08/2013 - 06:41 
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SACRO SADISMO
scritto il 14-11-2004

Conobbi T. ad una gita con gli "Amici Della Terra", un movimento ecologista. Era l’autunno dell’84.
Durante un'escursione sul Gran Sasso, parlammo di come realizzare reportage fotografici, sulle rovine di Ostia Antica e sulle bellezze artistiche di Roma e dintorni, delle quali non mi ero mai interessato, avendo in odio la mia città natale, bastarda, come ho già scritto in altre note.
Lei insegnava inglese in un liceo per il turismo e desiderava proiettare in classe le diapositive, commentando in inglese, per le sue allieve, la storia dei luoghi visitati.
Ogni tanto, di domenica, c’incontravamo per queste escursioni turistiche, a lei piaceva visitare i luoghi in compagnia, mentre io avevo qualche mira su di lei, ma non se ne fece nulla. Solo oggi mi rendo conto di quanto fui fortunato!
Le ero stato d’aiuto per l’acquisto e la messa a punto di tutto l’armamentario fotografico: vari tipi di obbiettivi, zoom, grandangolare, flash elettronico, filtri, cavalletto, ecc. Allora scattare buone fotografie era impresa non facile.
Una domenica decidemmo per Villa Celimontana, poco oltre il Colosseo, verso le Terme di Caracalla, nostra meta.
Poco oltre l’ospedale del Celio, notammo una bella chiesa a pianta circolare, in restauro: la basilica di S. Rotondo. La bellezza di questa chiesa stava nella sua forma geometrica insolita.
Tutto ruotava simmetricamente intorno all’altare centrale, in parte coperto dai ponteggi del restauro.
Proprio al centro della chiesa filtrava luce dall’alto, attraverso le ampie finestre d'una torre che sosteneva la cupola.
Due enormi colonne s’innalzavano a sostenere il soffitto di legno, sopra l’altare, una sorta di enorme baldacchino, proprio come nella basilica di S. Pietro.
Il resto dell’area interna era occupato da tre grandiose arcate, destinate a sopportare il peso del tetto.
L’ambulacro circolare era sostenuto da decine di colonne con capitelli.
In alto c’erano grandi finestre centinate, lungo il perimetro circolare della chiesa.
T. era già stata lì in passato e s’era proposta di tornarci per scattare foto.
S. Rotondo fu edificata nel V secolo; oltre 65 metri il diametro iniziale, poi ridotti a 45 nel XV secolo, per migliorarne la stabilità.
Come molte chiese antiche in Roma, anche questa era sorta sulle rovine di un preesistente mitreo (luogo di culto per i seguaci del Dio pagano Mitra, anteriore al Cristo), facente parte della caserma romana "Castra Peregrina" (dati tratti dal manuale del T.C.I.).
Da bambino, passeggiando nei boschi, vidi, tra i cespugli di rovi, strani ragni mascherati con la carcassa degli insetti da loro uccisi e divorati, di solito vespe o con un addome simile, per trarre in inganno altri esemplari della stessa specie; ma forse si trattava di “mummie” d’insetti, messi da parte per nutrirsene un po’ alla volta.
Qualcosa di analogo succede con le religioni: i sacerdoti sono gli stessi, sia pure di altra etnia e cultura, ma sempre furfanti matricolati.
Cambia solo il Dio adorato, e, sulle rovine di una religione appena fagocitata, sorgono, fastose, le nuove vestigia del potere religioso.
Nulla di divino, dunque, tutto drammaticamente umano.
Chissà... forse fra cinquant'anni, il cupolone di S. Pietro si trasformerà in quello di un'enorme moschea dove, al posto del crocifisso, sotto i raggi del sole, brillerà fiammeggiante la mezzaluna islamica. Le torri campanarie saranno trasformate in minareti, dai quali si dipartirà, amplificato dagli altoparlanti a tromba, il raglio del muezzin, a tutto volume.
Questo il destino del popolo italiano, ormai sterile ed in via di estinzione, come il resto dell'Europa.
Rimasi colpito dagli oltre trenta grandi quadri murali, posti lungo il perimetro circolare, alternati alle colonne di granito, che facevano da cornice ai grandi affreschi.
T. leggeva sulla sua guida: si trattava del martirologio del Pomarancio e del Tempesta (dove li andavano a pescare questi nomi?).
Il motivo che accomunava le pitture era, appunto, il martirio dei santi; illustrato con dovizia di particolari scabrosi: sangue senza risparmio, teste mozzate, decorticazioni, occhi sul piatto (S. Lucia), crocifissioni, impalamenti, roghi, mutilazioni, supplizi con fruste uncinate e percotimenti con fratture.
Concedo qualche scusante agli artisti per il palese compiacimento sadico; forse loro intenzione era di indurre nel fedele un gran rispetto per il martire, che subisce sì tante sofferenze per amore del suo Dio; di fatto un caso particolare di pornografia.
Il mese successivo capitammo nella chiesa dedicata a Santa Prassede, dietro la Basilica di Santa Maria Maggiore. Sembra che questa pia donna si sia premurata di raccogliere il sangue e i resti dei martiri nascondendoli in un pozzo (oggi userebbe una camera frigorifera), intorno al quale, successivamente, fu edificata la chiesa; nell’822. Il pozzo è quasi a metà della navata centrale.
Anche qui un caso particolare di necrofilia, succede a chi dà di volta il cervello a causa dei deliri religiosi.
In questa chiesa furono inumati un vescovo e due cardinali.
Alcune edicole conservano reliquie e doni ex voto: cuori semplici, cuori trafitti, cuori sanguinanti, cuori argentati, cuori dorati, crocifissi, corone di spine …
Di una certa importanza la "colonna della flagellazione" sulla quale, secondo i preti, fu legato e torturato il Cristo, portata da Gerusalemme nel 1223, ed il mausoleo di Teodora episcopa.
Numerosi i dipinti di santi, fra i quali quelli di due sorelle: Prassede e Pudenziana.
Quest’ultima ha una chiesa tutta sua, non lontana da quella della sorella e risalente al IV secolo.
E’ fra le più antiche costruite in Roma; sorta in un luogo ove soggiornò, sembra, San Pietro.
I sarcofaghi delle due sante sono però nella chiesa di S. Prassede, sotto un gran quadro raffigurante la santa nell’atto di raccogliere il sangue dei martiri.
Lungo le pareti della chiesa, quattro cappelle dedicate ai santi, con numerosi dipinti.
In una di queste sono conservati i resti di Martino Longhi e dei suoi familiari.
All’inizio della navata, una lastra di marmo sulla quale dormiva la santa, per far penitenza. Chissà quante anime avrà salvato con le sue sofferenze!
Alla base del campanile non mancava una serie di dipinti raffiguranti flagellazioni e torture subite dai martiri.
Stetti tutto il tempo che volle T., ma il mio desiderio era di uscire dalla chiesa al più presto.
Mi sentivo soffocare.
Il buio, spezzato dalle fiammelle di decine di ceri, emananti un odore nauseabondo; il brusio dei fedeli in preghiera, la presenza delle tombe e degli arredi sacri, a ricordare il sangue ed il corpo flagellato del Cristo, il pozzo al centro della chiesa con i resti dei martiri, gli ex voto insanguinati, le edicole con le reliquie ... vesti tarlate di martiri … ma quale sacralità?
Mi sembrava il museo degli orrori, i resti di un antico mattatoio.
Non mi meraviglio che i sadici vadano lì per ispirarsi e le sette sataniche a far provviste per le loro messe nere.
Ho visto tante chiese, fra visite guidate e vacanze con amiche insegnanti.
Averne vista una equivale ad averle viste tutte. Tempo perso star lì con la guida del TCI a leggere i quadri: l’autore, il periodo storico, lo stile, i mecenati... a vacanza finita si dimentica tutto. E poi ... ma che cultura sarà mai quella? Quanta pedanteria e presunzione fra storici e critici d'arte!
La religione, per due millenni, ha condizionato ogni forma d'arte; una grave perdita per la creatività umana: rifare sempre le stesse pitture e statue, su commissione, all’infinito, solo perché ci fu qualcuno che dette di che vivere agli artisti, denari comunque provenienti dalle donazioni e dai tributi dei fedeli.

Vano è voler rappresentare la divinità. Le statue, i dipinti, mostrano la materialità dei corpi e degli oggetti sacri.
I prelati pretendevano sacre rappresentazioni, ma l'arte non può interpretare lo spirito, l’incorporeità.
Nello stesso istante della sua creazione, l’immagine sacra diviene materia ed acquista, spesso, un’esplosiva sensualità.
E ciò vale anche per le pitture astratte: quante sciocchezze si sono dette e si diranno ancora su degli scarabocchi infantili, che chiamano arte moderna; buone per imbonire i gonzi.
Il denaro è la vera fonte ispiratrice, bramato da artisti, critici e mercanti d'arte.
Mi chiedo, nel vedere le numerosissime crocifissioni, resurrezioni, annunciazioni, sacre maternità con tanto di allattamento... fino a che punto il sacro sia d’ispirazione e fin dove, invece, il nostro inconscio richiami, per accostamento d’immagini e di simboli, i sentimenti delle umane passioni.
Le forme semplici, elementari, appena accennate, quasi astratte, forse meglio rappresentano l’idea del sacro, per chi ha fede.
Più smaliziati sono i musulmani: preferiscono disegni geometrici elaborati - gli arabeschi - appunto, perché richiamano, con la precisione delle simmetrie ed il loro incessante riprodursi maniacale, il simbolo della divinità: infinita, perfetta... e psicopatica, perché in chi crede c’è della follia, in partenza o coltivata.
Giusta, quindi, la proibizione: affezionarsi alle icone, alle reliquie, agli “abitini” (sorta di amuleti, ai quali da bambino tenevo molto, perché sembra salvassero dall’inferno), ai feretri dei santi… toglie spiritualità alla professione della fede, relegando in secondo piano la grandezza di Dio.
Gli Ebrei, nel cuore del loro tempio, poi distrutto dai Romani nel ’79 d.c., avevano costruito una piccola sala, vuota d’arredi e d’immagini. Lì percepivano, con devozione, la grandezza Jahvè. La rappresentazione della divinità può sostituirsi a Dio, in questo consiste l’idolatria.
Quanti inconsapevoli idolatri nel Cristianesimo, praticando il culto dei santi!
Così, nelle preghiere, ci si rivolge a Padre Pio (un pazzo), quale potente mediatore per ottenere un miracolo.
La smania di vedere la divinità, porta alcune persone, predisposte alle allucinazioni, a parlare con la Madonna, naturalmente vista solo da loro. Ma ci sono anche allucinazioni collettive: gente che giura d’aver visto la Madonna beata fra le nubi, illuminata dal sole, pur di convincere i non credenti. Ti pare che il fedele che nulla ha visto si mette a smentire gli altri?

Ricorderete il vescovo di Civitavecchia: egli vide piangere lacrime di sangue dalla mini Madonna importata da Medjugorje. Il clero tollera bugie dette a fin di "bene".
Del resto, tutte le religioni si basano sulla menzogna elevata a culto.
Le panzane, fresche fresche, fruttarono al vescovo ingenti finanziamenti per un santuario da costruire sul luogo del lacrimoso sanguinamento della Madonnina - ma non bastavano le sole lacrime? Macchè, il sangue! C'è più gusto per il sadico.
La giunta comunista e la magistratura lasciarono fare, non imposero l’analisi del DNA ai coinvolti nell’evento “miracoloso”.
Migliaia di pellegrini stavano affluendo nella cittadina laziale, con i loro oboli; ciò significava, come per Pietralcina, massicci fatturati per le imprese industriali e commerciali del posto.
Tutti i santuari: Loreto, Lourdes, Fatima, Medjugorje, Pietralcina… sono fonte di lucro ingente e costante, per le comunità che li hanno ideati ed eretti, in conseguenza di miracolose visioni di divine secrezioni ghiandolari.
Ben si guardano le autorità civili e religiose, a mettere in dubbio alcunché di ciò che accade: ci campano sopra! Perfino il Papa è costretto a sopportare, concedendo qualcosa al fanatismo popolare, tenta di bloccare le fughe di fedeli verso l’idolatria e la superstizione.
Spesso, i papi, per prevenire la nascita di nuove sette, hanno elargito concessioni e titoli ai pazzi visionari, fondatori di ordini religiosi, quasi tutti santificati, per tener buono il popolino fanatico.
Ora anche gli slavi hanno voluto la loro gallina dalle uova d’oro: la Madonna di Medjugorje, mica fessi!
Pellegrini a milioni, offerte per miliardi.
La Madonna continua a parlare il 25 di ogni mese, da oltre trent’anni.
Cosa dice? Sempre le stesse cose, quelle che passano in mente ai visionari e che si possono leggere in un qualsiasi libretto di preghiere.
Ovvio che solo loro la vedono. E’ un po’ di tempo che le madonne hanno smesso di piangere lacrime di sangue, qui in Italia, ma state pur tranquilli, riprenderanno copiosamente; in attesa c’è sempre il sangue di S. Gennaro da sciogliere, miracolo ricorrente due volte l’anno.
Questo "miracolo" fu riprodotto, anni fa, in laboratorio, da un perito chimico, con alcune sostanze minerali trovate in Campania -la regione delle mozzarelle di bufala- ma tutti hanno taciuto sui risultati di queste prove: il poveretto ha rischiato grosso, ignaro di quali giganteschi interessi andava a ledere coi suoi test scientifici.
La messa cattolica è il simbolismo d'un rito cannibale, basato sul sangue, eredità di cerimonie tribali primitive.
Il sacro vive del sangue della divinità o della vittima sacrificale.
Dal sacerdote maya, che strappa il cuore, ancora pulsante, del giovinetto sacrificato al dio Sole; al kamikaze palestinese che spiaccica al suolo e sui muri, le interiora degli ebrei, in nome di Allah: Allah Akbar!
E ancora, le crociate dei cristiani, i tribunali dell’inquisizione: dalle torture ai falò per le streghe, alle lapidazioni... tutto questo è religione!
C’è qualcosa di più malvagio delle religioni inventate dall’uomo?
C'è qualcosa di più falso delle presunte "rivelazioni" dei profeti? Da Mosè, al Cristo, fino a Maometto: tutti sono saliti sul monte più alto del luogo (poi divenuto sacro), chiamati da Dio - secondo loro - magari in sogno, per ricevere direttamente da lui le sacre leggi: chi potrà mai contestare un comandamento dato direttamente da Dio?
E’ questo il trucco che consegna ai sacerdoti il potere religioso… e la gente ci crede!
Non chiede altro per consolarsi dalle angosce dell’esistenza, nella speranza di un riscatto nell’immortalità.
Non serve inventare chissà cosa, basta poco, soprattutto di poco intelligente.

Nel sacro, oltre al raggiro, si cela l’erotismo.
Icone e templi nascondono un’inconsapevole simbologia erotica, che dirò in seguito.
Un tempo era il sacerdote ad esercitare lo "Ius Primae Noctis". Poi, quel piaceredi umiliare la popolazione, gli fu sottratto, prepotentemente, dalle armi del capitano di ventura, elettosi a principe, che in futuro sarà lo stato.
I due capisaldi dello sfruttamento dei popoli: le Chiese e gli Stati, coi loroi organi parassitari, fatti di lobby, di caste privilegiate, di logge, di club esclusivi, di clan criminali... ai quali doveva versarsi "la decima" oggi salita, per lo stato, ad oltre il 50% delle risorse prodotte, in cambio delle quali riceviamo servizi carenti, inefficienti, inesistenti.
Ovunque, nei luoghi e nei costumi sociali, i segni del potere clericale: l’inganno, la schiavitù degli intelletti soggiogati dalla fede e dal catechismo, l’antica decima, ora obolo; la vendita delle indulgenze e delle reliquie fasulle, l’accumulo di beni ereditari, l’ingerenza nella politica, l'oscurantismo contro la scienza, il proselitismo manicheo; inferno e demonio usati per diffondere il terrore nel popolo ignorante.

I confessionali (altro strumento di potere) sono i cassonetti dell’anima, dove si gettano i peccati. Sui banchi di fronte l'altare, per penitenza (davvero assai lieve), si recitano preghiere ipocrite, formule insensate per dementi.
Dalla chiesa si esce imbiancati, pronti a peccare di nuovo, con la presunzione di essersi purificati, immemori del male fatto.
La confessione deresponsabilizza il cattolico, il quale, paradossalmente, non esce più educato o pentito (solo formalmente), ma, al contrario, si sente di nuovo degno del paradiso, in caso di morte.
Nel sacro si nasconde ogni forma di perversione, abiezione, pornografia.
San Francesco accusava il demonio (invenzione dei religiosi per trasferire su un’entità astratta la propria malvagità –altra forma di fuga dalle responsabilità-) di tormentarlo con l'apparizione di femmine lascive, per farlo cadere in tentazione.
Il poveretto, essendo molto giovane ed imponendosi la castità, impegnava quantità enormi di energie psichiche per controllare le sue pulsioni sessuali, ravvivate ancor più dalla frequentazione di quella che sarà poi Santa Chiara, inseparabile compagna di preghiere ed inconsapevole ispiratrice di incontenibili erezioni peniene.
Francesco era un visionario, come tutti i santi - un pazzo fissato - senza se e senza ma.
In altri casi i santi sono grandi furbi, ma sempre truffatori di professione.
Nessuna meraviglia che avesse allucinazioni.
Sarebbe bastata una sana masturbazione, in mancanza d'altro, o un gesto di pietade da parte di Santa Chiara, per far rientrare tutto nel profano e sfumare nel nulla le apparizioni, con le loro infernali propaggini; ma questo avrebbe significato "cedere al demonio".
Quanti fastidi e proibizioni sono stati imposti ai fedeli in chiesa, solo per contenere le erezioni moleste dei sacerdoti, durante i riti religiosi… per non parlare poi dell’omosessualità e della pederastia fra religiosi, fino a giungere ai “figli dei preti”.
Non pochi confessori, infatti, si sono avvalsi di quel sacramento per individuare pie donne, ma di facili costumi, da portare in sacrestia, al fine di “educarle” ulteriormente alla “virtù” e salvar loro l’anima, ingravidando il corpo.
Non di rado ricorrevano alla sodomia (ci sono documenti storici che lo provano, molti chiusi ermeticamente negli archivi vaticani) proprio per evitare che rimanessero in cinta.
Anche la prostituzione è di casa fra i religiosi: come non compensare le “pie” donne coi proventi delle elemosine?
Le vestali dei templi pagani, non usavano forse concedere le loro “grazie” ai pellegrini? Era usanza comune, in cambio di doni, necessari alla loro sussistenza.
Non molti anni fa, in sette come quella dei “Bambini di Dio” o degli “Arancioni” era d’obbligo chiedere l’elemosina e, quando capitava, anche prostituirsi, per denaro, necessario per far grande la loro chiesa (vale a dire arricchire i fondatori delle sette).
Ricorderete come il fondatore della setta degli arancioni fu arrestato negli USA, per evasione fiscale, poco prima della sua morte, avvenuta per cause naturali. La moglie l’aveva da tempo abbandonato, dopo essersi fatta intestare il conto corrente, con un’enorme quantità di denaro, ricavato dalle prostituzione degli adepti di cui sopra.

Quanti inutili costosissimi templi, quanti inutili corrotti “ministri di Dio”: allo spirito basterebbe un prato per pregare ed un cielo ove volgere gli occhi.
Troppe, invece, le concessioni alla materia ed alle umane passioni. Nelle processioni religiose si portano a spasso monumenti all’erotismo. Si pensi a quelle con enormi ceri (simboli fallici d’auspicio per la fertilità, anteriori alla nascita del cristianesimo) che si tengono in alcune cittadine umbre e laziali (macchina di S. Rosa a Viterbo). Ma ve ne sono di equivalenti in altre città italiane e nel mondo.


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MessaggioInviato: 18/09/2013 - 23:46 
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Arte e inganno.
Ho consultato diversi dizionari, quello che mi ha dato risposte più esaurienti, per la voce -arte- è "Eureka 2000" (editrice Tecniche Nuove). Lo Zingarelli (ediz. '59, il mio primo vocabolario, comprato a rate da mia madre) riporta l'etimologia "ars - artis".
Non conosco il latino, e non me ne pento, ma sarei tentato di intendere con "artis" qualcosa che ha a che vedere con gli arti e, sebbene vi sia anche chi lavora con i piedi, come primo approccio intenderei l'arte come qualcosa che si fa manualmente. Siccome, tuttavia, troppe cose si fanno con le mani e non sempre il cervello sta dietro ai movimenti, specie quelli ripetitivi, senza anima, terrei per buono solo il concetto di "fare" nel senso di agire con consapevolezza, facendo cose concrete, ovvero che cadano sotto il dominio dei sensi. L'arte ha acquisito, col tempo, molteplici significati. Certamente, fin dall'inizio, fu associata a qualcosa che meravigliò i nostri avi.
In un ipotetico villaggio primordiale, qualcuno fu particolarmente abile nel fabbricare oggetti, al punto da destare stupore, quasi avesse una magia, un dono divino.
Fu convenuto di chiamare “arte” questa qualità.
Artista è, dunque, colui che fa cose in modo straordinario, che riesce a pochi. Eureka riporta questa definizione, per arte (comune anche ad altri dizionari): "Attività umana rivolta alla ricerca del bello, per creare opere attraverso forme, colori, parole o suoni".
Più in generale, con “arte” sono indicati anche altri significanti, come: abilità, talento, maestria, capacità, metodo, tecnica, astuzia, espediente ecc. Arte è l'attività in cui capacità e bravura sono usate nell'ideare e creare; quest’ultime qualità, per me, sono la carta d'identità dell'arte.
Quando vengono espletate, si entra in un particolare stato di benessere, ci si sente integri. Sentiamo che corpo e mente stanno lavorando per dar vita alla nostra idea, ed il piacere sta proprio nel fatto che quando esprimiamo creatività ci sentiamo liberi, per alcuni istanti usciamo dalla nostra natura terrena per somigliare, in qualche modo, a Dio.
Di per sé l'arte è basata sul genio individuale. Così, se si fa parte di una "squadra", l'arte non ci appartiene. Forse ci sarà un capo che fa l'artista, noi diveniamo, allora, collaboranti, sbozzatori, “muletti”.
L'arte è poi "finzione" per eccellenza, una riproduzione della realtà, un'imitazione, talora una voluta distorsione per ricercare nell'oggetto qualche significato nascosto che la nostra psiche ci suggerisce.
Inutile, quindi, quando non appare evidente, chiedersi cosa l'artista avesse voluto rappresentare.
E' qui che si inserisce subdolamente il critico d'arte, che pretende di spiegarcelo lui, a pagamento, con un libro o con una fattura che grava sull'opera che intendiamo acquistare ma che non capiamo bene cosa sia. E’ qui che si cela una prima truffa.
E' esattamente quello che la tua mente ti suggerisce, invece, la cosa legittima, che sarà totalmente diversa, di primo acchito, a quella che balza alla mente di un altro. Poi ci si può anche mettere d'accordo, discutendo su quella protuberanza o sull'altra cavità.
Tutto questo vale per l'arte cosiddetta arte astratta, con tutte le sue varianti e su tutti i mostri che la psiche, a volte gravemente squilibrata, che l'artista riesce ad esprimere, per così dire.
Sovente, e di gusto, l'artista prende in giro il suo acquirente, anche colto e danaroso, propinandogli ogni genere di schifezze e idiozie, facendosele pagare a caro prezzo; è il caso di Picasso, coi suoi bambocci raccartocciati, De Chirico, coi manichini, le bottiglie di Morandi, con centinaia di tele - un'ossessione- o le teste di Modigliani, Fontana coi suoi intagli sulle tele, Arman con le sue "accumulazioni" di rifiuti, Schifani, con le sue elaborazione di schermate TV... da preferire, fra tutti, Ligabue, coi suoi animali che escono dalle tele, intensamente colorati, saturi, o le sue visioni deliranti, ma sincere, espressioni della sua psiche sofferente.
Se ti piacciono e vuoi spenderci una fortuna, nessuno può dirti nulla ma - per carità - non esistono intenditori d'arte, solo furfanti matricolati che vogliono un gruzzolo di denaro per loro, senza aver fatto nulla di utile… come dire… papponi dell'arte prostituita.
L'attività umana si è sempre più estesa, specializzata; sono entrate a far parte dell'arte anche le opere intellettuali.
Così, accanto alle espressioni estetiche: pittura, scultura, architettura, dove entra lo spirito dell'artista, il lavoro dell'intelletto; ci sono le attività minori "tèkne" (secondo Platone) fra cui l'artigianato, attività basate sulla tecnica esecutiva provetta: la maestria.
Secondo Aristotele non rientravano nell'arte le attività scientifiche (nelle quali, tuttavia, il genio c'entra, e molto). Nel medioevo si classificarono le arti nel trivio: Grammatica, Retorica, Dialettica, e nel quadrivio: Musica, Aritmetica, Geometria, Astronomia. Le ultime tre oggi sono considerate scienze, ma, in quel tempo il concetto di “scienza” come oggi è inteso (confronto sistematico con le leggi naturali) non era ancora stato elaborato. D’altra parte, la “matematica” (aritmetica e geometria insieme) è frutto della logica, strumento di un certo tipo di filosofia, precorritrice del metodo scientifico. Le arti del trivio e quadrivio, erano considerate "arti liberali", non servili, per distinguerle dalle "arti meccaniche" servili, perché legate alla tecnica (artigianato), con minore impegno intellettuale ma certamente più utile per la vita quotidiana; ma si tratta di classificazioni umane, speculative, fondamentalmente usate per creare gerarchie di potere, intellettuale ed economico e, alla fin fine, sfruttamento.
E' il caso della retorica, quando le parole sono usate in modo elegante, forbito, ma tutt'altro che chiaro per chi ascolta, che sarebbe comunque in grado di capire quei concetti se le parole venissero usate per il fine che ne ha giustificato l'invenzione.
Lo fanno politici, professori, avvocati, per far bella figura con quelli di pari istruzione e, al tempo stesso, per tener lontani coloro che non fanno parte della "casta".
Oggi esistono linguaggi professionali, che solo chi ha una specializzazione riesce a capire. Possono essere nati per praticità ma l'uso speculativo (= truffaldino) si estende anche a questi, perchè è nell'uomo, antico e moderno, divorare l'altro, a meno che non gli serva per produrre reddito.
Costoro sono dunque portati ad usare il latino "Altrimenti" dicono a se stessi "che l'abbiamo studiato a fare?".
A volte sbagliano, come qualcuno che può fa rilevare, perchè la memoria tende a tradire col tempo, ma tanto nessuno se ne accorge, essendo il latino lingua sempre più morta, senza rimpianti, utile solo etimologicamente, qualche volta ma, col caos linguistico col quale oggi abbiamo sempre più a che fare, quella locuzione diventa un ostacolo nella lettura, che si salta volentieri, tanto di solito serve solo per eleganza.
Se, invece, la si sente pronunciare, ci si volta dall'altra parte, lasciando il meschinotto latinomane, immerso nella propria vergognosa tronfiaggine, quasi avesse emesso un peto puzzolente e rumoroso.
Se ritieni di dover dire qualcosa di importante, dillo. Se è veramente importante si tiene su da sola, senza appoggiarsi alla locuzione latina di un saggio (o presunto tale) di un passato che a volte sarebbe meglio lasciar sepolto... ne hanno avute di miserie le civiltà greche, latine, musulmane.
.
Continua comunque ad essere studiato, il latino, insieme al greco, ancor più ostico, semplicemente perchè inserito nei programmi scolastici generatori di "caste" sociali, con propri linguaggi, destinate ad accampare privilegi, nella formazione delle successive caste professionali, sorta di logge massoniche.
Chi usa il latino vuol soltanto far capire all'altro che ha a che fare con uno che ha studiato nel liceo classico, che dovrebbe invece essere un handicap averlo fatto (se solo si pensa a quella nuvola di pop corn che è la mitologia, nella quale navigano bene gli psichiatri).
Il ridicolo è dietro l'angolo, come quando si usano frasi latine per "firmare" un articolo su Internet, che comprende solo chi le ha scritte e chi appartiene alla casta, come il gesto convenuto e misterioso del massone o del mafioso.
Il linguaggio è convenzione, non cultura in se, è uno strumento di espressione, non un fine; la retorica sovverte questo valore a favore della persona colta che, non dimentichiamolo, è sempre un essere umano, quindi un animale vestito, che può fare in ogni momento cattivo uso delle sue conoscenze, per mettere nel sacco l'altro.
Nel rinascimento si diede particolare importanza alla ricerca del bello, inteso come equilibrio (formale ed estetico).
Il barocco è l'arte bella, intesa come puro piacere per la visione. Oggi il barocco è quasi sinonimo di kitsch, non le opere originali, intendiamoci, ma le riproduzioni. Tuttavia, per me, non portarsi in casa un bel po’ di kitsch, quando piace, è più grave del senso di colpa che sopporta chi non ha ceduto alla voglia di possederlo. Quanti estimatori d’arte moderna, sotto sotto, magari in cantina, nascondono intere collezioni di oggetti barocchi riprodotti, da godere in modo esclusivo?
Nel XVIII secolo, la produzione industriale, attraverso le macchine, ha ridotto l'artigianato a poca cosa: come il falegname che fa un mobile di buona qualità, su misura, oppure lo scultore che riproduce il busto di un cliente per un tempietto sepolcrale (c’è a chi piace).
Lo stagnino, l'elettricista, il meccanico, il carrozziere, l'imbianchino…. sono operai, più che artigiani, spesso truffaldini, secondo certe indagini di “Striscia la Notizia”.
"Arts e Crafts" è fra i movimenti nati per conciliare l'arte bella con la produzione industriale - e siano ai nostri giorni -.
Oggi c’è la tendenza a dare all’arte un significato più tecnico, mentre l’”arte bella” vale per estetica.
Tralascio gli innumerevoli significati di arte, elencati nei dizionari, a favore di qualche considerazione psicologica.
L'arte può essere intesa come comunicazione, ovverosia, dopo che il "genio" si è espresso, si vorrebbe mostrare agli altri la nostra opera.
Sorge, quindi, il bisogno, da parte dell’artista, di dare corpo al messaggio, attraverso l’opera d’arte. Non sempre questa comunicazione riesce, in quanto ciascuno di noi percepisce un mondo condiviso ed un altro - incomunicabile - vissuto nel privato.
Da qui i problemi d’interpretazione di alcune opere d’arte, essenzialmente astratte, ma non sempre. Ad es. “La Gioconda”, donna misteriosa, dal sorriso enigmatico.
Una studiosa statunitense, dopo un’analisi di grafica del dipinto, al computer, trovò molti tratti insolitamente coincidenti con il volto dello stesso Leonardo, al punto da potersi interpretare come un autoritratto “criptato”.
E’ nota l’omosessualità di questo geniale artista e scienziato. Freud, in uno studio sul genio umano, notò errori significativi nei grafici rappresentanti i genitali del corpo della donna, riportati in uno studio anatomico di un cadavere. Fatto inspiegabile, poiché Leonardo fu anche uno dei primi anatomisti, a meno di non interpretare l’errore come una sorta di ostilità nei confronti del corpo femminile.
Freud studiò alcuni quadri di Leonardo, scoprendo figure nascoste nell’allegoria che il quadro rappresentava. Come dire “un quadro nel quadro”. A Leonardo piaceva celare (si pensi alla sua scrittura rovesciata), creare interpretazioni plurime nelle sue opere d’arte, probabilmente ciò lo divertiva. Il suo cervello, estremamente efficiente, era capace di cogliere, contemporaneamente, più aspetti della realtà fisica: percepire lo spazio, i volumi, le dimensioni, il movimento degli oggetti come ad altri non era possibile.
Nel creare un’opera d’arte, possiamo scegliere qualcosa che ci rappresenti, da evocare e lasciare ai posteri, per divenire, in qualche modo, immortali (tesi sostenuta da Leopardi).
E’ il caso delle pitture e dei grafici rupestri, o delle caverne, lasciati dagli uomini primitivi. C’è l’arte come dimostrazione della propria grandezza, maturità, genio, affermazione.
Perché è utopica l’immortalità resaci da un’opera d’arte? Anzitutto perché vale per pochi eletti e poi perché, di fatto, non possiamo viverla, ma solo immaginarcela mentre siamo in vita. E’ consolatoria nei confronti della morte. Noi non saremo lì a goderci il successo e poi… potrebbero ricordarci per qualcosa che non ci piace di noi.
C’è l’arte di riflesso, come scelta di un’opera fatta dagli altri: i poster affissi nella nostra cameretta, da adolescenti; la rock star che è grande al posto nostro; e poi l’arredamento… una questione di gusti, qui ogni soluzione è possibile. Ci sono ambienti che ci fanno sentir bene ma nei quali non vorremmo vivere ogni giorno della nostra vita.
Alla casa ci si affeziona al punto che, molti vecchi, perdono la loro identità spostandoli, è come se gli avessero portato via una parte dei ricordi. Il barbone non cambierebbe la sua vecchia roulotte per una albergo a cinque stelle, meno che mai il pericoloso dormitorio della Caritas, ove avvengono ruberie e stupri, fra gli stessi "beneficati".
La mania del nuovo o del sempre diverso, porta a progettare edifici singolari come quello del Beaubourg, a Parigi o la piramide di vetro nel cortile di accesso al Louvre, entrambi replicati in altri musei.
Si tratta di costruzioni semplicemente orripilanti. Ce le hanno imposte, non possiamo distruggerle lanciandoci sopra un aereo carico di carburante, come fu per le Torri Gemelle, anch’esse mostruose, inutilmente alte, con altissimi costi di manutenzione, come per tutti i grattacieli, la cui fine prematura è segnata.
La gente si abitua al bello come al brutto: in un paesino dell’Italia centrale, il sindaco (sicuramente comunista) permise ad uno scultore orientale di disseminare nei giardini del paese, alcune sue opere.
Non piacquero alla gente del posto, ma ormai erano lì e non potevano esser rimosse. Molti anni dopo si decise di spostarle per ristrutturare il parco e i cittadini ne lamentarono l’assenza.
Indubbiamente gli architetti contano su questo: prima o poi la gente si abituerà alle loro originali e quasi sempre orribili soluzioni, cercando di forzare un nuovo concetto del bello, fino a cambiare gusti.
Il fatto è che i cittadini sono indifesi, non possono far nulla se non lamentarsi, tanto nessuno li ascolta. Solo in occasione di rivoluzioni si pone mano al tritolo per distruggere tali obbrobri.
A volte il nulla, ovvero il vuoto, lo spazio, è preferibile a qualsiasi altro oggetto, come spesso propongono gli architetti giapponesi, specie dove lo spazio manca, per sovrappopolazione, come in Giappone, appunto.
L’industria del bello è invece più prudente: fa ricerche di mercato prima di proporre nuovi prodotti, segue le reazioni del pubblico, per i prodotti innovati e cambia design in caso d’insuccessi. Ma si tratta di produzioni di massa; nell’arte si cerca di rischiare di più e si mandano in avanscoperta i critici d’arte a dire cos’è che dovrà piacere, imbonendo il pubblico.
L'inganno, dunque, è l’altra faccia della comunicazione.
Può esistere non voluto, come malinteso, oppure costruito, progettato “a tavolino” e mercificato, come nelle opere d’arte.
Nel nostro mondo specialistico ci sono quelli che si occupano d'arte per professione. Fatta eccezione per i docenti e per i critici, gli altri sono perlopiù venditori, galleristi,
Il talento, il genio, sono “prodotti” che vanno lanciati, esattamente come fossero casalinghi da vendere via etere.
Dalle biografie dei pittori (ma non fanno eccezione gli altri artisti), sappiamo come molti di loro siano morti fra gli stenti. Solo dopo la loro dipartita i quadri hanno avuto successo.
Non è un caso, un pittore vale di più dopo la sua morte, perché non potrà produrre altri quadri e, quindi, quelli rimasti aumentano di valore; esattamente come accade per i francobolli e per le monete.
E’ pur vero che ci sono stati artisti che hanno sempre venduto bene i loro quadri, anche da giovani, Picasso è uno di questi, ma si tratta di eccezioni. Prendo come esempio l’arte pittorica ma l’analisi si può estendere a numerosi altri generi d’arte.
Cos’è che rende famoso un pittore o un genere di pittura? Critici e mercanti sono il perno sul quale ruota il mercato dell’arte e l’orientamento degli acquirenti.
E’ passato il tempo in cui la riproduzione perfetta della realtà, il significato della scena rappresentata determinava il valore dell’opera e, al tempo stesso, del pittore, e forse di qualche altro galoppino che non so.
Comunque, questa congrega, per uscire dal ristagno delle opere d'arte di un certo stile, decide di "mandare avanti" un giovane che, in preda ai morsi della fame, (o sotto i fumi dell'alcol o della cocaina) abbia disegnato qualcosa di orribile. Aaaaahhhhhgggg!!!
Non spaventatevi, è l'urlo del critico che ha scoperto una nuova forma d'arte. Subito quattro soldi all'artista e via con il lancio del nuovo stile.
A questo punto, però, ci deve essere il martellamento pubblicitario su tutte le gallerie d'arte, sui giornali, sulle riviste, l'invito a tutti i paperoni imbecilli, ma gonfi di denaro, alle presentazioni dei quadri del nuovo genio artistico.
La nuova moda è lanciata. E la gente? La gente, temendo di mettere in mostra la propria ignoranza, non fa che ripetere le recensioni dei critici; così si sente "in".
Ecco allora il cubismo, il futurismo, il post futurismo (contagiosissimi perché si estendono anche alla letteratura, aumentando così il caos) la pop-art (ricordate? Warrol, lo stracciarolo demente - così lo definisco io-) l'astrattismo (un pozzo di demenza senza fine) ... i quadri materici (con sopra tutto quanto puoi trovare nella pattumiera).
La mollo qui, non mi va di andare a scovare in un libro d'arte tutta la paccottiglia che la banda dei critici e mercanti hanno messo in vendita nell'ultimo secolo.
Soldi ne circolano tanti ma il successo non si misura dai soldi... o forse si?
Fate voi ma tutto questo non è arte. Basta assistere alle aste televisive per rendersi conto di come è caduta in basso l'arte ma, soprattutto, di come è facile truffare il prossimo.
Abbiate il coraggio di dire: "Questo quadro fa proprio schifo" anche se firmato da Picasso; entrerete a far parte delle persone libere, che usano i propri sensi, la propria intelligenza, la propria sensibilità, per valutare il mondo.
Non abbiate paura, i migliori giudici per l'arte siamo noi stessi.
Non riempite le vostre case di porcherie. Una cosa che ho imparato dai giapponesi: gli spazi vuoti sono una forma di arredamento.
Molti oggetti del nostro arredo urbano dovrebbero semplicemente scomparire, interi quartieri ingoiati dal vuoto, lasciando alla natura il compito di riempirlo con nuova flora e fauna spontanea, rimarginando le ferite e le amputazioni inferte dall'uomo.


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MessaggioInviato: 16/12/2013 - 01:06 
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Sulla scuola italiana
scritto il 22/09/2005

Le cronache dei giornali e dei notiziari televisivi sulla scuola hanno maturato in me, di essa, una opinione assai critica.
Potendo, preferirei mandare mio figlio ad una scuola privata (ma non ho figli).
Oggi nella scuola pubblica succedono cose impensabili prima del ’68.
La “contestazione globale” fu il criterio discriminante fra una scuola che funzionava, prima di allora, dal caos attuale, progressivo ed inarrestabile.
Oggi, dopo tanti decenni, possiamo tranquillamente affermare che il ’68 non ha portato nulla di nuovo; tanti disastri per nulla.
Le trasformazioni nelle società ci sono sempre state ed avvengono anche meglio quando nessuno si agita.
A volte non si tratta di autentiche novità ma di adeguamenti temporanei, frequenti nella storia.
Sì, perché, riflettendo, cosa ha di diverso l’uomo moderno da quello di millenni fa?
E’ cambiato l’ambiente, oggi più ricco di oggetti da lui costruiti, a spese di un degrado senza precedenti.
Crudele assassino era, ottuso assassino è rimasto, ad onta degli insegnamenti di tante religioni ed altrettante istituzioni giuridiche, con chilometri cubici di codici.
Un tempo, prima del ’68, la scuola era il tempio del sapere. Lo so perché al tempo avevo venti anni e frequentavo la scuola serale.C’era rispetto e stima per gli insegnanti.
Gli studenti erano attenti, non disturbavano, forse avevano perfino timore, ma imparavano.
I banchi duravano generazioni. Il mio banco di scuola media aveva ancora il posto per il calamaio.
Le scuole erano pulite sia perché i bidelli (e non gli “operatori scolastici”) le pulivano, sia perché gli studenti non le sporcavano. Oggi, invece, le demoliscono, con le occupazioni “per la pace nel mondo” o per mille altri pretesti; le allagano per non fare i compiti in classe, le incendiano, rubano gli strumenti ed i computer, ci bivaccano di notte con i loro droga-party.
Oggi si parla di bullismo, di mobbing, di baby gang che torturano i compagni.
Rubano loro la merenda -se sotto i dieci anni- o il telefonino, la play-station, il riproduttore mp3, se sopra i tredici. Sottraggono la paghetta; arrivano a stuprare le compagne ed a rapinare vecchiette.
Uccidono suore in riti satanici, uccidono i genitori, per averne in anticipo l’eredità, o per bloccarne per sempre l’azione educativa.
Poi sono largamente perdonati da una giustizia disarmata e sterile, che incoraggia al crimine.
Su di essi si scrivono romanzi e si girano film.
In aula si fuma, si lanciano sms, come piccioni che girano la ruota in cambio di granturco.
Nei bagni ci si droga; ogni centimetro quadrato di superficie è insozzato da “writers”, -Batman con bomboletta spray- convinti che il mondo cambi con un “ffffttttzzzzzsssshhh” nuvoletta di peto all’idrocarburo, sotto pressione.
C’è allarme per la diffusione della droga fin dai sei anni: come siamo caduti in basso, signori politici! Troppo lassismo, troppa misericordia per i criminali: arrestati con fatica e rischio dalle forze dell’ordine, liberati dai giudici –quasi tutti di sinistra- dopo qualche giorno.
Tornano al crimine, vendicandosi di chi li ha denunciati.
E poi venite a chiedere ai cittadini di collaborare?
Gli adulti hanno la mania di “mettersi intorno ad un tavolo”, quasi sempre per bere soltanto un po’ d’acqua minerale, fra cascate di chiacchiere. Le “cene di lavoro” sono da preferire, almeno si mangia.
I presunti studenti, invece, vanno ai concerti rock “per l’Africa”, bruciano bandiere nelle manifestazioni, urlano slogan paleolitici.Pensano, in tal modo, di aver fatto qualcosa per cambiare il mondo, il quale, invece, rimane com’era, ma con un po’ di cartacce in più per terra.
Quelle manifestazioni, incubo per i cittadini normali, in realtà equivalgono alle vecchie “danze per la pioggia”, riti totemici intorno ad un palo (ricordate gli “indiani metropolitani”?).
Ma qualcuno venderà milioni di dischi, con quei concerti, e qualcun altro rastrellerà milioni di voti alle prossime elezioni.

I prèsidi che osano dire qualcosa sugli ombelichi al sole delle studentesse, sui loro sederi fuoribordo, sui pantaloncini che lasciano intravedere la peluria pubica, sulle quintalate di piercing e sui metri quadrati di tatuaggi; vengono messi alla berlina, perfino denunciati ed attaccati dai genitori, perché troppo “autoritari” o magari fascisti.
Alcuni studenti si permettono di sbertucciare il loro insegnante, fra i ragazzi c’è sempre un boss, intoccabile, che comanda e guida al caos gli altri.
Purtroppo il ’68 –ed io l’ho vissuto- ha trasformato in peggio ogni livello di istruzione. Ricordate il 6 politico? I docenti universitari minacciati e picchiati?
Le interminabili “assemblee studentesche” sul nulla?
Le occupazioni delle scuole (è cosa d’oggi) con votazioni per alzata di mano?
E chi non era d’accordo era fascista?
Quelle generazioni impararono assai poco. Avranno, forse, recuperato tardivamente, sul posto di lavoro.
Si, perché poi è la vita che insegna e seleziona, questa sì, per amore o per forza.

Altra bella trovata delle forze di sinistra fu quella di inserire in aula i “diversamente abili” con i rispettivi “insegnanti di sostegno”… un inutile aggravio per lo Stato (avevo un’amica fra questi).
Ne avrei di cose da dire -aneddoti raccontati dai colleghi di lavoro- (sarebbero ideali, invece, scuole speciali, con insegnanti preparati per le loro difficoltà).
Oggi la classe diventa ostaggio del “diversamente abile” il quale vuol vendicarsi della disgrazia che gli è capitata (spesso voluta e programmata dal clero, che persuade le gestanti a partorire feti malformati).
Ora si sono inventati le scuole multi-etniche, pensando in tal modo di prevenire le carneficine che solitamente devastano le società miste, fino a ricostituire piccoli stati per ciascuna etnia, come è successo nella ex Jugoslavia. Sono esperimenti destinati a fallire, ci si accorgerà di ciò quando ormai sarà troppo tardi per ripensare le trasmigrazioni bibliche attuali.
Intanto i musulmani cominciano a ricattare il governo: vogliono le loro madrasse; non si integrano.
Domani lotteremo per l’Italia come gli israeliani oggi per il loro paese, per non scomparire dalla faccia della terra.
Insegnanti e studenti hanno boicottato la riforma.

Stessa cosa stanno facendo i giudici per la loro. In entrambe i casi, assai prima della cultura e della giustizia, ci sono gli interessi di categoria ed i privilegi da difendere (i famigerati COBAS, sono dappertutto! Demolitori di professione) specialmente per i giudici, con le unghie e coi denti.
Lo Stato, notoriamente, può quasi nulla sui propri dipendenti.
Non è possibile disciplinare, licenziare chi non fa il suo dovere.
C’è assenteismo cronico nella scuola (ho frequentato per due anni un gruppo di amici insegnanti), e ciascuno fa quel che vuole. Non c’è concorrenza, tutti livellati, tutti promossi.
Respinti i tentativi dei riformatori di dare promozioni ed aumenti solo a chi merita.
E’ così per tutta la pubblica amministrazione, vero salasso per l’economia nazionale.
Non dimentichiamo che più della metà del bilancio statale va proprio agli insegnanti e al ministero della P.I. -oltre un milione di impiegati-.Troppi, troppi, troppi.
La rivoluzione informatica non ha scalfito minimamente la pubblica istruzione: avrebbe potuto decimare gli insegnanti e ridurre drasticamente i costi per le famiglie (pensate solo ai testi in rete, ad un computer per ogni banco).
Difficile conoscere il numero esatto dei dipendenti, non te lo dicono.
E’ così per tutti gli enti statali, non vogliono che si facciano loro i conti in tasca: pappare senza far sapere nulla questa è la parola d’ordine.
L’intero paese è in mano alla pubblica amministrazione (statale, regionale, provinciale, comunale, circoscrizionale, rionale condominiale) e questa, solitamente, è “sotto cassa mutua”, come si diceva un tempo, o è uscita per una puntatina al supermercato.
Ricompare solo quando c’è da scioperare per i contratti, con aumenti del 20% superiori a quelli dei lavoratori privati, che devono mantenerla.
Nelle regioni, alcuni burocrati percepiscono stipendi venti volte più alti dei comuni impiegati.
Oggi vanno di moda gli stipendi dei consiglieri regionali, intorno ai duecentocinquantamila euro l’anno (più dei deputati al parlamento europeo, per far nulla, poi).
Gli impiegati dei comuni, delle province, delle regioni, si riuniscono per aumentarsi gli stipendi, grazie all’autonomia data alle regioni.
Poi si mettono “intorno ad un tavolo” per studiare nuove tasse che finanzino i loro stipendi.
Sono degli inetti, ma potrebbero diventare assai più pericolosi se decidessero di boicottare i servizi ai cittadini.
Quando possibile, sarebbe meglio andare a studiare all’estero o emigrare definitivamente… ma dove?


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MessaggioInviato: 24/12/2013 - 00:31 
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Cattività
Due anni fa, a giugno, regalai a mia sorella una coppia di cocorite, piccoli pappagalli denominati “inseparabili” perché formano coppia fissa per le covate.
Sono animali tropicali e vivono anche vent’anni se curati, bisogna mantenerli al caldo d’inverno.
Per ragioni sconosciute un esemplare morì.
Per non lasciare solo l’altro, Anna si recò con la gabbia in un negozio di animali, per acquistarne uno del sesso opposto. Occorre infatti l’occhio di un esperto per individuarne il sesso (oggi sta accadendo anche alla specie umana).
Di solito covano in autunno ma per il primo anno non successe, forse perché ancora non maturi.
Un giorno capitò un fatto singolare. Mentre erano in veranda, in un pomeriggio di sole, un altro cocorito si posò sulla gabbia, forse a sua volta fuggito da una qualche abitazione del circondario, evidentemente attratto dagli armoniosi cinguettii che i cocoriti emettono in continuazione.
Qualcuno usa infatti liberarli, per farli volare in casa e non di rado possono uscire da una finestra lasciata distrattamente aperta.
Sono pappagallini ammaestrabili, si posano sulla spalla per prendere il cibo, c’è chi riesce a far dire loro qualche parola.
Anche Anna provò a lasciarli liberi in veranda, un paio di volte, ma era poi difficile farli rientrare. Come si allontanava correvano in gabbia solo per nutrirsi, per uscirne subito dopo.
Con un po’ di pazienza e l’aiuto di un cappello, Anna riuscì a catturare il nuovo arrivo; lo mise insieme agli altri e poi di nuovo nel negozio di animali, per individuarne il sesso e trovarle un compagno - si scoprì che era femmina.
La combriccola conviveva armoniosamente, grazie anche alle dimensioni generose della gabbia multi-accessoriata e i nidi spaziosi tutt’intorno, due grandi per le covate e due piccoli per chi se ne volesse stare un po’ da solo.
Tutti abbiamo bisogno di un rifugio solitario, certe volte.
Mia sorella ci si dedicava e s’intratteneva spesso con loro, per porgere varie leccornie che s’inventava, dall’esterno.
Si faceva beccare il dito e li accarezzava con un bastoncino, dietro il capo. Mostravano di gradire queste tenerezze, in particolare l’ultima arrivata, che forse era stata un po’ ammaestrata avendo più confidenza con la padrona.
Passò un anno e quest’estate Anna, forse un po’ troppo occupata, decise di dare a me la cura dei suoi animali.
Li portai a casa mia e, in ottobre, le due coppie, dopo vistose effusioni, covarono, nei rispettivi nidi e a varie riprese, alcune uova, della grandezza di una nocciola. Dopo alcune settimane nacquero due pulcini per ciascuna covata.
Mi curavo di tenerli al caldo e di non disturbarli, infatti, appena mi avvicinavo, subito volavano dentro il nido.
Udivo i pigolii dei nuovi nati e di lì a poco mi aspettavo che uscissero.
Ma non accadde.
Dall’alto aprii con premura il soffitto scorrevole del nido di compensato e li trovai tutti morti.
Andai nel negozio di animali per chiedere spiegazione del fenomeno. Il gestore mi disse che poteva succedere le prime volte, sarebbe andata meglio il prossimo anno.
Qualcosa mi dice che accadrà la stessa cosa.
Gli animali in gabbia, non avendo appreso dai genitori come si nutrono i piccoli, non sanno cosa fare.
Non serve proteggere negli zoo le specie in estinzione.
Ammesso che si riproducano, non potranno più uscire, perché il loro habitat - nel frattempo - è stato distrutto dalla specie umana, in inarrestabile riproduzione e contemporanei massacri.


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MessaggioInviato: 10/01/2014 - 00:53 
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Le ragioni della morte
(scritto nel novembre del 2001)

Ogni periodo della vita mi ha offerto un’idea diversa di morte.
Ad una malattia come il cancro è facile associare la morte, preceduta da indicibili sofferenze.
Vivere per sempre è peggio che morire.
Chi ha vissuto oltre la cinquantina, anno dopo anno, vede sparire tante persone intorno a se, non solo i propri familiari ma anche uomini e donne di cultura, modelli di riferimento con i loro ideali di vita e poi ancora, attori amati, comici e drammatici, cantanti ….
Alla domanda: “Conviene vivere?” rispondo come risposi a 16 anni: “Converrebbe non nascere, se dipendesse da noi”. Gli eventi della vita non hanno cambiato questa opinione ed ora, alle soglie della vecchiaia, la confermo ancor più.
Quelli che non nascono non possono certo rimproverarti per non averli messi al mondo.
Io ho in realtà numerosi figlioli, non ne conosco esattamente il numero, ma sono lì, sull’uscio, ed ogni mattina allineati mi salutano in coro, proprio quando esco per andare al lavoro:
“Grazie papà per non averci messo al mondo”
“Non c’è di che figlioli” rispondo io
Eroismo è mettere al mondo figli, non farlo è ancor di più: significa spezzare l’ininterrotta catena della vita, della sofferenza, della morte.
Sono fiero di questa mia scelta, più dovuta al caso che alla volontà.
Ci fu un periodo della mia vita, dai trenta ai trentacinque anni, durante il quale ero sentimentalmente vulnerabile.
Mi ero messo in testa che, per dare uno scopo alla mia vita, dovessi metter su famiglia. Che errore avrei fatto! Come firmare una condanna a vita ai lavori forzati.
Più d’una volta m’è venuto in mente di cercare le donne da me corteggiate un tempo, col proposito di far loro un bel regalo per essersi negate. Ora capisco quanto avessero ragione!
Ci sono donne che sbagliano continuamente la scelta dei loro partner; altre, invece, intuitivamente evitano gli uomini che, per qualche motivo, non funzionerebbero come compagni per i tempi lunghi, duri o difficili.
Ho soltanto avuto una fortuna sfacciata ad aver incontrato quest’ultimo tipo di donne, tutto qui! Non voglio farmene un merito, ci mancherebbe, è come vincere alla lotteria: ci si ritrova miliardari senza fatica e con poca spesa.
Fare famiglia non è per tutti. Ci vuole talento, vocazione, carattere, tenacia, e sono certo di non aver elencato tutte le qualità necessarie a questo fine. Per accedere all’università bisogna superare degli esami attitudinali, ancor più se ne dovrebbero superare per sposarsi.
Non c’è niente di male scoprire, durante le lezioni universitarie, di non avere le qualità per studi così impegnativi, meglio allora lasciarli per trovarsi un lavoro.
Se, invece, dopo qualche anno, ci sembra d’impazzire nel menage familiare, magari dopo aver messo al mondo uno o due figli, sono dolori e grane, non solo per se ma anche per chi abbiamo coinvolto nell’impresa.
Nascere, dunque, non dipende dalla nostra volontà, né si può sempre considerarlo un evento gioioso, anzi...
Rimanere al mondo invece dipende da noi; in qualsiasi momento potremmo toglierci la vita. In realtà, per un essere vivente le decisioni non sono così razionalmente semplici. Tutto il nostro organismo, fatto per vivere e per sopravvivere, si oppone all’idea, al punto da farci star male se non accettiamo la vita incondizionatamente.
Chi ha poca stima della vita manda, senza accorgersene, dei messaggi di morte al suo organismo. La nostra biologia è autonoma, silente, ma anche facilmente influenzabile.
Guarire da una malattia significa eliminare comportamenti errati, schemi di pensiero che hanno minato il nostro sistema immunitario, sabotato funzioni biologiche fondamentali per il nostro benessere.
Vivere significa scegliere la vita, bandire i pensieri negativi; varcare il versante, stare sempre da una parte, collaborare anche con le più piccole cellule.
Ogni essere vivente ha un suo ciclo di vita, quello dell’uomo primitivo, che riusciva a sopravvivere alle malattie infantili, terminava verso i trent’anni e tale è rimasto per millenni.
Solo negli ultimi due secoli la durata della vita si è più che raddoppiata, grazie all’abbondanza di cibo, alle migliorate condizioni igieniche, ai progressi della medicina.
Siamo giunti ad un limite da non valicare, a mio avviso. Tutte le successive ricerche dovrebbero essere volte al miglioramento della qualità della vita, non alla sua durata.
Mia madre (morta a 73 anni) è vissuta quasi sette anni con i postumi di un tumore al retto, che ha comportato una mutilazione e la stomizzazione dell’intestino restante.
Dopo aver subito l’intervento chirurgico, si è sottoposta a cicli di chemioterapie e radiazioni, a cure con interferoni e frequenti ricoveri in ospedale per i motivi più diversi.
Negli ultimi sette mesi richiedemmo (mia sorella ed io) un intervento sulla colonna vertebrale, per ridurre i dolori prodotti dalla recidiva e dalle metastasi. I risultati furono buoni, al punto da credersi guarita, ma perse quasi totalmente la motilità della parte inferiore del corpo.
Quell’operazione non le prolungò la vita ma rese la sua agonia meno dolorosa.
Con l’asportazione del retto, la stomizzazione, le successive chemioterapie e irradiazioni con l’acceleratore lineare - cure certamente dolorose – con frequenti ricoveri per i fastidi più diversi… ci fu il prolungamento della vita (solo pochi anni prima si sopravviveva due o tre anni, con questo tipo di tumore) ma con una qualità molto bassa.
Non ne è valsa la pena, a mio avviso, lo dico con ferrea certezza. Se dovesse succedere a me … eutanasia subito! Non in Italia, ovviamente ma ho messo una somma da parte per questo fine, recandomi in un paese che renda possibilie una buona morte. Il mio timore è che me lo impediscano. L'alternativa è uno di quei suicidi orrendi dei quali abbiamo notizia dai media, ma in fondo si tratta di un attimo, preferibile ad una degenza dolorosa, dove si morrebbe mille volte.
Ho avuto una zia morta a 89 anni, dopo anni di seminfermità, ma già a partire dagli 80 anni il degrado mentale s'era accentuato. La cosa si sta ripetendo con un’altra zia, ora 84enne: sragiona, ha poca coscienza di se. Senza alcuni medicinali stimolanti il cuore, la diuresi ed altro, già sarebbe morta.
Assistendo i miei familiari anziani e frequentando ospedali e case di cura, ove erano ricoverati nella parte terminale della loro esistenza, mi sono fatto un’idea abbastanza precisa sulla vecchiaia e la durata della vita. A dispetto dei medici – aggiungerei - sempre reticenti nel dare spiegazioni; per rispettare la privacy dicono loro; per non capirci più di tanto dico io.
Non credo alle favole sull’efficienza senile, specialmente quando si vogliono salvaguardare persone con cariche civili o religiose importanti.
Meglio far posto a persone meno anziane; nessuno è insostituibile. Di solito sono questioni di potere o di casta a tenere inchiodati sulle poltrone personaggi che hanno fatto il loro tempo.
Questi vegliardi sono continuamente soccorsi dai medici che curano la loro decadenza con i farmaci e le terapie migliori, senza badare a spese.
Le leggi della psicologia ci dicono che solo chi ama il potere fin nelle ossa riesce a conseguirlo. E’ presumibile pensare allora che il potere sia proprio l’ultima entità che abbandonerà il loro essere.
Hanno sempre una “missione” da compiere; un Dio che li mantiene in vita a questo fine; non lo fanno dunque per loro stessi, ma per rendere un servigio a Dio o alla Nazione. Questa follia di onnipotenza domina la loro mente; così fu per i peggiori diddatori.
Solo le gravi malattie e la morte ci salvano dalla gerontocrazia.
Salvo poche eccezioni, al livello delle cure oggi possibili, le persone ultraottantenni hanno un rapido declino fisico e intellettivo. Per me porrei ad 80 anni il limite estremo della mia vita, anche meno nel caso di malattie invalidanti.
La morte non si attende le si va incontro.
Quanto è costata allo stato la malattia di mia madre? L’averla mantenuta agonizzante per sette anni? Alcune centinaia di milioni di lire, ai costi degli anni ‘90. Ho fatto un calcolo approssimato, senza contare le cure personali da noi (me e mia sorella) prodigate ed ignorando il mio perenne stato di depressione (ho anche avuto attacchi di panico) non valutabili economicamente.
Tutte queste cure hanno forse reso meno infelice mia madre? La risposta è No!
Quante volte ho sentito mia madre invocare la morte!
Le ho perfino chiesto una volta: “Mamma, se su questo comodino tu avessi un bicchier d’acqua che, senza sofferenza alcuna, ti facesse morire, lo berresti?” “Berrei subito” rispose mia madre.
A metà dicembre del ’93 mia madre entrò repentinamente in coma, per morire l’anno successivo, a fine gennaio.
Un giorno chiesi all’infermiera di praticare una puntura calmante per mia madre, perché mi sembrava che soffrisse, si lamentava incessantemente, in modo flebile. “Non possiamo farlo” rispose “Rischieremmo di procurarle un arresto cardiaco”, come dire: "Deve crepare soffrendo, perchè così vuole la nostra etica istituzionale e la morale religiosa"
Un mio collega ingegnere ebbe il padre (fumatore) in lotta con la morte per un cancro al polmone, sotto una tenda ad ossigeno. Soffriva; chiese al medico di dargli un calmante. Anche in questo caso il medico gli risposte che quasi certamente suo padre avrebbe avuto un arresto cardiaco.
“Facciamolo” implorò il mio amico, il dottore fece quella puntura e l’agonia ebbe termine. Si trattò in pratica di una forma di eutanasia, tenuta nascosta. L’antidolorifico non sarebbe stato mortale se il malato non fosse già agonizzante.
Il trattamento che invece riservarono a mia madre fu ben più atroce: tolsero ogni tipo di alimentazione, anche i liquidi. Il suo corpo era talmente gonfio da non accettare più neanche l’ago per la flebo: le vene si rompevano dopo poche ore.
Io pensavo che non avrebbe superato la notte; invece visse per altri quattro giorni, sempre in coma, lamentandosi in continuazione. Solo poche ore prima di morire riprese a bere per bocca, con il contagocce, mio tramite, respirando affannosamente.
Giuro che quello era il modo peggiore di morire e mia madre aveva sempre temuto di finire proprio così.
L’attuale legislazione, ispirata ai principi cristiani, condanna forsennatamente qualsiasi forma di eutanasia. Le religioni, anche in questo campo, si sono rivelate particolarmente crudeli e sadiche, al solo fine di mantenersi fedeli a principi di fede disumani.
Tali principi, totalmente inventati ed arbitrari (ideati da profeti che dicono di aver parlato con Dio, di fatto dei malati di mente “intelligenti” o semplicemente dei capi assai furbi) controllano gli eventi più significativi della vita umana: nascita, insegnamento scolastico, matrimonio, vita economica, legislazione, malattia, morte.
Quei principi di fede potevano avere qualche validità in epoche durante le quali la specie umana ha rischiato l’estinzione, per l’alta mortalità: poco oltre i venti anni la vita media; solo a metà del XIX sec. raggiunse i 35 anni. Ogni individuo valido doveva dunque procreare, senza sosta.
Oggi, molti ordinamenti civili e religiosi, che fino all’altro ieri hanno regolato la vita sociale, andrebbero cambiati.
Voglio intanto cogliere una gravissima contraddizione, per quel che riguarda la posizione della Chiesa sull’eutanasia: con i costi quotidiani di mantenimento in vita di un malato terminale, si potrebbero salvare dalla morte per fame e per le malattie indotte dalla fame, decine di bambini, nati sani ma privi di risorse per il loro mantenimento.
Stessa cosa dicasi per quei bambini nati con gravi malformazioni, quando un aborto terapeutico poteva prevenire tante sofferenze per il nascituro, per i genitori, per la società che dovrà sopportare gli alti costi dell’assistenza a vita.
A volte immagino di essere uno di questi errori della natura: pietosa, essa avrebbe in poche ore posto fine alla mia vita malriuscita, come accadeva prima che fosse inventata la religione.
Purtroppo sono incappato in un’organizzazione ecclesiastica (ovvero in un’etica laica, istituzionale) che mi considera dono divino e per questo artificiosamente prolunga all’infinito le mie sofferenze, convinta di farmi del bene e, se dei riflessi condizionati mi strappano una smorfia scambiata per sorriso, gioiscono pensando d’avermi fatto felice; anche loro si vedono più vicini al paradiso per il bene che mi stanno facendo!
Come può un essere indifeso salvarsi da costoro?
Deve soffrire fino alla fine, inconsapevole oggetto di salvezza per i credenti.
Non solo, dunque, la Chiesa fa danni e promuove sofferenze sull’emisfero ricco del mondo ma, con non minore ottusa pervicacia, ostacola in ogni modo il controllo demografico nell’altro emisfero, quello della povertà.
La chiesa, la religione, i religiosi obbligano alla gravidanza milioni di donne violentate o forzate alla gravidanza da ataviche imposizioni culturali, pur sapendo che i nuovi nati moriranno di fame, per malattie, per mancanza di risorse, perpetuando lo stato di sottosviluppo.
I missionari arrivano perfino a proibire l’uso dei profilattici, per la prevenzione dall’AIDS, pur di non impedire le gravidanze, permettendo così alla malattia di propagarsi.
Tutto questo per mantenersi fedeli ai principi di fede. Che senso ha parlare con qualcuno che, prima ancora che tu apra la bocca, ha già tutte le risposte pronte e non da oggi, da duemila anni?
I malfattori manifestano chiaramente le loro cattive intenzioni, puoi predisporti per una difesa; ma chi ti difenderà da coloro che vogliono farti del bene? Il loro bene?

Torno sulle “ragioni della morte”: cosa ha permesso alla natura di diversificare e perferzionare forme di vita in modo sempre così straordinario ai nostri occhi? Cosa c’è alla base di così tante evoluzioni avvenute in milioni di anni?
La risposta è semplice: cicli di vita chiusi, che hanno cioè un inizio ed una fine. La nascita e la morte di ogni essere vivente regolano l’evoluzione delle specie.
La morte dunque, vuoi come atto riparatore per errori genetici o come fattore selettivo ambientale, è stato, fino ad oggi, lo strumento attraverso il quale la natura ha reso possibile forme di vita sempre più evolute e differenziate.
Se oggi consideriamo la specie umana come la più evoluta (ma non lo è: l'intelligenza porterà l'uomo alla propria estinzione, si tratta di un errore che la natura correggerà), non possiamo che attribuire i meriti di questa evoluzione ad uno strumento selettivo indispensabile: la morte.
La morte dunque va accettata; intervenire sul DNA per manomettere i geni dell’invecchiamento significa dare alla specie umana un’ingiusta supremazia che, nel lungo termine, non andrà a vantaggio della specie.
Basta considerare soltanto alcune delle conseguenze possibili: nel prossimo futuro, ad esempio, potranno essere mantenute in vita anche persone vecchie: più si prolunga la loro vita più aumenta la loro vecchiaia.
Tuttavia, poiché le risorse rimangono le stesse, mantenere in vita persone sempre più vecchie significa non poterle sostituire con dei giovani.
Il passo successivo potrebbe essere di non arrivare mai all’invecchiamento; cioè mantenere un’età adulta ottimale; sparirebbero in tal modo vecchi e bambini. Sarebbe un mondo statico, per pochi eletti.
Forse l’esperienza, acquisita e mantenuta all’interno di una stessa generazione, potrebbe prevenirne altre. Potrebbe ridursi o scomparire la criminalità, con una equa distribuzione di beni. Con una durata della vita così estesa si potrebbe comandare a turno, svolgere le più diverse professioni, tornare più volte all’università per nuovi studi.
Chissà quali nuovi conflitti sorgerebbero...
Ben vengano invece quelle ricerche che prevengono le malformazioni genetiche, le tare ereditarie. Ciò significherebbe un numero sempre minore di disabili alla nascita. Rimangono tuttavia le invalidità dovute alle malattie ed agli incidenti stradali: ogni giorno centinaia d’invalidità permanenti, di varia gravità.
Fra i costi della nostra civiltà automobilistica ci si dimentica sempre di mettere le centinaia di migliaia di invalidità causate dagli incidenti d’auto: una fabbrica del dolore che lavora 24 ore su 24.
Anche sul fronte della lotta all’invalidità troviamo la Chiesa: c’è sempre un qualche precetto che ostacola le ricerche. E’ una faccenda vecchia di secoli: la Chiesa e le religioni hanno sempre ostacolato il desiderio di conoscenza dell’uomo.
Per i sacerdoti più radicali o fondamentalisti, di ogni religione, c’è una sola scienza: quella scritta sui libri sacri; tutto il resto è opera del demonio.
Con grave ritardo la chiesa si è adeguata ad alcune delle nuove conoscenze e solo per non vedere assottigliarsi le schiere dei fedeli: ci sono voluti cinque secoli per perdonare a Galileo le sue scoperte.
Prima ancora che trovare rimedi per il cancro, o allungare la vita, bisogna lottare contro il dolore, migliorare la qualità della vita del malato e del vecchio, stabilire un limite, deciso dal malato, oltre il quale la vita non vale più la pena di essere vissuta, dando così termine alle cure, per passare all’eutanasia.
Bisognerà poi arrivare, quanto prima, ad una legge che renda legale e somministrabile l’eutanasia con l’aiuto del SSN, su richiesta del malato, anche scritta in precedenza, nel caso non abbia più la capacità d’intendere e di volere, a causa della malattia.
La Chiesa e la religione, con l’etica del dolore, considera, già su questa terra, come iniziata l’espiazione dei peccati. Sono le torturatrici folli per eccellenza, con un picco di pazzia quando ritengono di fare il bene migliore possibile. Sono il chirurgo pazzo che ti squarta, sorridendo, tenendoti legato al letto operatorio.
Non devono, per questo, più avere voce in capitolo. Devono rispettare la volontà dell’essere umano, il quale soffre realmente.
L’apparente disinteresse per le cose materiali che hanno i religiosi porta, di norma, a pensare che siano le persone più raccomandabili per l’assistenza ai malati.
Non lo sono affatto, perché per loro il malato, come creatura divina, non è padrone della propria vita. Si sentono in dovere di appropriarsene, di decidedre per lui, secondo la loro dottrina, operando su di esso trattamenti che prolungano a dismisura le sue sofferenze, ignorando la sua richiesta di porre fine ad ogni cura ed alla vita stessa.
Abbiamo bisogno invece di persone laiche che basino le loro azioni sulle nuove conoscenze dell’essere umano, sui cambiamenti culturali, tenendo conto soprattutto della volontà del malato, insindacabile, su quando terminare la propria vita, durante una grave malattia, anche quando vi siano remote speranze di guarigione -ma a costo di gravi sofferenze o successive invalidità- servendosi dell’aiuto di medici che hanno scelto liberamente e legalmente di darlo.
Ed ora una mia poesia:

Povero vecchio
Io sono un povero vecchio
e porto la tazza alla bocca
finisce però in un orecchio
poi cade e si rompe la brocca

Io sono un vecchio malato
inghiotto tre o quattro pasticche
mi lavo col permanganato
l'artrosi poi fa le ripicche

Io sono un vecchio bavoso
mi corico sul letto ortopedico
la notte assai poco riposo
a levarmi sarà il paramedico

Io sono un vecchio noioso
mi attacco a telefono amico
un mezzo troppo costoso
rimango a mirar l'ombelico

Io sono un vecchio demente
aspetto il giorno che passa
domani ricordo più niente
in testa frastuon di grancassa

Io sono un vecchio assai stanco
recarmi vorrei in farmacia
trovar fra i prodotti da banco
una bibita all'eutanasia.


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MessaggioInviato: 04/06/2014 - 00:37 
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il pregiudizio
4 giugno 2014 alle ore 0.30

Al pregiudizio è assegnata generalmente una connotazione negativa, intendendosi come tale una forma di giudizio affrettata, con dati non sufficienti per valutare l’oggetto del giudizio: persona, popolo, fatti storici, cronaca ecc.
Di pregiudizi si parla spesso e sembrano, nelle loro varie forme e sembianze, molto diffusi e difficili da sradicare… ma è davvero il caso di farlo? Sono poi così negativi o, in qualche modo, si possono giustificare?
Si può ravvisare una certa loro utilità nell’esercitarli?
Più che parlare di pregiudizi buoni o cattivi, è più utile classificarli in giusti o errati.
Il buono e il cattivo sono concetti etici, mentre il giusto e l’errato sono accezioni razionali. Voglio dire che buono e cattivo sono valutazioni che fanno riferimento ad una ideologia, ad una religione, come dire visioni del mondo, frutto di ideazioni umane, che non sempre trovano riscontri logici col mondo reale.
Ad es. il rapporto sessuale di un adulto con una donna di età inferiore ai 18 anni è ritenuto reato.
Per la natura, invece, una ragazza che abbia avuto il menarca - il primo mestruo - è donna a tutti gli effetti, capace di generare un nuovo essere umano. Di solito le forme acerbe di un’adolescente si perfezionano, arrotondandosi ed irrobustendosi negli anni successivi, fino ai 18 anni ed ai 21 per i ragazzi.
Se però un’adolescente rimane incinta, questo processo viene accelerato.
Si potrebbe obiettare che quella ragazza non è ancora matura, psicologicamente, per affrontare una gravidanza, ma chi può dirlo?
La natura, con la sua sapienza, acquisita attraverso successi ed errori in oltre 4,5 miliardi di anni, ha deciso che una femmina umana, raggiunto quel grado di sviluppo fisico e psicologico, è matura per avere figli.
Parimenti, i medici hanno scoperto che il periodo riproduttivo migliore per la donna, va dal menarca ai 28 anni, entro quest’età la donna deve aver portato a termine tutti i suoi allattamenti.
E’ chiaro che essa potrà continuare ad avere figli anche oltre i 40 o i 50 anni, ma la sua prole sarà affetta da difetti e tare crescenti. Lo stesso vale per il suo compagno: dopo i 43 anni, in media, lo sperma, sarà degradato e, in combinazione con ovuli femminili degradati o vecchi, darà prole meno adatta ad affrontare la dura selezione ambientale.
Con questo intendo dire che l’etica, la morale, spesso non vanno d’accordo con le leggi della natura, presentando un certo grado di arbitrarietà. Come dire che propugnano regole, giudizi contestabili o rigettabili, a seconda dell’esperienza che ciascuno ha della realtà.
Cos’è, dunque, il vero e il falso?
Il vero è ciò che concorda con le leggi naturali le quali, attraverso il sopradetto percorso di soluzioni vincenti per la vita sono rimaste, mentre altre che hanno portato a morte prematura sono scomparse, permettendo lo sviluppo di organismi sempre più complessi e perfezionati, fino ad arrivare all’uomo.
Non è detto, però, che l’uomo rappresenti il successo definitivo per la natura, potendo esso, con i suoi comportamenti dissennati, non ultimo la riproduzione eccessiva della propria specie, portare ad un collasso ambientale, fino ad autodistruggersi risultando, in tal modo, solo uno dei tanti tentativi della natura di integrare il maggior numero di forme di vita in equilibrio armonico tra loro, pur fra tante lotte reciproche per la sopravvivenza, sempre cruente.
Il nostro corpo porta una gran numero di segni di precedenti evoluzioni che sono rimasti, a testimonianza della nostra provenienza da specie primitive, che si sono poi evolute.
Ad es. abbiamo il coccige, come rimanenza della coda che i nostri antenati primati avevano, famiglia alla quale apparteniamo tutt’oggi.
Il maschio della specie umana ha due mammelle atrofizzate: durante il suo sviluppo il feto è femminile, solo successivamente avviene la differenziazione in maschio, se questo era il suo destino al momento del concepimento.
Le mammelle sono la rimanenza di questo passaggio, non più regredibili.
E’ evidente che il maschio non può aver allattato, in un lontano passato; la differenziazione in sesso maschile e femminile nei mammiferi è antecedente alla comparsa dei primati.
In alcuni rari casi, possono perfino comparire coppie di mammelle più in basso, a dimostrazione che l’uomo aveva molto in comune con mammiferi che generano numerosi cuccioli, per questo dotati di molte mammelle.
Ora, quando un comportamento, in contrasto con la morale che ci siamo dati, permane, nonostante il susseguirsi delle civiltà, con repressioni e punizioni, significa che esso ha avuto in passato un ruolo importante per la sopravvivenza.
Ad es. l’aggressività, importante sia per l’offesa che per la difesa.
In passato, l’uomo che non fosse stato aggressivo, non sarebbe diventato un abile ed astuto cacciatore, non avrebbe difeso efficacemente la sua famiglia da altri suoi simili o da animali feroci, quindi sarebbe scomparso, a favore di altri che, proprio perché aggressivi, sono sopravvissuti, riproducendosi, trasmettendo alla prole questa strategia evolutiva.
Veniamo al dunque.
Il pregiudizio non è negativo in sé, proprio perché, grazie ad esso, l’uomo imparò ad essere diffidente, ad es. nei confronti degli estranei o di un ambiente ancora sconosciuto; questo comportamento prudente, sospettoso, gli permise la sopravvivenza.
Voglio fare un esempio accaduto proprio a me o, meglio, ai miei animali.
La mia micia ha vissuto 13 anni, ma poteva anche viverne 18, secondo le attuali aspettative di vita per questi felini domestici che, rispetto ai selvatici, vivono più a lungo, beneficiando della nostra medicina e delle nostre norme igieniche.
La micia imparò a convivere con una mia coppia di cani gemelli, pastori abruzzesi, fino a giocare con essi.
Un giorno, il mio vicino di casa, dovendo cambiare abitazione, mi regalò il suo cane lupo.
La gatta, incontrandosi con esso, ha “generalizzato”. Ha pensato, cioè, che potesse muoversi con la stessa sicurezza mostrata nei giochi con gli altri due cani.
Neanche io pensavo che questo nuovo ospite potesse attaccarla, e invece è successo. Una mattina l’ho trovata morta, con il torace sfondato da un morso.
Se essa si fosse mantenuta diffidente nei confronti degli estranei, come succede a tutti i gatti randagi, si sarebbe salvata. Morta, dunque, per mancanza di pregiudizi, per eccesso di domesticità.
Trasliamo questo concetto agli esseri umani che, non dimentichiamolo mai, sono animali a tutti gli effetti: carnivori, feroci e assassini, al disopra di ogni altro essere vivente.
Il pregiudizio si dimostra una strategia vincente, perché può preservarci dai guai, almeno fino a quando non abbiamo la certezza di inesistenza di un pericolo.
C’è un altro aspetto più importante del pregiudizio, quello che ci porta a difendere il territorio, con tutte le sue risorse vitali per noi, nei confronti di un invasore.
Procediamo con ordine.
Ogni specie, per sopravvivere, ha bisogno di un habitat, ovvero di un ambiente che le permetta di nutrirsi, nascondersi da specie predatrici e di riprodursi.
La catena alimentare comprende sostanze inorganiche che le piante trasformano in organiche, vale a dire adatte a nutrire gli animali, dagli organismi unicellulari ai più grandi mammiferi.
Ci sono poi vermi, funghi, microrganismi, che trasformano le sostanze organiche (fra le quali resti di vegetali e rifiuti animali) in inorganiche, in modo che le piante possano assorbirle, sotto l’effetto della fotosintesi.
Molti insetti sono cibo per tanti animali di ordine superiore, alcuni di essi sono impollinatori, permettendo così a molte piante di riprodursi.
Delle piante si nutrono gli erbivori, senza questi animali i carnivori si estinguerebbero, non avendo gli enzimi digestivi e gli stomaci per digerire i vegetali.
Gli onnivori, cui l’uomo appartiene, non possono comunque fare a meno di nutrirsi di proteine animali, per breve tempo.
All’interno di questo ciclo alimentare, ogni specie trova sostentamento, a patto che gli scarti possano rigenerarsi (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma).
Ciò che colpisce in questo ciclo alimentare è che ogni specie è cibo per l’altra. Il mondo è, dunque, un campo di battaglia perenne, tra chi fugge e chi rincorre, in un divorarsi reciprocamente.
Il bene ed il male sono valori che non hanno senso per la natura.
L’uomo se li è dati da solo, per controllare la sua aggressività all’interno dellla sua specie.
Ciò che è bene per un predatore è il terrore del predato.
Per risolvere queste contraddizioni, il filosofo ed il religioso, spesso così simili da poterli annodare fra loro per le lunghe barbe, si sono inventati la “superiorità umana” imparentando quest’animalaccio distruttore, ipocrita e fetente, al Dio da loro inventato, cosi da affrancarlo dalle leggi naturali, per le quali esso rappresenta l’eccezione, ma sono pure invenzioni, fantasie ideate da questi astuti sfruttatori di uomini, che non hanno rettificato neanche quando la scienza è riuscita a dare le giuste risposte, studiando la natura.
Sono ancora lì tronfi, convinti d’avere ragione.
La specie umana si è sviluppata a danno di altre specie, impoverendo il pianeta ed interrompendo il ciclo alimentare di molte specie, che sono così scomparse.
Già qui potremmo concludere che l’uomo non è una specie sufficientemente intelligente da prevenire la propria estinzione.
Bisogna infatti tenere conto che, anche quando si cerca di riciclare i rifiuti nel modo migliore, solo una parte di questi torna utilizzabile (circa il 30%), l’altra va irrimediabilmente perduta.
Quando le risorse dell’habitat scarseggiano perché una specie prevale sulle altre, si sviluppa maggiormente la specie predatrice, riportando l’equilibrio. Se però questa è scomparsa per colpa dell’uomo, inizia un ciclo ambientale distruttivo che danneggerà tutte le altre specie, per un periodo di tempo assai lungo, prima di ristabilire le varietà viventi di un tempo, cosa che ovviamente accadrà solo dopo la scomparsa dell’uomo.
Per molti millenni, l’Africa (ma anche l’amazzonia) non era abitata che da pochi milioni di individui: circa 5, nonostante la sua estensione.
Come si spiega un così basso numero di uomini rispetto alla vastità dell’ambiente?
L’uomo non aveva ancora scoperto l’agricoltura, si alimentava di frutti raccolti e di caccia.
Per nutrire anche un modesto numero di persone occorreva una vasta estensione di territorio e, quando l’ambiente esauriva rapidamente le risorse alimentari, c’era il nomadismo.
Più spesso le tribù si combattevano fra loro.
Le guerre causavano numerose vittime, le malattie infettive facevano il resto, ripristinando così il numero iniziale, adeguato alle risorse di quel territorio.
Cosa accadeva quando una tribù, alla ricerca di un nuove terre da sfruttare, ne incontrava un’altra? La guerra era inevitabile.
Se il territorio era assai attraente e gli abitanti scarsi, la tribù vincitrice poteva decidere di uccidere tutti i maschi, i vecchi e i bambini, oppure renderne schiavi alcuni, predare le femmine, come i fecero i romani con le sabine, quindi occupare il territorio.
In questo breve schema ora descritto, c’è la storia di tutta l’umanità, nei millenni.
Cambiò poco con il passaggio di un popolo da tribù a Stato organizzato.
Aumentano i membri della società, ma la soluzione è sempre la stessa: o il popolo invaso era abbastanza armato, aggressivo ed abile da respingere l’invasione, altrimenti veniva decimato, quando andava bene, reso schiavo e colonizzato.
Sembra che Attila, il generale considerato dagli storici il più abile ed invincibile di tutti i tempi, passasse a fil di spata tutti gli abitanti dei paesi assaliti, depredati e distrutti, in modo da non avere alle spalle pericolose guerriglie, desiderose di vendetta.

A questo punto possiamo riprendere il tema del pregiudizio.
Il cosiddetto razzismo non è che una variante del sentimento che assale un popolo quando viene invaso dagli immigrati.
Si tratta di risposte automatiche, dettate dall’evoluzione.
Per un po’ le autorità riescono ad arginare il crescente scontento, perché sappiamo che le risorse sono scarse, i territori sovrappopolati, specie in Italia.
Nei periodi di crisi scarseggia il lavoro, il denaro, la sicurezza… scarseggia tutto.
Aumentano i rapinatori e i delitti diventano sempre più atroci, come la cronaca ci riporta quotidianamente.
Quando le circostanze crucciali si incrociano e si sommano, scoppia la rivolta, il pogrom, fino all’olocausto con milioni di morti, stragi che si sono ripetute numerose volte dopo la seconda guerra mondiale, già troppo lontana per essere presa d’esempio.
Il pregiudizio, il razzismo vengono da molto lontano ed accomunano tutta l’umanità.
Non c’entra nulla l’intelligenza, si tratta di comportamenti ereditati al punto che, qualora una società riuscisse a reprimerli tutti, sarebbe condannata all’estinzione, ad essere fagocitata perché non più dotata di elementi capaci di difenderne le presunte conquiste.
A questa legge nessun uomo sfugge, il buono e il cattivo non esistono, sono categorie definite dalle classi dominanti per soggiogare i poveri di spirito.
Quando un conflitto esplode la guerra è sempre totale e coloro che si definiscono buoni sono i primi a scomparire, non solo, ma i vincitori sono tali proprio perché più cattivi.
I vincitori di una guerra sono necessariamente quelli che uccidono di più, altrimenti non potrebbero vincerla.
Ne segue che la storia è scritta dai vincitori, i quali ovviamente si danno tutte le ragioni, si dichiarano detentori di bontà e giustizia, mentre gli assassinati sono i cattivi, che hanno meritato la punizione, la sparizione per ammazzamento.
Di fatto quelli che chiamiamo partigiani o resistenti, altro non erano che terroristi, che attaccavano all’improvviso con agguati feroci, con sabotaggi, con trappole, per andarsi poi a nascondere dopo gli attacchi.
Tutto ciò provocava desiderio di vendetta negli aggrediti, nel caso specifico tedeschi e difensori della RSI, italiani ancora seguaci di Mussolini, che sfogavano la loro rabbia assaltando i villaggi dai quali i terroristi di cui sopra provenivano.
Se i partigiani, in maggioranza comunisti, non avessero dichiarato guerra ai fascisti ed ai tedeschi, quelle stragi non sarebbero accadute; oltretutto era in corso un’inarrestabile avanzata delle truppe alleate, le vere liberatrici dell’Italia, che avrebbero sgominato i tedeschi in pochi mesi, grazie alla smisurata quantità di armi tecnologicamente più evolute.
Nonostante ciò, i partigiani hanno ammazzato tedeschi e fascisti in una misura valutata fra ottantamila e centomila persone.
La strage è continuata anche dopo la cessazione del conflitto con le foibe, vittime di numero imprecisato, uccise con una ferocia che trova pochi riscontri nel passato, dalle truppe comuniste del maresciallo Tito.
Il terrore aveva lo scopo di allontanare 380 mila italiani che abitavano la Dalmazia e l’Istria, nonostante i comunisti si definiscano pacifisti, nemici delle guerre.
Altri ventimila italiani sono stati uccisi, sempre a guerra finita, dai partigiani, ancora armati, per vendette personali.
Solo nel ’47 Togliatti pregò tutti i compagni di cessare i massacri.
In altri paesi, come la Francia, le vittime da vendette sono state addirittura il triplo.
Questa è storia, non riportata sui testi scolastici.
La seconda guerra mondiale deve ancora essere scritta per intero, rispettando la verità dei fatti.
Concludendo: è bene avere pregiudizi, diffidare, prevenire l’occupazione di territori, l’accaparramento di risorse, sovraffollamenti, promiscuità etniche, multi nazionalità, multiculturalismo.
Le numerose guerre in atto e altre che stanno per esplodere, dimostrano l’importanza della prevenzione.


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