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 Oggetto del messaggio: “Disimparare” il razzismo
MessaggioInviato: 18/11/2013 - 01:31 
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Iscritto il: 27/05/2009 - 15:39
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“Disimparare” il razzismo
di ROSALBA MICELI



A volte il discorso razzista comincia così, in sordina, con una premessa: «Non sono razzista, ma…» e poi prosegue con una valanga di affermazioni di coloritura chiaramente razzista. È invece raro incontrare qualcuno che ammetta candidamente: «Sono razzista ma sto cercando di smettere». Sono razzista ma sto cercando di smettere è anche il titolo sottilmente ironico del saggio scientifico che Guido Barbujani, ordinario di Genetica all’Università di Ferrara ha scritto a due mani con il giornalista Pietro Cheli (pubblicato da Laterza, nel 2008). Esperto in genetica delle popolazioni, Barbujani, in collaborazione con Robert R. Sokal, è stato tra i primi a sviluppare metodi statistici per confrontare dati genetici e linguistici, e ricostruire in tal modo la storia evolutiva delle popolazioni umane. Attraverso lo studio del DNA e di come le differenze genetiche sono distribuite fra popolazioni umane, è giunto alla conclusione che il concetto tradizionale di «razza» non rappresenti una descrizione soddisfacente della diversità umana.

Le razze umane non esistono, di fatto. Sono un’invenzione, un costrutto sociale. E allora, se è fuorviante classificare i nostri simili in base a categorie razziali, perché questi concetti continuano a incontrare una certa, sorda resistenza? Il razzismo è un problema che si ripresenta continuamente talvolta anche in forme che non vogliono darsi una patente scientifica - abbandonando il riferimento forte al fondamento biologico della razza e riproponendolo, nelle pratiche sociali, in termini di differenze etniche o culturali o sociali - spingendo ad etichettare come inferiore o non degno di valore ciò che è diverso o non conforme alla propria cultura di appartenenza. In altre parole, alimentando forme virulente di intolleranza che semplicemente non accettano che tutti abbiano gli stessi diritti.

Il fenomeno appare particolarmente attuale alla luce delle problematiche connesse ai processi di globalizzazione che hanno accelerato i contatti tra culture diverse e acutizzato le istanze di riconoscimento che i vari gruppi, spesso di minoranza, avanzano all’interno delle società multiculturali contemporanee. Significativi, in tal senso, gli attacchi ripetuti al Ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione di origine congolese Cécile Kyenge, fino all’ultimo, recente episodio in cui l’esponente leghista Calderoli (e vicepresidente del Senato) è giunto a paragonarne le sembianze a quelle di un orango.

Dal punto di vista educativo si pone la questione: è possibile, agendo sulle rappresentazioni mentali e culturali, superare la diffidenza, il sospetto, l’avversione verso ciò che è diverso? Finanche «disimparare» il razzismo? Il razzismo nasce dall’incontro/scontro con la diversità, l’alterità irriducibile dell’altro, ed è un problema in cui si intrecciano dinamiche personali, culturali e sociali.

Appare forse semplicistico il tentativo di risolvere il problema dell’incontro con l’altro affermando: «Se lo conosci forse puoi imparare ad apprezzarlo», perché ci si può trovare davanti ad un rifiuto totale: «Non lo voglio conoscere». «Non lo voglio conoscere» equivale a dire «Non lo voglio ri-conoscere», ovvero non voglio fare esperienza diretta e concreta dell’altro, preferisco giudicarlo in base all’idea, alle credenze che ho su di lui.

Quali sono le dinamiche che ostacolano o negano il processo di riconoscimento? Come già intuito da Hegel (la dialettica servo-padrone in La fenomenologia dello spirito ) il processo di riconoscimento ha una natura dinamica e reciproca perché costituito al suo interno da una relazione reciproca, per quanto asimmetrica. Reciprocità non è da intendersi nel senso di uguaglianza: si tratta di una reciprocità conflittuale, in cui si innescano lotte per negoziare i criteri di reciprocità e per stabilirli come criteri di uguaglianza. Secondo il pensiero di Renate Siebert, professore ordinario di Sociologia del mutamento presso l’Università della Calabria, autrice del volume Il razzismo. Il riconoscimento negato (Carocci, 2003), affinché ci sia lotta, dialettica e tensione per il riconoscimento, è indispensabile che i due soggetti si riconoscano come esseri umani a pieno titolo.

Ci può essere - e ciò alimenta la tensione - disuguaglianza: servo e padrone, pur essendo molto diversi rispetto al ruolo sociale sono uguali in quanto esseri umani e potenzialmente possono entrare in una dinamica di riconoscimento poiché l’uno presuppone dell’altro che abbia la capacità della coscienza di sé, dell’autocoscienza. Ben diversa è la situazione dello schiavo, considerato un oggetto, come non-umano, o sub-umano. In questi termini le varie forme di razzismo rendono inferiori in modo forte coloro che ne vengono colpiti negando loro lo status di esseri umani a pieno titolo e cercando di estrometterli dalla possibilità di una relazione che consenta la dialettica del riconoscimento.

Una società che si muove verso la globalizzazione può fare a meno del rispetto per i diritti umani?
«In un mondo in cui tutti sono interconnessi, l’intolleranza e l’assenza di rispetto sono opzioni non più concepibili - scrive Howard Gardner nel saggio Cinque chiavi per il futuro (Feltrinelli, 2007) - anziché ignorare le diversità o esserne infastiditi, o cercare di annullarle attraverso l’amore o attraverso l’odio, invito gli esseri umani ad accettare le diversità, a imparare a convivere con esse e ad apprezzare coloro che appartengono ad altre schiere».


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 Oggetto del messaggio: Re: “Disimparare” il razzismo
MessaggioInviato: 19/11/2013 - 20:43 
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 Oggetto del messaggio: Re: “Disimparare” il razzismo
MessaggioInviato: 24/12/2013 - 03:05 
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Iscritto il: 15/12/2009 - 00:41
Messaggi: 1015
Ci troviamo di fronte al solito errore di analisi.
Non serve dimostrare scientificamente che le razze non esistono, nè richiamare Hegel con la sua "fenomenologia dello spirito"... detto fra noi: ma che roba è lo "spirito"?
Un popolo odierà gli immigrati, anche se dello stesso colore di pelle, perchè di pelle non si tratta ma di territorio e risorse, prima di tutto, poi di differenze culturali inconciliabili.
Per studiare l'uomo facciamo riferimento a Darwin, vale a dire alla scienza, considerando la natura animale dell'uomo.
L'uomo oggi, animale sociale, ha imparato per necessità a convivere coi suoi simili, da migliaia di anni, ma i conflitti sono all'ordine del giorno. Diciamo che, di volta in volta, ci accordiamo sul male minore.
Inizialmente l'uomo era lupo per gli altri uomini, un concorrente nella ricerca delle risorse alimentari, territoriali, di un rifugio, di una compagna.
Dovendo difendersi anche dalle altre belve, da una natura dura, selettiva, imprevedibile, ha capito - non per bontà d'animo - ma per necessità, di doversi alleare, unendo le proprie forze con quelle degli altri, rinunciando all'intero bottino, per dividerlo, onde ottenere aiuto anche per il futuro.
La necessità, dunque, alla base della socialità umana.
Questa competitività è molto più antica delle prime forme di società umane e animali, risalendo addirittura alle prime forme di vita, esisteva la competitività nella ricerca del cibo, prima ancora di un rifugio e di un partner per la riproduzione.
Il professore di scienze mi insegnava che anche negli organismi unicellulari la riproduzione (asessuata, per scissione) avveniva quando le condizioni ambientali erano favorevoli: disponibilità di calore, cibo, assenza di nemici.
Anche oggi al primo posto c'è il cibo, poi il rifugio (la casa, la sicurezza) quindi la possibilità di riprodursi.
Quando questa gerarchia non viene rispettata se ne pagano le conseguenze con la fame e la guerra, che sono i meccanismi, attraverso i quali, la natura riporta l'uomo a seguire una logica di vita, razionale, non di morte, come succede, in Africa, ad es., dove si fanno figli incessantemente, in assenza di risorse di ogni genere (cibo, case, servizi) pretendendo poi che siano "quelli del nord" a mantenerli.
Una volta adolescenti li spediscono da noi, insieme a donne incinta e bambini, dove ci sono le sinistre utopistiche e suicide, che aprono tutte le porte.
Questo è il modo migliore per alimentare razzismo e guerre fratricide.
Proprio per il fatto che in Italia è venuto a mancare il paradigma lavoro-casa-famiglia, la riproduzione s'è fermata e l'Italia è in declino demografico assai forte e rapido.
Tale calo sarebbe anche vantaggioso, dal momento che l'Italia è sovrappopolata di almeno il doppio del massimo, ma non lo è più in presenza di multi-etnie di immigrati assai prolifiche, con incessanti nuovi arrivi e con forte desiderio di affermazione, premessa per future guerre civili.
Alla base del razzismo che respinge c'è, quindi, la competizione per risorse, spazi, lavoro, assistenza, scuole, ecc. già scarse o inesistenti per gli autoctoni. Al secondo posto c'è la diversità di culture che pone problemi spesso insormontabili.
Non dimentichiamo che la prima cosa che fanno gli immigrati è quella di organizzarsi in comunità omogenee via via crescenti, cercando di ricreare nella nazione che l'ha ospitati la loro nazione, respingendo in toto l'invito ad integrarsi.
Tutte queste micro-nazioni, daranno in futuro altrettante lotte di secessione, volendo ciascuna ottenere un'autonomia, con tanto di territori da loro occupati e contesi.
Vedasi la "Grande Albania", ormai unita al Kossovo con mire per la Macedonia, ma anche appetiti nel meridione italiano, ove ci sono colonie albanesi da almeno duecento anni, che tengono molto alle loro tradizioni a cui l'integrazione non importa, avendone una loro.
La storia ci insegna che, in quei territori dove il popolo che è stato invaso non si è difeso efficacemente perchè in minoranza - rispetto ai flussi migratori soverchianti - o perchè più debole, inerme, pacifista o sottosviluppato... ebbene quel popolo è sparito per sterminio totale, come faceva Attila o perchè assorbito dal popolo invasore, che ha imposto coercitivamente la sua legge e la sua cultura.
Ne segue che con gli immigrati abbiamo due strade: o li respingiamo oppure siamo destinati a soccombere, perchè più deboli, su tutti i fronti. La democrazia, infatti, in questi casi è debolezza e fattore di estinzione.
Tutti i discorsi di collaborazione, integrazione, conversione culturale - nostra nei loro confronti, ovviamente; noi sotto, loro sopra) non sono altro che una resa: da qui a qualche decennio l'Europa sarà africanizzata ed islamizzata.
In particolare, il fenomeno gay è tipico delle civiltà in decadenza e fattore di accelerazione.
Quando lo sperma, anzichè andare in vagina, finisce nelle feci, vuol dire che una civiltà ha raggiunto il suo termine, nel peggiore dei modi.
Per concludere voglio ricordare che il razzismo, nella sua forma più estesa si applica alla conflittualità sociale e familiare.
Lo stesso sentimento, odio, amore e altro, si applicano alle più varie circostanze, pur rimanendo tali.
Quando si invidia il collega per una promozione avuta al nostro posto, è razzismo, solo che lo si chiama in altro modo, gelosia, appunto. Sono sentimenti ancestrali che si formano nella famiglia, impossibile sopprimerli.
Come pure il mobbing, è ancor più razzismo; di una comunità che se la prende con l'anello più debole. E' il fenomeno naturale, presente anche fra gli animali, dell'isolamento dei più deboli o del capro espiatorio.
In qualsiasi comunità umana si formano i capri espiatori, cui addossare le colpe che si creano nel gruppo, per i motivi più diversi. Ricerche scientifiche lo comprovano. E' un fenomeno innegabile, non un'opinione.
Nessuna comunità è esclusa, conventi e seminari compresi, figuriamoci nelle caserme, nelle scuole o in parlamento.
Lotte di potere ci sono anche fra i cardinali. Del resto sono uomini come noi, solo assai più ipocriti, sfruttatori, truffatori e conta-balle.
Nei confronti di Berlusconi, tutta la sinistra ha esercitato razzismo persecutorio all'infinito, e la rete lo dimostra.
Siccome B. era Presidente del Consiglio, demolendo la sua figura si è demolita e sbeffeggiata quella dell'Italia all'estero.
Alla fine gli stranieri non hanno fatto che ripetere quello che gli italiani - attraverso i giornali di parte (La Repubblica di De Benedetti, 1° iscritto al PD) dicevano incessantemente di Berlusconi, trascinando nel fango l'immagine dell'Italia.
La cosa più grave, però, è ribaltare la realtà.
Sarebbe come invertire la causa con l'effetto, questo hanno fatto i giornali di sinistra: prima hanno disonorato B., con i loro alleati esteri per ideologia, quindi lo hanno accusato di disonorare l'Italia.
Alla base c'era l'odio per B, per quello che rappresentava, il nemico politico, non i suoi fatti privati.
Stesso ordigno persecutorio lo hanno adottato i giudici di sinistra.
In gioco non c'era la giustizia, ma l'odio ideologico.
Travaglio - il delinquente condannato più volte per diffamazione - è una nullità, vive di luce riflessa, e di copie di giornali vendute; venduto lui stesso all'odio persecutorio, che non ha un fine di giustizia ma di distruzione del potente per il piacere di farlo, essendo nullità.
Esso non ha certo creato tutti i posti di lavoro che Berlusconi ha dato ad una moltitudine di lavoratori, grazie al suo ingegno imprenditoriale.
Gira che ti rigira, signori, il razzismo lo ritrovate nelle vostre tasche.
L'odio è lo stesso, sono sentimenti che non possono essere differenziati.
Bersani non ha fatto che bersagliare Berlusconi con i suoi strali razzisti per tutto il periodo che è stato segretario.
Razzista è colui che accusa di razzismo, il meccanismo è quello.
Se mi disprezzi significa che ti ritieni superiore a me, quindi sei razzista.
Questo argomento lo abbiamo già affrontato in altri thread, chissà se riuscirete a comprenderlo, un giorno.
Comunque non ci sperate, la lotta per farci accettare gli immigrati è persa in partenza, finiremo per scannarci, solo questione dei tempo.
La Storia insegna, basta saperla leggerla.

_________________
Stiamo arrivando !
... http://www.youtube.com/watch?v=aDaUppMa ... _embedded#
....http://www.youtube.com/watch?v=tejxVvwC ... re=related


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