La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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 Oggetto del messaggio: Re: donne
MessaggioInviato: 09/10/2012 - 00:17 
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 Oggetto del messaggio: Re: donne
MessaggioInviato: 18/11/2012 - 00:44 
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Località: ...fuori dal suo cuore...
pensiero di una Donna:

Ricorda...
Avremo tutte i nostri difetti...
Avremo tutte combinato dei guai...
Ci saremo tutte innamorate,
anche più di una volta nella nostra vita,
probabilmente anche di uomini sbagliati
e ci avremo perso dietro anche tanto tempo...
Ma l'unicità di ognuna di noi
è sorprendentemente speciale...


(grazie di averlo condiviso con me...)

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 Oggetto del messaggio: Re: donne
MessaggioInviato: 21/11/2012 - 03:43 
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l'azienda agricola produce lana, latticini e cosmetici
“Via la toga, preferisco le capre”. L’avvocatessa diventa allevatrice
Katiusha Balansino, 37 anni, ha lasciato Milano per vivere e lavorare sul Lago Maggiore
di gianfranco quaglia

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Si fa presto a dire «lascio tutto e vado a mungere le capre». Soprattutto se a pensarlo è una giovane laureata in giurisprudenza, avvocato in carriera a Milano, anzi alla vigilia degli esami per entrare in magistratura perché voleva fare la pm («Il mio modello allora era Di Pietro», dice). Katiusha Balansino, che a 37 anni ne dimostra qualcuno di meno, ha avuto il coraggio di togliersi la toga dalle spalle. Convinta, decisa a lasciarla cadere con tutto il bagaglio di un brillante curriculum che sicuramente, vista la determinazione, l’avrebbe portata a sostenere vibranti requisitorie in aula. A Milano direbbero: «Ha fatto una mattanata».

Un sogno realizzato.
Ma oggi, mentre racconta questa bellissima storia di "provinciale per scelta", affacciata su un balcone naturale di castagneti e prati sovrastanti il Lago Maggiore, Katiusha sorride con la soddisfazione stampata sul viso di una ragazzina che ha realizzato un sogno. Tutt’attorno a lei, in una cornice quasi fiabesca, capre cashmire e asine ragusane. Un salto dal palazzo di giustizia milanese, quello che Katiusha guardava con aspirazione di studentessa ai tempi di «Mani Pulite», al Motto Mirabello, fuori dal mondo, o quasi.

Sul Lago Maggiore.
Perché si arriva quassù passando per Oleggio Castello o salendo da Arona sino a 600 metri. Scoprirono e scelsero questo luogo nel 2004 anche Katiusha e il suo compagno Roberto Garavello, allora industriale milanese nel settore dei servizi della gestione alberghiera (azienda di 180 dipendenti, 1800 hotel da servire). Se ne innamorano subito e decisero di tagliare con il passato e la Milano dello stress. Un cambio di vita netto, ben consapevoli che sarebbe stata un’avventura perché nessuno dei due si era mai occupato di zootecnia. «Niente rimpianti per non svegliarsi più sotto la Madonnina di Milano - dice Katiusha - nelle giornate terse la vediamo da qui, che luccica al sole. Sapevamo che saremmo andati incontro a difficoltà, ma io non mi sono spaventata». Prima di insediarsi sulle colline del Novarese, lei veniva da un tentativo in Valle di Susa, dove gli spazi e le condizioni non si erano rivelati ottimali. Il Motto Mirabello, invece, è la vera terra promessa.

Preziosa lana di Chachemire.
I risultati sono lì da vedere: una quarantina di capre cachemire, quasi tutte gravide, e un’altra trentina di asine ragusane. Dalle prime, Katiusha con il marito, la sorella, il cognato e un dipendente romeno, ricavano lana preziosa poi rivenduta ai privati. Ma soprattutto il latte, così come dalle asine. Con il latte, lavorato in un laboratorio specializzato di San Marino, si producono cosmetici. Katiusha, che nel frattempo è diventata un’imprenditrice vera e va orgogliosa della Coldiretti cui è iscritta, dice che è un successo: il latte di capra e asina fa bene alla pelle, è richiesto in tutta Italia e tra i clienti c’è un rappresentante del Kuwait.

Piccoli e grandi progetti.
L’azienda agricola produce anche formaggi e salumi ricavati da un piccolo allevamento di maiali allo stato brado nel bosco. Partecipa a fiere (presto sarà a Lione e Marsiglia). E ora punta sulla grande distribuzione: «Incomiciamo dall’acqua - dice il marito - che raccogliamo dal cielo. La filtriamo con un depuratore e la vendiamo alla catena che installa distributori automatici nei punti vendita». Per l’avvocatessa che sognava di fare il magistrato d’assalto la vera realizzazione si è materializzata lontano dalla città, dove ha imparato a inventarsi e conoscere anche la disperazione. Come quella volta di tre anni fa, quando i cani randagi di notte le sgozzarono trenta caprette. Una lacrima, ma Katiusha strinse i denti e reagì.


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 Oggetto del messaggio: Re: donne
MessaggioInviato: 24/11/2012 - 00:14 
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 Oggetto del messaggio: Re: donne
MessaggioInviato: 26/11/2012 - 00:21 
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IO VADO A LETTO....(leggetela)
Marito e moglie stanno guardando la tv quando lei dice 'Sono stanca, è tardi, penso che andrò a letto'...
Va in cucina a preparare i panini per l'indomani.
Sistema le tazza per la colazione, estrae la carne dal freezer per la cena del giorno dopo, controlla la scatola dei cereali, riempie
la zuccheriera, mette cucchiai e piattini sulla tavola per la mattina successiva.
Poi mette i vestiti bagnati nell'asciugatore, i panni nella lavatrice, stira una maglia e sistema un bottone, prende i giochi lasciati sul tavolo, mette in carica il telefono, ripone l'elenco telefonico e da l'acqua alle piantine.
Sbadiglia, si stira e mentre va verso la camera da letto, si ferma allo scrittoio per una nota alla maestra, conta i soldi per la gita, tira fuori un libro da sotto la sedia e aggiunge tre cose alle lista delle cose urgenti da fare.
Firma un biglietto d'auguri per un'amica ci scrive l'indirizzo e scrive una nota per il salumiere e mette tutto vicino alla propria roba.
Va in bagno, lava la faccia, i denti, mette la crema antirughe, lava le mani, controlla le unghie e mette a posto l'asciugamano. 'Pensavo stessi andando a letto'.... commenta il marito!!!
Ci sto andando', dice lei.
Mette un po' d'acqua nella ciotola del cane mette fuori il gatto, chiude a chiave le porte e accende la luce fuori. Da'un'occhiata ai bimbi, raccoglie una maglia, butta i calzini nella cesta e parla con uno di loro che sta ancora facendo i compiti.
Finalmente nella sua stanza. Tira fuori i vestiti e scarpe per l'indomani, mette la vestaglia, programma la sveglia e finalmente è seduta sul letto.
In quel momento, il marito spegne la tv e annuncia: 'Vado a letto'.
Va in bagno, fa la pipì', si gratta il sedere mentre da un'occhiata allo specchio e pensa: ' che PALLE domani devo fare la barba'.... e senza altri pensieri va a dormire.
Niente di strano non vi pare???? Ora chiedetevi perché le donne vivono più a lungo!!!
Perché sono fatte per i percorsi lunghi (e non possono morire perche' prima hanno molte cose da fare). dedica questo link alle donne fenomenali che conosci e magari anche a qualche uomo che non fa mai male.
E poi??????????????????????? PUOI ANDARE A LETTO! :-)))))

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 Oggetto del messaggio: Re: donne
MessaggioInviato: 28/11/2012 - 00:40 
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Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
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Angela Yvonne Davis (Birmingham, 26 gennaio 1944) è un'attivista del movimento afroamericano statunitense, militante del Partito Comunista degli Stati Uniti fino al 1991. Oggi è ancora un'attivista per i diritti dei carcerati. Di seguito la biografia politica tratta da Nel ventre del mostro, Editori riuniti, Roma, 1971

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Biografia politica

Nella nostra epoca in cui la lotta per la difesa dei diritti umani è un atto rivoluzionario, va abbandonata la falsa distinzione tra "vita individuale" e "vita politica".
Solo alla luce di questa constatazione si può completamente comprendere la vita di Angela Davis perché, come ella stessa ha detto, la lotta di un vero rivoluzionario si attua "nella fusione di ciò che è personale con ciò che è politico, quando non è possibile tracciare una separazione". L'aspetto più profondo si raggiunge soltanto "quando non si considera più la propria vita individuale come realmente importante", quando la vita stessa comincia ad assumere importanza politica per gli altri, nella lotta comune per la libertà. "Io ho dedicata la mia vita a questa battaglia, ma la mia vita ne è parte integrante." Per comprendere la sua vita è dunque necessario comprendere la sua lotta.
Angela Davis, che è stata educata nel Sud, a Birmingham, nacque nel mezzo di questa lotta.
Ella è cresciuta all'interno di una generazione di neri che avevano rischiato la loro vita all'estero combattendo contro il fascismo con il solo risultato, una volta rimpatriati, di ritrovarsi vittime dello stesso tipo di mentalità. Essi ritrovarono un Sud dove il razzismo era "la verità di Dio" e la segregazione "il modo di vita americano". E fu nel Sud che Angela come molti altri neri cominciò la sua presa di coscienza. Ella vide i simboli della legge e dell'ordine incarnati da uomini come George Wallace e Bull Connor; vide anche le croci di fuoco del vecchio Sud e le torture a base di scariche elettriche del moderno Sud. Contemporaneamente si andavano formando tra la gente della sua generazione i primi segni di una nuova resistenza. Ella si unì a questa resistenza, manifestando davanti ai luoghi pubblici interdetti ai neri, partecipando a campagne per l'iscrizione sulle liste elettorali, promuovendo gruppi di studio con i bianchi. Questi primi anni furono densi di nuove
speranze e di vecchi timori.
Angela abitava a Dynamite Hill (collina della dinamite) ove le famiglie dei neri vivevano nel continuo terrore di rappresaglie razziste.
Ella ha scritto: "Ormai ogni notte sento i terroristi bianchi collocare le bombe vicino alla casa, tutte le volte c'è la possibilità che tocchi a noi".
È l'atmosfera di Birmingnam della sua giovinezza che le ritornò brutalmente alla memoria durante quei giorni d'incubo del 1963 nei quali quattro bambine nere furono uccise in una chiesa di Birmingham. Angela conosceva le bambine e le loro famiglie e come altri a Birmingham sapeva chi erano gli assassini. Resta sottinteso che non ci furono arresti. Non meraviglia che ella abbia potuto scrivere ad un amico del nord alcuni anni dopo: "Poliziotti armati sorvegliano continuamente la nostra casa, può darsi che non lascerò Birmingham viva ".

A quindici anni lasciò Birmingham. Aveva vinto una borsa di studio di una fondazione quacquera per un liceo di New York. Malgrado la sua viva intelligenza dovette studiare molto più di tutti gli altri studenti per compensare le carenze dell'istruzione di secondo ordine che aveva ricevuto nel Sud nelle scuole riservate ai negri. Alla fine dell'ultimo anno aveva tanto progredito da ricevere una borsa di studio per l'università di Brandeis, dove Angela entrò per la prima volta nel mondo dei bianchi, nel quale in quanto nera si trovava messa in evidenza.
L'"essere neri" non aveva nessuna importanza i per i suoi amici bianchi e liberali, ma il risvolto di questa verità non era meno pesante per lei. Se per i suoi amici essere neri non aveva nessuna importanza ne aveva invece enormemente per lei. A Brandeis si consacrò interamente agli studi, superando l'esame di diploma con il massimo dei voti e il "magna cum laude".
Per due anni studiò poi a Parigi alla Sorbona dove incontrò studenti algerini che le parlarono della lotta del loro paese per la liberazione dai colonialismo francese. Ella poté vedere la polizia francese che costantemente arrestava, perquisiva e vessava gli studenti algerini o tutte le persone "dal colorito scuro" sospettate di essere algerine per il solo fatto che volevano l'indipendenza del loro paese. La Davis cominciò i suoi studi di filosofia con il professor Herbert Marcuse che era fuggito dalla Germania in seguito alla persecuzione nazista e attraverso il suo insegnamento scoprì nella filosofia marxista lo strumento metodologico per comprendere l'oppressione di cui sono vittime i neri.
Cambiò allora d'orientamento, si preparò al dottorato in filosofia, continuando i suoi studi ad Amburgo all'università Goethe, grazie ad una borsa di studio del governo della Germania Ovest. Contemporaneamente militò nel SDS, gruppo socialista di studenti che organizzava manifestazioni contro la guerra nel Vietnam.
Cominciò intanto a lavorare alla sua tesi: Il concetto filosofico di libertà in Kant ed i suoi rapporti con la lotta di liberazione dei neri.
Dopo due anni di studi decise di lasciare la Germania, sia per fuggire dalla Germania razzista sia perché le sembrava di tenersi troppo in disparte nella battaglia dei suoi fratelli neri d'America. Ritornò per partecipare a questa battaglia.
S'iscrisse all'università di San Diego in California per terminare il suo dottorato con il professor Marcuse. All'università Angela partecipò attivamente alla vita della comunità nera della California del Sud, organizzando la lotta contro la disoccupazione e le brutalità della polizia e lavorando parimenti nel "campus" per la creazione di un istituto popolare del terzo mondo.
Ella si rese conto da quel momento che attività simili non restano a lungo impunite in una società razzista ed oppressiva.
L'uccisione per opera della polizia di Los Angeles di Gregory Clark, di diciotto anni, le mostrò ancora una volta i metodi fascisti dei poliziotti dello Stato. Tali metodi divennero moneta corrente nel tentativo di impedire il progresso della lotta per l'uguaglianza e la libertà.
In quell'anno, però, doveva ancora vedere tre dei suoi amici abbattuti sul "campus" di San Diego. Furono giorni di lotta e di pericolo. Partecipare alla lotta non era solo un semplice "impegno intellettuale", significava mettere in gioco la propria vita.
Poco dopo Angela aderì al partito comunista e divenne un membro attivo del gruppo Che-Lumumba, collettivo del partito comunista di Los Angeles, composto interamente di neri.
Certi professori si concedono il lusso di "distrarsi", di giocare con le idee, altri, che prendono il loro compito con serietà, si rifiutano di affermare cose a cui non credono.
È il caso di Angela. Ella difese le idee di cui era convinta. Per tali ragioni, dopo essere stata nominata professore di filosofia a San Diego per i corsi del 1969, quando fu denunciata come comunista da un informatore del FBI, ella rispose al consiglio d'amministrazione dell'università della California: "Sì, sono comunista; e non mi servirò della procedura dei cinque emendamenti per proteggermi. Le mie convinzioni politiche non possono accusarmi, esse accusano i Nixon, gli Agnew e i Reagan". (3)
E insistette a sottolineare che quegli uomini sono i veri criminali della società, uomini che hanno rubato al popolo le sue ricchezze con lo sfruttamento e l'oppressione.
Angela sapeva che, allorché le masse popolari neg1i Stati Uniti e negli altri paesi mettono sotto processo, tale stato di cose, gli oppressori replicano con un'intensificazione della repressione; facendo di tutto per ridurre al silenzio e possibilmente per sopprimere quelli che prendono posizione e cercano di organizzarsi contro il loro sistema.
Ma, a dispetto di ogni circostanza, ella si fece comprendere. L'esempio di questa donna nera, che riconosce con fierezza di essere comunista, rivoluzionaria, che sfida apertamente il capitalismo, ispirò e riempì di fierezza quelli che per troppo tempo avevano taciuto. Ella stava diventando il simbolo della libertà di parola e della resistenza aperta, ciò che Reagan ed i suoi complici non potevano più tollerare.
Così cominciò il complotto per ridurla al silenzio, gli imbrogli legali, l'atmosfera di linciaggio, l'uso intimidatorio e palese della forza. Dapprima si tentò di escluderla dall'università perché era comunista, ma quando i tribunali decretarono che questo provvedimento era anticostituzionale, si dovettero cercare altri mezzi.
Nel frattempo Angela continuò ad insegnare all'università. I suoi corsi sui temi filosofici della letteratura nera furono i più frequentati nella storia di quella università. Preparava i suoi corsi con la più grande cura dedicando ad essi il suo tempo ed il suo sapere senza risparmio. Quando alla fine de1l'anno i suoi corsi furono giudicati da centinaia di studenti, tutti senza eccezione formularono il giudizio di "eccellente". Fu anche invitata a tenere conferenze presso gli istituti di filosofia di Princeton, Vale, Swarthmore; ella rifiutò varie nomine presso istituti rinomati dell'est degli Stati Uniti, perché si sentiva parte integrante delle lotte che si svolgevano in California.
All'inizio del 1970 Angela s'impegnò attivamente nella difesa dei fratelli di Soledad, tre prigionieri neri ingiustamente accusati di aver ucciso un guardiano della prigione. Nei suoi interventi sottolineava sempre il fatto che il 30% dei prigionieri era nero, mentre la gente di colore non rappresentava che il 15 per cento della popolazione, e ne deduceva come ciò indicasse chiaramente il razzismo del sistema giudiziario americano.
Non poteva accettare che uno per uno i militanti politici, soprattutto i membri del partito delle Pantere nere, fossero uccisi ed imprigionati col pretesto del mantenimento dell'ordine e della difesa delle leggi. Ovunque ella prendesse la parola metteva in evidenza l'intensificarsi del terrore poliziesco e della repressione, ribadendo ininterrottamente che la perdita del lavoro che lei aveva subito non era molto rispetto alla perdita della vita da parte di tanti neri.
Durante la lotta in favore dei fratelli di Soledad, Angela fece la conoscenza di Jonathan Jackson, fratello di uno degli avvocati degli accusati. La vita di Angela era seriamente minacciata: Jonathan Jackson ed i membri del gruppo Che-Lumumba la protessero impedendo che le minacce si potessero realizzare.
Dato che ella si rifiutava di tacere e continuava a denunciare l'intensificarsi della repressione nello Stato della California, organizzando il popolo contro la minaccia dell'instaurazione del terrore poliziesco, Reagan cercò ancora una volta di toglierle il lavoro. Nel mese di giugno Angela fu di nuovo privata della cattedra dal consiglio d'amministrazione dominato da Reagan.
Questa volta la ragione addotta era la sua opposizione attiva e la sua continua denuncia della politica di genocidio praticata dal governo. Coloro che avevano accettato che fosse esclusa dall'insegnamento per aver appartenuto al partito comunista cominciarono ad esitare.
Poteva perdere il suo lavoro unicamente per aver utilizzato la libertà di parola garantita dalla Costituzione? Quale precedente poteva venirsi a creare?
L'esclusione di Angela a opera di Reagan arrivava troppo tardi per arrestare una campagna di massa in sua difesa. Angela Davis era divenuta il simbolo della resistenza aperta e coraggiosa. Ella cristallizzava un sentimento di rivolta contro l'oppressione, contro la limitazione dei diritti civili e dei diritti dell'uomo. L'unico risultato della sua esclusione fu di demistificare la situazione.
La Costituzione apparve come un documento trascurabile di fronte al volere dispotico dei capi che detengono il potere.
Dato che togliere il lavoro ad Angela non era sufficiente per farla tacere, Reagan cercò un nuovo mezzo per eliminarla. Egli approfittò di ciò che era accaduto al tribunale di San Raphael per accusarla. Utilizzando la più vaga e la meno fondata delle accuse, cioè la partecipazione diretta non al fatto ma al "complotto", egli cercò di mettere fine alla vita di Angela. Ne seguì la caccia all'uomo più forsennata nella storia del paese. Una giovane nera, mai arrestata prima, mai accusata di aver commesso crimini diventava la terza donna della storia posta nella lista dei dieci criminali più ricercati. Porla su tale lista, ove la si descriveva come "armata pericolosa", equivaleva a dare a tutti coloro che erano accecati dal razzismo il diritto di spararle a vista, senza alcuna intimazione.
Questa persecuzione servì come pretesto per perquisire le abitazioni dei militanti e i locali delle organizzazioni politiche, per cercare d'intimidire e vessare coloro che condividevano le convinzioni politiche di Angela.
Mentre era detenuta nella prigione femminile di New York e lottava contro il tentativo di estradizione in California dove era accusata di rapimento, omicidio e complotto, Angela fu separata dalle altre detenute, isolata nella "infermeria speciale", sorvegliata ventiquattro ore su ventiquattro. Secondo i metodi tradizionali usati verso i detenuti politici, i suoi guardiani l'avevano privata di ogni contatto con gli altri detenuti, perché temevano che anche in prigione potesse diffondere le sue idee, temevano la potenza delle sue convinzioni. E mentre era confinata in solitudine, i suoi accusatori tentavano costantemente di giudicarla e di dichiararla colpevole di fronte all'opinione pubblica, usando i grandi mezzi di informazione. Richard Nixon si congratulò con J. E. Hoover per la sua cattura in una trasmissione televisiva diffusa in tutto il paese, dichiarando che il suo arresto sarebbe servito da esempio "a tutti gli altri terroristi".
Un processo intentato dalla National Conference of Black Lawyers (Associazione nazionale degli avvocati neri), manifestazioni di massa, migliaia di lettere e di telegrammi permisero di riportare una prima vittoria: un decreto del giudice Lasker permise ad Angela di avere dei contatti con gli altri detenuti.
Così, una volta di più ci troviamo, secondo le parole di Angela, "davanti ad una scelta per la lotta di liberazione". Alcuni vogliono farci credere che la sua attività politica sia il frutto di una curiosità sviata o puramente intellettuale. Ma, come abbiamo visto, l'impegno politico di Angela trae le sue origini dal sangue che nella sua infanzia ha visto bagnare le terre del Sud, dall'alienazione che ha sofferto per il fatto di essere la sola nera utilizzata come un'attrazione, in un'università interamente composta di bianchi, dalle umiliazioni quotidiane dovute al fatto di essere una donna. Le sue convinzioni sono il risultato di una resistenza continua all'ineguaglianza, di una ricerca costante per una soluzione adeguata ai problemi della nostra società: il razzismo, lo sfruttamento, l'oppressione; il suo rifiuto di essere ridotta al silenzio dalla violenza e dalla intimidazione.
Di cosa Angela Davis è colpevole? Di essere il prodotto naturale d'una società basata sul razzismo, lo sfruttamento, la disumanizzazione. Di lottare per il socialismo.
I suoi accusatori l'hanno chiusa in prigione perché hanno paura di ciò che ella afferma, di ciò che dichiara coraggiosamente e a sua piena discrezione. Ma visto che anche in prigione non la possono ridurre al silenzio, visto che le sue parole travalicano facilmente quei muri, essi cercano con ogni mezzo di farla sparire.
La soluzione finale: la morte.

Per lei la vita e la lotta costituiscono una entità inscindibile. Non soltanto nella dimensione delle idee, nella teoria astratta, ma nella brutale realtà dei fatti. Si accusa Angela per le sue convinzioni, per la sua esistenza.
La sua vita è in gioco.
Ma ella è innocente. Innocente dei crimini di omicidio e di rapimento. Il suo solo crimine è quello di amare l'umanità e di lottare a rischio della vita per 1a libertà di tutti.
Liberate Angela!
Liberate la nostra compagna!
Liberate tutti i prigionieri politici.

Il Comitato newyorkese
per la liberazione di Angela Davis

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Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


Ultima modifica di Ottobre il 17/03/2015 - 13:29, modificato 2 volte in totale.

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 Oggetto del messaggio: Re: donne
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Tredici domande ad Angela Davis
Il Muhammad Speaks raccoglie le risposte


Nel corso della sua prima intervista dopo l'arresto e l'incarcerazione, in seguito all'accusa di omicidio e complotto emanato in California. Angela Davis ha risposto alle domande che le sono state rivolte dalla popolazione di Harlem e che il Muhammad Speaks le ha trasmesso.
Alcuni inviati del Muhammad Speaks hanno percorso le vie di Harlem e raccolto tra i neri, uomini, donne di tutti i ceti, studenti, disoccupati, le domande che avrebbero posto a Angela Davis se le avessero potuto parlare, per chiarirsi ciò che non comprendevano in tutta questa faccenda.
Le domande che risultarono più frequenti furono presentate ad Angela dal suo avvocato, Margaret Burnham, che registrò le risposte in esclusiva per il Muhammad Speaks.
Molte persone interpellate avevano espresso il desiderio di sentire Angela spiegare la situazione "nei suoi termini reali", in modo da contrapporli alle "conclusioni" della stampa ufficiale.
Un gran numero di persone ha detto di non avere domande specifiche da rivolgere, visto che comprendeva perfettamente la natura della persecuzione che Angela subiva, ma voleva ugualmente inviarle auguri ed esprimere la propria solidarietà, il proprio incoraggiamento e la propria partecipazione. Gli stessi sentimenti furono ugualmente espressi da molti di quelli che hanno posto delle domande.
Il corrispondente pensa che le domande raccolte nelle strade di Harlem siano le stesse che avrebbero posto la maggior parte dei neri, uomini e donne dell'intero paese. Le risposte di Angela Davis sono riprodotte qui in modo che possano essere conosciute per mezzo di un giornale nero e possano servire a demistificare le false impressioni suscitate dai servizi di Life, Newsweek, Time, New York Times, ecc.
Ecco le domande rivolte dalla popolazione di Harlem ad Angela Davis, classificate per ordine di frequenza (la prima è quella più frequentemente posta, ecc.), e le sue risposte.


Perché è comunista?
Prima di tutto io sono nera. Ho consacrato la mia vita alla lotta per la liberazione del popolo nero, il mio popolo asservito, imprigionato!
Io sono comunista, perché il motivo per il quale noi siamo costretti con la violenza a vivere miseramente, ad avere il livello di vita più basso di tutta la società americana, è in stretto rapporto con la natura del capitalismo. Se noi riusciremo un giorno ad emergere dalla nostra oppressione, dalla nostra miseria, se riusciremo un giorno a non essere i bersagli di una mentalità razzista, di poliziotti razzisti, dovremo distruggere il sistema capitalistico americano. Bisognerà sopprimere un sistema nel quale si garantisce a qualche ricco capitalista il privilegio di continuare ad arricchirsi, mentre un intero popolo, costretto a lavorare per i ricchi, non può mai elevarsi in maniera sostanziale, e ciò vale soprattutto per i neri.
Sono comunista perché credo che il popolo nero, il cui lavoro e il cui sangue hanno reso possibile edificare questo paese, ha diritto ad una gran parte delle ricchezze che hanno accumulato gli Hugh, i Rockefeller, i Kennedy, i Dupont, tutti gli strapotenti capitalisti bianchi d'America.
Sono comunista perché penso che i neri non dovrebbero essere costretti a fare una guerra razzista e imperialista nel Sud-Est asiatico, dove il governo USA rifiuta con la violenza più inumana ad un popolo non bianco il diritto di autogovernarsi, esattamente allo stesso modo in cui, durante interi secoli, ha usato la violenza per sopprimerci.
La mia decisione di iscrivermi al gruppo Che-Lumumba, collettivo nero militante del partito comunista, deriva direttamente dalla mia convinzione che la sola via per la liberazione di tutti i neri è quella del rovesciamento completo e totale della classe capitalista e di tutti i suoi mezzi di oppressione. Il compito del gruppo Che-Lumumba è di organizzare i neri in funzione dei loro bisogni immediati; ma, allo stesso tempo, di creare un'armata di combattenti per la libertà che rovesceranno i nostri nemici. Noi sappiamo che, per raggiungere questo scopo finale, dobbiamo unire le nostre forze a quelle degli elementi progressisti della popolazione bianca di America, che ha visto come noi la natura della bestia capitalista.

Perché non ha utilizzato l'organizzazione clandestina come R. Williams e E. Cleaver per sfuggire alla persecuzione?
All'inizio ero convinta che nel mio caso, d'accordo con Nixon e Reagan, J. E. Hoover avesse deciso di dare un esempio. Il FBI ha utilizzato per catturarmi delle considerevoli forze, molto più considerevoli di quanto non abbia l'abitudine di fare. Poiché si era talmente in. dirizzata l'attenzione del pubblico su di me e sulla mia presunta partecipazione agli avvenimenti di San Raphael, bisognava dimostrate all'opinione pubblica reazionaria di esser capaci di catturare i rivoluzionari neri.
Nelle comunità nere di tutto il paese si arrestano centinaia di donne che mi rassomigliano. Hanno preso a sorvegliare in permanenza non soltanto la mia famiglia, i miei amici e compagni politici, ma anche conoscenti casuali, gente incontrata un giorno per caso e con cui non avevo più avuto alcuna relazione da più di dieci anni. Chiaramente mi si volevano sbarrare tutte le strade. Bisogna rendersi conto che io sono stata catturata all'improvviso. Non avevo alcun mezzo di prevedere che dovevo nascondermi per sfuggire alla cattura nell'agosto scorso. La mia fuga ha dovuto dunque essere completamente improvvisata. Non è stato certamente molto facile, dato che una mia foto era esposta in tutto il paese. Inoltre la stampa aiutava il FBI pubblicando ogni tipo di articoli e persino una cronaca.
Non sono riuscita a non farmi catturare, ma bisogna tener presente una cosa: ci saranno altre storie fabbricate di sana pianta come la mia e noi saremo ancora obbligati a nasconderci. Il fatto che mi hanno catturata non significa però, assolutamente, che noi saremo tutti catturati.
Essi hanno messo i loro cani alle mie costole; ma possono permettersi di farlo solo qualche volta: noi dobbiamo impedire di farci terrorizzare, perché tale è, chiaramente, il loro scopo.
Inoltre, vista la repressione violenta che subiamo, dobbiamo programmare di mettere in piedi un'organizzazione efficiente, che permetta ai militanti neri ricercati dalla polizia di restare negli Stati Uniti e di continuare a lottare per la nostra liberazione.

Si dice spesso che lei è stata utilizzata dai comunisti, è possibile che sia cosi?
Tutta la pubblicità più velenosa che tende a dire che io sono stata utilizzata dai comunisti non può essere che opera della fantasia dei nemici della nostra causa.
Si dice che, poiché il partito comunista è venuto a difendermi, ciò significa che esso mi sfrutta e che addirittura il partito stesso abbia avuto qualcosa a che fare con il mio arresto.
Coloro che credono a menzogne così evidenti sono stati terribilmente ingannati dalla cricca Nixon-Reagan, perché sono essi che utilizzano questi metodi così vili, per mettere in crisi la nostra lotta.
Sono una comunista nera. Il governo corrotto di questo paese non può accettare una simile associazione. Per questo essi utilizzano gli avvenimenti di San Raphael per cercare di assassinarmi. Io sono membro del partito comunista, è compito dunque del partito venirmi a difendere.
In più, servendosi del mio caso, il governo cerca di spingere più a fondo i suoi attacchi contro il popolo nero e di terrorizzarlo ancora di più, come ha già fatto nel caso di George Jackson, Huey Newton, Bobby Seale e Ericka Huggins, e in molti altri casi. Per questo il popolo nero deve mettere all'ordine del giorno il problema di organizzarsi, non solamente per la difesa dei prigionieri politici ma per la propria difesa.

A dispetto di tutto ciò che lei ha subito, le sue convinzioni per ciò che riguarda la causa del popolo nero sono rimaste immutate?
Non vi è assolutamente nulla che mi possa impedire di lottare con tutte le mie forze per la libertà del mio popolo. Il fatto che sono stata arrestata non mi riduce a piangere, bensì mi fornisce ulteriori ragioni per essere forte e continuare la lotta.
Mentre partecipavo alla lotta per liberare i fratelli di Soledad, mettevo i compagni in guardia dicendo che non aveva importanza quale di noi potesse diventare il prossimo bersaglio del governo, nella sua politica di repressione dei rivoluzionari neri.
Molti di noi sono chiusi nelle prigioni, qui o negli altri Stati. Il 95 per cento delle detenute che sono qui nella prigione femminile (contea di New York) sono nere o portoricane. Io sono in mezzo al mio popolo e noi continueremo a lottare all'interno della prigione.

Come possono i non militanti aiutarla nella sua lotta?
Sono stati creati dei comitati in tutti i paesi e nel mondo intero per costringere il governo a liberarmi. Hanno già avuto luogo manifestazioni, campagne di petizioni, movimenti di massa e campagne di stampa. Si sono intraprese tutte le azioni possibili. Suggerisco a tutti coloro che lo desiderano di mettersi in contatto con il Comitato newyorkese per la liberazione di Angela Davis, 29 W. 15 Str. N.Y. City o Donne nere per la liberazione di Angela Davis, 361 West 125 Str. N.Y. City o il Comitato di unione nazionale per liberare Angela Davis 4350 43 Str. Los Angeles California.
Io penso che sia importante collegare la lotta per la mia liberazione alla lotta per liberare gli altri prigionieri politici neri. Affermo che la lotta che si conduce deve pretendere la liberazione di tutti i neri, uomini e donne, perché pochi di noi sono stati giudicati con giustizia. Non abbiamo certamente avuto dei giurati scelti tra di noi.
Anche nel caso in cui fossi autorizzata a lasciare la prigione non mi considererei libera. La libertà diventerà una realtà quando noi, popolo nero, avremo soppresso i nostri nemici, quando avremo spezzato il giogo dell'oppressione e potremo liberamente costruire una società che rifletterà i nostri bisogni e le nostre aspirazioni. Io non sarò libera finché non sarà libero tutto il mio popolo.

Da quando lei è diventata comunista non ha mai dubitato che il partito possa aiutare il popolo nero?
Il partito comunista dichiara che il popolo nero non solamente costituisce la parte più oppressa della popolazione degli Stati Uniti, ma anche che noi siamo in questo paese l'espressione della resistenza più combattiva. Noi siamo dunque, in quanto popolo nero, i leaders naturali di una rivoluzione il cui scopo finale è quello di rovesciare la classe dirigente americana e liberare tutte le masse del paese. I neri si devono liberare poggiando sulle proprie forze. Nella nostra lotta noi comprendiamo come il razzismo sia negativo in questo paese. Questa realtà l'abbiamo appresa al momento della lotta per i diritti civili, in cui molti bianchi dalle buone intenzioni perpetuavano il razzismo, adottando un atteggiamento di protezione, dicendo che essi dovevano "aiutare" noi altri neri, il che significava aiutarci nell'inutile impresa che consisteva nell'integrazione in una cultura destinata a morire.
Il partito comunista riconosce la necessità per i bianchi, soprattutto per gli operai bianchi, di accettare il ruolo direttivo dei neri. Se essi dovranno un giorno liberarsi dalle loro catene capiranno che dovranno, prima di tutto, lottare contro ogni manifestazione di razzismo.

La maggior parte dei giornali dice che lei è fuggita dalla California perché era colpevole. Può chiarirci questo punto?
Le voglio porre una domanda. Quando uno schiavo, che era riuscito a fuggire alla frusta e ai supplizi del suo padrone bianco, riparava in un altro Stato, era questa una prova della sua colpevolezza?
Dopo che Ronand Reagan e le sue coorti fasciste ebbero lanciato una campagna per farmi rimuovere dal mio posto all'università di Los Angeles - non perché non avevo i titoli richiesti, ma perché semplicemente ero nera, comunista e mi ero dedicata alla lotta per la liberazione del mio popolo - come non avrei potuto comprendere che avevano deciso di assassinarmi? Dopo tutto avevano già fatto nascere un movimento reazionario contro di me per il posto che occupavo.
L'anno scorso, non è passato un giorno senza che io non ricevessi minacce di morte sotto le forme più svariate. Il risultato dell'attività di Reagan fu che venni costantemente vessata dagli uomini da lui mandati a pattugliare la nostra comunità.
Io fuggii perché ero convinta di avere pochissime possibilità di essere giudicata equamente in California. Aggiungerò che il Times di Los Ange1es, dopo aver interrogato la comunità nera della città, concluse che l'80 per cento di quelli che avevano interrogato trovavano giusto il fatto che io mi nascondessi. Perché il costituirmi significava mettermi direttamente nelle mani dei boia, dei boia del popolo nero in generale.

Se lei dovrà essere giudicata in California, pensa che sarà giudicata equamente?
Il sistema giudiziario americano è corrotto. Per ciò che riguarda i neri, esso si manifesta come uno degli aspetti repressivi di un sistema che rende legale l'oppressione sistematica del nostro popolo. Noi siamo le vittime, non i protetti dalla giustizia.
È chiaro che la democrazia in America è svilita e senza speranza, quando i tribunali, che presumibilmente dovrebbero garantire i diritti del popolo, sono stati coinvolti a partecipare attivamente alla guerra genocida contro il popolo nero.
Noi dobbiamo respingere il presunto diritto dei tribunali di opprimerci ulteriormente. Il solo modo con cui possiamo ottenere giustizia è esigendola, e creando un movimento di massa che faccia intendere al nostro nemico che utilizzeremo tutti i mezzi a nostra disposizione per assicurare una vera giustizia al nostro popolo. È il solo modo con cui possiamo sperare di liberare tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle imprigionati nelle galere americane. È il solo modo con cui possiamo sperare di ottenere la liberazione finale.

Come è il suo morale?
Con tutte le meravigliose sorelle che mi circondano e tutti i fratelli e le sorelle che lottano al di fuori, io non posso che sentirmi risoluta a continuare a lottare, cosi come lo ero quando fui arrestata. Ricevo ogni giorno centinaia e centinaia di lettere di simpatizzanti da tutto il mondo, che mi convincono dell'immensità dei consensi e degli appoggi che ho ricevuto dappertutto.
La stampa non ha detto che, quando ho iniziato uno sciopero della fame per protestare contro l'isolamento al quale mi avevano costretta, molti compagni lo hanno ugualmente iniziato, affiancandosi solidali alla mia protesta.
Sono in prigione da più di due mesi, Huey fu incarcerato per due anni, Ericka Huggins, che conosco personalmente e che ammiro come una delle grandi figure del popolo nero di questo paese, è in prigione da due anni, come pure Bobby Seale.
Quando provo ad immaginare ciò che George Jackson, uno dei fratelli di Soledad, ha dovuto sopportare in questi 11 anni, divenendo tuttavia un potente ed insigne dirigente del popolo, e quando penso a Jonathan Jackson ed a molti altri che hanno sacrificato la vita per la nostra lotta, mi sento riempire di tutta la forza necessaria per continuare a combattere.

Puo dirci come è trattata nel carcere femminile?
Si tratta di una prigione e tutte le condizioni più spaventose che caratterizzano le galere americane sono presenti in questa.
Piuttosto che parlare subito del trattamento particolare che subisco, vorrei raccontare quali sono 1e condizioni in cui siamo costrette a vivere. Tanto per incominciare, la prigione è immonda, infestata da scarafaggi e topi. Spesso troviamo nel cibo scarafaggi che sono stati cucinati con le vivande. Tempo fa una delle sorelle ha trovato nella minestra una coda di topo. Nei giorni scorsi capitò che mentre bevevo una tazza di caffè dovetti estrarre uno scarafaggio.
Gli scarafaggi coprono letteralmente i muri delle nostre celle, la sera, e ci camminano sul corpo mentre dormiamo. Tutte le notti si sentono grida di prigioniere che si svegliano sentendo i topi che corrono sui loro corpi. Tra l'altro ne ho trovato uno nel mio letto, la notte scorsa.
L'assistenza medica è spaventosa. I dottori sono razzisti ed assolutamente insensibili ai bisogni delle donne. Una sorella, la cui cella è nel mio stesso braccio, si è lamentata con il dottore di avere degli atroci dolori al seno. Il medico le ha consigliato di trovarsi un'occupazione, senza sognarsi nemmeno di visitarla. In seguito le è stato riscontrato un tumore al petto e ha dovuto essere ricoverata immediatamente. Questo caso esemplifica il modo con cui siamo trattate qui.
Passiamo la maggior parte del tempo in celle immonde di 5 piedi per 9, col pavimento di cemento; o fuori, in corridoi nudi. Non abbiamo neanche il diritto di mettere sul pavimento, su cui dobbiamo sederci, delle coperte per ripararci dal freddo e dalla sporcizia.
A proposito della biblioteca, esiste una collezione di storie, di avventure e romanzi che viene chiamata biblioteca. Bisogna tener presente che la popolazione della prigione è al 95% formata da nere e portoricane; ebbene io non ho trovato che 5 o 6 testi su argomenti riguardanti i neri, mentre i libri in spagnolo sono estremamente rari.
Potrei continuare su tali argomenti ma preferisco parlare del trattamento particolare che mi è riservato. Sono convinta che le autorità della prigione hanno ricevuto istruzioni precise per rendermi la vita più dura possibile, in modo che mi rassegni a cessare di lottare contro la mia estradizione. Naturalmente, dopo che il tribunale ha dato loro torto ed hanno dovuto porre fine alla mia segregazione, essi cercano di affermare il loro potere in altra forma.
A differenza delle altre detenute, che sono in attesa di giudizio, sono obbligata ad indossare l'uniforme della prigione, per rendermi più difficile la possibilità d'evasione.
Essi rifiutano il consenso ai miei avvocati di darmi il materiale giuridico prima di averlo i letto, mostrando di non avere il minimo rispetto per il carattere confidenziale e riservato dei rapporti tra l'avvocato ed il suo cliente.
Potrei continuare ad enumerare centinaia di piccole vessazioni, con cui hanno cercato di spezzare la mia resistenza, ma non farei che ribadire che nulla di ciò che possono fare intaccherà la mia risoluzione di continuare la lottai
La sola cosa che lo potrà sarà la perdita della vita, ma se arriveranno a questo dovranno affrontare la collera del popolo. La stessa cosa vale per Ericka, Bobby, George, i fratelli di Soledad.

Come sono i suoi rapporti con le altre prigioniere?
Io non ho mai ricevuto un'accoglienza così appassionatamente calda e cordiale. Ogni volta che vado da un braccio all'altro della prigione, le sorelle sollevano il pugno chiuso e mi manifestano la loro solidarietà. Mentre ero in segregazione le sorelle del mio stesso piano presero l'iniziativa di intraprendere manifestazioni in mio favore. Quando incominciai lo sciopero della fame molte di loro si unirono a me.
Dopo che fui trasferita con le altre, alcune delle sorelle del mio piano, con cui avevo passato molto tempo, mi aiutarono a rispondere alle lettere che ricevevo dal di fuori. Esse furono immediatamente trasferite in un altro piano, ma abbiamo trovato ugualmente modo di comunicare.
Ho già accennato allo stato della cosiddetta biblioteca. Dopo parecchie domande e discussioni, ho appreso che, se i libri venivano inviati direttamente dall'editore, potevo riceverli.
Ora mi si è permesso di mettere insieme 5 di questi libri alla settimana. Le sorelle sono estremamente interessate a tutta la letteratura che ricevo, a tutta: dalle lettere dal carcere di George Jackson alle opere di Lenin.
I libri circolano per tutto il piano e sono l'occasione di intense discussioni. Dato che le autorità di qui sono del tutto insensibili ai desideri dei prigionieri, spero che i fratelli e le sorelle da fuori prendano l'iniziativa di far dono alla biblioteca d'una letteratura appropriata.

Quali furono i suoi sentimenti quando apprese che risultava sulla lista delle dieci persone più ricercate dal FBI?
Ero già convinta che la cricca Nixon-Reagan avrebbe utilizzato tutti i mezzi possibili per sopprimere quelli che dissentono. Essi usano tutti i mezzi in loro potere per estirpare da questo paese ogni attività rivoluzionaria.
Il FBI sta rapidamente cercando di diventare una forza analoga alla squadra della morte in Brasile, usata dalla reazione contro i combattenti della libertà brasiliana. Mettendomi nella lista delle dieci persone più ricercate, presentandomi come una criminale pericolosa e incallita, essi mi condannavano sia ad essere uccisa sul posto che ad essere legalmente assassinata dai mastini di Reagan.

I suoi partigiani la chiamano "prigioniera politica". Molti non capiscono bene che cosa ciò voglia dire. Può spiegarlo?
Sempre più frequentemente i neri sono incarcerati non perché abbiano commesso un crimine, ma per le loro opinioni politiche e per le azioni che intraprendono per condurre il nostro popolo a lottare per la libertà. Essi inventano false accuse; i processi completamente montati diventano sempre più frequenti.
George Jackson fu arrestato 11 anni fa all'età di diciotto anni e fu riconosciuto colpevole d'aver rubato settanta dollari ad un impiegato di un distributore di benzina. È stato condannato ad una pena variabile da un anno a tutta la vita.
Poiché era divenuto rivoluzionario e si era messo ad organizzare i suoi compagni di prigione, gli fu rifiutata la libertà provvisoria sotto cauzione d'anno in anno, finché l'anno scorso è stato implicato in un affare completamente montato, con altri due fratelli, John Clutchette I e Fleeta Drumgo, che avevano manifestato un grande interesse per le sorti del nostro popolo. George Jackson, John Clutchette e Fleeta Drumgo sono dei prigionieri politici. I loro crimini reali sono il fatto di essersi consacrati totalmente alla liberazione del popolo nero. Bobby Seale è un prigioniero politico. Ericka Huggins è un prigioniero politico. Martin Sostre è un prigioniero politico.
Io sono una prigioniera politica. Il governo vuole impormi il silenzio per impedirmi di organizzare il nostro popolo, di rivelare in piena luce come questo sistema sia corrotto e degenerato, condannandomi in base ad un crimine con il quale non ho nulla a che vedere.
I prigionieri politici sono mostrati come esempio al resto del mondo. George, John e Fleeta furono mostrati come esempio al resto del1a popolazione di Soledad, esempio che indicava in modo eclatante la sorte di tutti i prigionieri che avessero seguito la loro strada. Ed è lo stesso per Ericka, Bobby, i fratelli di Soledad, Martin Sostre, le pantere e me stessa. Il governo vuole terrorizzare il nostro popolo indirizzandoci verso la sedia elettrica, la camera a gas, e la prigione a lungo termine. Non vi è che un modo di liberare i prigionieri politici: bisogna che milioni di persone facciano sapere al governo che hanno intenzione di utilizzare tutte le armi di cui possono disporre, per assicurare la liberazione dei loro combattenti imprigionati e di conseguenza la libertà del popolo nero.

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Monika Bulaj e quelle foto che raccontano il sacro delle donne
di Marta Serafini

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Le donne le ha fotografate in tutto il mondo. Dal centro dell’Europa, la Polonia, dove è nata, passando per i Balcani fino all’Afghanistan, il Giappone e poi verso sempre più verso oriente, tra i vecchi credenti della Polonia e i rom della Macedonia, gli armeni della Romania e i lemki polacchi, tra gli hutzuli ucraini e i tartari bielorussi, tra gli aleviti della Albania e gli Udini del Caucaso. Scatti (bellissimi) che sono in mostra fino al 4 ottobre allo Spazio Archeologico Sotterraneo del S.A.S.S., a Trento con un’installazione dal titolo Genti di Dio, organizzata in collaborazione con l’Osservatorio dei Balcani. Il filo rosso sono la sofferenza e la passione che la religione porta con sé. Un filo rosso che l’autrice ha trovato mischiandosi tra le genti di tutto il mondo.

A regalarci questi ritratti è Monika Bulaj, fotoreporter freelance di 46 anni, una macchina fotografica appesa al collo da quando di anni ne aveva 19 e viveva a Varsavia. “La mia ricerca è sempre stata focalizzata sui confini del monoteismo. Ma nel tempo, quasi senza accorgemene, per compassione e per empatia, mi sono fermata spesso a guardare i volti femminili. Perché se Dio è sempre uomo, le donne rappresentano la vita”, racconta Monika, che ha pubblicato sulle più importanti testate internazionali.

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A Trento Bulaj presenta una serie di fotografie raccolte all’interno del suo ultimo libro Gente di Dio, con la prefazione di Moni Ovadia ed edito da Postcart. E giovedì l’autrice ne parlerà nell’ambito della quarta edizione della manifestazione “Sulle Rotte del Mondo – Europa”, con Luisa Chiodi direttore di Obc. “In queste terre – racconta Monika Bulaj – sotto le ceneri languiva l’infanzia d’Europa, il nostro oblio e le nostre paure, la storia si confondeva con il mito, il vero con l’irreale e le ombre di quelli spazzati dalla Shoah e dei deportati si mischiavano ai presenti. Mi sono spinta un po’ alla volta, sempre più a Est, seguendo i canti”.

Una fotografa, dunque. Ma anche un antropologa, che con i suoi lavori riesce molto bene a raccontare la dimensione sacra e spirituale di tutti i popoli che ha incontrato sul suo cammino. Il risultato sono le immagini che vedete, quelle di corpi in movimento e tesi verso l’altro. Perché, come spiega Bulaj, “il corpo non mente. Il sacro gli passa attraverso, lo trafigge”. Così che sia di uomo o di donna, ogni volto ci racconta in un istante una storia durata centinaia di anni. Difficile non riconoscere che lo sguardo femminile sul mondo possa essere completamente differente. Anche se l’autrice stessa non crede che una differenza ci sia. Perché “L’immagine perfetta “ara” e trasforma l’anima, rivolge l’uomo verso il bene, lo prepara alla morte, lo possiede e illumina. Non è né maschile ne femminile. È come un semaforo, un misterioso avvertimento”. Ed ecco perché le fotografie di Monika Bulaj non sono solo immagini. Ma racconti da guardare, ascoltare e comprendere.


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Emanuela, nelle banlieue di Montpellier per insegnare il teatro ai bambini
La compagnia guidata dall'artista italiana Emanuela Bonini mette in scena spettacoli per i più piccoli e il casting lo fa nel Petit Bard, il quartiere più malfamato della periferia della città meridionale della Francia, ma anche a più alta densità d'immigrazione: "Così non stanno per strada"

di Martina Castigliani

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“All’inizio eravamo partiti con un’idea internazionale – spiega la Bonini, attrice e autrice di teatro nota al pubblico francese ed italiano – con l’intento di unire progetti artistici in zone critiche del mondo, dall’India all’Europa. Purtroppo ci sono mancati i fondi, e abbiamo pensato che non c’era bisogno di andare così lontano per mettere in pratica il nostro progetto”. Ed è così che è nata l’attività teatrale del Petit Bard, con una tradizione che ormai da 11 anni accompagna le famiglie e i ragazzi del quartiere, riuscendo a favorire integrazione, dialogo e incontro, là dove molti altri progetti hanno avuto difficoltà.

Bonini e Rondot, registe e menti del progetto, girano per i cortili del quartiere a inizio anno e offrono un’attività alternativa, come quella del teatro. Propongono a ragazzi e ragazze di venire a provare anche solo una volta, vedere come ci si sente a stare su di un palco e far parlare altre storie, a condividere un racconto con il vicino, e a farlo in francese, nella lingua che non è dei genitori ma che loro sì, i figli del Petit Bard devono e sanno sentire loro. E funziona. “All’inizio dovevamo convincere i ragazzi – aggiunge Emanuela – adesso sono loro che vengono da noi. Le mamme ci aiutano in questo, e adesso che si è creato un vero e proprio rapporto di fiducia ci mandano intere generazioni di figli. Rappresentiamo una bella occasione per loro, per permettere ai figli di non passare interi pomeriggi per strada e questo lo hanno capito”.

Il prezzo è di un euro ad atelier, un costo simbolico che permette di dare maggiore dignità anche a chi fruisce del servizio. Due le fasce di bambini e adolescenti che possono partecipare: il primo gruppo va dagli 8 ai 13 anni, il secondo dai 13 ai 18 anni. I ragazzi ogni anno mettono in scena racconti di zone diverse del mondo, studiando le altre culture secondo la prospettiva più magica e al tempo stesso reale che ci sia: i racconti tradizionali. Il Carnevale di Venezia, le Mille e una Notte, le storie dell’India e della “Grande Russia”, per arrivare fino a quest’anno, quando gli spettacoli sono dedicati ad un viaggio verso il lontano est cinese. “A la recherche du soleil” (Alla ricerca del Sole”), il titolo dello spettacolo del 2011/2012 che il primo weekend di giugno è stato messo in scena presso l’Institut du Monde Arabe di Parigi.

“Sono in media sette gli spettacoli pubblici che facciamo ogni anno con questi ragazzi – continua Emanuela Bonini – è importante che l’atelier non si limiti ad un semplice esercizio tra pochi, ma che veda palcoscenici e che li metta alla prova. Lo spettacolo all’Institut du Monde Arabe inoltre, permette a questi ragazzi di incontrare un’altra compagnia di ragazzi di Parigi e di cimentarsi insieme nella realizzazione teatrale. È un incontro importante che avviene ogni anno”. Il teatro diventa così lo strumento culturale capace di favorire una migliore integrazione. “In questi anni abbiamo visto come lo studio di racconti che vengono da tutto il mondo permetta ai ragazzi di capire meglio se stessi e il dialogo con altre culture. Nell’anno 2009/2010 ad esempio abbiamo dedicato il progetto alle narrazioni zigane, e pian piano i ragazzi si sono resi conto che gli zigani erano i loro vicini di quartiere e che le loro storie potevano essere davvero appassionanti. È un processo lungo e a volte faticoso, ma ci dà tante soddisfazioni”.

Emanuela Bonini è arrivata a Parigi dopo lo studio delle lingue orientali e della commedia dell’arte a Venezia. In Francia si è specializzata nella tecnica del mimo e ha approfondito lo studio dei teatri d’oriente. “Trilogie pour une actrice et 21 marionettes” è lo spettacolo teatrale di cui è autrice e marionettista insieme e con il quale ha girato i teatri di Parigi, facendo conoscere le sue doti di narratrice. “È in Francia dove mi sono formata e dove riesco a realizzare i miei progetti – conclude Emanuela – Le tutele per i lavoratori dello spettacolo qui sono maggiori e i fondi e le opportunità ci permettono di vivere della nostra arte. In Italia, purtroppo sarebbe quasi impossibile fare lo stesso”.


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Donne senza figli: maternità non significa per forza completezza femminile


ROMA - Sembra che oggi, per sentirsi donna, sia necessario essere lavoratrici instancabili, cuoche sopraffine, mogli premurose, amanti sexy e mamme perfette. Il tutto senza un capello fuori posto e il sorriso sulle labbra. Ma
qualcosa sta cambiando. Le statistiche segnano un aumento delle coppie decise a non avere figli: pregiudizi e pressione sociale circondano questa scelta e a soffrirne sono soprattutto le donne, che devono rispondere alla domanda d’obbligo: «Quando fai un figlio?». In un mondo in cui il lavoro è una necessità per tutti e in cui la metà femminile dell’umanità potrebbe portare a politica, cultura ed economia nuove soluzioni a vecchi problemi, è necessario essere mamme a tutti i costi?

Il libro «NO KID Quaranta ragioni per non avere figli» della psicoanalista francese Corinne Maier, ironico e volutamente provocatorio (l’autrice stessa è mamma di due bambini), vuole sfatare il mito della maternità come unico stato di completezza della donna. Tra i motivi per evitare di avere figli: la perdita di contatto con gli amici; la fine della vita sessuale; le spese da affrontare per mantenerli ormai fino a 30 anni; le vacanze che diventano un incubo; la perdita dell’identità in favore del diventare solo una «mamma» o un «papà»; la probabilità di allevare individui sempre più schiavi del consumismo; un pianeta già sovrappopolato con poche risorse.

In «Perché non abbiamo avuto figli. Donne «speciali» si raccontano», la sociologa e psicoterapeuta Paola Leopardi e l’attivista nel movimento delle donne Ferdinanda Vigliani cercano, chiedendo a 13 donne tra cui la giornalista Natalia Aspesi, la sociologa Letizia Bianchi, l’attrice Piera Degli Esposti, le risposte alla domanda: «Perché non siete madri?». Ne risulta una profonda analisi (e autoanalisi) delle motivazioni di una scelta che appare ancora oggi scandalosa e che fa emergere situazioni esistenziali quasi mai convenzionali, accomunate dalla ricerca della realizzazione di sé, per imparare a vivere la propria vita senza volerne una diversa, per essere speciali non perché senza figli, ma anche per questo.

Per Jessica Valenti, fondatrice del sito feministing.com, autrice di «Why have kids?», nonché mamma di una bimba di 2 anni, la maternità non è una scelta ma una sorta di imposizione culturale e il problema maggiore è che «se è il papà a cambiare i pannolini e a portare il figlio dal pediatra è un eroe, se a farlo è la mamma, sta solo compiendo il suo dovere». Per Valenti la soluzione allo stress genitoriale e al crollo del rapporto uomo-donna è nel concetto di «villaggio»: «Serve una società con tanti padri e madri per ogni bambino, come avviene già negli asili e nelle famiglie allargate. L’unico scoglio siamo noi donne - conclude la blogger americana -. Siamo state allevate a credere di essere il più capace e competente dei due genitori e abbiamo difficoltà a cedere questo potere».


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MessaggioInviato: 09/02/2013 - 16:28 
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http://www.controlacrisi.org/notizia/Co ... so-e-dopo/

"Pinar Selek, ergastolo dopo 15 anni di processo e dopo l'assoluzione per tre volte dall'accusa di terrorismo

Turchia. I media non ne hanno parlato eppure non è una notizia sui cui fare ombra.
Pınar Selek, classe 1971, attivista femminista, antimilitarsita e sociologa, ha ricevuto la condanna all’ergastolo e la condanna le è arrivata dopo un processo che è durato ben 15 anni e, soprattutto, dopo che è stata assolta dall'accusa di terrorismo per tre volte.

Ha preso parte alla fondazione Amargi, libreria femminista di Istanbul.

Pinar, inotlre, non solo si predneva dei ragazzi di strada e dei travestiti con cui lavorava, ma con loro ha ancheistituito il Laboratorio degli Artisti della Strada. In questo modo i ragazzi di strada, ma anche i travestiti sono riusciti ad integrarsi nella società attraverso le loro opere artistiche.

Pınar Selek ha sempre combattuto contro la guerra e nel 1998 mentre stava per terminare la sua ricerca sulle conseguenze e gli effetti della guerra civile in Turchia, che per lunghi anni ha causato numerose vittime e sofferenze al paese, si è trovata coinvolta in una cospirazione che però l'ha accusata di avere messo una bomba al Bazaar delle Spezie.

Ha trascorso due anni e mezzo in galera e 15 anni nelle aule dei tribunali.

Il suo processo ha dell'esemplare: viene accusata, il suo accusatore poi però ritratta, dice che la confessione gli è stata estorta sotto tortura, poi ci ripensa e l’accusa di nuovo, e così va avanti.

I tre diversi esperti che vengono nominati dal tribunale dichiarano che l’esplosione è stata causata da una perdita di gas e che non si è trattato di una bomba, ma la polizia tuttavia continua ad affermare che è stata una bomba e così coninuanoa ad accusare Pilar di terrorismo. Per tre volte si è arrivato a un verdetto e per tre volte Pınar Selek è stata assolta.

Fino a duq giorni fa, quando il giudice che ha assolto Pınar continua a votare contro la sua condanna, ma la Corte invece ha deciso di condannarla all’ergastolo per terrorismo.
Gli avvocati di Pınar hanno contestato questa decisione e si sono preparati a fare ricorso alla Corte Costituzionale."

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esiste un uomo stanco di dover dimostrare la sua forza.
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esiste un uomo costretto a lavorare di più per poterla sfamare.
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Ljudmyla Mychajlivna Pavličenko
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Ljudmyla Mychajlivna Pavličenko (Bila Cerkva, 12 luglio 1916 – Mosca, 10 ottobre 1974) è stata una militare e un'abilissima tiratrice scelta sovietica.

Pavličenko fu una studentessa brillante nei suoi primi anni. Quattordicenne, andò a vivere a Kiev, capitale della Repubblica Sovietica d'Ucraina, coi genitori. In quella città si iscrisse a un'associazione di tiro a segno, e sviluppò notevoli capacità di tiro. In quel periodo lavorava come operaia addetta allo sminuzzamento dei minerali alle Industrie Arsenal di Kiev.

Nel giugno del 1941, in un periodo in cui Pavličenko studiava storia alla Università di Kiev, la Germania Nazista mosse guerra all'Unione Sovietica (vedi anche Operazione Barbarossa), in seguito alla quale si arruolò quasi immediatamente. All'ufficio arruolamento, richiese di unirsi alla fanteria e di conseguenza fu assegnata alla 25ª Divisione Fucilieri dell'Armata Rossa, e divenne una delle 2000 cecchine sovietiche, di cui solo 500 sopravvissero alla guerra (si deve specificare che nell'Armata Rossa le donne venivano coscritte e in guerra mandate in prima linea come gli altri soldati; quindi, anche se non si fosse arruolata volontariamente, avrebbe comunque combattuto).

Come tiratrice, uccise i primi due soldati nemici presso Beljajevka, usando un fucile Mosin-Nagant, riadattato per il tiro di precisione con un'ottica da 3.5 ingrandimenti.

Il soldato Pavličenko combatté circa 80 giorni presso Odessa, dove le si attribuirono 187 soldati nemici uccisi e le vennero conferiti svariati avanzamenti di grado. Quando i tedeschi presero controllo della città, la sua unità venne fatta ripiegare per affrontare il nemico a Sebastopoli, in Crimea. Secondo i rapporti del Voensovet (Stato Maggiore) del Fronte Meridionale sovietico nel maggio 1942, il tenente Pavličenko aveva eliminato 257 soldati tedeschi e dell'Asse, e alla fine del conflitto tale numero aumentò fino a 309 soldati nemici, tra cui 36 tiratori scelti.

Si narra che la Pavličenko avesse trovato sul campo di battaglia il registro delle uccisioni di uno dei cecchini tedeschi che aveva freddato, e che il conto delle sue vittime fosse superiore a 500.

Nel giugno 1942, fu ferita da un colpo di mortaio. Poiché ormai era un'eroina, le fu negato il permesso di continuare a combattere meno di un mese dopo la guarigione della ferita, e di conseguenza fu trasferita nelle retrovie. Fu inviata in Canada e negli Stati Uniti per una visita di propaganda, e divenne la prima cittadina dell'Unione Sovietica ad essere ricevuta da un Presidente degli Stati Uniti d'America. Franklin D. Roosevelt e sua moglie le diedero il benvenuto alla Casa Bianca, e in seguito la Pavličenko fu invitata da Eleanor Roosevelt in un vero e proprio tour di conferenze in tutti gli Stati Uniti per raccontare la propria esperienza. Fece un'apparizione alla International Student Assembly a Washington, D.C., dove fu acclamata come un'eroina, e si recò a New York City per un ciclo di discorsi, interviste e conferenze. In Canada, le fu regalato un fucile Winchester con ottica di precisione, che oggi è esposto al Museo Centrale delle Forze Armate, a Mosca.

Dopo la promozione al grado di Maggiore, la Pavličenko non tornò in combattimento, ma divenne istruttore di riconosciuta bravura, capace di addestrare centinaia di tiratori sovietici fino alla fine della guerra. Nel 1943, fu insignita della Stella d'Oro di Eroe dell'Unione Sovietica. Dopo la guerra, riuscì a laurearsi all'Università di Kiev e iniziò una carriera come storico. Dal 1945 al 1953, fu assistente ricercatore del Quartier Generale della Marina Sovietica, ruolo nel quale fu coinvolta all'interno di una lunga serie di conferenze e congressi. In seguito, fu membro attivo del Comitato Sovietico Veterani di Guerra.

Ljudmyla Pavličenko è oggi sepolta al cimitero di Novodevičij di Mosca.

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Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


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