La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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TINA MODOTTI, ARTE VITA LIBERTÀ
EMIGRANTE, OPERAIA, ATTRICE, FOTOGRAFA NEL MESSICO DEGLI ANNI VENTI, ANTIFASCISTA, MILITANTE NEL MOVIMENTO COMUNISTA INTERNAZIONALE, PERSEGUITATA ED ESULE POLITICA, GARIBALDINA DI SPAGNA.


Nata a Udine il 17 agosto 1896 e deceduta a Città del Messico il 5 gennaio 1942.
Dopo l'improvvisa scomparsa, il riconoscimento della personalità umana, artistica e politica di Tina Modotti fu quasi immediato e per alcuni anni la sua vita e la sua opera restarono vive in buona parte dell'America latina. Poi cadde l'oblio, lungo di almeno trent'anni. Inquietanti cause di questo silenzio/rifiuto si possono trovare nel mondo reazionario, nel provincialismo, nel dilagante moralismo di questo secolo, contrari alla valorizzazione di una donna libera e inserita nel grande filone della cultura laica.




L'opera di Tina, che si trova in buona parte negli Stati Uniti, venne tenuta nascosta nei cassetti dei Dipartimenti di fotografia per la nefasta influenza del maccartismo che rese impossibile, per molti anni e non solo in America, lo studio e la presentazione di un'artista che aveva creato immagini di qualità e militato nel movimento comunista internazionale.
Anche la Sinistra storica non è esente da disattenzioni nei riguardi di questa friulana d'eccezione.
Oggi sappiamo che non esiste un artista di qualità e un militante di valore, come Tina Modotti, che sia stato trascurato per così lungo tempo dagli storici della fotografia e dalla storiografia politica. Tutto ciò è avvenuto nonostante le novità e il fascino che caratterizzano la sua avventura umana:la sua complessa esistenza appare, con il solo raccontarla, un romanzo.
Assunta Adelaide Luigia Modotti, detta Tina, nasce nel popolare Borgo Pracchiuso a Udine, da famiglia operaia aderente al socialismo della fine Ottocento. Il padre Giuseppe lavora come meccanico e carpentiere, mentre la madre Assunta Mondini fa la cucitrice.

Medaglione fotografico con la madre Assunta Mondini, nel centro e i figli (dall'alto in senso orario): Jolanda, Mercedes, Tina, Benvenuto, Gioconda, Giuseppe.
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Diventa emigrante all'età di soli due anni, quando la famiglia si trasferisce nella vicina Austria per lavoro. Nel 1905 rientrano a Udine e Tina frequenta con ottimo profitto le prime classi della scuola elementare. A dodici anni, per contribuire al sostentamento della numerosa famiglia (sono in sei fratelli), lavora come operaia in una filanda. Apprende elementi di fotografia frequentando lo studio dello zio Pietro Modotti.
Il padre decide di partire per gli Stati Uniti, presto raggiunto da quasi tutta la famiglia. Tina arriva a San Francisco nel 1913, dove lavora in una fabbrica tessile e fa la sarta, frequenta le mostre, segue le manifestazioni teatrali e recita nelle filodrammatiche della Little Italy.
Durante una visita all'Esposizione Internazionale Panama-Pacific conosce il poeta e pittore Roubaix del'Abrie Richey, dagli amici chiamato Robo, con cui si unisce nel 1917 e si trasferisce a Los Angeles. Entrambi amano l'arte e la poesia, dipingono tessuti con la tecnica del batik; la loro casa diventa un luogo d'incontro per artisti e intellettuali liberal.



Tina nel 1920 si trova a Hollywood: interpreta The Tiger's Coat, per la regia di Roy Clement e, in seguito, alcune parti secondarie in altri due film, Riding with Death e I can explain. Si tratta di una esperienza deludente, che decide di abbandonare per la natura troppo commerciale di quanto il cinema propone. Per la sua bellezza ed espressività viene ripresa in diverse occasioni dai fotografi Jane Reece, Johan Hagemayer e, soprattutto da Edward Weston con cui ben presto nascerà un legame sentimentale.
Il 9 febbraio 1922 Robo muore di vaiolo durante un viaggio in Messico. Tina arriva in tempo per i funerali e scopre, in questa triste occasione, un paese che a lungo l'affascinerà. Rientra a San Francisco per l'improvvisa morte del padre Giuseppe. Alla fine dell'anno scrive un omaggio biografico in ricordo del compagno, che verrà pubblicato nella raccolta di versi e prose The Book of Robo.



A fine luglio 1923 Tina Modotti e Edward Weston (con il figlio Chandler) arrivano in Messico, si stabiliscono per due mesi nel sobborgo di Tacubaja e, quindi, nella capitale. Uniti da un forte amore, vivono entro il clima politico e culturale post-rivoluzionario, a contatto con i grandi pittori muralisti David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera e Clemente Orozco, che appartengono al Sindacato artisti e sono i fondatori del giornale El Machete, portavoce della nuova cultura e, in seguito, organo ufficiale del Partito Comunista Messicano.
A contatto con la capacità e l'esperienza di Weston, Tina accelera l'apprendimento della fotografia e in breve tempo conquista autonomia espressiva; alla fine del 1924 un'esposizione delle loro opere viene inaugurata nel Palacio de Minerìa alla presenza del Capo dello Stato.
Fra il 1925 e il 1926, in tempi brevi e diversi, tornano a San Francisco, dove Tina incontra la madre ammalata, conosce la fotografa Dorothea Lange, acquista una camera Graflex. Rientrati in Messico intraprendono un viaggio di tre mesi nelle regioni centrali a raccogliere immagini per il libro di Anita Brenner Idols Behind Altars. Il loro legame affettivo si deteriora e Weston torna definitivamente in California; i contatti continueranno per alcuni anni in forma epistolare.
Tina vive con la fotografia ed esegue molti ritratti, si unisce al pittore e militante Xavier Guerrero (che ben presto andrà a Mosca alla scuola Lenin), aderisce al Partito Comunista, lavora per il movimento sandinista nel Comitato "Manos fuera de Nicaragua" e partecipa alle manifestazioni in favore di Sacco e Vanzetti durante le quali conosce Vittorio Vidali, rivoluzionario italiano ed esponente del Komintern.



Tina trasforma il suo modo di fotografare, in pochi anni percorre un'esperienza artistica folgorante: dopo le prime attenzioni per la natura (rose, calli, canne di bambù, cactus, ...) sposta l'obiettivo verso forme più dinamiche, quindi utilizza il mezzo fotografico come strumento di indagine e denuncia sociale, e le sue opere, comunque realizzate con equilibrio estetico, assumono di frequente valenza ideologica: esaltazione dei simboli del lavoro, del popolo e del suo riscatto (mani di operai, manifestazioni politiche e sindacali, falce e martello,...). Sue fotografie vengono pubblicate nelle riviste Forma, New Masses, Horizonte. In questo periodo conosce lo scrittore John Dos Passos e l'attrice Dolores Del Rio, ed entra in amicizia con la pittrice Frida Kahlo.
Nel settembre del 1928 diventa la compagna di Julio Antonio Mella, giovane rivoluzionario cubano, con cui Tina vive un amore profondo e al cui fianco intensifica il lavoro di fotografa impegnata e di militante politica.



Ma il loro legame dura pochi mesi, perché la sera del 10 gennaio 1929 Mella viene ucciso dai sicari del dittatore di Cuba Gerardo Machado proprio mentre sta rincasando con Tina, che rimane indignata e scossa da questo dramma e deve inoltre subire una campagna scandalistica con cui le forze reazionarie tentano di coprire mandanti ed esecutori del delitto politico. Partecipa alle manifestazioni in ricordo di Mella e, in segno di protesta, rifiuta l'incarico di fotografa ufficiale del Museo nazionale messicano. Si dedica alla militanza e al lavoro fotografico, realizzando un significativo reportage nella regione di Tehuantepec. All'Università Autonoma di Città del Messico il 3 dicembre si inaugura una rassegna delle sue opere, che si trasforma in atto rivoluzionario per il contenuto e la qualità delle fotografie e per l'infuocata presentazione tenuta dal pittore Siqueiros. La rivista Mexican Folkways pubblica il manifesto "Sobre la fotografia" firmato da Tina Modotti.

Tina Modotti accanto alle sue opere, Università di Città del Messico 1929
Nel frattempo il clima politico é molto cambiato, le organizzazioni comuniste vengono messe fuori legge: il 5 febbraio 1930 Tina viene ingiustamente accusata di aver partecipato a un attentato contro il nuovo capo dello Stato, Pasqual Ortiz Rubio, arrestata ed espulsa dal Messico. Si imbarca sul piroscafo olandese Edam, compie il viaggio fino a Rotterdam assieme a Vittorio Vidali e raggiunge Berlino, dove conosce Bohumìr Smeral, fondatore del Partito comunista di Cecoslovacchia, lo scrittore Egon Erwin Kisch e la fotografa Lotte Jacobi nel cui studio espone le opere che aveva portato con se dal Messico. tenta di riprendere l'attività fotografica, viene a contatto con le grandi novità dell'informazione giornalistica, specialmente con la stampa popolare di Willy Münzerberg: quotidiani e periodici come il prestigioso "Arbeiter - Illustrierte - Zeitung" che pubblica fotografie di Tina in diverse occasioni. In ottobre decide di partire per Mosca, dove la attende Vidali.
Nella capitale sovietica allestisce la sua ultima esposizione, lavora come traduttrice e lettrice della stampa estera, scrive opuscoli politici, ottiene la cittadinanza e diventa membro del partito; abbandona la fotografia per dedicarsi alla militanza nel Soccorso Rosso Internazionale. Fino al 1935 vive fra Mosca, Varsavia, Vienna, Madrid e Parigi, per attività di soccorso ai perseguitati politici.




Nel luglio del 1936, quando scoppia le guerra civile spagnola, assume il nome di Maria e si trova a Madrid assieme a Vittorio Vidali, suo compagno da anni, che diventa Carlos J. Contreras, Comandate del Quinto Reggimento.
Durante tre anni di guerra, lavora negli ospedali e nei collegamenti, stringendo amicizia con altre combattenti come Maria Luisa Laffita, Flor Cernuda, Fanny Edelman, Maria Luisa Carnelli; si dedica ad attività di politica e cultura: scrive sull'organo del Soccorso Rosso Ayuda, nel 1937 a Valencia fa parte dell'organizzazione del Congresso internazionale degli intellettuali contro il fascismo e, assieme a Carlos, promuove la pubblicazione di Viento del Pueblo, poesia en la guerra con le opere del poeta Miguel Hernandez. Ha occasione di conoscere Robert Capa e Gerda Taro, Hemingway, Antonio Machado, Dolores Ibarruri, Rafael Alberti, Malraux, Norman Bethune e tanti altri della Brigate internazionali. Nel 1938 è tra gli organizzatori del Congreso Nacional de la Solidariedad che si tiene a Madrid.




Durante la ritirata, con la Spagna nel cuore, aiuta i profughi che si avviano alla frontiera e si trova in pericolo sotto i bombardamenti. Arriva a Parigi con Vidali. Nonostante sia ricercata dalla polizia fascista, chiede alla sua organizzazione il permesso di trasferirsi in Italia per svolgere attività clandestina, ma le viene negato per la pericolosità della situazione politica.
Maria e Carlos, come tanti altri esuli, rientrano in Messico, dove il nuovo presidente Lazaro Cardenas annulla la precedente espulsione. Conducono un'esistenza difficile e Tina vive facendo traduzioni, si dedica al soccorso dei reduci, lavora nell'"Alleanza internazionale Giuseppe Garibaldi" e frequenta pochi amici, fra cui Anna Seghers e Constancia de La Mora.
Nella notte del 5 gennaio 1942, dopo una cena con amici in casa dell'architetto Hannes Mayer, Tina Modotti muore, colpita da infarto, dentro un taxi che la sta riportando a casa. Come già era accaduto dopo l'assassinio di Julio Antonio Mella, la stampa reazionaria e scandalistica cerca di trasformare la morte di Tina in un delitto politico e attribuisce responsabilità a Vittorio Vidali.



Pablo Neruda, indignato per queste polemiche, scrive una forte poesia che viene pubblicata da tutti i giornali e contribuisce a tacitare lo "sciacallo" che

...sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l'anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.

I primi versi sono scolpiti sulla tomba di Tina che si trova al Pantheon de Dolores di Città del Messico. Lungo i decenni dopo la sua scomparsa, in altre occasioni sono stati messi in discussione avvenimenti della vita della Modotti. Soprattutto le circostanze della morte hanno sollecitato interpretazioni diverse, tentativi di scoop giornalistici, ambigue ricostruzioni televisive,... Ciò nonostante la biografia di Tina è rimasta sostanzialmente invariata, perché quelle prese di posizione non sono mai state sostenute da rigorose ricerche, da prove o da obiettive e attendibili testimonianze.

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MessaggioInviato: 05/08/2009 - 10:32 
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Località: Terra di mezzo
Un personaggio femminile di rilievo...
Una donna la cui vita e le cui opere meritano di essere
conosciute...

Ottima idea questo thread, giudi! :wink:

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Le radici profonde non gelano...Dalle ceneri rinascerà un fuoco e l'ombra sprigionerà una scintilla...(Il Signore degli anelli)


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Località: La Torre della Rosa d'Argento
Io non sono credente, ma questa donnina d'acciaio ebbi modo di conoscerla di persona, e ne rimasi impressionato fortemente, e lo sono tuttora: era piccolissima, curva, e sembrava vecchia come il tempo stesso, ma letteralmente "emanava" bontà, e chi le era attorno non poteva non accorgersene.
Qualunque la ragione, era speciale.



Madre Teresa di Calcutta

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Madre Teresa di Calcutta, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu OM (pron. IPA: /agnɛs gɔnˈʤa bɔˈjadʒju/; Skopje, 26 agosto 1910 – Calcutta, 5 settembre 1997), è stata una religiosa albanese di fede cattolica, fondatrice della congregazione religiosa delle Missionarie della Carità.

Il suo lavoro tra le vittime della povertà di Calcutta l'ha resa una delle persone più famose al mondo. Ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 1979, e il 19 ottobre 2003 è stata proclamata beata da papa Giovanni Paolo II.

Nata il 26 agosto 1910 in una benestante famiglia di genitori albanesi, di religione cattolica, all'età di otto anni perse il padre e la sua famiglia si trovò in gravi difficoltà finanziarie. A partire dall'età di quattordici anni partecipò a gruppi di carità organizzati dalla sua parrocchia e nel 1928, a diciotto anni, decise di prendere i voti entrando come aspirante nelle Suore della Carità. Inviata nel 1929 in Irlanda a svolgere la prima parte del suo noviziato, nel 1931, dopo aver preso i voti e assunto il nome di Maria Teresa, ispirandosi a Santa Teresa di Lisieux partì per l'India per completare i suoi studi. Diventò insegnante presso il collegio cattolico di Saint Mary's High School di Entally, sobborgo di Calcutta, frequentato soprattutto dalle figlie dei coloni inglesi. Negli anni che trascorse alla Saint Mary si distinse per le sue innate capacità organizzative, tanto che nel 1944 fu dichiarata direttrice.

L'incontro con la povertà drammatica della periferia di Calcutta spinge la giovane Teresa ad una profonda riflessione interiore: ebbe, come scrisse nei suoi appunti, "una chiamata nella chiamata". Nel 1948 ebbe l'autorizzazione dal Vaticano ad andare a vivere da sola nella periferia della metropoli, a condizione che continuasse la vita religiosa. Nel 1950, fonda la congregazione delle Missionarie della carità, la cui missione era quella di prendersi cura dei "più poveri dei poveri" e "di tutte quelle persone che si sentono non volute, non amate, non curate dalla società, tutte quelle persone che sono diventate un peso per la società e che sono rifuggite da tutti". Le prime aderenti furono dodici ragazze, tra cui alcune sue ex allieve alla Sant Mary. Stabilì come divisa un semplice sari bianco a strisce azzurre, che pare fu scelto da Madre Teresa perché era il più economico fra quelli in vendita in un piccolo negozio.

Nel 1952 si trasferì in un tempio indù abbandonato donatole dall'arcidiocesi di Calcutta che convertì nella Casa Kalighat per i morenti (poi chiamata Kalighat, casa dei puri di cuore: Nirmal Hriday), aiutata da funzionari indiani.[1] La vicinanza ad un tempio indù, provoca la dura reazione di questi ultimi che accusano Madre Teresa di proselitismo e cercano con massicce dimostrazioni di allontanarla. La polizia, chiamata dalla missionaria, forse intimorita dalle violente proteste, decide arbitrariamente di arrestare Madre Teresa. Il commissario entrato nell'ospedale e pare dopo aver visto le cure che essa amorevolmente dava ad un bambino mutilato, decise di lasciar perdere. Col tempo, però il rapporto fra Madre Teresa e gli indiani si rafforzò e anche se le incomprensioni rimasero, si giunse ad una convivenza pacifica.[senza fonte]

Le persone portate all'ospizio venivano assistite e avevano la possibilità di morire con dignità secondo i riti della loro fede: ai musulmani si leggeva il Corano, agli indù si dava acqua dal Gange, e i cattolici ricevevano l'estrema unzione.[2] Tuttavia Madre Teresa è stata accusata di battezzare i malati in punto di morte, senza chiedere il loro parere. Tali critiche hanno preso spunto da una dichiarazione di Madre Teresa, nella quale la suora dichiarava di offrire ai malati "uno speciale biglietto per san Pietro".[3]

Il giornalista britannico Christopher Hitchens ha criticato la Casa Kalighat e Madre Teresa per la mancanza di trattamenti sanitari nei confronti dei malati – specialmente bambini – in cura presso di lei, e il suo incoraggiamento ad accettare la povertà e la miseria: Hitchens, nel suo documentario per Channel 4, mostra Madre Teresa che dice a un moribondo «Stai soffrendo come Cristo in croce, di sicuro Gesù ti sta baciando!», e lui che risponde «Per favore digli di smettere di baciarmi». La qualità delle cure è stata criticata dalla stampa medica, fra cui The Lancet e il British Medical Journal, che hanno riferito il riuso degli aghi delle siringhe, le cattive condizioni di vita (per via ad esempio dei bagni freddi per tutti i pazienti), e un approccio antimaterialista che impediva delle diagnosi sistematiche.[4] Nel 1991 il direttore di The Lancet, il dottor Robin Fox, dopo aver visitato la clinica di Calcutta la descrisse disorganizzata e in mano a suore e volontari senza esperienza medica, senza medici e senza distinzioni fra malati inguaribili e malati con possibilità di guarigione, che comunque rischiavano sempre più la morte per le infezioni e la mancanza di cure.[5] Anche lo scrittore indiano Aroup Chatterjee e la rivista Stern[6] hanno avanzato dubbi sul reale impatto delle opere di Madre Teresa. Aroup Chatterjee in particolare si è mostrato molto polemico nel suo libro Mother Teresa : The Final Verdict, criticando le azioni e le pubbliche dichiarazioni come la posizione antiabortista, l'estrema semplicità delle pratiche mediche del suo ordine che, per esempio era poco incline al trattamento del dolore.

In seguito Madre Teresa aprì una casa per lebbrosi chiamata Shanti Nagar (cioè Città della Pace),[7] e altri lebbrosari in tutta Calcutta, che fornivano medicazioni, bendaggi e cibo; poi un orfanotrofio.

La fama internazionale di Madre Teresa crebbe enormemente dopo un fortunato servizio della BBC del 1969 titolato Qualcosa di bello per Dio e realizzato dal noto giornalista Malcolm Muggeridge. Il servizio documentò il lavoro delle suore fra i poveri di Calcutta ma durante le riprese alla Casa per i Morenti, a causa delle scarse condizioni di luce, si ritenne che la pellicola si potesse essere rovinata. Tuttavia lo spezzone, quando fu inserito nel montaggio, apparve ben illuminato. I tecnici sostennero che fu merito del nuovo tipo di pellicola utilizzato ma Muggeridge si era convinto che fosse un miracolo: pensò che la luce divina di Madre Teresa avesse illuminato il video, e si convertì al cattolicesimo. [senza fonte]

Nel febbraio 1965, papa Paolo VI concesse alle Missionarie della Carità il titolo di "congregazione di diritto pontificio" e la possibilità di espandersi anche fuori dall'India. Nel 1967 fu aperta una casa in Venezuela, a cui seguirono sedi in Africa, Asia, Europa, Stati Uniti nel corso di tutti gli anni settanta e ottanta. L'Ordine si ampliò con la nascita di un ramo contemplativo e di due organizzazioni laicali, aperte cioè anche ai laici. Nel 1981 fu fondato il movimento Corpus Christi aperto ai sacerdoti secolari. Nel 1979, ottenne infine, il riconoscimento più prestigioso: il Premio Nobel per la Pace. Rifiutò il convenzionale banchetto cerimoniale per i vincitori, e chiese che i 6000 dollari di fondi fossero destinati ai poveri di Calcutta, che avrebbero potuto essere sfamati per un anno intero: "le ricompense terrene sono importanti solo se utilizzate per aiutare i bisognosi del mondo". Alle numerose domande dei giornalisti rispose nel modo ironico e provocatorio che la caratterizzò sempre e dopo aver ricevuto il premio, attaccò duramente l'aborto.

Nel corso degli anni ottanta nasce l'amicizia fra papa Giovanni Paolo II e Madre Teresa i quali si ricambiano visite reciproche. Grazie all'appoggio di papa Wojtyła, Madre Teresa riuscì ad aprire ben tre case a Roma, fra cui una mensa nella Città del Vaticano dedicata a Santa Marta, patrona dell'ospitalità. Negli anni novanta, le Missionarie della Carità superarono le quattromila unità con cinquanta case sparse in tutti i continenti.

Intanto però le sue condizioni peggiorarono: nel 1989 in seguito ad un infarto le fu applicato un pacemaker, nel 1991 si ammalò di polmonite, nel 1992 ebbe nuovi problemi cardiaci. Si dimise da superiora dell'Ordine ma in seguito ad un ballottaggio fu rieletta praticamente all'unanimità, contando solo qualche voto astenuto. Accettò il risultato e rimase alla guida della congregazione. Nell'aprile del 1996 Madre Teresa cadde e si ruppe la clavicola. Il 13 marzo 1997 lasciò definitivamente la guida delle Missionarie della Carità. A marzo incontrò Giovanni Paolo II per l’ultima volta, prima di rientrare a Calcutta dove morì il 5 settembre, all'età di ottantasette anni.

La sua scomparsa suscitò grande commozione nel mondo intero: l'India le riservò solenni funerali di stato che videro un'enorme partecipazione popolare e la presenza di importanti autorità del mondo intero. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar arrivò persino a dichiarare: "Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo." Nawaz Sharif, il Primo Ministro del Pakistan disse, inoltre, che Madre Teresa era "un raro e unico individuo che ha vissuto a lungo per più alti scopi. La sua lunga vita di devozione alla cura dei poveri, dei malati e degli svantaggiati è stata uno dei più grandi esempi di servizio alla nostra umanità."

A soli due anni dalla sua morte, Giovanni Paolo II fece aprire, per la prima volta nella storia della Chiesa, con una deroga speciale, il processo di beatificazione che si concluse nell'estate del 2003 e fu quindi beatificata il 19 ottobre.

L'arcidiocesi di Calcutta ha aperto già nel 2005 il processo per la canonizzazione.

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MessaggioInviato: 05/08/2009 - 11:48 
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Località: ...fuori dal suo cuore...
Le donne

Le donne spesso e volentieri ti rendono migliore, ti fanno venir
voglia di essere un uomo fantastico e questo è un loro gran pregio.
Le donne hanno vissuto per secoli in un mondo governato
dalla forza fisica ma sono sopravvissute alla grande
perché hanno sviluppato una paraculaggine,
una furbizia ed un'intelligenza che all'uomo
allora non serviva e quindi oggi spesso ci stroncano.
Le donne non dimenticano mai.
Le donne, alcune donne, non capisco perchè si mettono
sempre con uomini violenti che le picchiano e
non capisco come facciano visto
che quegli uomini miserabili lo fanno perché le temono,
temono la loro grazia e la forza dei loro sogni
e si sentono piccoli piccoli, inadatti tanto da preferire
distruggere che cercare di farsi amare.
Quegli uomini non meritano le donne.
Le donne hanno una grazia fantastica anche se
sono ubriache o fatte, le
donne sono adulte e mature più degli uomini,
ma se vedono un pupazzetto
carino si inteneriscono.... che belle le donne.

_________________
Non vivo per qualcosa che finisce già domani.
l'amore è solo sabbia tra le mani...
..vivo al peccato, a me morendo vivo.
ווייַפאַרער
Chiunque abbia amato porta una cicatrice...


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...a proposito di donne,,,,ringrazio gli ometti per aver colto la mia proposta :oops: ma, mi domando...oltre a stella bella come sempre, dove mi sono finite le mie compagne di sesso? :shock:
tutte vacanti? :(

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Simone de Beauvoir

nacque a Parigi il 9 gennaio 1908 da una famiglia alto-borghese, segnata presto dalla bancarotta del nonno paterno. Simone e Hélène, sua sorella, vissero lunghi anni di disagi e ristrettezze economiche: "usavamo i vestiti fino alla corda, e anche oltre". Ben presto Simone rivelò un'intensa passione per lo studio. Iscritta all'Istituto Désir, diventò un'allieva esemplare, e decise – fatto allora eccezionale – di continuare a studiare e di dedicarsi all'insegnamento, allontanandosi allo stesso tempo dalla religione.

Studiò alla Sorbona, dove nel 1929 ottenne "l'agrégation" (idoneità) in filosofia e dove incontrò colui che, senza matrimonio né convivenza, sarebbe diventato il compagno della sua vita, il filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre. Sono, questi, gli anni in cui conosce Merleau-Ponty, Lévi-Strauss, Raymond Aron, Paul Nizan.

Inizia a insegnare nel 1930, prima a Marsiglia, poi a Rouen, infine a Parigi, dove chiuderà la propria carriera di docente nel 1943 per diventare scrittrice a tempo pieno. Molto importanti sono le sue esperienze di viaggio in vari continenti per la sua formazione intellettuale. Con Sartre compie i suoi primi viaggi, in Spagna, in Italia, in Grecia, in Marocco; nulla sfugge a questi due intellettuali degli eventi culturalmente significativi di questo periodo, si appassionano al cinema e al jazz e vivono con partecipazione i grandi rivolgimenti politici di quegli anni: il nazismo in Germania, la guerra civile spagnola del 1936, la seconda guerra mondiale. Durante la guerra, Simone de Beauvoir rimane a Parigi, occupata dai nazisti, e condivide con Sartre la breve esperienza del gruppo di Resistenza "Socialismo e Libertà".

Dopo la Liberazione lascia l'insegnamento ed entra a far parte del comitato di redazione della rivista Les Temps Modernes, insieme a Sartre, Leiris, Merleau-Ponty e altri.

Nel 1947 si reca negli Stati Uniti per una serie di conferenze e incontra lo scrittore Nelson Algren, con cui stabilisce un intenso rapporto d'amore. Compie altri viaggi significativi (Brasile, Cuba, Cina, Russia) e ritorna molto spesso in Italia con Sartre. Dopo Il secondo sesso (1949), ormai famosa in tutto il mondo, Simone de Beauvoir, per le particolari posizioni assunte come scrittrice e come donna, è oggetto di grande ammirazione ma anche di aspre polemiche. Allo scoppio della guerra di liberazione algerina, prende posizione a favore di questa lotta, cosa che renderà il suo isolamento ancora più pesante.

Simone de Beauvoir è considerata la madre del movimento femminista, nato in occasione della contestazione studentesca del maggio 1968, che seguirà con partecipazione e simpatia.

Gli anni settanta la vedono fervidamente in prima linea in varie cause del progresso civile: la dissidenza sovietica, il conflitto arabo-israeliano, l'aborto, il Cile, la donna (è presidentessa dell'associazione "Choisir [1]" e della Lega dei diritti della donna).

Nell'ultimo periodo della sua vita, Simone de Beauvoir affronta con coraggio un altro problema sociale, quello della vecchiaia, cui dedica un importante saggio, La Terza Età (1970).

Nel 1981, in seguito alla morte di Sartre, scrisse La cerimonia degli addii (La Cérémonie des adieux), cronaca degli ultimi anni del celebre pensatore.



Simone de Beauvoir morì il 14 aprile 1986 e venne seppellita nel cimitero di Montparnasse di Parigi accanto al suo compagno di una vita Jean-Paul Sartre, morto 6 anni prima, il 15 aprile 1980.
Radicalmente atea proprio come Sartre del resto, in La Cérémonie des Adieux, aveva scritto al riguardo della morte di colui col quale aveva condiviso gran parte della sua esistenza e delle sue idee: «La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così; è già bello che le nostre vite abbiano potuto accordarsi per un così lungo tempo» («Sa mort nous sépare. Ma mort ne nous réunira pas. C'est ainsi; il est déjà beau que nos vies aient pu si longtemps s'accorder»).


L'invitata (1943) è il primo romanzo pubblicato da Simone de Beauvoir, quello che la rivelò come scrittrice. Vi è affrontato con coraggio un tema difficile: l'inserimento nell'ambito di una coppia di un terzo personaggio, che ne muta l'intero equilibrio, costringendo ognuno a svelarsi sotto lo sguardo dell'Altro. La tematica della responsabilità ritorna nel suo secondo romanzo, Il sangue degli altri (1945): durante la seconda guerra mondiale, nella Francia occupata, coloro che si erano accostati alla Resistenza si erano trovati di fronte a una duplice assunzione di responsabilità: quella di lottare contro l'oppressione nazista e quella di spingere gli altri (spesso le persone più care) a rischiare la vita. Di fronte allo strazio di queste morti, Simone de Beauvoir riafferma che non c'era altra via possibile, e che ognuno è sempre responsabile in prima persona delle proprie scelte, della propria libertà.

Dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, pubblica Il secondo sesso (1949), un saggio fondamentale che da un lato fa il punto sulle conoscenze biologiche, psicoanalitiche, storiche, antropologiche esistenti sulla donna, e dall'altro apre la strada a quella discussione radicale sulla condizione femminile che avrebbe caratterizzato i decenni successivi.

Sono, questi, anni ricchi per la de Beauvoir, che riesce ad affrontare opere di grande respiro con forza e originalità. Nel 1954 esce I Mandarini, con cui vince il premio Goncourt, considerato il suo più bel romanzo.


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p.s. questo thread è meraviglioso! bello giudi ! :o


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siamo noi belle tutte! :wink: cata.... :P

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Adeline Virginia Woolf (nata Stephen; Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941)
fu una scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo[1], nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese. Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929); nella quale ultima opera compare il famoso detto "una donna deve avere denaro e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi".

La Woolf iniziò a scrivere professionalmente già dal 1905, inizialmente solo per il supplemento letterario della rivista Times (con un articolo sulla famiglia Brontë), poi come autrice di romanzi. La sua prima opera, La crociera fu pubblicata nel 1915 dalla casa editrice fondata da Gerald Duckworth. Questo romanzo era stato originariamente intitolato Melymbrosia, ma la Woolf cambiò più volte il suo progetto. Una recente versione è stata ricostruita da una celebre studiosa moderna della Woolf, Louise DeSalvo, ed è ora a disposizione del pubblico. La DeSalvo sostiene che molti dei cambiamenti operati dalla scrittrice nel testo sono adattati per rispondere ai cambiamenti nella propria vita.

La Woolf ha pubblicato romanzi e saggi per un pubblico intellettuale, e sia da questi ultimi che dalla critica ottenne un immenso successo. Molto del suo lavoro fu auto-pubblicato attraverso la Hogarth Press, fondata da lei e dal marito Leonard. Già in vita fu salutata come una delle più grandi romanziere del XX secolo e uno dei principali modernisti. Fu considerata una profonda innovatrice dello stile e della lingua inglesi. Nella sua opera complessiva ha sperimentato la tecnica del flusso di coscienza ed ha dotato i suoi personaggi di uno straordinario potere psichico ed emotivo. La sua reputazione ebbe un forte calo dopo la seconda guerra mondiale, ma la sua preminenza è aumentata nuovamente con l'aumento della critica femminista negli anni 1970.

Il suo lavoro è stato criticato per le frequenti frecciate rivolte all'intelligentia della classe media britannica. Alcuni critici hanno ritenuto che fosse privo di universalità e profondità, senza il potere di comunicare nulla di emotivo o di rilevante eticamente al comune lettore stanco degli estetisti degli anni venti del novecento. È stata anche etchettata da alcuni come una antisemita, nonostante il suo matrimonio con un uomo ebreo. Ha scritto nel suo diario, non mi piace la voce del popolo ebraico; non mi piace ridere del popolo ebraico.

Le peculiarità individuate nel lavoro di Virginia Woolf come scrittore di narrativa hanno oscurato la forza centrale della sua qualità stilitica: la grande liricità della sua prosa. I suoi romanzi sono altamente sperimentale: un racconto, spesso banale, è rifrangente e, talvolta, quasi disciolto in caratteri di squisitamente ricettiva coscienza. Intenso liricismo e virtuosismo stilistico sono fusi per creare un mondo sovrabbondante di impressioni visive e uditive. L'intensità poetica di Virginia Woolf eleva normali impostazioni - spesso ambienti di guerra - nella maggior parte dei suoi romanzi. Ad esempio, ne La signora Dalloway (1925) romanzo centrato sulla figura di Clarissa Dalloway, una donna di mezza età, e sul suo sforzo di organizzare una festa. La vicenda è però vista parallelamente con quella di Septimus Warren Smith, un veterano che è tornato dalla prima guerra mondiale con cicatrici psicologiche profonde.

Gita al faro (1927) è impostato su due giorni, e dieci anni. La trama ruota attorno alla famiglia Ramsay, in anticipazione alla visita ad un faro e le tensioni familiari connesse. Uno dei temi principali del romanzo è la lotta nel processo creativo che affligge la pittrice Lily Briscoe (che sembra ricordare la sorella di Virginia, Vanessa Bell) mentre lotta per dipingere in mezzo al dramma familiare. Il romanzo è anche una meditazione sulla vita degli abitanti di una nazione nel bel mezzo di una violenta guerra.

Le onde (1931) presenta un gruppo di sei amici le cui riflessioni, che sono più vicine a quelle di recitativi monologhi interiori, sono volte a creare una atmosfera che rende l'opera più simile ad un poema in prosa che ad un semplice romanzo. Il suo ultimo lavoro, Tra un atto e l'altro (1941) riassume e magnifica le preoccupazioni e le ansie che affliggono la Woolf: la trasformazione della vita attraverso l'arte, l'ambivalenza sessuale, e la meditazione sui temi del flusso del tempo e della vita. Si presentata simultaneamente come corrosione e ringiovanimento di tutti i temi in una narrazione straordinariamente fantasiosa e simbolica. Le sue opere sono state tradotte in oltre 50 lingue, da scrittori del calibro di Jorge Luis Borges e Marguerite Yourcenar.



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MessaggioInviato: 05/08/2009 - 14:48 
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a proposito di donne... senza cercare la polemica, guardate però cosa si sono inventati:


http://www.youtube.com/watch?v=rkFMDbfQl94


sarà una sit com, andrà in onda da settembre... su italia uno... intento è parlare del femminile con ironia... :evil:


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 Oggetto del messaggio: Joyce Amadori Lussu
MessaggioInviato: 05/08/2009 - 14:58 
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Gli occhi di Joyce Lussu


La prima volta che ho letto il nome di Joyce Lussu è stata alle scuole elementari: avevamo una sua famosissima poesia stampata nel sussidiario, Scarpette rosse, e la nostra maestra la leggeva spesso provocando i pianti commossi di molti bambini. La poesia parlava di un paio di scarpette rosse nuove di zecca, numero 24, lasciate sopra un mucchio di altre scarpette fuori da un forno di Buchenwald. La sapevo quasi a memoria perché i versi erano semplici e ti si imprimevano facilmente in testa. Era proprio quello che voleva Joyce: una poesia che fosse utile, come le aveva insegnato il grande poeta turco Nazim Hikmet, e comprensibile a tutti, anche agli analfabeti e ai più piccoli.

Più avanti, sentii parlare di Joyce in casa. Le nostre famiglie anglomarchigiane si erano incrociate a metà dell'Ottocento e molti parenti di papà erano assai critici nei suoi confronti. Addirittura severi, quasi avessero timore di una persona che non erano mai riusciti a comprendere e conoscere davvero. Joyce era diventata grande, addirittura una grande vecchia: aveva sposato Emilio Lussu, aveva ricevuto una medaglia d'argento al valor militare per il suo ruolo nella Resistenza, aveva girato il mondo alla ricerca di poeti da tradurre, era stata invitata praticamente ovunque per parlare di pace, aveva scritto bellissimi libri di successo... ma tutto questo non era bastato a dissipare antiche ruggini familiari. Si parlava di lei come di una persona “scandalosa” in quanto femminista e rivoluzionaria, anticlericale e socialista con tendenze anarchiche; ci sentivi tanto insopportabile paternalismo e volgare maschilismo in certi giudizi anche maliziosi espressi non solo dentro la famiglia e non solo da ambienti di destra. Maliziosi perché Joyce era una donna dalla bellezza straordinaria: mi è capitato di vedere un programma Rai in cui all'intervista a Joyce ne seguiva una a Sharon Stone. Ebbene, Joyce era di gran lunga più bella della diva americana, perché agli occhi azzurri, ai lineamenti perfetti, al portamento aristocratico, aggiungeva lo spessore di una vita meravigliosa e un secolo di «pensiero materiale» assolutamente originale e straordinario, cosmopolita e profetico. Oltre a un carattere fortissimo e a un'aura tutta sua, fatta di poesia, storia, ironia, etica e saggezza.

Prima di incontrarla, avevo avuto modo di leggere i suoi libri pubblicati dalla Transeuropa e ascoltare certe sue telefonatacce molto urlate a Massimo Canalini (il nostro comune editor aveva il vizio di mettere tutti in vivavoce) che si rifiutava di ristampare l'ormai introvabile autobiografia fotografica Portrait. Quelle scenate mi avevano messo un po' paura perché Joyce si divertiva un mondo a litigare animatamente, strapazzando l'interlocutore senza remora alcuna (Canalini, poi, era il punchingball ideale). Con qualche patema, dunque, risposi alla sua «chiamata»: lei aveva letto il mio primo libro e aveva subito attivato una giornalista di San Benedetto che avrebbe fatto da autista e trait d'union. Così feci il mio ingresso nella sua casa di San Tommaso in una sera di novembre inoltrato, nel 1991. C'era un mucchio di gente, quella volta, donne di una certa età e qualche raro uomo che cercava di mimetizzarsi con la tappezzeria o darsi da fare come cameriere-barista-cuoco. Era palpabile la tensione, attorno agli sparuti maschi: quella sera Joyce stava discutendo di un suo progetto di libro collettivo e fotografico che doveva intitolarsi Streghe a fuoco, storie di donne da lei prescelte e fotografate dall'unico strega-maschio onorario, il fermano Raffaello Scatasta. Mi sentivo un po' gli occhi addosso: non quelli di Joyce, che era stata gentilissima e m'aveva subito messo a mio agio, piuttosto quelli degli altri che studiavano la ragazzetta loro conterranea baciata dalla fortuna grazie a un romanzo sui giovani punk pescaresi.

Comunque, quella prima sera fui invitata a prendere parte al libro (sempre edito da Transeuropa) e farmi fotografare a Bologna, dove vivevo all'epoca. Cominciò così una frequentazione abbastanza regolare di Joyce: ogni volta che tornavo nelle Marche, vale a dire abbastanza spesso, c'era modo di andare a trovarla, soprattutto durante l'estate. Ci andavo molto volentieri e alle occasioni “private” si aggiungevano quelle pubbliche: presentazioni comuni di libri a Macerata, Camerino, San Benedetto, Ancona, Bologna, Ascoli, Roma, Milano. Joyce era continuamente invitata in giro per l'Italia, soprattutto nelle scuole, a parlare della sua esperienza, e non diceva mai di no, anzi accettava sempre con grande entusiasmo e disponibilità anche se aveva ottant'anni suonati. Prendeva il treno o si faceva accompagnare in macchina da qualcuno che guidava, e partiva. Avevo nel frattempo pubblicato un secondo romanzo che le era piaciuto più del primo: si trattava de La guerra degli Antò e Joyce spendeva parole molto lusinghiere e gentili su quel testo che cercava di rendere conto d'un certo stupore e sdegno nei confronti delle bombe intelligenti, dei potenti guerrafondai, della propaganda via televisione.

Durante quelle presentazioni, Joyce mi mostrò come si parla in pubblico. Lei era una maestra assoluta. Aveva una eloquenza magnifica, era brillante, affascinante, coinvolgente. C'erano parole che ricorrevano sempre nei suoi discorsi ed erano parole pesanti: pace, civiltà, utopia, ambiente, politica, sfruttamento, colonialismo. Le parole devono avere un solo significato, diceva, non bisogna mai essere ambigui, non si può parlare di pace facendo la guerra, bisogna andare a vedere le cose alla radice: chi decide cosa è civiltà e cosa no?

Aveva tutte le sue storie da raccontare, le avventure che avevano vissuto durante la resistenza lei ed Emilio, e poi l'incontro coi poeti del cosiddetto “Terzo Mondo” che lei aveva conosciuto e tradotto, e ancora le sue teorie sulle Sibille, donne sapienti e depositarie d'una cultura antichissima fatta di egualitarismo e saggezza femminile, ma anche le riflessioni assai concrete su quel che c'era da fare subito per l'ambiente e un mondo più giusto ed equo. Recitava benissimo le poesie sue e dei suoi poeti, con una voce profonda e autorevole, con le pause giuste, e teneva testa a tutti. Se qualcuno le faceva una domanda provocatoria (di solito qualche cattolico meno illuminato o qualche fascistello confuso), lo rimetteva subito a posto, anzi lo radeva al suolo. Ma questo avveniva soprattutto con gli adulti, perché coi più giovani, invece, era molto paziente e generosa, così come lo era con me. Nonostante queste lezioni, non imparai a parlare come lei, ma un po' di sicurezza, in quei giri, riuscii ad acquistarla: mi riempio ancora oggi il collo di chiazze vermiglie, ma Joyce mi ha insegnato che da qualunque incontro nasce sempre uno scambio importante fra te e le persone che sono venute ad ascoltarti. La cosa che mi confortava di più è che Joyce dichiarava che in gioventù era stata timidissima e non apriva mai bocca: solo con gli anni e la pratica le era venuta fuori tutta quella verve (ma poi ammetteva che le sue brave litigate le faceva già con Benedetto Croce, lei diciottenne, lui già il grande filosofo!).

Con Joyce c'era sempre modo di discutere e discorrere di mille cose: ogni incontro con lei era proficuo e ti metteva addosso una gran voglia di imparare di più e meglio la storia, affrontandola da un'ottica diversa, e quindi erano tante le persone che la frequentavano e andavano a cercarla: insegnanti, intellettuali, studenti, editori, politici, scrittori.

Più d'una persona ha affermato che Joyce Lussu era il Novecento. Per me era sì il tempo (un secolo intero, e che secolo!), ma anche il mondo. Attraverso le sue parole potevi vedere le Marche delle signorine inglesi sue nonne arrivate a sposare i locali signorotti proprietari terrieri; la Svizzera delle scuole libertarie sorte dal Cabaret Voltaire e visitate da Bertrand Russell e Romain Rolland, che lei aveva frequentato dopo la fuga della famiglia; la facoltà di filosofia di Heidelberg che Joyce aveva deciso di abbandonare dopo il comizio di Hitler, delusa dalla mancata reazione dei suoi professori Jaspers e Rickert; di nuovo la Svizzera alla ricerca di mister Mill, alias Emilio Lussu, per la consegna d'un messaggio cifrato nascosto nel manico d'una valigia, con la loro prima notte insieme sotto le stelle; la Francia occupata dai nazisti, le dimore provvisorie in cui avevano condotto la loro vita clandestina militando in Giustizia e Libertà; il Portogallo, di nuovo l'Italia, le linee nemiche da attraversare per collegarsi ai liberatori che risalivano dal sud... E poi la Sardegna vissuta come compagna del mitico “capitanu” della brigata Sassari. E, dopo, la Turchia di Hikmet, l'Angola di Agostinho Neto, le marce nella foresta assieme alla guerriglia della Guinea-Bissau, il Kurdistan, e ancora le Marche, dopo la morte di Emilio.

Verso la fine del 1993, su suggerimento di Massimo Canalini, decidemmo di raccogliere le nostre conversazioni registrandole su nastro: io avrei posto a Joyce delle domande sulla sua vita e sul suo pensiero e lei avrebbe rievocato la sua storia pur avendola già scritta in almeno due libri importanti (il romanzo Fronti e frontiere e Portrait). Il lavoro durò due anni. Mi presentavo a San Tommaso con un registratore e delle scalette, intere serie di domande che tentavano di seguire un ordine cronologico, ma presto questo procedimento si rivelò abbastanza impraticabile. C'erano giorni in cui Joyce mi assecondava, altre volte diceva quel che più le premeva, argomenti sui quali stava riflettendo, magari suggeriti dalle varie occasioni in cui era via via chiamata a intervenire. A me andava benissimo: quel che mi ripeteva della sua vita, anche se l'avevo letto centinaia di volte, l'avrei volentieri risentito altre cento, e per quanto riguardava le cose nuove, meglio, perché Joyce ultimamente non aveva più scritto molto. Lavoravamo qualche ora, poi arrivavano amici per cena e allora Joyce preparava i suoi famosi minestroni biologici, squisiti, affettava del ciauscolo, e faceva disporre in tavola del pecorino e del pane. Io riempivo cassette da 90 minuti e le mettevo via scrivendo le date sulle costine, pensando che un giorno le avrei sbobinate con comodo.

Joyce mi raccontò del suo quotidiano. Come si conquista un uomo che è una leggenda - Emilio Lussu aveva ventidue anni più di lei e i giovani militanti lo adoravano per le sue gesta, prima fra tutte la fuga da Lipari. Come si fa la resistenza - Joyce, oltre a trasformarsi in falsaria aiutando a fuggire centinaia di perseguitati via Marsiglia, aveva anche fatto un suo servizio militare in Inghilterra e partecipò a diverse missioni assai rischiose. Come si diventa madre - il piccolo Giovanni nacque nel 1944 nella Roma appena liberata. Come si fanno evadere dalla Turchia la moglie e il bambino di Nazim Hikmet. Come si ricordano i morti - il mazzo di fiori freschi in fondo alla tavola era sempre per la mamma, altra donna straordinaria. Come ci si comporta all'interno di una coppia quando si è maturi e leali. Come si studia e come ci si forma (quando mi suggerì di scrivere la tesi di laurea su Louise Michel, rivoluzionaria della Commune, “obbedii” con grande soddisfazione mia e dei miei professori). Come si coltiva un'amicizia. E altri mille dettagli della vita di una persona che è stata anche una bravissima scrittrice compagna di uno scrittore.

Ecco, allora, la scrittura. Mentre Joyce mi insegnava a pensare ai tanti argomenti che sono poi divenuti qualche anno dopo i fondamenti del movimento noto come "no global" (occhi ben aperti sul mondo, per intendersi, battendosi contro ogni forma di sopruso e distruzione dell'ambiente), c'erano da leggere le sue pagine. Le sue, quelle di Emilio, e quelle di Hikmet. Erano pagine scritte in uno stile impeccabile. Modernissimo, con dialoghi essenziali e un movimento, spesso, come si dice, «cinematografico». Aveva ragione lei: Fronti e frontiere iniziava come un film e non si capisce come ancora nessuno abbia deciso di lavorare a una riduzione cinematografica di quel testo pressoché unico nel suo genere. Poi c'erano i suoi libri di saggistica: libri dove rileggeva la storia delle donne, anticipava il problema dell'acqua, studiava il modello delle comunanze picene, spiegava il suo personalissimo metodo di traduzione anche da lingue che non conosceva, come il turco. E infine le poesie. Nel suo Inventario delle cose certe ci sono poesie d'amore, poesie politiche, poesie partigiane. Ci sono le poesie assai giovanili che Benedetto Croce aveva voluto pubblicare e tradurre (alcune sono in tedesco, altre in francese) nel 1939 per Ricciardi. C'è Scarpette rosse. E c'è quella che più le era cara La luna si è rotta, che parla delle donne di ieri e di oggi.

Alla fine del 1996 il nostro libro intervista era pronto. Joyce L. uscì da Baldini e Castoldi con un sottotitolo che riprendeva il film di Rosi tratto da Un anno sull'altipiano e che a Joyce non piacque affatto: “una vita contro”. “La mia vita non è mai stata una vita contro!”, protestò diverse volte con me. “Semmai”, diceva, “la mia vita è stata per!”. Era vero, Joyce aveva sempre lottato coraggiosamente ma in una prospettiva gioiosa. Per un futuro più luminoso, per una vita più giusta per tutti, per un mondo senza guerre. Comunque era soddisfatta del lavoro ed eravamo pronte a fare un gran giro di incontri. Purtroppo, proprio in quel periodo, Joyce, a causa d'una caduta in strada, si ruppe un femore. Gli occhi, poi, che erano malati da qualche anno, andavano sempre peggio. Nonostante questo, riuscimmo a fare due presentazioni molto affollate e intense a Roma e a Milano perché, naturalmente, Joyce non aveva alcuna intenzione di fermarsi.

Da quel momento, però, ebbe sempre bisogno di assistenza e i giri divennero più complicati. La rividi ancora nella sua casa di Roma dove ero andata a raccogliere, col solito metodo del registratore, una sua introduzione a una nuova edizione de Il turco in Italia ovvero l'italiana in Turchia, e poi, un'ultima volta, a San Tommaso. La sentivo al telefono e commentavamo i fatti della politica e del mondo.

Poi, una sera di novembre del 1998, Joyce, che m'aveva chiamata due giorni prima dall'ospedale senza dirmi che stava male, se ne andò. Lo appresi il mattino dopo, prestissimo, al telefono, nel modo più scioccante. Una giornalista di Radio Popolare mi chiese se avevo voglia di parlare della Lussu: certo, sempre volentieri, non c'era nulla di strano, capitava spesso che ci domandassero interventi "reciproci" e poi il nostro libro era ancora fresco di stampa. Passò qualche secondo di tempo tecnico per avviare la registrazione e mi venne posta una domanda all'imperfetto. Non capivo, davvero: se c'era un tempo per parlare di Joyce, be', era proprio il presente.

Sono già passati quasi sei anni da allora e di Joyce si sente moltissimo la mancanza. Continuo a rileggere i suoi lavori, le sue poesie, e ci trovo sempre nuovi insegnamenti (“la letteratura occidentale è permeata di pessimismo, morte, solitudine, noia, eppure basta guardarsi in giro per trovare allegria e umanità...”). Mi è anche capitato di risentire qualcuna di quelle cassette con la sua voce tonante e il fruscio del vento fra il bambù di San Tommaso sullo sfondo. Certe volte mi sorprendo a scrivere parole che so di aver ascoltato da lei o letto nelle sue pagine, e allora sorrido. Questa è Joyce, penso.

Il 15 febbraio del 2003, il giorno della grande manifestazione a Roma contro la guerra in Iraq, sono finalmente riuscita ad andare a vedere dove Giovanni Lussu ha sistemato le ceneri di Emilio e Joyce. Sono al cimitero degli Inglesi al Testaccio, un luogo bellissimo ove riposano tanti poeti e scrittori, poco distanti dalla tomba di Gramsci.

Silvia Ballestra

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MessaggioInviato: 05/08/2009 - 17:39 
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Località: la Grotta di Nereo
C'E' UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE di Joyce Lussu

C'è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
"Schulze Monaco"
c'è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c'è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald

servivano a far coperte per soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c'è un paio di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l'eternità
perchè i piedini dei bambini morti non crescono

c'è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

_________________
* * *
“Nobody dies a virgin... Life fucks us all.” (Kurt Cobain)


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 Oggetto del messaggio: Alda Merini
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Alda Merini: quando la biografia è la foce della poesia

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Una vita, quella di una delle più grandi figure letterarie femminili del novecento, fatta di creazioni profonde, talvolta visionarie: quasi fossero “liriche della sofferenza“. E ci mette in guardia l’inquieta scrittrice: “Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita”, come a voler avvertire i lettori incauti sui limiti della comprensione di un testo poetico, in particolare dei suoi. Nella grande arteria di una poesia scorre della biografia a volte amara, impregnata di eventi che uno scrittore non riuscirà, nemmeno con tanta buona volontà a staccare mai dalle parole perché quella e queste si fondono donandoci il quadro di un’esistenza. Quando la sensibilità straborda quasi sembra di impazzire: le immagini mentali e dell’anima da trasformare in parole sono tante, troppe, si rischia di impazzire. Non tutti riescono a cogliere quello che un poeta vede. non in rari casi, è solo il poeta che riesce a vedere certe cose. Nata a Milano, il 21 marzo 1931, Alda Merini, viene internata per la prima volta nel 1947: ha sedici anni. Produce in grandi quantità testi sulla drammatica e dura esperienza del manicomio. Rivolge i suoi “grazie poetici” ai medici che la aiutano, la prendono in cura, dedicando loro diverse poesie. Lei è una che non si perde in perifrasi: riesce a racchiudere mille emozioni in una parola sola e descrive l’esperienza di essere diversa in modo conciso, chiaro e lampante. Essere diversi non è una condanna ed in una poesia, “Mi sono innamorata” dove scrive: “mi sono innamorata di me e dei miei tormenti.” Alda lo dimostra. Ogni parola è nata ed è stata appoggiata su un foglio perché era proprio quella che lei cercava e quella stessa ha spiegato la sua emozione come un fulmine a ciel sereno. Nel 1991 viene pubblicato “vuoto d’amore” , una raccolta di confessioni lucide attraverso le quali la poetessa interroga se stessa su tante cose della sua vita e scrive:

“Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera“.

Il vuoto d’amore: un’agonia che rende più dolce scrivendo di se stessa. Se non avesse vissuto questi tormenti dell’anima rendendoceli sotto questa forma, chi sarebbe oggi Alda Merini?
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Inizia a comporre le prime liriche a quindici anni e il primo, autentico incontro con il mondo letterario avviene l'anno successivo, quando Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri, sottopone alcune delle sue poesie a Angelo Romanò che, a sua volta, le fa leggere a Giacinto Spagnoletti, considerato tuttora il primo scopritore della poetessa. Proprio nel '47 la Merini inizia a frequentare la casa di Spagnoletti, dove conosce, fra gli altri, Giorgio Manganelli — che fu un vero maestro di stile per lei, oltre che suo primo grande amore — Davide Turoldo, Maria Corti e Luciano Erba.

Ma il '47 è anche l'anno in cui si manifestano i primi sintomi di quella che sarà una lunga malattia: viene internata per un mese nella clinica Villa Turro e, una volta dimessa, riceve l'aiuto degli amici più cari. Così scrive Maria Corti nell'introduzione a Vuoto d'amore: «[...] ogni sabato pomeriggio lei e Manganelli salivano le lunghe scale senza ascensore del mio pied-à-terre in via Sardegna e io li guardavo dalla tromba della scala: solo Dio poteva sapere che cosa sarebbe stato di loro. Manganelli più di ogni altro l'aiutava a raggiungere coscienza di sé, a giocarsi bene il destino della scrittura al di là delle ombre di Turro».

Nel '50 Spagnoletti pubblica nell'antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949 le due liriche Il gobbo e Luce. L'anno successivo, le stesse liriche, insieme con altri due componimenti, vengono incluse da Vanni Scheiwiller nel volume Poetesse del Novecento, su consiglio di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani. Già da questi primi componimenti si intuiscono quelli che saranno motivi ricorrenti nella poetica della Merini: l'intreccio di temi erotici e mistici, di luce e di ombra, il tutto però amalgamato da una concentrazione stilistica notevole, che nell'arco degli anni lascerà spazio a una poesia più immediata, intuitiva.

Il gobbo

Dalla solita sponda del mattino
io mi guadagno palmo a palmo il giorno:
il giorno dalle acque così grigie,
dall'espressione assente.
Il giorno io lo guadagno con fatica
tra le due sponde che non si risolvono,
insoluta io stessa per la vita
... e nessuno m'aiuta.
Mi viene a volte un gobbo sfaccendato,
un simbolo presago d'allegrezza
che ha il dono di una stana profezia.
E perché vada incontro alla promessa
lui mi traghetta sulle proprie spalle.


22 dicembre 1948

[Da Poetesse del Novecento, 1951]

Dopo la partenza di Manganelli da Milano, nel periodo che va dal '50 al '53, la Merini frequenta Salvatore Quasimodo, al quale dedica le Due poesie per Q., edite ne Il volume del canto:

I.

Padre che fosti a me, grande poeta,
bene ricordo la tua cetra viva
e le tue dita bianche affusolate
che varcavano il solco del mio seno.
E io ricordo tutto, le bufere
i venti aperti e quella confusione
che trovava la nostra poesia.
Parlavamo il linguaggio dei poeti
casto, accorato senza delusioni
o eravamo delusi di noi stessi
poveri, confinati nello spazio
come astronauti sulla stessa luna.

[...]

Nel '53 sposa Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie a Milano. Nello stesso anno esce la prima raccolta poetica La presenza di Orfeo, seguita nel '55 da Paura di Dio e Nozze romane.

Il '55 è anche l'anno della nascita della prima figlia; al pediatra della bambina, Pietro, è dedicata la raccolta Tu sei Pietro, edita nel '61 da Scheiwiller. Segue un silenzio durato vent'anni.

Nel '65 viene internata nel manicomio Paolo Pini, dal quale uscirà definitivamente solo nel '72 — a parte brevi periodi durante i quali ritorna in famiglia e nascono altre tre figlie — ma l'alternanza di periodi di lucidità e follia continua fino al '79.

Nel '79 il silenzio è finalmente rotto e la Merini inizia a lavorare su quello che è considerato il suo capolavoro: La Terra Santa, vincitrice del Premio Librex Montale nel '93.

La Terra Santa segna l'inizio di una poetica diversa, impregnata della devastante esperienza manicomiale. Si tratta di liriche di un'intensità potente, dove la realtà lascia il posto all'idea stessa del reale, sublimata e deformata dal delirio della follia.

La prima proposta di stampa dell'opera fu accolta da una totale indifferenza da parte degli editori. Solo Paola Mauri accetta di pubblicare trenta liriche, scelte su un dattiloscritto di oltre un centinaio di testi composti dalla Merini durante l'internamento, sul n.4 della rivista «Il cavallo di Troia», è il 1982. Due anni dopo Schweiller riprende le trenta liriche e, con l'aggiunta di altre dieci, dà alle stampe la prima edizione de La Terra Santa, segnando la fine dell'ostracismo dell'artista.

Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all'umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello di Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d'oro
e l'albero della conoscenza
Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto
perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l'assenzio
di una sopravvivenza negata

[Da La Terra Santa, 1984]

Nell'81 muore Ettore Carniti. Rimasta sola, la Merini inizia un'amicizia a distanza con il poeta tarantino Michele Pierri. L'intesa fra i due si fa sempre più forte, malgrado i trent'anni e la distanza che li separano. Nell'83 dedica al poeta, e alla memoria del padre, la raccolta Rime petrose, le liriche Per Michele Pierri e Le satire della Ripa; nell'ottobre dello stesso anno i due si sposano e la Merini si trasferisce a Taranto. Pierri — il quale era stato medico prima di dedicarsi interamente alla poesia — si prende cura di lei e nell'85 nascono le liriche della raccolta La gazza ladra. Sempre nello stesso periodo la Merini ultima la stesura del suo primo testo in prosa L'altra verità. Diario di una diversa, nel quale la devastante esperienza dell'internamento viene descritta in una prosa dal forte accento lirico, testimonianza di un'inevitabile uniformità percettiva.

Questi anni di apparente tranquillità vengono però deturpati dal riaffacciarsi del demone della follia e la Merini sperimenta nuovamente le torture dell'ospedale psichiatrico a Taranto.

Nell'86 fa ritorno a Milano e riprende a frequentare gli amici di un tempo. Ricomincia a scrivere con continuità, affiancando poesia e prosa: Delirio amoroso, scritto nell'89, e Il tormento delle figure, del '90, ne sono gli esempi.

Nel '91 muore l'amico Giorgio Manganelli.

Dal '92 al '96 escono Ipotenusa d'amore, La palude di Manganelli o il monarca del re e Un'anima indocile, testi misti di prosa e poesia nei quali la memoria diventa evocazione struggente e drammatica.

A Manganelli

A te, Giorgio,
noto istrione della parola,
mio oscuro disegno,
mio invincibile amore,
sono sfuggita, tuo malgrado,
eppure mi hai ingabbiato
nella salsedine
della tua lingua.
Tu, primissimo amore mio,
hai avuto pudore
del mio atroce destino,
tu mi hai preso un giorno
sull'erba, al calore del sole,
la perla della mia giovinezza.
Com'era bello, amore,
sentirti spergiuro.
E tu che non volevi.
Tu, per cui ero
la sofferta Beatrice delle ombre.
Ma non eri tu ad avermi,
era la psicanalisi.
E in fondo, Giorgio,
ho sempre patito
quel che ti ho fatto patire.

[Da La palude di Manganelli, 1992]

Nel '93 viene pubblicata la raccolta Titano amori intorno, dallo stile più colloquiale rispetto alle precedenti. Nello stesso periodo esce la prosa La pazza della porta accanto e nel '94 il volume Sogno e poesia, con venti incisioni di venti artisti contemporanei.

Nel '95 viene data alle stampe la raccolta Ballate non pagate e nel '96 le viene aggiudicato il Premio Viareggio per la Poesia. Nel 1996 Alda Merini viene proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall'Académie française.

Del '97 è la raccolta La volpe e il sipario, la più alta dimostrazione dello stile poetico dell'artista: una poesia che nasce dall'emozione, improvvisa e violenta, mai ritoccata, riletta. Una scrittura nata di getto, sull'onda del pensiero che si fa man mano sempre più astratto, simbolico.

Sempre del '97 un'antologia del lavoro dell'autrice, curata dall'amica Maria Corti, dal titolo Fiore di poesia 1951-1997, nella quale compaiono anche alcune liriche inedite.

Nel 2002 esce per Frassinelli Magnificat. Un incontro con Maria, dove la Merini evoca la Vergine Madre indagandone soprattutto l'aspetto più umano e femminile e che, nel settembre dello stesso anno, le vale il Premio Dessì per la Poesia.

Alda Merini è stata e continua ad essere una delle voci più potenti e prolifiche della poesia contemporanea. E' impossibile riuscire a dare un ordine, catalogare il lavoro di un'artista che ha fuso vita e arte in un'unica forma inscindibile.

La mia poesia è alacre come il fuoco,
trascorre tra le mie dita come un rosario.
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che goica con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

[Da La volpe e il sipario, 1997]



--------------------------------------------------------------------------------


Bibliografia

La presenza di Orfeo, Schwarz, 1953
Nozze romane, Schwarz, 1955
Paura di Dio, Scheiwiller, 1955
Tu sei Pietro, Scheiwiller, 1961
Destinati a morire, Lalli, 1980
Le rime petrose, 1983 (ed. privata)
Le satire della Ripa, Laboratorio Arti Visive, 1983
Le più belle poesie, 1983 (ed. privata)
La Terra Santa, Scheiwiller, 1984
La Terra Santa e altre poesie, Lacaita, 1984
L’altra verità. Diario di una diversa, Scheiwiller, 1986
Fogli bianchi, Biblioteca Cominiana, 1987
Testamento, Crocetti, 1988
Delirio amoroso, Il melangolo, 1989
Il tormento delle figure, Il melangolo, 1990
Vuoto d’amore, Einaudi, 1991
Valzer, TS, 1991
Balocchi e poesie, TS, 1991
Le parole di Alda Merini, Stampa Alternativa, 1991
La vita felice: aforismi, Pulcinoelefante, 1992
Ipotenusa d’amore, La vita felice, 1992
Aforismi, Nuove Scritture, 1992
La palude di Manganelli o Il monarca re, La vita felice, 1992
Rime dantesche, Divulga, 1993
Le zolle d’acqua, Montedit, 1993
Se gli angeli sono inquieti, Shakespeare and Company, 1993
La presenza di Orfeo: 1953-1962, Scheiwiller, 1993
Titano amori intorno, La vita felice, 1994
25 poesie autografe, La città del sole, 1994
Doppio bacio mortale, Lietocolle, 1994
Reato di vita. Autobiografia e poesia, Melusine, 1994
Il fantasma e l’amore, Melusine, 1994
La pazza della porta accanto, Bompiani, 1995
Ballate non pagate, Einaudi, 1995
Sogno e poesia, La vita felice, 1995
Lettera ai figli, Lietocolle, 1995
La Terra Santa: Destinati a morire – La Terra Santa – Le satire della ripa – Le rime petrose – Fogli bianchi, Scheiwiller, 1996
Aforismi, Edizioni Pulcinoelefante, 1996
Un’anima indocile, La vita felice, 1996
Refusi, Zanetto, 1996
Immagini a voce, Motorola, 1996
La vita felice: sillabario, Bompiani, 1996
La vita facile, Bompiani, 1997
La volpe e il sipario, Girardi, 1997
Orazioni piccole, Edizioni dell’Ariete, 1997
Curva in fuga, Edizioni dell’Ariete, 1997
Ringrazio sempre chi mi dà ragione, Stampa Alternativa, 1997
Lettere a un racconto prose lunghe e brevi, Rizzoli, 1998
Fiore di poesia 1951-1997, Einaudi, 1998
Eternamente vivo, L’Incisione, 1998
57 poesie, Mondadori, 1998
Favole, orazioni, salmi, La libraria, 1998
L’uovo di Saffo. Alda Merini e Enrico Baj, Colophon, 1999
Le ceneri di Dante: con una bugia di ceneri, Pulcinoelefante, 1999
Aforismi e magie, Rizzoli, 1999
La poesia luogo del nulla. Poesie e parole con Chicca Gagliardo e Guido Spaini, Manni, 1999
Il ladro Giuseppe. Racconti degli anni Sessanta, Scheiwiller, 1999
Lettera a Maurizio Costanzo, Lietocolle, 1999
Vanni aveva mani lievi, Aragno, 2000
Le poesie di Alda Merini 1997-1999, La vita felice, 2000
Superba è la notte 1996-1999, Einaudi, 2000
Una poesia, Pulcinoelefante, 2002
Tre aforismi, Pulcinoelefante, 2000
Amore, Pulcinoelefante, 2000
Due epitaffi e un testamento, Pulcinoelefante, 2000
L’anima innamorata, Frassinelli, 2000
Corpo d’amore: un incontro con Gesù, Frassinelli, 2001
Maledizioni d’amore, Acquaviva, 2002
Il paradiso, Pulcinoelefante, 2002
Anima, Pulcinoelefante, 2002
Ora che vedi Dio, Pulcinoelefante, 2002
Un aforisma, Pulcinoelefante, 2002
Folle, folle, folle d’amore per te, Salani, 2002
Magnificat. Un incontro con Maria, Frassinelli, 2002
Il maglio del poeta, Manni, 2002
Silenzio, Pulcinoelefante, 2002
La vita, Pulcinoelefante, 2002
La carne degli angeli, Frassinelli, 2003
Più bella della poesia è stata la mia vita, Einaudi, 2003
Alla tua salute, amore mio: poesie, aforismi, Acquaviva, 2003
Poema di Pasqua, Acquaviva, 2003
Clinica dell’abbandono, Einaudi, 2004
Cartes (Des), Vicolo del Pavone, 2004
Dopo tutto anche tu, San Marco dei Giustiniani, 2004

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Giuditta, grazie
Sei una bellissima sorpresa (insieme alle tante nella Torre) ed io ne approfitto ampiamente perchè mi rendo conto - alla vecchiaia, si - che ignoro un sacco di cose...

Leggere te, e tutti gli altri che contribuiscono a rendere prezioso e speciale questo posto, è un arricchimento continuo, originale, mai banale, mai noioso, mai scontato.

Aspetterò giorni migliori per scrivere anch'io qualcosa. :)

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Il cielo è come i numeri, non finisce mai.
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mio caro sean, le idee nascono quando trovi terra fertile. qui c'è, buona terra e buone cose da trovare nelle varie stanze della torre o che siano da frugare nelle garritte sugli spalti.
o semplicemente, da portare in tavola nell'ampio salone, quando ci si incontra. :P
per ora tutte e tutti noi abbiamo portato donne già conosciute. gesto gradito, davvero!
ma sarà periodo anche per le donne che voce non hanno, o non hanno mai avuto.
si condivide anche questo, caro amico. aspetto le tue cose, ma prima sollazzati con il cioccolato, riposandoti :wink:

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Emily Dickinson

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La vita e le opere

1830/1857

Emily Dickinson nasce il 10 dicembre 1830 ad Amherst (Massachussetts), in un piccolo centro di religione e cultura puritana, da Edward, celebre avvocato destinato a diventare deputato del Congresso, ed Emily Narcross, donna dalla personalità piuttosto debole. E' la seconda di tre figli. Austin è il fratello maggiore, Lavinia la sorella minore: a entrambi sarà sempre legata da un grande affetto. Dal 1840 al 1947 frequenta la Amherst Academy e successivamente si iscrive alle scuole superiori di South Hadley, da cui viene ritirata dal padre dopo un anno. Manifesta intanto un carattere fiero e indipendente. A casa continua i propri studi da autodidatta, orientata nelle letture anche da un assistente del padre, Benjamin Newton, con il quale resterà in seguito in corrispondenza. Scrivere lettere sarà un'attività fondamentale per la poetessa, un modo intimo per entrare in contatto coni l mondo: non a caso molte delle sue poesie verranno allegate ad esse. Nel 1850 scrive alcune "valentine" per gli amici. Nel 1852 conosce Susan Gilbert, con la quale stringe un forte legame, testimoniato da importanti lettere. Nel corso degli anni successivi compie qualche raro viaggio. Incontra il reverendo Charles Wadsworth, un uomo sposato, del quale (a quanto pare) si innamorerà vanamente. Nel 1857 conosce lo scrittore-filosofo trascendalista Ralph W. Emerson, ospite di Austin e Susan, sposi da pochi mesi.

1858/1873

La poetessa entra in amicizia con Samuel Bowles, direttore dello Springfiel Daily Republican giornale su cui appariranno (a partire dal 1861) alcune sue poesie. Conosce anche Kate Anton Scott. Sia con Bowles sia con quest'ultima stabilisce un profonod rapporto anche epistolare. La casa dei Dickinson è praticamente il centro della vita culturale del piccolo paese, dunque uno stimolo continuo all'intelligenza della poetessa, che in questo periodo incomincia a raccogliere segretamente i prpri versi in fascicoletti. Nel 1860 è l'anno del futore poetico (365 liriche) e sentimentale. Il suo amore (probabilmente per Bowles) rimane però senza sbocco. Nello stesso anno avvia una corrispondenza con il colonnello-scrittore Thomas W. Higginson, a cui si affida per un giudizio letterario: egli rimarrà impressionato dall'eccezionalità dello spirito,dell'intelligenza e del genio della poetessa, pur ritenendo "impubblicabili" le sue opere. D'altronde ella non intende nè ha mai inteso dare alle stampe i propri versi. Tra il 1864 e il 1865 Emily trascorre alcuni mesi a Cambridge, Massachusetts ospite delle cugine Norcross, per curare una malattia agli occhi. Va maturando la decisione di autorecludersi, e diminuisce i contatti umani e superficiali. Mantiene viva la corrispondenza con amici ed estimatori, divenendo sempre più esigente e cercando, a un tempo, intensità ed essenzialità. Intanto continua a scrivere poesie. La sua produzione, pur non raggiungendo la quantità del 1862, rimane cospicua. Nel 1870 riceve la prima visita, molto attesa, di Higginson, che tornerà a trovarla nel 1873.

1874/1886

Incomincia un periodo durissimo per Emily, ormai da anni "reclusa" in casa propria. Muore il padre (1874). La madre si ammala gravemente (1875). Muore Bowles (1878). Nello stesso anno ella si innamora di Otis Lord, un anziano giudice, vedovo, amico del padre, e a quanto pare, l'amore è ricambiato (ma sulla qualità del rapporto con lui non sappiamo quasi nulla). Intanto può anche godere dell'ammirazione della scrittrice Helen Hunt Jackson. Nel 1881 i coniugi Todd si trasferiscono ad Amherst: Mabel Todd diventerà l'amante di Austin, creando dissidi nella famiglia Dickinson. La catena delle tragedie riprende: muoiono la madre a Wadsworth (1882), l'amatissimo nipotino Gilbert (1883), il giudice Lord (1884). Emily è prostrata. Nel 1885 si ammala,e il 15 maggio 1886 muore nella casa di Amherst. La sorella Vinnie scopre i versi nascosti e incarica Mabel Todd di provvedere alla loro pubblicazione, che sarà sempre parziale fino all'edizione critica completa (1955) curata da Thomas H. Johnson, comprendente 1775 poesie.


- La libertà -





- 77 -



Quando sento la parola "fuga"

il mio sangue scorre piu' veloce,

sorge in me improvvisa la speranza

e son pronta a volare.



Quando sento dire di prigioni

distrutte da soldati,

come un bambino scuoto le mie sbarre

invano, ancora invano.




- 155 -



Mi incanta il mormorio di un'ape -

qualcuno mi chiede perchè -

piu' facile è morire che rispondere.



Il rosso sopra il colle annulla la mia volontà -

se qualcuno sogghigna stia attento

- perchè Dio è qui - questo è tutto.



La luce del mattino mi eleva di grado -

se qualcuno mi chiede come -

risponda l'artista che mi tratteggiò così.






- 254 -



La speranza è un essere piumato

che si posa sull'anima,

canta melodie senza parole e non finisce mai.



La brezza ne diffonde l'armonia,

e solo una tempesta violentissima

potrebbe sconcertare l'uccellino

che ha consolato tanti.



L'ho ascoltato nella terra piu' fredda

e sui piu' strani mari.

Eppure neanche nella necessità

ha chiesto mai una briciola - a me.




- 277 -



E se dicessi che non aspetterò!

E se forzassi il cancello di carne

e passandolo corressi verso di te!



E se limassi questo corpo mortale,

vedessi dove duole - è sufficiente -

e camminassi nella Libertà!



Non potranno piu' prendermi, mai piu'!

Chiamino pure le prigioni e implorino i fucili, insensati ormai per me,

come il riso di appena un'ora fa,

o i pizzi, o il circo,

o chi è morto ieri.






- 372 -



Conosco vite della cui mancanza

non soffrirei affatto -

di altre invece ogni attimo di assenza

mi sembrerebbe eterno.



Sono scarse di numero - queste ultime -

appena due in tutto -

le prime molto di piu' di un orizzonte

di moscerini.




- 425 -



Buongiorno, mezzanotte.

Torno a casa.

Il giorno si è stancato di me:

come potevo io - di lui?



Era bella la luce del sole.

Stavo bene sotto i suoi raggi.

Ma il mattino non mi ha voluta piu',

e così, buonanotte, giorno!



Posso guardare, vero,

l'oriente che si tinge di rosso?

Le colline hanno dei modi allora

che dilatano il cuore.



Tu non sei così bella, mezzanotte.

Io ho scelto il giorno.

Ma, ti prego, prendi una bambina

che lui ha mandato via.






- 469 -



La fiamma rossa - è il mattino -

la viola - il mezzogiorno -

la giallo- il tramonto

e dopo è il nulla.



Ma a sera infinite scintille

rivelano la vastità bruciata -

il territorio d'argento

non ancora distrutto.




- 692 -



Il sole tramontava, continuava

a tramontare,e io non percepivo

sul villaggio i colori della sera,

di casa in casa era mezzogiorno.



Il giorno si attenuava, continuava

ad attenuarsi, non c'era rugiada

sull'erba: si posava sulla fronte

e poi mi si spargeva sopra il viso.



Dormivano i miei piedi, continuavano

a dormire, ma le dita eran sveglie,

e tuttavia, perchè un così lieve

suono veniva dalla mia sembianza?



Conoscevo bene la luce, prima,

e non la posso piu' vedere adesso.

Questo è morire, e io sto morendo

ma non ho paura di saperlo.




- 1763 -



La fama è un'ape.

Ha un canto

e un pungiglione

Ah, ma anche le ali.







-L'amore -





- 47 -



Cuore lo dimenticheremo!

Tu e io stanotte!

Tu dimentica il calore che ti ha dato,

io scorderò la luce!



Quando avrai finito, te ne prego,

dimmelo, così che io cominci!

Presto, presto! Potrei pensare a lui

mentre tu perdi tempo!




- 84 -



Si addicono le perle al suo bel petto

ma io non so pescarle.

Regale è la sua fronte,

ma non ho una corona.

Il suo cuore aspira ad una casa,

ma io - un passerotto - costruisco

il mio perenne nido

tenero di ramoscelli e spago.








- 189 -



Piangere è una cosa tanto piccola -

sospirare una cosa tanto breve -

ma è di occupazioni di tal genere

che noi uomini e donne moriamo.




- 211 -



Vieni piano piano, Paradiso!

Labbra inesperte di te

timidamente suggono i tuoi gelsomini,

come l'ape stremata.

che giunge tardi al fiore,

ronza intorno alla sua stanza,

conta il nettare,

entra, e si perde tra i profumi.






- 249 -



Notti selvagge, notti selvagge!

Fossi insieme a te notti selvagge sarebbero

la nostra ricchezza.

Inutili i venti per un cuore in porto -

mappa e bussola si mettono da parte

navigando nell'Eden -



Ah, il mare!

Potessi stanotte gettare l'ancora in te!


- 369 -



Ella giaceva come se per gioco

la sua vita se ne fosse andata

in un balzo, decisa a ritornare,

però non così presto.



Le sue braccia felici abbandonate,

come se nella pausa del trastullo avessero scordato per un attimo di riprendere il gioco.



I suoi mobili occhi semiaperti,

come se in essi la loro padrona

ancora scintillasse, solamente

per burlarsi di voi.



Il suo mattino lì, dietro la porta,

a escogitare un modo - son sicura -

per forzare il suo sonno

così lieve e profondo.






- 528 -



Mio - per diritto della bianca elezione!

Mio - per sigillo regale!

Mio - per segno della rossa prigione che le sbarre non potranno occultare!



Mio - qui - nella visione e nel divieto!

Mio - per l'annullamento della tomba -

intestato e ratificato -

delirante contratto!

Mio - nel trascorrere dei secoli.




- 536 -



Il cuore chiede il piacere innanzi tutto

poi di poter evitare il dolore -

poi quei blandi sedativi

che alleviano la pena -



e poi addormentarsi

e infine - col consenso

del suo inquisitore -

il privilegio di morire








- 549 -



Ho sempre amato,

e te ne do la prova:

prima di amare,

io non ho mai vissuto pienamente.



Sempre amerò,

e questo è il mio argomento:

l'amore è vita

e la vita ha qualcosa di immortale.



Se dubiti di questo,

allora io, amore,

nient'altro ho da mostrare

nient'altro che il Calvario.




- 809 -



Chi è amato non conosce morte,

perchè l'amore è immortalità,

o meglio, è sostanza divina.



Chi ama non conosce morte,

perchè l'amore fa rinascere la vita

nella divinità


rinascerà.



- 879 -



Trovare è il primo atto.

Il secondo, perdere.

Terzo, la spedizione

per il vello d'oro.



Quarto, non c'è scoperta.

Quinto, non c'è equipaggio.

Infine, nemmeno il vello d'oro.

Giasone, poi, un inganno.




- 1233 -



Non avessi mai visto il sole

avrei sopportato l'ombra

ma la luce ha aggiunto al mio deserto

una desolazione inaudita.






-La vita -





- 17 -



Confusa solo per un giorno o due

imbarazzata - ma non spaventata -

camminando nel mio giardino, incontro

una ragazza del tutto inaspettata.



Fa un cenno, ed appaiono foreste -

ogni cosa comincia ad un suo invito.

In un tale paese certamente

io non sono mai stata.




- 55 -



Le cortesie più piccole

- un fiore o un libro -

piantano sorrisi come semi

che germogliano nel buio.



Apprezzare le piccole cose che fanno grande una vita.




- 99 -



Nuovi piedi percorrono il giardino,

nuove dita smuovono la zolla -

un trovatore sopra l'olmo

tradisce la solitudine.



Nuovi bambini giocano sul prato

nuovi stanchi dormono di sotto -

torna ancora la pensosa primavera

e torna ancora la neve - puntuale.




- 113 -



Portare la nostra parte di notte,

la nostra parte di mattino.

Di immensa gioia riempire il nostro spazio,

il nostro spazio riempire di disprezzo.



Qui una stella, là un'altra stella.

Qualcuno smarrisce la via!

Qui una nebbia, là un'altra nebbia.

Poi, il giorno!



Sapere di essere parte di tutto in un momento di sconforto, sapere però poi, che si vedrà la luce.




- 301 -



Rifletto: il mondo è breve

e l'angoscia - assoluta -

molti soffrono.

E con questo?



Rifletto: potremmo morire -

la vitalità piu' intensa

non può impedire il decadimento.

E con questo?



Rifletto: un giorno in cielo

in qualche modo sarà tutto uguale -

qualche nuova equazione sarà data.

E con questo?




- 347 -



Quando la notte è quasi terminata

e l'alba è tanto vicina

che possiamo toccare gli spazi -

è ora di lisciarsi i capelli



e preparare le fossette nelle guance -

e stupirsi di esser stati in pena

per quella vecchia, svanita mezzanotte -

che ci atterrì soltanto per un'ora.






- 412 -



Lessi la mia sentenza con fermezza -

la controllai per essere sicura

di non aver frainteso

nella clausola finale

la data e la forma della vergogna -

e poi la frase

"Dio abbia misericordia" dell'anima -

i giurati si espressero così.

Cercai di abituare la mia anima

alla sua fine, perchè in quel momento

non le sembrasse estranea l'agonia -

ma lei e la morte, fatta conoscenza,

s'incontrassero tranquille, come amiche -

salutandosi e passando senza un cenno -

e lì si concludesse la faccenda.



Amo dire... "Se esiste vita, non c'è morte", e anche... "Che la morte ci colga vivi"... due eventi in cui siamo soli... quando si nasce... quando si muore.. non aver paura nè di vivere nè di morire...
- 435 -



Molta follia è divino buon senso

per chi sa vedere.

Molto buon senso, completa la follia.

Ma è la maggioranza che prevale,

in questo come in tutto il resto.

Acconsenti? Sei sano di mente.

Obietti? Se pericoloso, e certo

si farà bene a incatenarti subito.



LA VITA





- 17 -



Confusa solo per un giorno o due

imbarazzata - ma non spaventata -

camminando nel mio giardino, incontro

una ragazza del tutto inaspettata.



Fa un cenno, ed appaiono foreste -

ogni cosa comincia ad un suo invito.

In un tale paese certamente

io non sono mai stata.




- 55 -



Le cortesie più piccole

- un fiore o un libro -

piantano sorrisi come semi

che germogliano nel buio.



.




- 99 -



Nuovi piedi percorrono il giardino,

nuove dita smuovono la zolla -

un trovatore sopra l'olmo

tradisce la solitudine.



Nuovi bambini giocano sul prato

nuovi stanchi dormono di sotto -

torna ancora la pensosa primavera

e torna ancora la neve - puntuale.



Le stagioni della vita nel loro rinnovarsi.
- 113 -



Portare la nostra parte di notte,

la nostra parte di mattino.

Di immensa gioia riempire il nostro spazio,

il nostro spazio riempire di disprezzo.



Qui una stella, là un'altra stella.

Qualcuno smarrisce la via!

Qui una nebbia, là un'altra nebbia.

Poi, il giorno!








- 301 -



Rifletto: il mondo è breve

e l'angoscia - assoluta -

molti soffrono.

E con questo?



Rifletto: potremmo morire -

la vitalità piu' intensa

non può impedire il decadimento.

E con questo?



Rifletto: un giorno in cielo

in qualche modo sarà tutto uguale -

qualche nuova equazione sarà data.

E con questo?




- 347 -



Quando la notte è quasi terminata

e l'alba è tanto vicina

che possiamo toccare gli spazi -

è ora di lisciarsi i capelli



e preparare le fossette nelle guance -

e stupirsi di esser stati in pena

per quella vecchia, svanita mezzanotte -

che ci atterrì soltanto per un'ora.






- 412 -



Lessi la mia sentenza con fermezza -

la controllai per essere sicura

di non aver frainteso

nella clausola finale

la data e la forma della vergogna -

e poi la frase

"Dio abbia misericordia" dell'anima -

i giurati si espressero così.

Cercai di abituare la mia anima

alla sua fine, perchè in quel momento

non le sembrasse estranea l'agonia -

ma lei e la morte, fatta conoscenza,

s'incontrassero tranquille, come amiche -

salutandosi e passando senza un cenno -

e lì si concludesse la faccenda.




- 435 -



Molta follia è divino buon senso

per chi sa vedere.

Molto buon senso, completa la follia.

Ma è la maggioranza che prevale,

in questo come in tutto il resto.

Acconsenti? Sei sano di mente.

Obietti? Se pericoloso, e certo

si farà bene a incatenarti subito.








- 449 -



Morii per la Bellezza, e non appena

mi ebbero accomodata nella tomba

un uomo morto per la Verità

venne deposto nella stanza attigua.



Mi chiese piano perchè fossi morta.

"Per la Bellezza", gli risposti pronta,

"Io per la Verità", soggiunse lui.

"Sono una cosa sola, siam fratelli".



Come parenti incontratisi una notte,

conversammo da una stanza all'altra,

finchè il muschio ci raggiunse le labbra,

ricoprendo per sempre i nostri nomi.




- 566 -



Gemeva per la sete, moribonda,

una tigre. E io cercai nella sabbia -

raccolsi alcune gocce da una roccia

e le portai in mano.



La morte aveva coperto i suoi forti

occhi d'un velo, ma osservando bene

vidi un'immagine d'acqua e di me -

impressa nella retina.



Non ebbi colpa io che corsi piano -

non ebbe colpa lei che morì

mentre ero ormai sul punto di raggiungerla -

la colpa fu - il fatto che era morta.






- 654 -



Un lungo, lungo sonno, un sonno intenso -

che non dà segno di accorgersi dell'alba -

nè battendo le palpebre

nè stirando le braccia - un sonno libero..



C'è mai stata indolenza pari a questa?

Su una sponda di pietra crogiolarsi

mentre passano i secoli, ignorando

beatamente se sia mezzogiorno?




- 1577 -



Tutti hanno diritto al mattino,

alla notte solo alcuni.

Alla luce dell'aurora

pochi eccelsi privilegiati.






- 449 -



Morii per la Bellezza, e non appena

mi ebbero accomodata nella tomba

un uomo morto per la Verità

venne deposto nella stanza attigua.



Mi chiese piano perchè fossi morta.

"Per la Bellezza", gli risposti pronta,

"Io per la Verità", soggiunse lui.

"Sono una cosa sola, siam fratelli".



Come parenti incontratisi una notte,

conversammo da una stanza all'altra,

finchè il muschio ci raggiunse le labbra,

ricoprendo per sempre i nostri nomi.




- 566 -



Gemeva per la sete, moribonda,

una tigre. E io cercai nella sabbia -

raccolsi alcune gocce da una roccia

e le portai in mano.



La morte aveva coperto i suoi forti

occhi d'un velo, ma osservando bene

vidi un'immagine d'acqua e di me -

impressa nella retina.



Non ebbi colpa io che corsi piano -

non ebbe colpa lei che morì

mentre ero ormai sul punto di raggiungerla -

la colpa fu - il fatto che era morta.






- 654 -



Un lungo, lungo sonno, un sonno intenso -

che non dà segno di accorgersi dell'alba -

nè battendo le palpebre

nè stirando le braccia - un sonno libero..



C'è mai stata indolenza pari a questa?

Su una sponda di pietra crogiolarsi

mentre passano i secoli, ignorando

beatamente se sia mezzogiorno?




- 1577 -



Tutti hanno diritto al mattino,

alla notte solo alcuni.

Alla luce dell'aurora

pochi eccelsi privilegiati.



- Bibliografia -


Emily Dickinson - Giuditta ed Emilio Cecchi, Brescia, Morcelliana, 1939
Poesie, Emily Dickinson - a cura di Margherita Guidacci, Firenze, Cya, 1947
Poesie e Lettere, Emily Dickinson - a cura di Margherita Guidacci, Firenze, Sansoni, 1961 (rist. 1993)
Poesie, Emily Dickinson - trad. di Barbara Lanati, introd. di Rossana Rossanda, Roma, Savelli, 1977
Lettere, Emily Dickinson - a cura di Barbara Lanati, Torino, Einaudi, 1982
Silenzi, Emily Dickinson - a cura di Barbara Lanati, Milano, Feltrinelli, 1986
Le più belle poesie, Emily Dickinson - trad. di Silvio Raffo, Milano, Crocetti, 1993
Poesie, Emily Dickinson - a cura di Massimo Bacigalupo, Milano, Mondadori, 1995 (nuova ediz. 2004)
Tutte le poesie - a cura di Marisa Bulgheroni, con versioni d'autore, Milano. Mondadori, 1997
L'alfabeto dell'estasi (Vita di Emily Dickinson) di Barbara Lanati, Milano, Feltrinelli, 1999
Nei sobborghi di un segreto (Vita di Emily Dickinson) - di Marisa Bulgheroni, Milano, Mondadori, 2001
Nel bianco respiro di Emily - Una lettura per entrare "nel cuore dell'enigma" - di Maria Giulia Baiocchi, Delta Editrice, Parma, 2005
Nel giardino della mente - 24 liriche interpretate su CD - voce di Paola Della Pasqua, Delta Editrice, Parma, 2006

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