La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
Oggi è 09/08/2020 - 19:00

Tutti gli orari sono UTC [ ora legale ]



Crea il tuo forum GRATIS su GlobalFreeForum.com.



Apri un nuovo argomento Rispondi all’argomento  [ 3 messaggi ] 
Autore Messaggio
MessaggioInviato: 09/06/2014 - 05:07 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 07/11/2008 - 05:06
Messaggi: 9770
Stuart Hall: La nascita della New Left
E' scomparso il sociologo inglese di origine giamaicana Stuart Hall, uno dei padri del multiculturalismo e fra i fondatori della "New Left Review", di cui è stato anche primo direttore. Nel saggio che qui ripubblichiamo Hall ripercorre in maniera vivida e documentata la storia delle origini della New Left, il gruppo intellettuale e politico britannico nato a fine anni Cinquanta sulla spinta dell’invasione sovietica dell’Ungheria e della crisi di Suez. Più che un’organizzazione, un milieu, quello della New Left, segnato dal tentativo di dotare il socialismo di una nuova prospettiva teorica e pratica all’altezza dei grandi cambiamenti emersi nel secondo dopoguerra.

di Stuart Hall, da MicroMega 6/2013 *

Immagine

La prima New Left nacque nel 1956, una congiuntura – non un anno qualsiasi – contrassegnata, per un verso, dalla repressione della rivoluzione ungherese da parte dei carri armati sovietici e, per un altro, dall’invasione francese e britannica del canale di Suez 1. Questi due eventi, il cui impatto drammatico fu acuito dal fatto che si verificarono a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, rivelarono la violenza e l’aggressività latenti nei due sistemi che dominavano la realtà dell’epoca, l’imperialismo occidentale e lo stalinismo, scatenando un’onda d’urto che ebbe notevoli ripercussioni in tutto lo scacchiere politico. In un senso più profondo, per le persone della mia generazione, questi due episodi tracciarono un confine, indicando i limiti di ciò che era tollerabile in politica. Iniziammo a pensare che i socialisti dopo l’Ungheria dovessero farsi carico della tragica consapevolezza che la degenerazione stalinista della Rivoluzione russa aveva suscitato a sinistra nel corso del Novecento; l’Ungheria, in altre parole, segnava la fine dell’età dell’innocenza socialista. D’altro canto Suez mostrava quanto fosse grossolano l’errore di credere che il semplice fatto di aver ammainato l’Union Jack in qualche ex colonia significasse automaticamente la fine dell’imperialismo, o che le conquiste concrete in materia di welfare, insieme all’espansione della ricchezza, esprimessero la fine della disuguaglianza e dello sfruttamento. Suez e l’Ungheria erano perciò due esperienze limite, che simboleggiavano la fine di una preistoria politica. La New Left nacque all’indomani di questi due eventi, provando a delimitare un terzo spazio politico nel mezzo di questi estremi metaforici. Per i miei coetanei di sinistra lo sviluppo della New Left pose fine alle scelte obbligate e ai silenzi imposti dalla guerra fredda e inaugurò la possibilità di aprire una breccia verso un nuovo progetto di socialismo.

Può essere utile cominciare con una genealogia. L’espressione «New Left» viene comunemente associata al 1968, ma per la generazione della New Left del 1956, il 1968 fu il frutto di un secondo – o forse perfino di un terzo – passaggio di consegne. Il nome era stato ripreso negli anni Cinquanta dal movimento della nouvelle gauche, una tendenza indipendente del panorama politico francese legata alla pubblicazione del settimanale France Observateur e in particolare a uno dei suoi fondatori, Claude Bourdet. Figura di spicco della resistenza francese, nel dopoguerra Bourdet personificava il tentativo di tracciare una «terza via» nella politica europea, che fosse indipendente dalle due posizioni dominanti a sinistra, lo stalinismo e la socialdemocrazia, si collocasse oltre i due blocchi di potere militare della Nato e del Patto di Varsavia e si opponesse tanto alla presenza statunitense in Europa quanto alla presenza sovietica. L’idea di una terza alternativa risuonava nelle aspirazioni politiche di molte delle persone che si riunirono insieme per dare vita alla New Left britannica. Alcuni di noi avevano incontrato Bourdet a Parigi durante una conferenza organizzata per provare a costruire un Società internazionale socialista con lo scopo di superare le divisioni tra Europa occidentale e orientale. Il principale paladino di quest’idea in Gran Bretagna fu G.D.H. Cole, un austero e coraggioso veterano della sinistra, che all’epoca insegnava ancora teoria politica a Oxford. Sebbene Cole fosse uno storico rinomato del socialismo europeo e uno studioso di marxismo, il suo socialismo si richiamava alle tradizioni del cooperativismo e del controllo operaio care al Guild Socialism 2. La critica di Cole alle nazionalizzazioni burocratiche di Herbert Morrison 3 fu estremamente influente nel condizionare l’atteggiamento di molti socialisti della mia generazione nei confronti delle esperienze del socialismo di Stato.

La New Left, inoltre, rappresentava la combinazione di due tradizioni collegate ma distinte, che corrispondevano anche a due diverse esperienze politiche e generazionali. Una era quella che chiamerei, in mancanza di un termine migliore, la tradizione dell’umanesimo comunista, incarnato dalla rivista New Reasoner e dai suoi fondatori: John Saville e Edward e Dorothy Thompson. La seconda invece potrebbe essere descritta come una tradizione socialista indipendente che si manteneva distante da qualunque affiliazione partitica e il cui centro di gravità era costituito dalla gioventù studentesca di sinistra degli anni Cinquanta. Furono proprio i giovani provenienti da questo contesto, di cui anch’io facevo parte, che nella disintegrazione delle ortodossie che fece seguito agli eventi del 1956 diedero vita alla Universities and Left Review (Ulr).

Approdi

Raccontare in prima persona può servire a restituire una comprensione migliore di quel momento.
Arrivai a Oxford nel 1951 con una Rhodes scholarship, una borsa di studio internazionale, quasi subito dopo aver finito le scuole in Giamaica. Direi che il mio interesse politico all’epoca era principalmente rivolto alla causa antimperialista. Ero di sinistra, avevo letto Marx e ne ero stato influenzato durante i miei studi, ma a quei tempi non mi sarei mai definito marxista nel senso europeo del termine. In diverse circostanze, infatti, ero rimasto molto colpito dalla totale incapacità del marxismo ortodosso di fare adeguatamente i conti tanto con le questioni terzomondiste della razza, del razzismo e delle appartenenze etniche, quanto con la cultura e con la letteratura, aspetto questo che trovavo molto problematico da un punto di vista intellettuale già prima di laurearmi. A posteriori mi identificherei con uno di quegli studenti di lettere di cui parla Raymond Williams in Cultura e rivoluzione industriale (1968) che, di fronte alla disputa tra i seguaci del critico letterario di Cambridge F.R. Leavis e i critici marxisti, erano stati costretti a riconoscere che «la rivista Scrutiny aveva vinto» 4. Non perché avessero ragione – avevamo sempre preso le distanze dall’elitismo del programma culturale di Scrutiny – ma piuttosto perché l’alternativa dei modelli marxisti era troppo meccanicistica e riduttiva (tra l’altro all’epoca non avevamo ancora accesso a Lukács, Benjamin, Gramsci o Adorno in traduzione). In generale, sul versante politico, ero molto critico nei confronti di tutto ciò che sapevo dello stalinismo, sia in quanto sistema politico sia in quanto forma della politica. Rifiutavo di considerarlo un paradigma di socialismo democratico e non riuscivo davvero a capire la riluttanza dei pochi comunisti che conoscevo ad ammettere la verità di ciò che allora era ormai noto a tutti, ovvero le disastrose conseguenze che il regime stalinista aveva prodotto nella società sovietica e in Europa dell’Est.

Come nel caso dei pochi altri studenti provenienti dal Terzo Mondo che si trovavano a Oxford, i miei interessi politici avevano a che fare specialmente con le questioni coloniali. Fui molto coinvolto nei circoli politici degli studenti caraibici in cui discutevamo e dibattevamo soprattutto quello che succedeva «a casa nostra» in attesa di tornarci presto e darci da fare. Parlavamo della Federazione delle Indie Occidentali e della prospettiva di un nuovo ordine economico caraibico; dell’espulsione della sinistra dal People’s National Party di Michael Manley in Giamaica a causa delle ripercussioni della guerra fredda, e del rovesciamento del governo radicale di Cheddi Berret Jagan, il primo ministro democraticamente eletto nella Guyana britannica nel 1953, accompagnato dalla sospensione della costituzione e dall’arrivo delle truppe inglesi. La «politica nera» praticamente non esisteva nel Regno Unito e la migrazione del dopoguerra era appena incominciata. Più tardi, quando iniziai a interessarmi di più alla politica britannica, entrai in contatto con la sinistra di Oxford. A sinistra non c’era un movimento di massa a cui affiliarsi né un dibattito politico popolare a cui prendere parte. Sembrava che tra il Partito laburista, che all’epoca era profondamente connotato da una posizione filoatlantica, e le «tenebre» dell’estrema sinistra non ci fosse altra scelta. La prima volta che mi avventurai alla riunione di un circolo del Partito comunista fu per discutere dell’applicazione del concetto marxiano di classe alla società capitalista contemporanea. A quell’epoca mi sembrava di compiere un atto estremamente coraggioso, tale era il clima di paura e sospetto che dominava. Dopo il 1954 la situazione cominciò a cambiare, ci fu una lenta e timida ripresa del dibattito a sinistra, e intorno a questi scambi di idee iniziò a formarsi un gruppo. Molti di noi partecipavano al Gruppo di Cole, così veniva chiamato il suo seminario di teoria politica che, sebbene formalmente nascesse come un luogo di formazione per gli studenti, si trasformò presto in un polo di discussione eterogeneo della sinistra allargata; qui sorsero alcuni dei primi contatti e dei primi rapporti di amicizia che poi si sarebbero consolidati con la nascita della New Left.

È difficile ora restituire il clima politico di Oxford negli anni Cinquanta. La guerra fredda dominava l’orizzonte, polarizzando ogni dibattito e costringendo ciascuno a posizionarsi in base alla sua spietata logica binaria. Come riportava il primo editoriale della Ulr, «essere a favore dell’ammissione della Cina alle Nazioni Unite significava suscitare la riprovazione dei “compagni di strada”, dire che il carattere del capitalismo contemporaneo era cambiato voleva dire passare per un keynesiano liberale» 5. Il disgelo cominciò attraverso un dibattito ampio su una vasta gamma di temi d’attualità: il futuro del Labour e della sinistra nel periodo immediatamente successivo alla riscossa dei conservatori, di nuovo al governo con Churchill dalla fine del 1951; la natura dello Stato sociale e del capitalismo del dopoguerra; l’impatto del cambiamento culturale sulla società britannica nei primi anni Cinquanta, gli anni dell’opulenza. Il ritmo di questo dibattito fu accelerato dalle rivelazioni di Khrušcˇëv durante il XX congresso del Pcus. La reazione all’invasione dell’Ungheria e la formazione della New Left non sarebbero state possibili senza questo periodo preliminare di preparazione, durante il quale un gruppo di persone acquisì lentamente la fiducia necessaria per impegnarsi ad avviare un dialogo che avrebbe messo in discussione i termini dell’ortodossia politica, attraversando i confini esistenti tra le diverse organizzazioni.

Le fila di questo percorso si condensarono intorno agli eventi del 1956, quando i carri armati sovietici a Budapest seppellirono ogni speranza che in Europa dell’Est potesse sorgere un comunismo di natura più umana e democratica senza traumi e senza sconvolgimenti sociali. La crisi di Suez, d’altra parte, riuscì a infrangere la confortevole illusione che, parafrasando lo storico ed economista britannico R.H. Tawney, «fosse possibile scorticare la tigre capitalista-imperialista una striscia alla volta».

La manifestazione di Trafalgar Square contro l’intervento militare britannico a Suez, il 4 novembre del 1956, fu il primo concentramento politico di massa di quelle proporzioni che ebbe luogo negli anni Cinquanta e fu la prima volta in cui incontrai faccia a faccia la polizia a cavallo e sentii parlare in pubblico Hugh Gaitskell e Nye Bevan 6. Ricordo che la feroce invettiva di Bevan contro l’allora premier conservatore Anthony Eden fece disperdere in volo i piccioni stupefatti. Un risultato diretto del fermento del 1956 fu la comparsa di due nuove riviste: la Universities and Left Review e il New Reasoner, dalla cui fusione poi, nel 1960, nacque la «prima» New Left Review.

Una nuova sinistra studentesca

Come e perché nacque allora, e perché proprio – almeno inizialmente – a Oxford? Negli anni Cinquanta le università non erano ancora quei centri di attivismo rivoluzionario che sarebbero diventate negli anni successivi. Un gruppetto di studenti privilegiati di sinistra che tra «le guglie sognanti» 7 di Oxford si riunivano per discutere della società dei consumi e dell’imborghesimento della classe operaia, può sembrare a distanza di tempo un fenomeno piuttosto marginale. Eppure quel dibattito riscosse una partecipazione intensa e vivace, che si contrapponeva volutamente alla sicurezza fragile e superficiale del discorso dominante a Oxford, contrassegnato dai tentativi degli « Hooray Henries» 8 dell’epoca, i giovani studenti beneducati dell’upper class, di far rivivere l’atmosfera di Ritorno a Brideshead (1945), il romanzo di Evelyn Waugh ambientato nella Oxford degli anni Venti. In realtà Oxford aveva le sue colonie di ribelli: giovani veterani e leve dell’esercito che erano stati smobilitati, sindacalisti del Ruskin College, borsisti e borsiste britannici e stranieri. Sebbene non fossero in grado di riplasmare la cultura della città, questi outsider finirono per produrre una cultura intellettuale alternativa benché minoritaria, per non dire in stato d’accerchiamento. Questa fu la base della Ulr.

La sinistra di Oxford era molto diversificata. C’era un gruppetto di membri del Partito comunista – tra cui Raphael Samuel, Peter Sedgwick, Gabriel Pearson – principalmente al Balliol College, dove Christopher Hill faceva lezioni di storia moderna. Poi c’era l’ampio gruppo dei membri del circolo del Labour, che per la maggioranza erano molto legati al fabianesimo e a posizioni laburiste e riformiste, alcuni dei quali tenevano gli occhi ben puntati sulle loro future carriere parlamentari. Infine c’erano gli indipendenti, inclusi alcuni laburisti seri che intellettualmente non erano schierati con nessuno dei due campi e facevano a fatica la spola tra le due sponde. Quest’ultimo gruppo attraeva una significativa quota di esuli e immigrati che ne rafforzarono il carattere cosmopolita. Charles Taylor era un borsista franco-canadese e, ancor più curiosamente, una sorta di marxista cattolico, Dodd Alleyne veniva da Trinidad, io dalla Giamaica, Sadiq al-Mahdi avrebbe giocato un ruolo di primo piano nella politica sudanese diventando due volte primo ministro, Clovis Maksoud divenne membro fondatore del Ba‘th siriano. Altri come il pacifista Alan Lovell, che veniva dal Galles, o il classicista scozzese Alan Hall, e Raphael Samuel, Gabriel Pearson, Stanley Mitchell e Robert Cassen, tutti di origine ebraica, rappresentavano la cosiddetta immigrazione interna. La sede dei nostri dibattiti era il Socialist Club, un’organizzazione moribonda – praticamente più o meno abbandonata dall’epoca del Fronte popolare negli anni Trenta – che noi contribuimmo a resuscitare.

Dibattiti simili si stavano sviluppando anche in altre università e divenne presto evidente la necessità di costruire una qualche piattaforma comune per collegare questa sinistra studentesca emergente. Così si spiega la parola «university» nel nome della rivista, mentre il resto del titolo, ingombrante ed estremamente poco accattivante, stava a indicare il nostro interesse per le questioni culturali, attraverso un legame simbolico con la Left Review, una rivista letteraria e culturale degli anni Trenta e Quaranta, piuttosto eterogenea e non convenzionale, che si mostrò più ricettiva nei confronti dei nuovi movimenti culturali di qualsiasi altra rivista di partito di quell’epoca (valga come esempio la sua apertura alle correnti moderniste); Brecht fu pubblicato per la prima volta in Inghilterra proprio sulla Left Review.

L’avvento del 1956 fece però saltare i confini studenteschi di questo dibattito e lo catapultò nel vortice della politica della sinistra, nazionale e internazionale. Il primo numero della Ulr, che uscì nella primavera del 1957, era stato curato da quattro redattori: Raphael Samuel e Gabriel Pearson, che abbandonarono il Partito comunista dopo l’Ungheria, e Charles Taylor e io che rappresentavamo la componente degli indipendenti. I contributi e gli autori – Isaac Deutscher, Charles Bourdet, Lindsay Anderson, Edward Thompson, G.D.H. Cole, Eric Hobsbawm, Graeme Shankland che scrisse di urbanistica 9, David Marquand che contribuì con un articolo su Lucky Jim 10, Joan Robinson e Basil Davidson – dimostravano chiaramente che si era passati a uno stadio superiore del dibattito.

Tradizioni del marxismo britannico

La New Left aveva radici altrettanto importanti, sebbene diverse, in un’altra tradizione intellettuale e politica rappresentata dal New Reasoner. Questa tendenza traeva origine dalla politica del Partito comunista e dall’esperienza del Fronte Popolare in Gran Bretagna. Alcuni reasoners – Edward Thompson, John Saville, Rodney Hilton, Christopher Hill, Victor Kiernan, Eric Hobsbawm –avevano fatto parte di quell’enclave unica nel suo genere, il Gruppo degli storici del Partito comunista, che, influenzato dalla ricerca della storica marxista Dona Torr, sviluppò una lettura indipendente e estremamente originale della storia britannica, dando vita a una variante della politica marxista molto più in sintonia con il radicalismo popolare inglese e abbastanza diversa, quanto a stile e ispirazione, dalla linea sostenuta dalla leadership del Partito comunista, che all’epoca era ispirata da personaggi di spicco profondamente settari come Rajani Palme Dutt 11. Le rivelazioni del XX Congresso provocarono nel partito una dolorosa revisione di tutta l’esperienza stalinista e il Reasoner apparve per la prima volta in questa circostanza come bollettino dell’opposizione interna, reclamando con insistenza la necessità di render conto apertamente dell’accaduto. Solo dopo aver perso questa battaglia per il diritto a esprimere opinioni che in seguito vennero ufficialmente definite «faziose» e dopo aver sperimentato sulla propria pelle la disciplina del centralismo democratico, la maggioranza dei reasoners lasciò il partito o ne fu espulsa e nacque il New Reasoner come nuova pubblicazione indipendente di sinistra.

L’ultimo numero del Reasoner fu pensato e realizzato prima di Suez e dell’Ungheria, ma questi eventi ebbero per la rivista un’importanza epocale: «Nemmeno l’urgenza della crisi egiziana può celare il fatto che gli eventi di Budapest rappresentano un punto di svolta cruciale per il Partito comunista. La violenza dell’imperialismo britannico si dimostra più orrenda e più cinica che nelle precedenti aggressioni imperialiste, ma la crisi del comunismo mondiale è ora di natura completamente diversa» 12. La New Left perciò nacque dall’incontro di due diverse tradizioni politiche. Come si produsse questa combinazione e come proseguì? Gli aspetti pratici dell’amalgama delle due riviste possono essere riassunti in poche parole. All’inizio continuarono a uscire in tandem per qualche tempo, facendosi pubblicità e promuovendosi a vicenda; dopo un po’ le due redazioni iniziarono a incontrarsi regolarmente per discutere un’agenda politica comune, nominare congiuntamente i redattori e assumerne di nuovi. Entrambe le redazioni erano impegnate a battersi per assicurare la sostenibilità finanziaria e commerciale delle due riviste e il costo in termini di capitale umano si fece via via sempre più pressante.

Per molti di noi il 1956 aveva significato la quasi totale sospensione del normale corso delle nostre vite. Alcuni da allora non smettevano di girare in tondo e vivevano in uno stato di sfinimento politico totale; tuttavia, e questa fu una cosa positiva, in quella congiuntura si materializzarono anche le condizioni necessarie per creare una piattaforma politica unitaria più estesa a partire dalle nostre posizioni. Se da un lato eravamo consapevoli delle divergenze che intercorrevano tra di noi, dall’altro, durante i mesi in cui avevamo collaborato, le nostre prospettive si erano progressivamente avvicinate. Da questa pluralità di elementi venne fuori la decisione di passare alla fusione delle due riviste e, tra una serie di candidati assai più adatti a quest’incarico come Thompson e altri, tutti però restii ad assumersi un simile impegno, io accettai sconsideratamente di diventare il primo direttore della New Left Review, mentre John Saville fu nominato presidente del comitato di redazione.

La prima New Left Review

Così configurata la New Left Review durò due anni e non fu mai, probabilmente, una rivista rinomata e di successo al pari di quelle che l’avevano preceduta. Il ritmo bimestrale e le pressioni per stare al passo con l’attualità ci spinsero a diventare un giornale periodico piuttosto che una rivista. Questa mutazione richiedeva uno scarto di stile giornalistico ed editoriale che non rifletteva l’intento politico originario ed era un compito a cui la redazione era impreparata.

Per quanto riguarda il livello di dedizione alla causa e il modo di lavorare c’erano già delle differenze tra il comitato di redazione, che sosteneva il peso politico e la responsabilità maggiore del movimento, e il piccolo gruppo di redattori che cominciò a riunirsi e lavorare al numero 7 di Carlisle Street, nel quartiere londinese di Soho.

I new reasoners – Edward e Dorothy Thompson, John Saville, e altri membri della redazione del Reasoner come Ronald Meek, Ken Alexander e Doris Lessing – appartenevano a una generazione politica che si era formata con l’esperienza del Fronte Popolare e dei movimenti antifascisti degli anni Trenta, la resistenza europea durante la guerra, le campagne per il secondo fronte in nome de «l’amicizia con l’Unione Sovietica» 13 e la svolta popolare a sinistra rispecchiata dalla vittoria laburista del 1945. Sebbene anche alcuni comunisti più giovani legati alla Ulr appartenessero a questa stessa tradizione, i giovani intrattenevano un rapporto di carattere diverso con la loro genealogia politica. Nella grande maggioranza dei casi, tuttavia, il centro di gravità della generazione della Ulr era irrevocabilmente postbellico. Non si trattava di uno scarto d’età ma di formazione; era una questione di generazioni politiche, tra le quali la guerra rappresentava uno spartiacque simbolico.

Queste discrepanze produssero immediatamente delle lievi tensioni che sarebbero venute a galla con la comparsa della nuova rivista. Erano differenze di formazione, ma anche relative al modo di portare avanti il lavoro politico, che vennero amplificate dal fatto che le due tendenze erano collocate in due ambiti sociali e culturali molto distinti. La base del New Reasoner si trovava nello Yorkshire e nel Nord industriale. Nonostante la rivista avesse molti lettori altrove, era organicamente radicata nella cultura politica della provincia – non solo quella del movimento operaio, ma anche di organizzazioni pacifiste come lo Yorkshire Peace Committee – ed era fortemente diffidente nei confronti dell’universo londinese. Anche la Ulr aveva lettori sparsi in molte aree del paese, ma apparteneva principalmente a quello che per i reasoners costituiva l’asse cosmopolita Oxford-Londra. Benché non riuscissimo a capirlo distintamente all’epoca, gli esponenti della Ulr erano modernisti, o addirittura «cosmopoliti senza radici». Venendo dalle colonie, d’istinto mi sentivo sicuramente più a mio agio in questa cultura metropolitana socialmente anonima, ma rimpiangevo la mancanza di legami organici con la vita della classe operaia non metropolitana da parte della Ulr.

Dovrebbe esser chiaro a questo punto, guardando anche soltanto ai componenti delle redazioni delle due riviste iniziali, che la New Left era ben lungi dall’essere un progetto monolitico e certo non divenne mai culturalmente né politicamente omogenea. Le divergenze nella maggior parte dei casi venivano gestite in maniera umana e generosa, ma qualsiasi lettore attento delle due riviste avrebbe rapidamente individuato i nodi al centro delle nostre controversie e, in alcune circostanze, si sarebbe reso conto delle contese disputate animatamente che affioravano tra le nostre pagine. Sarebbe perciò un errore provare a ricostruire a posteriori una qualche autentica essenza della New Left affibbiandole un’omogeneità politica che non le è mai appartenuta. Tuttavia c’erano una serie di temi correlati che riscuotevano sufficiente consenso tra noi per renderla una formazione politica con una sua fisionomia distintiva, nonostante forse due redattori della Nlr, presi a caso, non sarebbero mai stati in grado di elencarli in sequenza allo stesso modo.

Nella mia interpretazione questo stato di cose dipendeva dal fatto che qualsiasi prospettiva di rinnovo della sinistra dovesse partire da una nuova concezione del socialismo e da un’analisi radicalmente nuova dei rapporti sociali, delle dinamiche e della cultura del capitalismo postbellico; e questo compito, lungi dall’essere un modesto esercizio di aggiornamento teorico, era un progetto intellettuale di vasta portata, ambizioso e complesso. Impegnarsi in questa impresa, per quel che riguardava il socialismo, significava scendere a patti con le esperienze sconfortanti del «socialismo reale» e della «democrazia reale» e trasformare, alla luce di queste esperienze, l’intera concezione del «politico». Per quanto riguardava il secondo aspetto, invece, bisognava riconoscere che il capitalismo monopolistico (corporate capitalism) che avevamo di fronte si esprimeva attraverso forme economiche, organizzative, sociali e culturali molto diverse dalle precedenti. In altre parole funzionava secondo una logica distinta da quella del capitalismo d’impresa, descritto nelle classiche tesi di Marx o incorporato nel linguaggio e nella teoria della sinistra, e inscritto nella sua agenda, nelle sue istituzioni e nei suoi scenari rivoluzionari. Per molti di noi, sebbene non per tutti, la battaglia per fondare il socialismo su una nuova analisi del nostro tempo era fondamentale ed è lì che l’intero progetto della New Left ebbe origine.

Secondo l’interpretazione dominante che veniva offerta all’epoca, ci stavamo avviando verso una società post-capitalista in cui i principali problemi di distribuzione delle risorse sociali erano stati risolti dal boom postbellico accompagnato dall’espansione del welfare, dalla regolazione macroeconomica keynesiana e dal «volto umano» della rivoluzione manageriale. Tutti questi elementi erano parte di quel fenomeno che in seguito divenne noto come «corporativismo» (big capital, big state) o che, secondo un’altra prospettiva, fu ribattezzato «era del consenso postbellico», ed erano ritenuti responsabili di aver provocato l’erosione delle tradizionali culture di classe e l’imborghesimento della classe operaia. Contro questa rappresentazione dei fatti la «vecchia sinistra» obiettava che dal momento che il sistema era ancora manifestamente capitalista, niente di significativo era cambiato. Le classi e la lotta di classe erano ancora lì ed erano esattamente quel che erano sempre state; metterlo in discussione voleva dire tradire la causa della rivoluzione.

La maggioranza della New Left, però, rifiutava questa logica binaria. Le nuove forme di proprietà e di organizzazione d’impresa e le nuove dinamiche dell’accumulazione e dei consumi richiedevano una nuova analisi. Questi processi avevano avuto delle ripercussioni sulla struttura sociale e sulla coscienza politica collettiva; e la diffusione del consumismo in generale aveva contribuito a disarticolare molte delle attitudini culturali e delle gerarchie sociali tradizionali, provocando, per i settori sociali impegnati nel cambiamento e per le istituzioni e i programmi della sinistra, delle conseguenze politiche rilevanti con cui il socialismo doveva venire a patti.

In mancanza di materiale locale a cui fare riferimento, gli analisti statunitensi – in particolare David Riesman, John Kenneth Galbraith, Charles Wright Mills – che erano all’avanguardia nella comprensione di queste trasformazioni, ci fornirono le nostre principali dotazioni teoriche in materia.

Cultura e politica

A ciò si collegava immediatamente la questione della deriva contraddittoria e politicamente indeterminata del cambiamento sociale e culturale. I mutamenti in corso non erano all’altezza di una vera trasformazione della società, ma con tutta evidenza, sebbene in modo ambiguo, stavano partecipando allo smantellamento di molti dei vecchi rapporti e delle vecchie formazioni su cui storicamente erano stati fondati l’intera costruzione della sinistra e il progetto del socialismo. Di nuovo esistevano due versioni rivali di questa analisi. Da un lato c’era chi diceva che, dal momento che la struttura di classe fondamentale della società britannica era rimasta intatta, il cambiamento poteva essere solo di natura superficialmente «sociologica». A conferma di tale interpretazione venivano selezionate le differenze incidentali, e principalmente di espressione e di stile, che emergevano in ambiti marginali, ovvero nei nuovi comportamenti dei giovani, nelle nuove configurazioni della vita cittadina, nello spostamento della popolazione dai centri alle periferie, nella crescente importanza dei consumi nel quotidiano, nell’indebolimento delle vecchie identità sociali e così via, tutte cose che non avevano nulla a che fare con «i fondamentali». Questo resoconto riduttivo faceva da contraltare all’implacabile celebrazione del cambiamento fine a se stesso su cui i nuovi mezzi di comunicazione avevano fatto un investimento massiccio. Con l’espansione del nuovo giornalismo e la crescita delle tv commerciali, la società sembrava stregata dal riflesso della propria immagine in movimento che riverberava una scintillante superficie consumista. Ancora una volta la New Left sceglieva di non collocarsi dal lato di nessuna delle due semplici alternative e preferiva invece una terza descrizione di natura più complessa.

Non eravamo sicuramente risolti e compatti rispetto al problema di come interpretare questi mutamenti (lo scambio tra me, Edward Thompson e Raphael Samuel in merito al mio articolo «A Sense of Classlessness», pubblicato sulla Ulr, è un luogo topico di questo dibattito), ma eravamo d’accordo sul senso che esprimevano. Dal mio punto di vista molto di quel che c’era di creativo – benché insieme caotico e impressionistico – nella «rappresentazione del mondo» che emergeva dalle pagine della New Left doveva la sua freschezza e vitalità, come anche la sua vena utopica, allo sforzo di rintracciare i significati delle linee del cambiamento in evoluzione costante.

Questo è uno di quegli ambiti in cui l’impegno della New Left nel dibattito sulla cultura si manifestò per primo. Innanzitutto perché era sul terreno culturale e ideologico che la trasformazione sociale sembrava rendersi più marcatamente visibile; in secondo luogo, perché la dimensione culturale non ci pareva secondaria, bensì costitutiva della società (questa posizione si ricollega ad alcuni aspetti della lunga disputa della New Left contro il riduzionismo e l’economicismo impliciti nel costrutto «struttura-sovrastruttura»). La terza ragione è che il registro culturale ci sembrava essere essenziale per qualsiasi linguaggio con cui sarebbe stato possibile immaginare di riscrivere il socialismo. Perciò la New Left cominciò timidamente a porre questioni di analisi e politica culturale al centro delle propria agenda politica.

Così facendo, la rivista si confrontò criticamente con una certa idea ristretta di «politica» e provò a elaborare al suo posto un «concetto esteso del politico». Anche se non si riuscì mai ad andare tanto lontano quanto lo slogan femminista «il personale è politico», di certo la New Left inaugurò una dialettica fondamentale che combinava «problemi privati» e «questioni pubbliche» 14 e fece implodere la vecchia concezione della politica. Secondo la logica sottintesa alla nostra posizione, le «sfere occulte» dovevano essere finalmente rappresentate nei discorsi del politico e la gente comune poteva e doveva organizzarsi in base alle possibilità che aveva, intorno alle questioni di cui faceva immediatamente esperienza, cominciando ad articolare il proprio malcontento in un linguaggio esistenziale e a mobilitarsi a partire da lì: questa era l’origine del nostro tanto discusso umanesimo socialista. Una concezione del politico estesa comportava anche un riconoscimento della proliferazione dei potenziali luoghi di conflitto sociale e dei settori popolari impegnati nel cambiamento della società. Sebbene fossimo a favore di un sindacalismo forte, rifiutavamo l’idea che solo quelli che si trovavano al cuore della produzione potessero fare la rivoluzione.

La critica al «laburismo», la peculiare declinazione britannica del riformismo, era parte di questo discorso allargato sul politico. Noi, infatti, andavamo in cerca di una trasformazione della società più radicale e più strutturale, sia perché eravamo legati a molte delle fondamentali prospettive del programma socialista classico, sia perché nel capitalismo contemporaneo intravedevamo una concentrazione maggiore – e non minore – del potere sociale e potevamo rintracciare l’impatto della mercificazione in alcune sfere della vita ben lontane dai classici luoghi di sfruttamento del lavoro salariato; ma soprattutto perché avevamo sviluppato una critica diffusa della cultura e della civiltà capitalista. Nessuno più profondamente di Raymond Williams esprimeva il carattere fondamentale e costitutivo di questi argomenti per conto della New Left e all’interno della rivista. È precisamente in questa accezione che siamo rimasti «rivoluzionari», anche se pochi di noi riponevano una qualche speranza nella presa del potere dello Stato da parte dell’avanguardia. L’opposizione tra riforma e rivoluzione ci sembrava datata, ci sembrava un modo per imprecare e lanciare anatemi contro gli avversari piuttosto che un’opzione valida sul piano storico e analitico, e cercavamo di bypassarla in tanti modi. In questo senso, e sotto molti altri significativi punti di vista, la New Left era «revisionista» tanto rispetto al laburismo quanto rispetto al marxismo: eravamo nati e vivevamo nell’epoca dei «molti marxismi».

Pochi di noi si sarebbero potuti definire ortodossi dopo il 1956, soprattutto perché, nonostante avessimo posizioni diverse su quale e quanto marxismo potesse essere traghettato senza revisione nella seconda metà del ventesimo secolo, noi tutti rifiutavamo di considerarlo come una dottrina fissata e completa o come una Bibbia. Di notevole importanza per alcuni di noi fu la scoperta dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e dei concetti presenti in essi – l’alienazione, l’ente naturale generico, i nuovi bisogni – grazie a Charles Taylor che ce ne portò una traduzione francese da Parigi nel 1958, quando ancora non erano disponibili in inglese.


continua

_________________
Bene qui latuit , bene vixit . ( Ovidio )


Top
 Profilo  
 
MessaggioInviato: 09/06/2014 - 05:07 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 07/11/2008 - 05:06
Messaggi: 9770
continua





I circoli della New Left

In campo c’erano anche molti altri temi che qualsiasi resoconto esaustivo non dovrebbe tralasciare di discutere: il dibattito sull’«umanesimo socialista»; le analisi del Terzo Mondo; il «neutralismo», la Nato e il disarmo (temi, questi ultimi, che si svilupparono intorno alla campagna per il disarmo nucleare); infine la cultura popolare e i mezzi di comunicazione. Tuttavia, dal momento che la New Left viene spesso etichettata essenzialmente come una formazione intellettuale, può essere opportuno ricordare ai lettori che la «prima» New Left, sebbene forse erroneamente, concepiva se stessa come un movimento piuttosto che come una semplice rivista. Poco dopo l’uscita del primo numero, la Ulr organizzò il suo primo incontro aperto con i lettori, durante uno sciagurato pomeriggio domenicale dopo il quale fu fondato il circolo londinese della Url. I primi anni, il circolo (che in seguito sarebbe diventato il circolo londinese dalla New Left) radunava durante questi incontri tre o quattrocento persone ogni settimana provenienti da tutta la sinistra. Per un certo periodo di tempo costituì un punto di riferimento fondamentale per persone che non avevano nessun altro impegno politico formale, a cui offriva un contesto di scambio vivace e spesso polemico. Era una cosa assai diversa rispetto alle tradizionali organizzazioni o sette della sinistra, nella misura in cui il suo scopo non era quello di reclutare nuovi membri, ma confrontarsi con la cultura politica della sinistra su un fronte molto ampio, ragionando, dibattendo, discutendo e facendo formazione.
Il circolo diventò un centro indipendente importante per la sinistra londinese, soprattutto da quando, grazie allo spirito di iniziativa – rischioso e azzardato, ma anche sempre innovativo – di Raphael Samuel, ebbe finalmente la propria sede permanente al Partisan Café in Carlisle Street 15. Il Partisan Café, con tanto di sala riunioni e biblioteca ai piani superiori, divenne il primo bar della sinistra londinese; al quarto piano ospitava gli uffici della Ulr, che poi sarebbero diventati i locali della Nlr.

Dopo la fusione, sorsero vari circoli della New Left in tutto il paese. L’ultimo numero della Nlr diretto da me, il numero 12, ne elencava 39, a diversi stadi di salute politica. Nei programmi e nella composizione, i circoli rispecchiavano la fisionomia culturale e politica delle località in cui si trovavano: i circoli di Manchester e Hull erano vicini al movimento operaio locale; la Fife Socialist League era legata attraverso Lawrence Daly – minatore, sindacalista, ex membro del Partito comunista e attivista della New Left – a un movimento socialista indipendente di minatori scozzesi, i circoli di Croydon e Hemel Hempstead avevano una connotazione più interclassista o perfino da new town 16.

Poco dopo il circolo della New Left di Londra cominciò in maniera pionieristica a fare campagna e a volantinare per la marcia di Aldermaston, la prima manifestazione per il disarmo nucleare, con l’appoggio della stragrande maggioranza dei membri del circolo 17. In quest’occasione si strinsero i legami tra la New Left, i pacifisti britannici e la neonata campagna per il disarmo nucleare, che presto sarebbe diventata un movimento di massa. Quanto alle sue altre attività, il circolo della New Left di Londra fu coinvolto da vicino nella rivolta di Notting Hill del 1958 e nelle lotte antirazziste dell’epoca nei dintorni di North Kensington. Partecipammo alla costruzione dei comitati degli inquilini del quartiere; ci impegnammo a difendere i neri che, al culmine dei disordini, venivano molestati e aggrediti per strada mentre rincasavano dalla stazione di Notting Hill da folle di bianchi maldisposti; facemmo picchetti davanti ai comizi di Oswald Mosley, il fondatore della British Union of Fascists, e ad altri raduni dell’estrema destra. Mentre portavamo avanti questi interventi, dovemmo subito fare i conti con il razzismo di cui era impregnato il Partito laburista locale, e Rachel Powell, membro attivo del circolo, fece scoppiare uno scandalo in merito alla vicenda di Peter Rachman denunciando la speculazione immobiliare «razziale» a Notting Hill 18.

Una volta Peter Sedgwick fece opportunamente notare che la New Left era non tanto un movimento, quanto piuttosto un milieu, sottolineando la mancanza di una struttura organizzativa serrata, la concezione allentata della leadership, l’appianamento delle gerarchie, il fatto che non avessimo iscrizioni, regole, regolamenti né un programma o una linea di partito, tratti questi che ci caratterizzavano in chiara contrapposizione rispetto ad altre tendenze politiche e sette della sinistra radicale. Tali caratteristiche derivavano dalla nostra critica delle forme di organizzazione leniniste e del centralismo democratico e dall’enfasi che ponevamo sull’autorganizzazione e sulla politica partecipativa, che ora a posteriori possiamo leggere come un’esperienza anticipatrice di tanti fenomeni che si sarebbero sviluppati successivamente.

A margine le considerazioni di Sedgwick sottolineavano anche lo scarso livello di coinvolgimento della classe operaia o, per essere più precisi, «la competizione interclassista» di molti circoli della New Left, sebbene non di tutti. Un dato del genere può essere interpretato, e in effetti lo fu, come un grave limite, che però veniva controbilanciato curiosamente da altri aspetti positivi. I circoli, infatti, erano particolarmente forti là dove emergevano i nuovi strati sociali che costellavano il panorama di classe della Gran Bretagna del dopoguerra, in continuo mutamento, ricomposizione e decomposizione. Questo elemento non ci allontanava dai lavoratori, visto che molti erano nostri attivi sostenitori, ma dalle culture politiche del movimento operaio tradizionale e dai dirigenti rivoluzionari delle sette, garantendo allo tesso tempo alla New Left un accesso privilegiato ai processi contrastanti e contraddittori della trasformazione sociale in corso.

Una pratica profetica

Pur con tutti i limiti che abbiamo descritto, i circoli indicavano che il progetto della New Left segnava la nascita di una nuova realtà socialista: non un partito, ma un «movimento di idee». Erano il segno che per noi e per la sinistra, la questione della capacità di agire era diventata un problema da mettere a tema. Adottammo questo approccio in parte senza convinzione, in parte convinti che la politicizzazione della gente comune su temi concreti, forzando la gabbia delle opinioni convenzionali e degli allineamenti conformisti delle loro vite per permettergli di prendere l’iniziativa di agire, fosse politicamente più significativa della più ortodossa delle linee di condotta.

Un’altra ragione fu che vedemmo nella campagna per il disarmo nucleare un nuovo tipo di mobilitazione politica che in scala embrionale riusciva ad aggirare, per così dire, i grandi schieramenti partitici e rifletteva l’emergenza delle forze e delle aspirazioni sociali caratteristiche di quella fase, rispetto alle quali era necessario che la sinistra sviluppasse una nuova pratica politica.

La campagna rappresentò una delle prime apparizioni di questo tipo di movimenti sociali sulla scena politica del dopoguerra: un movimento popolare, animato da rivendicazioni inequivocabilmente radicali e da un implicito contenuto anticapitalista, che si era formato attraverso l’autorganizzazione della società civile intorno a una questione concreta, che però era privo di una chiara connotazione di classe ed era capace di intercettare persone diverse, al di là dei tradizionali steccati identitari classisti tracciati rigidamente, e oltre le appartenenze di partito.

In questa nuova esperienza era già possibile individuare alcuni tratti della società contemporanea e alcuni fenomeni di antagonismo sociale – come il movimento per i diritti civili all’epoca, le questioni femministe e legate alla sessualità, i problemi ecologici e ambientali, le politiche identitarie delle minoranze, le lotte antirazziste e per i diritti sociali degli anni Settanta e Ottanta – che trovavano difficilmente spazio per essere inseriti all’interno delle agende delle organizzazioni della sinistra tradizionale. Oggi, tuttavia, senza questi movimenti sociali, non sarebbe possibile immaginare nessuna mobilitazione politica di massa né concepire nessuna spinta radicale di cambiamento.

Alla fine la questione che la campagna sollevava per la New Left – come sempre accade con i movimenti sociali emergenti – era il problema di trovare il modo di articolare i nuovi impulsi e le nuove forze sociali in campo con le politiche di classe più tradizionali della sinistra, e di capire come attraverso questo processo si potesse trasformare il progetto politico della sinistra. Il fatto che non abbiamo avuto maggior successo di quanto non ne abbia avuto la sinistra da allora nel tentativo di formare un blocco storico a partire da interessi sociali, movimenti politici e programmi così eterogenei, e nel perseguire l’obiettivo di costruire una pratica politica egemonica sulla base di queste differenze, non significa negare l’urgenza di un tale compito.

Quello che possiamo imparare dall’esperienza della «prima» New Left è proprio che tipo di domande dobbiamo porci, e non le risposte giusta da dare.
Molte persone della New Left orbitavano nell’area del Partito laburista, molte altre no. Poiché eravamo un movimento, il nostro atteggiamento nei confronti dei laburisti era chiaro: essere indipendenti dai vincoli e dai controlli dell’organizzazione, dalla disciplina e dalla routine di partito era fondamentale per il nostro progetto politico. Il voto di maggioranza per l’unilateralismo 19 al congresso del partito, mozione per cui molti di noi avevano fatto campagna, era un chiaro esempio di quel che significasse una «sconfitta nella vittoria», un risultato che scaturiva dall’aver confuso una vittoria di piattaforma con la conquista di consenso intorno a nuove posizioni politiche popolari. La macchina burocratica del partito aveva risucchiato la campagna per il disarmo nucleare, trasformandola in un portafortuna, un feticcio da utilizzare in vista delle risoluzioni congressuali, un giocattolo nelle manovre del block vote 20, che come tale non riuscì a radicarsi nella coscienza e nell’attività politica dei militanti in carne e ossa.

Allo stesso tempo ci rendevamo conto che il destino del socialismo in Gran Bretagna era inestricabilmente legato alle sorti del Labour. Capivamo che il Partito laburista rappresentava, nel bene e nel male, il partito che esercitava egemonia sulla maggioranza della classe operaia organizzata, adottando una politica riformista. Ne rispettavamo i legami storici con il movimento sindacale e riconoscevamo che il partito era stato il motore della rivoluzione dello Stato sociale del 1945, processo che noi non abbiamo mai sottovalutato solo perché fu una riforma e non significò il rovesciamento del sistema. Eravamo profondamente critici della tradizione fabiana e laburista del partito, del suo statalismo, del fatto che non avesse radici diffuse nella vita politica e culturale della gente comune, della diffidenza burocratica che manifestava nei confronti di qualsiasi azione o movimento indipendente, del suo profondo antintellettualismo. Contestavamo le procedure fortemente antidemocratiche del block vote e il vuoto costituzionalismo del Labour; eppure sapevamo che, ci piacesse o meno, il Labour rappresentava innegabilmente una posta in gioco strategica nella politica britannica.

Parallelamente avevamo sviluppato un discorso apertamente polemico, da un lato, nei confronti della leadership di Gaitskell e, dall’altro, nei confronti della prospettiva del «niente è cambiato-ribadiamo la quarta clausola» propria della sinistra tradizionale 21; qui come in altri contesti, avevamo provato a sviluppare una terza posizione, a dischiudere un terzo fronte.

Nei dibattiti sul revisionismo degli anni Cinquanta e Sessanta rigettavamo le tesi post-capitaliste del «capitalismo mondiale dal volto umano» proposte in The Future of Socialism (1956) del laburista revisionista Anthony Crosland, pur riconoscendo in lui un avversario intelligente e in grado di darci del filo da torcere.

Insistevamo, contro l’immobilismo dottrinario di buona parte della sinistra laburista e sindacale, sulla necessità di ripartire da una nuova analisi delle mutate condizioni del capitalismo contemporaneo e del cambiamento sociale nell’era del dopoguerra; alcuni continuarono a lavorare in vista di quest’obiettivo dentro al partito, altri lo facevano dal di fuori. Noi non capivamo come si potesse parlare di una «linea di condotta» a questo proposito, quando c’era talmente poco rapporto tra ciò che la gente desiderava politicamente e la strategia indicata per conseguirlo. La nostra strategia, perciò, consisteva piuttosto nell’aggirare questa opzione e nel coinvolgere invece le persone, qualunque fosse la loro affiliazione, a partecipare ai nostri dibattiti e alle nostre attività politiche indipendenti.

Questa strategia parallela aveva bisogno, come condizione necessaria per articolare una terza posizione, di incentivare la diffusione della rivista e dei circoli e di sviluppare una rete di contatti e di contesti di protesta, discussione e propaganda che non fossero soggetti al tran tran del quartier generale del Labour a Transport House, ma che fossero nondimeno destinati a irrompere e avere effetto sulle politiche interne del partito e sul movimento operaio. Avevamo ribattezzato la nostra strategia «un piede dentro e uno fuori».

Andare verso il popolo

Che tipo di leadership e di organizzazione presupponeva questo modo di procedere? La metafora che adoperavamo costantemente era quella della propaganda socialista. Come scriveva Edward Thompson sul New Reasoner: «La New Left non si presenta come un’organizzazione alternativa a quelle che sono in campo, ma ha due cose da offrire a quanti si trovano dentro o fuori le organizzazioni politiche già esistenti: una certa propaganda di idee e alcuni strumenti pratici (riviste, circoli, scuole eccetera)» 22. La nozione di «propaganda socialista di idee» era ovviamente presa in prestito, in modo esplicito e diretto, dallo scrittore William Morris e si rifaceva al tipo di rapporti che si erano venuti a creare all’interno della Lega socialista 23 tra gli intellettuali impegnati a diventare organici in senso gramsciano e la classe operaia. Tutti avevamo letto il capitolo «Making Socialists» del libro di Thompson William Morris: Romantic to Revolutionary (1955) e ne avevamo tratto ispirazione, tanto che il primo editoriale della Nlr si apriva e si chiudeva con due citazioni tratte da un articolo di Morris del luglio 1885 intitolato «Commonweal»: «Il movimento operaio non è nella sua fase insurrezionale». A cui io aggiunsi: «Noi siamo nella nostra fase missionaria» 24.

Sebbene non venisse teorizzata compiutamente, questa concezione della leadership era basata su alcuni presupposti evidenti. Il primo era la necessità di sfidare l’antintellettualismo convenzionale del movimento operaio britannico e superare la tradizionale divisione tra intellettuali e classe operaia. Il secondo presupposto risiedeva nel rifiuto di tre modelli diversi: l’avanguardismo e il centralismo democratico delle direzioni rivoluzionarie; la prospettiva fabiana secondo cui gli «esperti» della classe media da dentro la macchina dello Stato avrebbero predisposto il socialismo per le classi lavoratrici; infine, la fiducia tradizionalmente accordata dalla sinistra laburista ai meccanismi costituzionali, alle risoluzioni congressuali, alla vittoria del maggioritario e alle «competizioni elettorali con qualche candidato di sinistra in più» 25. Terza premessa, dal nostro punto di vista i cambiamenti in corso nella società britannica avevano generato la nascita di un numero consistente di nuove composizioni sociali postbelliche che erano alla portata della formazione e della propaganda socialista. Quarto aspetto, avevamo la profonda convinzione – contro l’economicismo della sinistra stalinista, trotskista, e laburista – che il socialismo fosse un movimento democratico consapevole; che socialisti non si nasce, ma si diventa, e non per merito delle immutabili leggi della storia o dei processi oggettivi di trasformazione del solo modo di produzione. Perciò combattevamo anche la concezione dominante secondo cui la cosiddetta società dell’opulenza avrebbe automaticamente invalidato la capacità d’attrazione della propaganda socialista e l’idea per cui il socialismo può sorgere soltanto dalla miseria e dal degrado.

L’enfasi che ponevamo sull’autorganizzazione, sulla costruzione del socialismo «dal basso» e «qui e ora», senza aspettare l’avvento di una qualche astratta rivoluzione che trasformasse tutto in un batter d’occhio, si dimostrò sorprendentemente anticipatrice alla luce della ricomparsa di queste stesse istanze dopo il Sessantotto. Come scrivevamo nel primo numero della Nlr: «Dobbiamo andare nei paesi e nelle città, nelle università e nelle scuole di formazione professionale, nei circoli giovanili e studenteschi e nelle sezioni sindacali, come diceva Morris, e lì fare i socialisti. Veniamo da duecento anni di capitalismo e cento di imperialismo, perché la gente dovrebbe naturalmente diventare socialista? Non c’è niente che possa dimostrare che il movimento operaio, come una grande locomotiva inumana, stia procedendo palpitante verso il socialismo o che si possa fare ancora affidamento sul fatto che la povertà e lo sfruttamento conducano la gente, come un gregge al pascolo, verso la società socialista. Il socialismo è e rimarrà l’aspirazione attiva a un nuovo modello di società, verso cui ci indirizziamo in quanto esseri umani pensanti e consapevoli. Le persone devono fare i conti con l’esperienza e sentire il richiamo della società degli uguali, non perché se la passano male, ma perché una società degli uguali sarà sempre migliore di qualsiasi allettante ipotesi di società capitalista di consumo; e la vita è qualcosa che merita di essere vissuta, e non qualcosa da lasciar scorrere come il tè in un colino» 26. Questa posizione potrebbe sembrare ingenua ed è stata ovviamente definita utopica e populista. Ma era populista nel senso del populismo russo, del narodnik che andava verso il popolo, e nella fiducia che riponeva in quel che il popolo – noi e loro – sarebbe potuto diventare, anziché nel senso di quel populismo che si limita a manipolare il consenso della gente facendo cinicamente appello a ciò che il presunto popolo vorrebbe, secondo l’interpretazione di chi crede di essere migliore di lui. Eravamo quindi istintivamente convinti che il progetto socialista dovesse essere radicato nel presente collegandosi all’esperienza vissuta, ovvero a ciò che da allora avevamo cominciato a chiamare il «nazionale-popolare». Il «popolo», del resto, è sempre una costruzione discorsiva e fu estremamente significativo in tal senso che il populismo della prima New Left si sia liberato dell’idea che al «popolo» dovesse corrispondere un referente sociale preciso e dai contorni nitidi. Esistono insomma diversi tipi di populismo che, al di là dei problemi che comportano, possono essere articolati a destra o a sinistra e possono servire a disinnescare o a sviluppare gli antagonismi sociali; il populismo della prima New Left apparteneva alla seconda categoria. Edward Thompson, il principale fautore dell’orientamento populista della Nlr, scriveva nel New Reasoner: «Quel che distinguerà la New Left sarà la sua capacità di rompere con la tradizione delle lotte di fazione interne al partito e la sua capacità di riannodare i legami con la tradizione dell’associazionismo, dell’educazione socialista e dell’attivismo rivolto al popolo nella sua interezza. […] Insisto che il movimento operaio non è una cosa, ma un’associazione di uomini e donne, che i lavoratori non sono depositari passivi dei condizionamenti economici e culturali, ma esseri intellettuali e morali. […] La New Left farà appello al popolo sviluppando argomenti razionali e lanciando sfide etiche; combatterà il materialismo e l’antintellettualismo grossolano della vecchia sinistra richiamandosi alla totalità delle potenzialità e degli interessi dell’umanità e costruirà nuovi canali di comunicazione tra i lavoratori industriali e gli esperti provenienti dal campo delle scienze e delle arti. Smetterà di rinviare i traguardi del socialismo a un ipotetico dopo-la-rivoluzione, e cercherà di promuovere al presente, e in particolare nei grandi centri in cui si condensa la vita della classe operaia, un più forte senso della collettività» 27.

Le incoerenze e le contraddizioni implicite in questo genere di populismo non furono mai pienamente risolte. I rapidi cambiamenti che intervennero nella struttura sociale durante la fase postbellica – cambiamenti che provavamo costantemente a rintracciare senza tuttavia definirli nei dettagli – produssero delle fratture trasversali in seno alla New Left e noi non riuscimmo a ricomporre queste differenze dentro un nuovo blocco storico, sebbene quello fosse il nostro intento implicito. Le tensioni, già menzionate, tra le province del Nord e l’universo metropolitano di Londra erano – proprio come le future configurazioni del divario tra Nord e Sud – molto più complesse di quel che la semplice dicotomia lasciasse intendere. Nondimeno queste tensioni, che offuscavano alcune divergenze cruciali nell’andamento e nel carattere della ricomposizione di classe e della scomposizione sociale all’interno della società britannica del dopoguerra – vennero a rappresentare in maniera metonimica le basi della differenziazione politica, senza fornire un principio di riarticolazione delle differenze.

Le tensioni tra intellettuali e attivisti costituirono un problema costante, sebbene per molti aspetti fu una tema che non venne mai discusso a fondo. Si trattava di un problema legato alla più ampia querelle sullo statuto da sempre incerto degli intellettuali nella vita culturale inglese e sull’invalidante filisteismo della sinistra. Un altro dibattito che percorreva trasversalmente queste tensioni da una prospettiva ancora diversa era la quasi totalmente sepolta questione di genere – il fatto che la grande maggioranza dei caporedattori fossero uomini e che invece molte delle persone su cui gravava il lavoro concreto di mandare avanti l’impresa fossero donne. La tradizionale divisione sessuale del lavoro si riproduceva spesso a sinistra, e rispetto a quest’ultima questione la New Left dimostrò una profonda inconsapevolezza (come d’altronde anche il resto della sinistra).

Speravamo inoltre che i circoli sviluppassero in maniera indipendente la propria organizzazione, la propria direzione e i propri canali di comunicazione – magari diffondendo aggiornamenti e bollettini redatti autonomamente, e lasciando la rivista libera di portare avanti il suo progetto. Ma non c’erano le risorse perché ciò accadesse, e questo nei comitati contribuì a esasperare il sentimento di non aver alcun controllo sulla rivista e nella redazione fece sorgere il dubbio che una rivista intellettuale non potesse essere diretta dai circoli locali. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto insieme alle pressioni che ne conseguirono da più parti, ad accelerare le mie dimissioni dalla redazione della New Left Review nel 1961.

Non spetta a me fare un bilancio generale dell’esperienza della prima New Left, che interpreto come un passo preliminare verso la costituzione di un nuovo esempio di sinistra politica. Sarebbe assurdo cercare di difenderne la grandezza tanto quanto proiettarvi a posteriori una coerenza che probabilmente non aveva. I punti di forza, i limiti e gli errori di questo esperimento sono e restano incontestabili; si tratta di imparare da quello che è stato piuttosto che di ripudiarlo. Nonostante tutto, però, credo sia importante distinguere quello che abbiamo fatto e come lo abbiamo fatto dall’ispirazione più generale del nostro progetto. A quest’idea continuo ad essere fedele come lo ero allora; l’idea di quel terzo spazio che la prima New Left aveva provato a circoscrivere e a dischiudere mi sembra essere ancora oggi la sola speranza in campo per il rinnovamento di un progetto democratico e socialista in questa nostra epoca nuova e sconcertante.*

(traduzione di Jamila Mascat)

NOTE

1 Questo saggio è dedicato alla memoria di Alan Hall, con cui ho condiviso molte mie esperienze di quell’epoca. Ho conosciuto Alan per la prima volta nel 1952 quando da Aberdeen è arrivato al Balliol College di Oxford; poi ha insegnato lettere classiche a Keele ed è diventato un archeologo appassionato delle rovine greco-romane in Anatolia. Nei primi anni della New Left (incluso il passaggio dalla prima alla seconda generazione) Alan ha svolto un ruolo chiave, ma è morto tragicamente a cinquant’anni, prima di avere l’opportunità di raccontare in prima persona la storia della rivista.

2 Movimento politico propugnatore di una forma di collettivismo socialista di Stato, incentrato sul controllo operaio delle industrie esercitato dai lavoratori tramite le corporazioni (guilds), ovvero strutture simili ai sindacati destinate a governare l’organizzazione della produzione. L’origine del movimento viene tradizionalmente fatta risalire alla pubblicazione del libro The Restoration of the Guild System (1906), scritto dall’architetto Arthur Penty, e alla pubblicazione della rivista The New Age, diretta da Alfred Richard Orage, a partire dal 1907, dove le teorie del Guild Socialism furono sviluppate e dibattute. L’esperienza del Guild Socialism ebbe particolare diffusione nel mondo britannico nei primi vent’anni del Novecento e Cole fu uno dei suoi principali teorici e sostenitori (n.d.t.).
3 Storico leader laburista responsabile dei programmi di nazionalizzazione del governo laburista tra il 1945 e il 1951 (n.d.t.).

4 La rivista letteraria Scrutiny, diretta da F.R. Leavis, fu fondata nel 1932 e pubblicata con cadenza trimestrale fino al 1953. Si trattava di una rivista prestigiosa che circolò prevalentemente in ambito accademico ed ebbe un ruolo pionieristico nella storia della critica letteraria britannica (n.d.t.).

5 Universities and Left Review, Editorial, vol. 1, n. 1, Spring 1957, p. i.

6 Aneurin «Nye» Bevan, membro del Partito laburista, ministro della Sanità tra il 1945 e il 1951, fu uno dei dirigenti principali dell’ala sinistra del Labour. Hugh Gaitskell fu il leader dell’opposizione laburista tra il 1955 e il 1963. Bevan e Gaitskell tennero due memorabili interventi durante la manifestazione convocata dai laburisti contro la decisione interventista del governo Tory nella crisi di Suez, a cui parteciparono più di 30 mila persone (n.d.t.).

7 L’espressione fu coniata dal poeta Matthew Arnold che ribattezzò Oxford la «città dalle guglie sognanti» per descrivere l’architettura armoniosa dei suoi campanili (n.d.t.).
8 Espressione adoperata per designare i giovani rampolli dell’alta borghesia, i figli di papà (n.d.t.).

9 L’articolo a cui si fa riferimento è «The Crisis in town planning», Universities & Left Review, vol. 1, n. 1, Spring 1957, (n.d.t.).
10 Il titolo di questo contributo è «Lucky Jim and the Labour Party», Universities & Left Review, vol. 1, n. 1, Spring 1957, (n.d.t.).

11 Rajani Palm Dutt (1896-1974), giornalista, direttore per alcuni anni del settimanale del Partito comunista britannico The Workers’ Weekly, fu tra i principali ideologi del partito. Membro del Comitato esecutivo e del Comintern, Palme Dutt mantenne sempre posizioni rigidamente lealiste nei confronti dell’Unione Sovietica (n.d.t.).
12 E.P. Thompson, «Through the Smoke of Budapest», Reasoner, November 1956.

13 Dopo l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica nel 1941, il Partito comunista britannico lanciò in solidarietà con Mosca una campagna per l’apertura di un secondo fronte militare occidentale contro l’Asse (n.d.t.).

14 Si veda C. Wright Mills, L’immaginazione sociologica, il Saggiatore, Milano 1995 (1959) (n.d.t.).

15 Storico marxista e membro della Nlr, Samuel fu il fondatore del Partisan Café (n.d.t.).

16 Nel Regno Unito le new town furono un esperimento urbanistico avviato nel corso del secondo dopoguerra per far fronte all’esplosione demografica di Londra. Si trattava di piccoli centri residenziali satellite, costruiti intorno alla capitale, che ospitavano l’esodo dai sobborghi londinesi dei ceti popolari e della piccola borghesia (n.d.t.).
17 La prima marcia di Aldermaston fu organizzata a Pasqua del 1958 (4-7 aprile). Vi presero parte decine di migliaia di persone che si radunarono a Trafalgar Square per poi dirigersi alla sede dell’Atomic Weapons Research Establishment di Aldermaston, nel Berkshire, e protestare contro le armi nucleari.
18 Peter Rachman, proprietario di un impero immobiliare a Londra, diventò tristemente famoso per aver sfrattato, ricorrendo a intimidazioni e altri mezzi illegali, gli inquilini (prevalentemente bianchi) dalle sue proprietà di Notting Hill, per sostituirli con nuovi affittuari immigrati (soprattutto di provenienza caraibica) che come tali erano più facilmente ricattabili. Dopo lo scoppio mediatico del caso Rachman il termine rachmanism è diventato una parola di uso comune in Gran Bretagna per indicare i metodi criminali della speculazione immobiliare (n.d.t.).

19 L’unilateralismo era la posizione di quanti ritenevano che per fermare la corsa agli armamenti nucleari fossero necessarie delle decisioni unilaterali da parte della Gran Bretagna e degli altri Stati (n.d.t.).
20 Il trade union block vote era il sistema di voto usato in sede congressuale dal Labour Party. Si trattava di un sistema fondamentalmente maggioritario, in base al quale le singole unions, i sindacati di categoria facenti parte del Trade Union Congress e, quindi, dello stesso Labour, esprimevano un voto «di blocco» al congresso del partito. In pratica, la consultazione fra gli iscritti del sindacato riguardante quale delle mozioni congressuali sostenere avveniva prima, all’interno del sindacato stesso. Successivamente, al congresso del partito, l’organizzazione sindacale esprimeva un voto unico in quanto tale, in linea con la posizione risultata maggioritaria nella consultazione interna. I singoli iscritti al sindacato e al partito, in tal modo, non esprimevano un voto individuale, ma solo tramite l’organizzazione deputata a tutelarli sul posto di lavoro. Tale sistema, spesso accusato di limitare la democrazia interna del partito e di favorire il consolidamento della burocrazia dirigente, venne alla fine ridimensionato e, in parte, abolito in favore del principio one member, one vote su iniziativa di John Smith al congresso laburista del 1993 (n.d.t.).

21 Si fa riferimento alla Clause Four, la clausola numero quattro dello statuto del Partito laburista del 1918, che rivendicava per i lavoratori la proprietà dei mezzi di produzione. La modifica della clausola, nel 1995, viene simbolicamente interpretata come il momento di passaggio dall’Old Labour al New Labour (n.d.t.).

22 E. Thompson, «The New Left», New Reasoner, 9, Summer 1959, p. 16.
23 La Lega socialista fu fondata nel 1885 da William Morris. L’organizzazione, che riuniva all’inizio socialisti cristiani, fabiani e comunisti rivoluzionari, assunse col tempo posizioni anarchiche e si sciolse nel 1901 (n.d.t.).
24 S. Hall, «Introducing New Left Review», New Left Review, 1, 1, January-February 1960, p. 2.

25 E. Thompson, op. cit., p. 16.

26 S. Hall, op. cit., p. 3.
27 E. Thompson, op. cit., pp. 16-17.

* Da «Life and Times of the First New Left», New Left Review, n. 61, gennaio-febbraio 2010. Originariamente il saggio «The First New Left: Life and Times» è stato presentato come contributo al convegno sulla New Left intitolato Out of Apathy e tenutosi a Oxford nel 1988; una versione più lunga di questo articolo è quindi comparsa nel volume collettaneo di R. Archer, D. Bubeck, H. Glock (a cura di), Out of Apathy: Voices of the New Left Thirty Years On, Verso Books, Londra 1989.

_________________
Bene qui latuit , bene vixit . ( Ovidio )


Top
 Profilo  
 
MessaggioInviato: 11/07/2014 - 05:15 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 15/12/2009 - 00:41
Messaggi: 1015
Cita:
Claude Bourdet. Figura di spicco della resistenza francese

ah!, ho capito, il terrorista, perchè i resistenti furono tutti terroristi, in Italia come in Francia, anzi sembra che in Francia abbiano fatte le peggiori stragi.
Niente male come inizio di qualcosa di nuovo.

Cita:
D’altro canto Suez mostrava quanto fosse grossolano l’errore di credere che il semplice fatto di aver ammainato l’Union Jack in qualche ex colonia significasse automaticamente la fine dell’imperialismo, o che le conquiste concrete in materia di welfare, insieme all’espansione della ricchezza, esprimessero la fine della disuguaglianza e dello sfruttamento.

Infatti, guarda cos'è oggi l'Egitto, dopo le "primavere islamiche"... si può dimostrare come il post colonialismo sia stato, in Africa, peggio del colonialismo.
In Asia è diverso, perchè le culture sono diverse.
Dopo oltre mezzo secolo dalla fine delle colonie, si continua a lanciare la croce contro gli europei, per le disgrazie dell'Africa.
Possibile che tutta questa gente che "ci vede" come questo attrezzo giamaicano non riesce a guardare oltre la punta del suo ideologico naso?
Il multiculturalismo ha fallito in tutto il mondo... si continuano a fare guerre proprio perchè si è scelto di essere multiculturali. La prossima tocca all'Italia, continuando con gli sbarchi.

Non ce l'ho fatta a leggere tutto il lungo articolo, ma tanto, credimi, a sinistra non c'è niente di nuovo; il PCI ci ha provato ma i talamoni sono ancora tutti lì.
Si può provare, forse, con una new new left, continuando a girare a sinistra, forse si giunge ad una right.


Top
 Profilo  
 
Visualizza ultimi messaggi:  Ordina per  
Apri un nuovo argomento Rispondi all’argomento  [ 3 messaggi ] 

Tutti gli orari sono UTC [ ora legale ]


Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 5 ospiti


Non puoi aprire nuovi argomenti
Non puoi rispondere negli argomenti
Non puoi modificare i tuoi messaggi
Non puoi cancellare i tuoi messaggi
Non puoi inviare allegati

Cerca per:
Vai a:  
cron
Powered by phpBB® Forum Software © phpBB Group
Traduzione Italiana phpBBItalia.net basata su phpBB.it 2010


Politica sulla Privacy (Cookie & GDPR)