La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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Rapporto di Freedom House, organizzazione non-profit e indipendente
Libertà di stampa: l'Italia fa un passo indietro, unica nazione in Europa
La causa: la «situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e privati»


NEW YORK - L'Italia è l’unico Paese europeo a essere retrocesso nell’ultimo anno dalla categoria dei «Paesi con stampa libera» a quella dei Paesi dove la libertà di stampa è «parziale». La causa: la «situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e privati». Lo afferma in un rapporto Freedom House, un'organizzazione non-profit e indipendente fondata negli Stati Uniti nel 1941 per la difesa della democrazia e la libertà nel mondo, la cui prima presidente fu la first lady Eleanor Roosevelt. Lo studio viene presentato venerdì al News Museum di Washington e sarà accompagnato da un live web cast che si potrà scaricare sul sito Freedomhouse.org.

CLASSIFICA - Nell’annuale classifica di Freedom House, l’Italia va indietro come i gamberi, insieme a Israele, Taiwan e Hong Kong. «Un declino che dimostra come anche democrazie consolidate e con media tradizionalmente aperti non sono immuni da restrizioni alla libertà», ha commentato Arch Puddington, direttore di ricerca per Freedom House. Su un punteggio che va da 0 (i Paesi più liberi) a 100 (i meno liberi), l’Italia ottiene 32 voti: unico Paese occidentale con una pagella così bassa. I «migliori della classe» restano le nazioni del Nord Europa e scandinave: Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia (prime cinque a livello mondiale). Le «peggiori»: Corea del nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea e Cuba.

PROBLEMA ITALIA - Il «problema principale dell’Italia», secondo Karin Karlekar, la ricercatrice che ha guidato lo studio, è Berlusconi. «Il suo ritorno nel 2008 al posto di premier ha risvegliato i timori sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida», spiega. Altri fattori: l’abuso di denunce per diffamazione contro i giornalisti e l’escalation di intimidazioni fisiche da parte del crimine organizzato. Intanto giovedì il Committee to Protect Journalists, un’organizzazione non-profit che lavora per salvaguardare la libertà di stampa nel mondo, ha pubblicato la top ten dei peggiori Paesi al mondo per i blogger. La Birmania guida la lista, seguita da Iran, Siria, Cuba e Arabia Saudita. Sesto il Vietnam, seguito a ruota da Tunisia, Cina, Turkmenistan ed Egitto.

Alessandra Farkas - su Corriere della Sera online 01 maggio 2009

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MessaggioInviato: 01/05/2009 - 06:08 
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Questo merita di esser tenuto in evidenza. Perchè è una cosa molto grave. Chissà se la gente si sveglierà mai.

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Mazzotta: "Non è più una Repubblica Domina la tv!"

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martin ha scritto:
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Mazzotta: "Non è più una Repubblica Domina la tv!"


quale mazzotta?
il roberto mazzotta già personaggio di primissimo piano della dc milanese, presidente della cariplo, inquisito da mani pulite?


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La guerra dei Berluscloni
di Marco Travaglio

Signornò
da l'Espresso in edicola

La stampa italiana ha pudicamente ignorato o relegato in microtrafiletti l'articolo di 'Time' che la definisce "inaffidabile" in quanto parla "a una ristretta élite e mette in secondo piano le notizie". Del resto, se avesse riportato quelle critiche, magari per discuterle, non le avrebbe meritate. Sarà un caso, ma negli ultimi mesi sono cambiati una ventina di direttori fra tv e giornali. Tutti, o quasi, per ordine o su auspicio del presidente del Consiglio. In febbraio Silvio Berlusconi aveva invitato i direttori del 'Corriere' e della 'Stampa', Paolo Mieli e Giulio Anselmi, a "cambiare mestiere". L'hanno prontamente cambiato. Enrico Mentana gli stava sulle scatole: costretto a lasciare 'Matrix' e licenziato da direttore editoriale di Mediaset, Mentana ha avuto un'offerta da La7, subito bloccata da un veto di Palazzo Chigi: non sia mai che un giornalista cacciato dal Cavaliere si accasi in un altro posto. Non deve proprio esistere, un altro posto.

Vedi quel che è accaduto alla Rai, i cui vertici sono stati nominati, per comodità, direttamente a Palazzo Grazioli: il direttore generale Masi e i suoi quattro vice; i responsabili di Rai1 e Rai2 (Mazza e Liofredi), nonché del Tg1 e del Tg2 (Minzolini e Orfeo); ma anche di Rai Corporation (Magliaro), Radio Rai (Socillo), dei Gr (Preziosi) e di Gr Parlamento (Berti, ex ufficio stampa di Forza Italia). Ora, se tutto va bene, il premier piazzerà pure Minoli a Rai3 con la benedizione del suo ultimo sponsor, Agostino Saccà. Sistemata la concorrenza, ecco gli house organ: Feltri lascia 'Libero' a Belpietro e passa al 'Giornale' lasciato libero da Giordano che trasloca a Studio Aperto al posto di Mulè che va a 'Panorama' dove sedeva Belpietro. Signorini intanto raddoppia: oltre a 'Chi', che sta a Palazzo Grazioli come 'Rinascita' stava a Botteghe Oscure, dirige anche 'Sorrisi e Canzoni'. Domanda ingenua: ma 'Il Giornale' non è di Paolo Berlusconi? Le pazze risate.

Feltri, ormai privo di freni inibitori, ha confessato a Cortina che al 'Giornale' di Paolo l'ha assunto Silvio: "Il 30 giugno ho incontrato Silvio Berlusconi. Ogni volta che lo vedevo mi chiedeva: 'Ma quand'è che torna al 'Giornale?''. E io: 'Sto bene dove sono'. Ma quel giorno entrò nei dettagli, fece proposte concrete e alla fine mi ha convinto". Completa il quadro 'Il Mattino', che è di Caltagirone, ma ha scelto come direttore Virman Cusenza, ottimo notista politico e nipote di Dell'Utri. Ora, sai che sorpresa, Dino Boffo lascia 'Avvenire': essendo vicino a Ruini, era troppo sbilanciato a sinistra. E si auspica un cambio della guardia anche all''Osservatore romano', altro covo dell'antiberlusconismo militante. Poi, certo, ci sono pure direttori non nominati né sponsorizzati dal premier: sono quelli denunciati dal premier. Come ha scritto il 'New York Times', "i giornalisti italiani si dividono in due categorie: quelli che lavorano per Berlusconi e quelli che lo faranno". Infatti l'Antitrust ha subito aperto un'istruttoria per "abuso di posizione dominante": contro Google.

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L’offensiva d’autunno di Papi Silvio
di Gianni Barbacetto, da http://www.societacivile.it/blog/

Silvio Berlusconi ha perso la pazienza. Sull'informazione vuole fare piazza pulita e compiere passi decisivi verso la consumazione del suo golpe freddo.

Berlusconi ha già dato il via alla campagna d'autunno. Ha perso la pazienza: altro che rispondere alle domande e chiedere scusa: sferra un attacco forsennato all'informazione, dalla Rai a Repubblica, dall'Unità all'Avvenire. Dopo i risultati elettorali non brillantissimi per lui alle europee e dopo le polemiche sulle escort, non gli bastano più i Mentana, i Giordano, i Riotta. Arrivano i Minzolini, i Feltri, i Signorini. Non gli è più sufficiente avere il controllo di cinque grandi reti su sei, non tollera più neppure la riserva indiana di Raitre, con quel Fabio Fazio, quella Luciana Littizzetto, quell'Enrico Bertolino... E poi basta lasciare inspiegabilmente mano libera, su Raidue, a Michele Santoro e soprattutto a Marco Travaglio. Gli uomini Rai hanno già annusato l'aria e hanno rifiutato persino un trailer, quello del documentario Videocracy. Intanto gli avvocati di Papi Silvio querelano le domande di Repubblica e i servizi dell'Unità.

Ma la furia censoria di Berlusconi esce dai confini nazionali e vorrebbe incredibilmente mettere a tacere anche i commissari europei e i loro portavoce, colpevoli di criticare talvolta le scelte del governo italiano: «Se le critiche continueranno», ha minacciato Berlusconi a Danzica (dove gli uomini di Stato pensavano alla guerra che ha fermato il nazismo, lui invece alla guerra personale che ha dichiarato alla libera informazione), «bloccheremo i lavori della Commissione europea, e chiederemo le dimissioni dei commissari». Gli risponde il presidente della Commissione José Manuel Barroso, che si dice «molto fiero» del servizio dei portavoce dell'esecutivo europeo, che «gode di tutta la mia fiducia e del mio appoggio». Augusto Minzolini, che aveva già dato ottima prova di sé oscurando le notizie sul caso Noemi e sulle escort, al Tg1 (3 settembre) riesce a riferire le dichiarazioni di Barroso senza spiegare che erano la risposta al suo padrone. È il suo metodo: raccontare le reazioni senza spiegare a che cosa reagiscono, così gli ascoltatori non capiscono niente.

Intanto Vittorio Feltri ha cominciato a sparare dalle pagine del Giornale di famiglia contro i "nemici" di Silvio, confondendo il giornalismo con il killeraggio per il padrone. Con la finezza che lo contraddistingue, ha messo in azione il ventilatore in cui inserisce lettere anonime e strane informative, per punire (colpirne uno per educarne cento) il direttore dell'Avvenire Dino Boffo, colpevole di aver riportato sul suo giornale le critiche del mondo cattolico allo stile di vita del premier e alla politica anti-immigrati del suo governo. Per non restare troppo indietro, Libero diretto da Maurizio Belpietro se la prende a puntate con gli Agnelli (che oggi non fanno paura più a nessuno) per non parlare di altri imprenditori con storie meno archeologiche e più vicine a noi, da Berlusconi ad Angelucci (il padrone di Libero e del Riformista). Poi, per la serie "giornalismo punitivo", si va a sindacare sulla doppia cittadinanza di Carlo De Benedetti, colpevole di essere l'editore di Repubblica, e sull'acquisto della casa di Ezio Mauro, colpevole di esserne il direttore e di osare porre perfino delle domande - pensate! - a Berlusconi.

E adesso c'è chi chiede il "disarmo dei due fronti": come se raccontare notizie vere sul presente del presidente del Consiglio (che continua a mentire, usando alla grande anche il giornale più di regime che c'è: Chi, diretto da Alfonso Signorini) fosse la stessa cosa di far girare il ventilatore per vendetta sul passato dei "nemici" di Papi Silvio. Qualcuno anche a sinistra è disposto ad accettare questo strano "disarmo" che in realtà sarebbe resa e autocensura (Filippo Penati, per esempio, ha già detto: basta parlare della vita privata di Berlusconi: come se le sue menzogne a proposito non fossero una questione squisitamente politica!).

E Travaglio? La Rai berlusconizzata vuole contrapporgli, ad Annozero, un «commentatore di destra». Ma Travaglio è un "commentatore di sinistra"? Oppure è uno che racconta fatti che riguardano destra e sinistra e che in tv nessuno dice? E soprattutto: che follia è quella che, non curandosi di raccontare i fatti, riduce il pluralismo dell'informazione alla contrapposizione tra le opinioni?

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MessaggioInviato: 07/09/2009 - 07:52 
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Per quanto io non sia molto d'accordo con alcune delle cose qui scritte, credo che sia interessante leggere sull'argomento l'opinione di Galli della Loggia:

Cita:
Due o tre cose su premier e stampa
di Ernesto Galli della Loggia



Se c’era bisogno di una prova dell’incapacità del presidente del Consiglio di gestire i conflitti, anche di natura personale, in cui si trova coinvolto egli l’ha data con la querela ai giornali nei giorni scorsi. Gestire i conflitti, intendo, nell’unico modo in cui un uomo politico può e deve farlo: vale a dire politicamente. L'espressione «gestire politicamente» può significare tante cose: dal cercare di venire in qualche modo a patti con l’avversario, al pagare il prezzo che c’è da pagare, al rilanciare su altri piani con una forte iniziativa che imponga all’agenda politica di girare decisamente pagina, fi­no al fare finta di nulla. E invece, di fronte agli attac­chi personali che gli stan­no piovendo addosso da mesi, Berlusconi non ha fatto niente di tutto ciò. Anzi, con la querela alla Repubblica e all ’Unità ha aggiunto benzina al fuoco della polemica.

Perché? Perché egli non capisce l’importanza della suddetta gestione politica e/o non sa met­terla in opera, si può ri­spondere. Ma forse c’è una ragione più semplice (e in certo senso più so­stanziale): perché non è nel suo carattere, e Berlu­sconi sa bene che è pro­prio nel suo carattere, nel suo spontaneo modo di muoversi, di parlare, di re­agire, che sta la ragione principale del suo succes­so come politico outsider. Un temperamento legge­ro e insieme pugnacissi­mo; e poi ottimista, sicu­ro e innamorato di sé co­me pochi e naturalmente disposto all’improntitudi­ne guascona, all’iniziativa audace e fuori del consue­to: questo è l’uomo Berlu­sconi, e questa ne è l’im­magine che ha conquista­to lo straordinario consen­so elettorale che sappia­mo. Perché mai un uomo così dovrebbe preoccupar­si di trovare una soluzio­ne politica ai conflitti che riguardano la sua perso­na? Che poi della sua ag­gressiva indifferenza pos­sano scapitarci le istituzio­ni non è cosa che possa fargli cambiare idea. Se una cosa è certa, infatti, è che il presidente del Con­siglio non è quello che si dice «un uomo delle isti­tuzioni ». È l’opposto, sem­mai: un uomo pubblico a suo modo «totus politi­cus», l’uomo della politi­ca democratica ridotta al suo dato più elementare, quello del risultato delle urne.

Ma c’è un altro aspetto della questione da consi­derare. Ed è che per gesti­re, e possibilmente chiu­dere, politicamente i con­flitti è essenziale una con­dizione: bisogna che il conflitto possa concluder­si alla fine con un compro­messo. Non pare proprio però che sia tale, che sia un conflitto «compromis­sibile», quello in cui è coinvolto da settimane Sil­vio Berlusconi. Un conflit­to che è partito dall’accer­tamento di alcuni aspetti indubbiamente libertini della sua vita privata - a proposito dei quali voglia­mo ricordare che il Corrie­re è stato il primo a dare notizia dell’inchiesta di Bari nonché delle gesta dell’ormai purtroppo fa­mosa Patrizia D’Addario - ma che tuttavia è subi­to diventato motivo per decretare l’incompatibili­tà dello stesso Berlusconi rispetto al suo ruolo di presidente del Consiglio. dubiti che di questo si tratti, ricordi come suonano te­stualmente alcune delle famo­se domande che hanno con­dotto alla querela contro il giornale che le ha pubblicate: «Lei ritiene di poter adempie­re alle funzioni di presidente del Consiglio?», e ancora: «Quali sono le sue condizioni di salute?».

Mi chiedo quale ri­sposta sensata, anche volen­do, si possa dare a domande del genere, le quali, come ognuno capisce, già in sé con­tengono l’unica possibile da parte dell’interessato («lo ri­tengo eccome», «sono sano come un pesce»). E le quali do­mande, dunque, non hanno va­lore se non come puro stru­mento retorico: per affermare in modo indiretto, ma precisis­simo, che Berlusconi, a moti­vo del suo stile di vita, non sa­rebbe adatto a fare il capo del governo. Il che ci porta al punto più delicato: il rapporto tra la stam­pa e il potere, sul quale a pro­posito del caso Avvenire han­no già scritto ottimamente su queste colonne sia Massimo Franco che Sergio Romano. Personalmente sono convinto che la legge debba essere di manica larghissima nel consen­tire alla stampa un’amplissima libertà di critica nei confronti degli uomini politici, anche ai limiti della calunnia, come ac­cade per esempio negli Stati Uniti dove, per non incorrere nei rigori della legge, basta che anche chi scrive il falso non ne sia però espressamente consa­pevole.

Da questo punto di vi­sta, dunque, l’iniziativa del pre­sidente del Consiglio, accom­pagnata per giunta dalla richie­sta di un risarcimento astrono­mico, è sbagliata e riprovevole: essa ha di fatto un innegabile contenuto di intimidazione censoria verso i giornali presi di mira. Con la stessa sicurezza, pe­rò, si può dubitare fortemente che rientri tra i compiti della libera stampa l’organizzazione di interminabili, feroci campa­gne giornalistiche, non già per invocare - come sarebbe sa­crosanto - che i reati even­tualmente commessi dal presi­dente del Consiglio siano per­seguiti (dal momento che nel suo libertinismo di reati non sembra esservi almeno finora traccia), ma per chiedere di fat­to le sue dimissioni, adducen­do che egli sarebbe comun­que, per il suo stile di vita, «inadatto» a ricoprire la carica che ricopre. In una democra­zia, fino a prova contraria, de­cidere se qualunque persona è adatta o inadatta a guidare il governo, non è compito dei giornali: è compito degli elet­tori e soltanto degli elettori. Anche se la loro decisione può non piacere.


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Il nuovo partito mediale di massa
di ILVO DIAMANTI

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NELL'ERA della mediocrazia avanza un soggetto politico nuovo. Anche se ha sembianze note e sembra quasi antico, visto che - nella versione originaria - è sorto insieme alla prima Repubblica. Eppure è cambiato profondamente, negli ultimi anni. In modo tanto rapido che neppure ce ne siamo accorti. Lo chiameremo Partito Mediale di Massa (PMM).

Perché è entrambe le cose. Allo stesso tempo mediale e di massa. Senza soluzione di continuità. Non ci troviamo di fronte a un modello, a un caso "esemplare". Perché non è riproducibile né tanto meno ripetibile. Anche se l'intreccio fra media e politica è divenuto stretto e quasi inestricabile. Dovunque. Nei partiti: la comunicazione ha preso il posto della partecipazione; il marketing quello delle ideologie; mentre le persone hanno rimpiazzato gli apparati. Così nel dibattito politico il privato è divenuto pubblico e viceversa. È una tendenza non solo italiana, ma che in Italia ha assunto modalità del tutto inedite, determinate, ovviamente, dalla posizione dominante di Silvio Berlusconi. Il premier di un paese ormai presidenzializzato, dove il potere presidenziale è largamente riassunto dal premier (mentre il Presidente svolge funzioni di garante). Leader unico e indiscusso del partito più forte, dal punto di vista elettorale e in Parlamento. Imprenditore e proprietario del più importante gruppo mediatico privato. Nessuna novità in tutto questo. Silvio Berlusconi, infatti, ha inventato 15 anni fa questo ibrido di successo. Un partito che miscela i linguaggi e l'organizzazione del mondo calcistico (gli azzurri, i club, lo stesso marchio: Forza Italia!) con la pubblicità e la televisione. Così è divenuto difficile distinguere le passioni politiche da quelle televisive. E viceversa.

Indagini condotte alcuni anni fa (da ultimo: Demos per la Repubblica, 2007) mostrano lo stretto rapporto di fiducia che legava gli elettori di centrodestra alle reti, ai programmi e ai conduttori di Mediaset; e, parallelamente, l'alto grado di credibilità riconosciuto dagli elettori di centrosinistra ai telegiornali, ai tele-giornalisti e alle reti Rai. Anche se la realtà non sopporta divisioni tanto schematiche. Visto che l'informazione del Tg5 di Mentana - forse - non era orientata più a destra rispetto a quella del Tg1 di Mimun. È, dunque, difficile distinguere fra politica, interessi e media quando si osserva Forza Italia. Ed è impossibile, quando si osserva Berlusconi, distinguere le scelte - e gli interessi - del leader politico da quelle dell'imprenditore. Argomenti noti, da tempo.
La novità degli ultimi anni è che il partito è divenuto, progressivamente, un "sistema". Forza Italia è divenuta Pdl, associando - o meglio: assorbendo - anche An. Per cui ha assunto la "misura" elettorale dei partiti di massa di un tempo. Anche l'impianto del voto sul territorio riproduce quello dei partiti di governo degli anni Ottanta: al declino della prima Repubblica. A differenza da allora, oggi l'ideologia, la cultura, l'organizzazione fanno tutt'uno con i media. Attraverso i quali il PMM offre alla società - trasformata in pubblico - linguaggio, modelli di valore, stili di vita. Una lettura della realtà. Anche perché - altra importante differenza dal passato recente - le distinzioni fra i network televisivi nazionali, ormai, si sono quasi dissolte. Dopo le elezioni del 2008, l'influenza dei partiti di governo - quindi del premier - sulla Rai è cresciuta. Il vero bipolarismo mediatico (come ha scritto Aldo Grasso) oggi oppone Mediaset e Sky. E la Rai sta con Mediaset, per cui possiamo parlare di MediaRai (marchio più adeguato di Raiset, visto il ruolo subalterno della Rai).

Il PMM costruito da Berlusconi si avvale anche dei giornali. Il linguaggio e gli argomenti politici della destra, negli ultimi anni, sono stati imposti soprattutto da Libero e da Vittorio Feltri. Il quale è tornato, da poco, a dirigere il Giornale. Non a caso. Perché il campo di battaglia dove si stanno svolgendo i conflitti politici più aspri e violenti coincide con il sistema dei media. Investe la scelta dei dirigenti, dei direttori e vicedirettori dei Tiggì e delle reti Rai. Senza dimenticare che i direttori dei maggiori quotidiani nazionali sono cambiati quasi tutti, nell'ultimo anno. D'altra parte, la costruzione della realtà sociale passa tutta dai media. La paura e la sicurezza. Agitate a tele-comando. Mentre i lavoratori licenziati, per conquistare visibilità, hanno una sola chance: realizzare azioni clamorose per andare in televisione. Mentre i terremoti e i rifiuti che sconvolgono il territorio diventano occasioni importanti per suscitare consenso o dissenso politico. L'informazione critica diventa, per questo, assai più pericolosa di qualsiasi partito. Anche la riserva indiana della terza Rete Rai crea insofferenza. Mentre il direttore di Avvenire diventa un bersaglio esemplare. Per comunicare al mondo (politico, mediatico, religioso) che nessuno può gettare ombre - seppure lievi - sul consenso e sulla credibilità sociale del PMM. E del suo leader. Nessuno è al sicuro. Neppure il direttore dei media della Cei. Figurarsi gli altri.

I tradizionali modelli del giornale di partito e del giornale-partito, che sentiamo evocare spesso - anche in questi giorni, con riferimento a Repubblica - appaiono semplicemente anacronistici. I giornali che appartengono ai partiti. Oppure, al contrario, la stampa d'opinione che esercita pressione su di essi, per indirizzarne le scelte. Sono fuori tempo. Comunque, non possono competere. Perché hanno un pubblico molto limitato rispetto alle tivù. E, senza le tivù a rilanciarli, i loro argomenti restano confinati al pubblico dei lettori fedeli. Il PMM, invece, è un sistema integrato. Al tempo stesso: partito, istituzione rappresentativa, impresa, giornale, tivù, media. Senza soluzione di continuità. Una sola, unica persona al comando. Di questa democrazia personalizzata. Di questo paese personale.

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Marco Travaglio
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Buongiorno a tutti.
Oggi non ci vediamo perché sono ancora convalescente da un piccolo intervento chirurgico, e dunque mi scuserete se comunico con voi con un mezzo più arcaico, la scrittura. Ma l’importante, specie di questi tempi, è comunicare. Lunedì scorso abbiamo parlato dell’attacco squadristico di Feltri al direttore di Avvenire, sputtanato dal Giornale (si fa per dire) e da Libero (si fa sempre per dire) perché, dopo anni di fiancheggiamento filoberlusconiano, aveva osato prudentissimamente criticare sul giornale dei vescovi italiani certe condotte tutt’altro che private del nostro presidente del Consiglio.

Dino Boffo è stato costretto a dimettersi non per quel fiancheggiamento imbarazzante, e nemmeno per il suo reato di molestie ai danni di una ragazza di Terni che gli è costato una condanna a 516 euro di ammenda (con un decreto penale al quale non si è opposto, e non con patteggiamento come sembrava una settimana fa). Ma per una delle poche cose giuste che ha fatto: le critiche, per quanto pallide e tardive, a Berlusconi. Leggendo Il Giornale, che aveva rispolverato la notizia già data in breve da Panorama e dal blog di Mario Adinolfi, pareva che negli atti del processo si parlasse anche dell’omosessualità di Boffo come possibile movente di quelle molestie a una donna presentata come compagna del suo ex fidanzato. In realtà si è scoperto che Il Giornale non possedeva quegli atti, ma soltanto il casellario giudiziale di Boffo in cui risultava la condanna, ma non il racconto dei fatti. Casellario giunto in forma anonima con allegata la famosa lettera anonima spacciata dal Giornale per una “nota informativa” di fonte poliziesca o giudiziaria. Non si riesce mai a pensar male nemmeno delle persone di cui già si pensa tutto il male possibile: non credevo che Feltri e i suoi cosiddetti cronisti si sarebbero spinti a riferire un anonimo che parlava di Boffo come di un omosessuale senza possedere uno straccio di carta che lo confermasse. Invece s’è poi scoperto che le cose sono andate così. Quindi confermo tutto ciò che ho detto lunedì, compresa la considerazione (avvalorata anche da un’analoga osservazione dello scrittore cattolico Vittorio Messori sul Corriere della sera di ieri) che la Cei avrebbe dovuto allontanare Boffo una volta appurato che era stato condannato per molestie, sia per una questione di dignità e di coerenza, sia per non seguitare ad affidare l’intero apparato comunicativo della Chiesa italiana a un soggetto così discutibile e ricattabile. Non posso invece confermare la faccenda dell’omosessualità: a parte la lettera anonima, al momento non c’è alcuna fonte che riferisca dell’omosessualità dell’ex direttore di Avvenire. Il quale però, sia detto per inciso, è l’unico in possesso degli atti del suo processo: se davvero, come dice, in quegli atti non c’è nulla di infamante, o imbarazzante o incoerente, avrebbe il dovere di renderli pubblici per chiudere finalmente questa vicenda e inchiodare gli squadristi alle loro responsabilità.

Detto tutto ciò, non c’è stato soltanto il caso Boffo. Feltri è stato di parola, e in questa settimana s’è dedicato a massaggiare altri giornalisti e politici che hanno il grave torto di dare fastidio a Berlusconi. Alcuni fanno (o facevano) gli imprenditori, come De Benedetti, Agnelli, la famiglia Moratti: di questi non mi occupo, perché hanno tutti i mezzi per difendersi (o, per i defunti, di farsi difendere dagli eredi). Altri invece fanno i giornalisti, come Ezio Mauro, direttore di Repubblica, tirato in ballo per le modalità di pagamento della sua casa. O come Federica Sciarelli, sbattuta in prima pagina sul Giornale di ieri perché – udite udite – è amica del pm Henry John Woodcock e soprattutto ha scoperchiato, nel suo programma su Rai3, alcuni misteri d’Italia che riguardano il Cavaliere e i suoi cari. E si appresta a ricominciare sull’unica rete Rai che il premier ancora non controlla (ma ci sta lavorando, con la soluzione Minoli). Dunque, giù botte a Federica Sciarelli. Ma ieri il Giornale ne aveva anche per Napolitano, reo di aver ricordato il dramma dei precari e dei disoccupati: Feltri l’ha subito fucilato con un bel paginone dal titolo “Lavoro, i dati che contraddicono il Colle”. Così la prossima volta impara. Già che c’era, il Giornale ha fatto due pagine contro Di Pietro, riciclando la vecchia notizia della sua sospensione dall’ordine degli avvocati perché aveva rifiutato di seguitare ad assistere un suo amico una volta scoperto che aveva ammazzato la moglie. Giusto: un avvocato che rifiuta di difendere un colpevole va punito, invece chi difende solo i colpevoli va dritto e filato in Parlamento. Nel frattempo il premier metteva a posto l’Unità e Repubblica, chiedendo rispettivamente 1 e 2 milioni di danni per vari articoli che mettevano in dubbio la sua virilità, mentre, come annuncia Ghedini al Corriere della sera, “Berlusconi è pronto ad andare in aula a spiegare che non solo non è un gran porco, ma nemmeno impotente” e addirittura a “spiegare a venti milioni di italiani, suoi affezionati elettori, che è perfettamente funzionante”. Abbiamo un utilizzatore finale di mignotte perfettamente funzionante, e ci lamentiamo pure.

Naturalmente l’utilizzatore finale può denunciare chi gli pare, ma non può essere a sua volta querelato: se uno lo critica finisce in tribunale, mentre se lui insulta noi non possiamo querelarlo perché è invulnerabile, immunizzato dal lodo Alfano. Il 6 ottobre potrebbe non esserlo più: la Corte costituzionale, compresi i due giudici che vanno a cena con lui e con Alfano, deciderà sulla costituzionalità o meno del Lodo. Ma Maurizio Gasparri, capogruppo del partito di maggioranza relativa al Senato, ha detto alla Summer School del Pdl a Frascati che, se la Consulta dovesse bocciare la il Lodo, “troveremo un avvocato, un Ghedini o un Ghedoni, che troverà un cavillo”. Così il Capo continuerà a utilizzare e noi a essere utilizzati.

Anche “Libero” ci mette del suo e pubblica addirittura le mail private di alcuni magistrati che frequentano la mailing list di Magistratura democratica: non so se vi rendete conto, le mail private. Vuol dire che qualcuno sta spiando le mail dei magistrati e poi le passa ai quotidiani del centrodestra. Quelli che tuonano ogni giorno in difesa della privacy, quando viene fotografato Berlusconi, cioè l’uomo pubblico che meno ha diritto alla privacy visto che è il capo del governo e, come dice persino sua figlia Barbara, non può separare la sua vita privata da quella pubblica. Del resto Il Giornale e Libero hanno persino pubblicato la foto della ragazza molestata da Boffo: e il Garante della Privacy, quello che strilla per le foto di Zappadu a Villa Certosa e all’aeroporto di Olbia, zitto e muto. E la Procura di Roma, quella che incrimina Zappadu e sequestra le sue foto a gentile richiesta di Palazzo Chigi, ferma immobile. Stiamo parlando delle foto di una ragazza che è stata vittima di un reato di molestie e che si vede sbattuta sui giornali, così adesso tutti sanno chi è. E nessuno dice niente. E nessuno fa niente. Nemmeno i sedicenti “liberali” che tromboneggiano in difesa della privacy sul Corrierone.

La guerra dei dossier è appena agli inizi. “Cominciamo da Dino Boffo”, aveva scritto Feltri dieci giorni fa, ed è stato di parola. La lista è lunga. Ora chiunque voglia fare una sia pur timida critica all’Utilizzatore, sa che l’indomani potrebbe ritrovarsi il suo dossier su uno dei giornali dell’Utilizzatore: una foto in compagnia di una ragazza, un contratto di locazione, una mail privata, o magari un fascicolo di Pio Pompa. Già, perché ce lo siamo scordato, ma tre anni fa saltò fuori un archivio illegale del Sismi, diretto dal generale Niccolò Pollari, fedelissimo di Berlusconi. E’ bene ricordare di che si trattava, per capire come lavora questa gentaglia.

Il 5 luglio 2006, su ordine della Procura di Milano, gli agenti della Digos fecero irruzione in un palazzo in via Nazionale 230, a Roma. E lì, al sesto piano scala B interno 12, trovarono un mega-appartamento di quattordici stanze dove viveva giorno e notte, ma soprattutto lavorava tra una decina di computer perennemente accesi, un signore abruzzese di 55 anni, “analista” di fiducia di Pollari. Il quale, invece di individuare i nemici dello Stato e le minacce per la sicurezza nazionale, schedava potenziali nemici dell’amato premier Berlusconi: nei cassetti, negli schedari, nelle casseforti e nei computer dell’appartamento di via Nazionale, la Polizia trova centinaia di appunti, report e dossier su politici, magistrati, imprenditori, giornalisti, dirigenti delle forze dell’ordine e dei servizi di sicurezza, oltre alle prove dell’attività di disinformatija svolta da Pompa per conto di Pollari recapitando e facendo pubblicare “veline”, perlopiù inattendibili, da giornalisti amici. Tra l’altro, saltano fuori alcune ricevute che documentano i pagamenti a uno dei giornalisti più fidati del giro Pompa: l’allora vicedirettore di “Libero” Renato Farina che, negli anni, aveva percepito almeno 30mila euro, in violazione della legge istitutiva dei servizi segreti, per pubblicare notizie tanto “ispirate” quanto false in tema di lotta al terrorismo. Farina ha poi patteggiato la pena per aver depistato le indagini sul sequestro di Abu Omar, in cui il Sismi di Pollari era invischiato fino al collo, e dunque oggi è deputato del Pdl ed è appena riapprodato da Libero al Giornale, al seguito di Feltri.

Pompa e Pollari sono stati rinviati a giudizio nel processo per il sequestro di Abu Omar. Nell’ufficio occulto di Pompa in via nazionale, la Digos ha sequestrato un report di ventitré pagine, nove delle quali scritte a macchina e datate 24 agosto 2001, in cui si proponeva di “neutralizzare e disarticolare anche con mezzi traumatici” gli oppositori veri o presunti del secondo governo Berlusconi, all’epoca appena nato. Tra i personaggi schedati o spiati o attenzionati in quelle liste di proscrizione, c’erano molti nomi, fra i quali: l’allora direttore dell’Unità Furio Colombo e quello di Micromega, Paolo Flores d’Arcais, nonché l’editore del gruppo Espresso-Repubblica, Carlo De Benedetti. E poi i pm antimafia di Palermo: Antonio Ingroia, Gioacchino Natoli, Alfonso Sabella, Teresa Principato, con l’ex procuratore Gian Carlo Caselli. Naturalmente non mancavano i migliori magistrati milanesi: Edmondo Bruti Liberati, Fabio De Pasquale, Giovanna Ichino, Corrado Carnevali, Fabio Napoleone e tutto il pool Mani Pulite: Francesco Saverio Borrelli, Gerardo D’Ambrosio, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Ilda Boccassini, Francesco Greco, Margherita Taddei. E poi altri giudici perbene come Mario Almerighi, Libero e Paolo Mancuso, Loris D’Ambrosio, Gianni Melillo, Elisabetta Cesqui, Giovanni Salvi, Corrado Lembo, Vittorio Paraggio, Felice Casson, Alberto Perduca, Mario Vaudano. E perfino magistrati stranieri come lo spagnolo Baltasar Garzòn e i francesi Anne Crenier ed Emmanuel Barbe. In tutto il Csm denuncerà che il servizio segreto militare aveva controllato, oltre a mezza Procura di Milano, 10 consiglieri (o ex) del Csm, 2 ex presidenti dell’Anm e 203 giudici di dodici Paesi europei (di cui 47 italiani). E poi il sociologo Pino Arlacchi, ora europarlamentare dell’Idv; politici di sinistra come Violante, Visco, Brutti, Maritati; l’allora dipietrista Elio Veltri, e l’attuale numero due dell’Idv Leoluca Orlando. In un altro appunto sequestrato in via Nazionale, si leggeva: “Si è avuta notizia che, sui recenti attacchi portati da alcune testate giornalistiche, avrebbero essenzialmente interagito: il nutrito gruppo di giornalisti e ‘giuristi’ militanti raccolto intorno alla ‘Voce della Campania’ diretta da Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola; Michele Santoro; Giuseppe Giulietti; Paolo Serventi Longhi; Ignazio Patrone; Sandro Ruotolo e Giulietto Chiesa; il presidente della stampa estera in Italia Eric Jozsef, corrispondente del giornale francese Libération”. Naturalmente, tra i giornalisti spiati e controllati, anche con apposite barbefinte mandate a sorvegliare le presentazioni dei nostri libri, c’eravamo pure Gianni Barbacetto, Peter Gomez e il sottoscritto.

Insomma, un bel po’ di collaboratori del Fatto Quotidiano. Già, perché oggi c’è anche qualche buona notizia. Gli abbonati al Fatto Quotidiano sono già 25 mila e continuano ad aumentare. Fra qualche giorno saremo in grado di pubblicare sul sito antefatto.it l’elenco delle città e delle località in cui il nostro nuovo giornale arriverà nelle edicole e dove no. Per questo gli abbonamenti in offerta col supersconto (vedi sempre http://www.antefatto.it) sono prorogati fino all’uscita del Fatto Quotidiano. Che è fissata per mercoledì 23 settembre. Ormai ci siamo, il conto alla rovescia è partito, mancano soltanto due settimane. Ci vediamo lunedì prossimo, intanto passate parola.

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Svegliatevi, dormienti


Anche per chi, come il sottoscritto, neppure un giorno di “ferie” ha potuto concedersi, il rientro nella quotidianità politico-mediatica, dopo un agosto in cui abbiamo continuato a sentire notizie sulla maschia possanza del Grande Capo, e ne abbiamo (colpevolmente) sogghignato, è sconvolgente.

La crisi, a quanto pare, sta cambiando obiettivo: ora saranno presi di mira soprattutto gli occupati da gettare sul lastrico: la chiameranno, eufemisticamente, “disoccupazione strutturale”; ma il governo continua a dire che noi stiamo meglio degli altri, e ci ordina di essere ottimisti, e magari a sputare in faccia ai seminatori di panico, gli inguaribili e ignobili pessimisti (ovviamente comunisti, o loro “utili idioti”). Su questa strada, il faro dell’ottimismo obbligatorio, dopo il venditore, è il suo grottesco spaccamontagne Brunetta, il nostro-Nobel-mancato-ma-di-poco. Dal canto suo, il sodale ministrino-Tremonti-dalla-voce-chioccia, porta avanti la sua personale battaglia di frizzi e lazzi contro le banche, a cui peraltro va tutto il sostegno governativo, in nome della “gente” o del “popolo”; e, poiché, esiste ancora un manipolo di economisti veri, e seri, non piegati al volere dei potenti, non trova di meglio che invitarli a star zitti, con modi bruschi e un sarcasmo stupefacente sulla bocca di chi si vanta di non aver studiato economia.

A tacere, del resto, il suo leader invita tutti noi, anzi ordina, praticamente ogni giorno, dopo la sua troppo breve vacanza in Sardegna, isola che ormai gli appartiene (tale si intuisce sia la percezione vagamente distorta del Cavaliere): il silenzio dev’essere davvero d’oro, se con tanta affettuosa o irritata insistenza ci ingiungono di perseguirlo. Le sole parole consentite sono gli assist al Capo, per permettergli di insaccare la battuta di turno, per raccontare una di quelle orribili barzellette di cui va tanto fiero: o, naturalmente, per assentire, sorridere, applaudire. Lo ricordate il famoso dialogo con la folla di Nerone, nella mirabile e irripetibile gag di Ettore Petrolini? “E noi faremo Roma, più grande e più bella che pria…” – “Bravo!” – “Grazie!” – “Prego”; e così via per una manciata di minuti, con il “Bravo!” che finisce per anticipare la frase di Nerone, e di seguito. Irresistibile. Petrolini, indubbiamente, aveva sotto gli occhi il modello (anch’esso irraggiungibile) di un altro Capo, al balcone di Palazzo Venezia.

Oggi, quella scenetta torna alla mente, davanti alle memorabili esternazioni del Cavaliere, ma che finora, ha indotto a qualche rabbuffo o, nei casi estremi, all’espressione di una “preoccupazione”. Anzi, v’è chi, ancora, invita a non cadere nell’“antiberlusconismo”, a non “fare il gioco dell’avversario” (il virus veltroniano a quanto pare non è debellato). Siamo insomma tutti cloroformizzati? Fortunatamente, no: ci sono voci che ancora osano levarsi, e dicono la verità – che pure è lampante – cercando di risvegliare i dormienti o di metter sull’avviso gli ottimisti. E qual è la verità? La stessa che si parava dinnanzi agli italiani nel 1922: ma anche allora v’era chi si accontentava di ripetere “nutro fiducia” (così l’ultimo presidente del Consiglio, prima di Mussolini, il liberale giolittiano Facta), chi si intestardiva a esprimere auspici, o proferiva inviti: alla buona volontà, al dialogo, alla calma. E le basi della dittatura, intanto, venivano poste.

Certo, allora c’erano le camicie nere, che scorazzavano per il Paese, nell’indifferenza delle “forze dell’ordine”, che, anzi, spesso e volentieri, davano loro manforte: e somministravano manganellate, colpi di rivoltella e di pugnale, e purghe antisovversive ai sospetti socialisti, bolscevichi, nemici della patria. Oggi abbiamo le buffonesche camicie verdi, e le loro filiazioni: le “ronde”.

Ne stiamo sorridendo, così come sorridiamo inebetiti davanti all’olio di ricino che ci ammannisce la televisione, ogni santissima sera. Questo è lo squadrismo odierno; meno appariscente, e più pericoloso di quello del “biennio nero”. E invece di ribellarci, finiamo per cedere, per stanchezza, per sfiducia in noi stessi, o semplicemente travolti dalla nostra impegnativa quotidianità, alle squadre d’azione televisive, e beviamo, complici o succubi, quell’intruglio velenoso che chiamano infotainment: informazione mescolata all’intrattenimento, dove il secondo dovrebbe essere la cornice della prima: ma quel tipo di “intrattenimento” è pensato come un “trattamento”, una forma di svuotamento del cervello dello spettatore, in modo che vada opportunamente riempito di menzogne e falsità dalla parte “informativa”.

E l’aspirante duce, non pago di tutto ciò, nelle pause della più impegnativa delle sue “grandi opere” – il sesso, perlopiù a pagamento – si dedica quotidianamente all’esercizio dell’ingiuria e dell’intimidazione degli avversari, o semplicemente, di quei pochi che ancora non sono sul suo chilometrico libro-paga. E ci si invita ad “abbassare i toni”!? Giammai. I toni vanno alzati. La mobilitazione deve essere immediata, generale, capillare. Possibile che lo si capisca fuori d’Italia, dove i gridi d’allarme sulla tenuta democratica del Bel Paese si lanciano un po’ dappertutto; e noi ci accontentiamo del diritto al mugugno oppure, ahimè, facendo come “lui”, ci riduciamo al motto di spirito? Vogliamo renderci conto che dobbiamo svegliarci? Hannibal ad portas! Dunque, per cominciare, tutti a Roma, il 19 settembre!

Angelo d'Orsi

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Franceschini: "Gli attacchi alla stampa ricordano il fascismo"


Berlusconi attacca la stampa "cattocomunista" e il segretario Pd, Dario Franceschini, risponde: "Lui pensa che sia un'offesa, perché non sa o finge di non sapere che i comunisti italiani si sono battuti assieme a persone di altre culture politiche, tra cui la mia, per riconquistare la libertà nel nostro Paese, per sconfiggere il fascismo che lui, invece, ricorda così da vicino con questi attacchi alla libertà di stampa".

Il segretario del Partito democratico, nel Veneto per alcuni incontri pubblici, a Padova ha ribadito: "Berlusconi è tornato un'altra volta su questi cattocomunisti e comunisti, pensando che siano offese. Berlusconi, invece, porti rispetto per i comunisti italiani" che assieme a rappresentanti di altre culture politiche, "si sono battuti e hanno dato il sangue, la fatica e il sudore per riportare la libertà nel nostro Paese e sconfiggere il fascismo, che ce l'aveva molto con la libertà di stampa".

Franceschini, poco prima, a Mogliano Veneto (Treviso), aveva detto senza mezzi termini: "Con i suoi attacchi alla stampa Berlusconi ricorda molto da vicino il fascismo".

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Berlusconi: tv buone, stampa cattiva
Premier ironizza con Zapatero all'arrivo alla Maddalena


(ANSA) - LA MADDALENA, 10 SET - Berlusconi, pur se scherzosamente, torna a bacchettare la carta stampata. Accompagnando il premier spagnolo Zapatero verso le postazioni di cameramen e fotografi all'arrivo alla bilaterale della Maddalena, ha scherzato: 'Vedi loro sono la parte buona dell'informazione perche' sono le televisioni e quindi non cambiano le parole. E i fotografi non cambiano le immagini. Poi i giornalisti, quelli cattivi, li vediamo nel pomeriggio'.

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Bavaglio alla stampa, Silvio come il Duce
di Michele Martelli

«Un dittatore di solito prima attua la censura e poi chiude i giornali»: l'ha detto Berlusconi. Non tutti, si capisce, ma solo i giornali di critica, di opposizione e di dissenso, anche blando. Cioè la libera stampa di informazione. Non quella amica, o di famiglia, ovviamente. Il fine? Eliminare gli avversari irriducibili, e ridurre i codardi in condizioni di servitù. Da ciò l'attacco a Repubblica, l'Unità e Avvenire. Per non parlare dell'ultima "riserva indiana" di Rai3 e Tg3. Se la completa omologazione mediatica riuscisse, si aprirebbe un'autostrada per i disegni autoritari del nostro Supersuperman.

L'ascesa del fascismo al potere insegna. Sin dal 1922 Mussolini, già prima della marcia su Roma, iniziò ad applicare la sua strategia di controllo, eliminazione o fascistizzazione della stampa avversaria o non allineata (da l'Unità e l'Avanti al Corriere della sera e alla Stampa), intimidita, censurata e repressa con decreti prefettizi e criminali aggressioni squadristiche. "Normalizzazione" completata con le "leggi fascistissime" del 1925-1926. Allorché la libera Fns (Federazione nazionale della stampa) fu soppressa, sostituita dalla Ffgi (Federazione fascista dei giornali italiani). E l'Albo dei giornalisti accuratamente epurato da chi non fosse fedele servo fascista.

Sorprendente, del resto, l'analogia tra le 29 Direttive per la stampa emanate dal Cavaliere di Predappio, nel 1931, e la politica di imbavagliamento di stampa e tv tentata dal Cavaliere di Arcore, nel 2009. Ecco alcune di quelle direttive: «1. Rinnovare il tipo del giornale. Il giornale deve essere organo di propaganda dell'italianità e del Regime ... Riprodurre in quadro le idee salienti espresse dal Duce nei discorsi più recenti ... - 2. Controllo dal punto di vista nazionale e fascista. Controllare le notizie e gli articoli ... ponendosi il quesito se le pubblicazioni sono utili o dannose per l'Italia e il Regime. - 4. Ottimismo e fiducia. Eliminare le notizie allarmistiche, pessimistiche, catastrofiche e deprimenti. - 12. Disegni e fotografie di mode femminili. La donna fascista deve essere fisicamente sana, per poter diventare madre di figli sani, secondo le "regole di vita" indicate dal Duce ... - 22. Resoconti parlamentari. Non parlare di "lavori" parlamentari, frase del vecchio tempo. Citare, invece, anche nei titoli, i principali provvedimenti presi. - 23. Famiglia del Duce. Non è gradito che se ne parli. - 26. Il Duce. Ricordare che il Duce è un combattente e non vuol essere considerato un santo».

Berlusconi non è riuscito, come il Duce, a liquidare la democrazia in Italia, ma resta l'analogia della sua politica con quelle Direttive. Innanzitutto, come Benito, anche Silvio non è un santo (ma si è definito l'"Unto del Signore", cioè il Cristo-Messia: altro che Mussolini «Uomo della Provvidenza»!). Non gradisce che sui giornali non di famiglia si parli della sua famiglia e della sua vita privata (denuncia chi ne parla, e alla D'Addario minaccia 18 anni di galera). Rifugge da notizie allarmistiche e deprimenti (la crisi economica e il terremoto all'Aquila non inficiano il «paradiso» in cui viviamo). Cancella a forza di decreti legge i "lavori" e il dibattito parlamentare (basterebbe, bontà sua!, riunire i capigruppo). Vorrebbe trasformare la stampa in organo di propaganda, non del fascismo, si sa, ma del forza-leghismo, e modellare i giornalisti su Feltrusconi. Dal Duce si smarca solo sull'immagine mediatica del femminile: non donna-madre, ma donna-di-letto prepagata usa e ricicla (tipo velina o escort, con carriera garantita in politica, tv o cinema): queste le nuove "regole di vita" per gli italiani (Benito almeno non si vantava pubblicamente delle sue amanti e della sua virilità).

Forse, chissà, se potesse, alle 10 domande di Repubblica oggi il capo del Pdl risponderebbe volentieri come il capo del Pnf nel 1931.

Con nuove 29 Direttive di regime su stampa e tv.

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Raiset censura la denuncia dell’Ocse

"Compito della stampa e dei media indipendenti è quello di porre domande, anche di parte, ma si tratta di un compito irrinunciabile nelle democrazie, a chi governa spetta di fornire risposte credibili e puntuali affinche la pubblica opinione possa conoscere e sceglere". Più o meno così si è pronunciato uno dei commissari dell'Ocse, organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e che segue con particolare attenzione e rigore le questioni legate alla libertà dei media e all'autonomia dei giornalisti.

L'Ocse raggruppa decine e decine di paesi, non ha un particolare livore anti italiano, ed applica gli stessi paramentri di valutazione alle diverse nazioni.

Così di volta in volta richiama i governi al rispetto delle regole che debbono garantire il diritto dei cittadini ad essere informati in modo ampio e corretto senza doversi piegare ai ricatti o agli editti dei governi, dei parlamenti o dei poteri economici.

L'Italia è stata spesso al centro delle attenzioni dell'Ocse per l'irrisolto conflitto di interesse e quando Berlusconi decise di far cacciare dalla tv pubblica Biagi, Santoro, Luttazzi.

Questa volta l'ammonimento, perchè di questo si tratta, è arrivato per la decisione del presidente editore di denunciare Repubblica e Unità per aver osato rivolgergli domande sgradite e scomode.

Come se non bastasse il presidente che già possiede un impero mediatico ha anche richiesto risarcimenti miliardari con l'obiettivo di intimidire e scoraggiare non tanto i due giornali in questione, ma tutti gli altri, affinchè non ci provino neppure ad imitarli, altrimenti anche a loro sarà riservato un bel massaggio mediatico, come è accaduto in queste ultime settimane persino all'Avvenire e a Gianfranco Fini Presidente della Camera.

Naturalmente Berlusconi e i suoi fedelissimi non prenderanno neppure in considerazione questa richiesta che arriva da un'associazione che il ministro Brunetta definirebbe "per male...", anzi forse il prode Gasparri chiederà la chiusura dell'Ocse o in subordine il licenziamento dei commissari o dei portavoce.

Purtroppo per loro l'Ocse non è scalabile e non può essere acquistato, non è neanche possibile comperare qualche giudice per cambiare la sentenza, da quelle parti non è neppure prevista la prescrizione.

Naturalmente il polo Raiset, salvo le consuete e sempre più timide eccezioni, ha subito provveduto a cancellare la notizia oppure a renderla incomprensibile, quasi venisse da una non meglio identificata associazione sovversiva dedita a colpire l'immagine dell'Italia e del suo bel presidente.

Non servirà a molto ma come associazione Articolo21 abbiamo deciso che in occasione della prossima manifestazione sulla libertà di informazione che si svolgerà a Roma il prossimo 3 ottobre, stamperemo e distribuiremo anche questo nuovo avvertimento che l'Ocse ha voluto rivolgere alla Italia dopo le gravissime minacce riservate ai due quotidiani Repubblica e l'Unità.

Nonostante la loro violenza, la loro volgarità e la loro brutalità, non sono ancora riusciti ad acquistare tutto e tutti e cominciano a temere la prossima fine del sovrano, altrimenti sarebbe difficile comprendere l'ultimo delirio di Brunetta, nelle sue parole abbiamo colto quintali di tracotanza ma anche la disperazione di un fedelissimo che comincia ad avvertire la prossima fine di un sogno che ai loro occhi pareva dovesse durare per l'eternità.

Per fortuna non sarà così e a noi tutti spetta il compito di raddoppiare gli sforzi affinchè questo tracollo politico avvenga non per un complotto dei suoi cortigiani ma per una visibile, determinata, unitaria azione politica e civile capace di trascinare e coinvolgere la maggioranza dei cittadini italiani.

Giuseppe Giulietti

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MessaggioInviato: 26/09/2009 - 08:45 
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Guerra ai media, il richiamo dell'OCSE

L'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) scrive a Silvio Berlusconi chiedendogli di ritirare le querele miliardarie contro l'Unita e Repubblica. Ma è solo l'ultima dimostrazione della preoccupazione crescente delle istituzioni europee. Berlusconi sicuramente non lo sa, ma prima ancora della lettera recapitata a palazzho Chigi il nostro paese era stato già citato nell'ultimo rapporto del rappresentante dell'OSCE per la libertà dei Media, dunque non sa che eravamo già sotto osservazione in quella sede. Facendo partire quella raffica di cause miliardarie contro giornali e giornalisti il nostro premier ha solo peggiorato la propria posizione: si è dimostrato il peggior esempio in Europa del ricorso a cause vendicative che rischiano di soffocare la libertà d'espressione. Queste pratiche, secondo il rapporto firmato da Miklos Haraszti a luglio di quest'anno, si stanno espandendo a danno della libertà di espressione. Un fenomeno che la publicazione più autorevole sullo stato della libertà d'espressione nel mondo, l'Index on Censorship, ha descritto come "il grande freddo" ("the big chill") che rischia di mettere a repentaglio il ruolo correttivo nei confronti del potere che è la prima funzione della stampa libera.
Un vento gelido che si è fatto sentire di recente, per citare i paesi membri dell'OSCE che cadono sotto la responsabilità di questo professore ungherese, in Kazakhstan, in Slovacchia e in Turchia, ma che non dovrebbe soffiare nei paesi fondatori dell'Unione europea. Infatti, l'Irlanda e la Gran Bretagna stanno lavorando per rendere meno punitive le proprie leggi sulla diffamazione, sempre a tutela della libertà d'espressione.
Chiedere cifre esorbitanti, come i tre milioni di euro chiesti all'Unità e a Repubblica (un record in Europa) è un atto che non appartiene al comportamento del capo di governo di un paese democratico. Questo il semplice messaggio fatto pervenire per lettera da Vienna. Ma di quest'orecchio, come sappiamo, il nostro governo non ci sente. E tanto meno vorrà acconsentire alla riflessione conseguente: visto che il pubblico ha il diritto di sapere, fare domande, più che un diritto è il dovere della stampa. Mentre solo a un ripetente in materia di democrazia dovrebbe essere necessario ricordare che chi governa deve "accettare un più alto livello di critica rispetto ai cittadini ordinari".
La lettera dell'OSCE, sicuramente destinata o all'oblio (ne hanno parlato i telegiornali?) o al rituale svilaneggiamento per bocca del deputato-avvocato di turno, è solo l'ennesimo, imbarazzante richiamo al fatto che l'Italia è, ogni giorno di più, un osservato speciale in Europa. Su questo punto le diverse istituzioni europee concordano e non a caso il rappresentante dell'OSCE si richiama alla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Se il governo insiste lo scoprirà: c'è un giudice a Strasburgo.


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