La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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MessaggioInviato: 02/03/2011 - 06:26 
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L'ideologia dell'anti-stato
di MASSIMO GIANNINI
Dichiarato ufficialmente "contumace" alla ripresa del processo Mediaset, il presidente del Consiglio si lancia nel suo Vietnam giudiziario con una dissennata dichiarazione di guerra. E seleziona con precisione chirurgica i suoi "nemici": il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Sono loro, le due massime istituzioni di garanzia, che gli impediscono di governare. Se "non gli piacciono" le leggi varate dal Consiglio dei ministri, Giorgio Napolitano le rinvia alle Camere, gli "ermellini rossi" le respingono.

Si avvera dunque la facile profezia che avevamo formulato solo una settimana fa. Altro che senso dello Stato, altro che tregua istituzionale: Silvio Berlusconi si prepara a consumare quel che resta della legislatura all'insegna del conflitto permanente. C'è da chiedersi perché lo fa. C'è da chiedersi quale vantaggio possa trarre lui stesso, da un'aggressione sistematica che destabilizza gli equilibri costituzionali e avvelena le relazioni istituzionali. Le sue parole, da questo punto di vista, si prestano a un doppio livello di analisi possibile.

In primo luogo c'è la strategia politica. Risolto con una scandalosa compravendita il duello contro Gianfranco Fini, rinsaldata a suon di prebende un'esangue maggioranza aritmetica, neutralizzato momentaneamente l'assedio dell'opposizione parlamentare, il premier ha ora un bisogno disperato di trovare altri "contro-poteri" e di additarli all'opinione pubblica come ostacoli insormontabili sul cammino della "modernizzazione". Sa che non potrà fare le "grandi riforme" promesse in campagna elettorale. Non potrà varare la storica "rivoluzione fiscale" che consentirà ai contribuenti di pagare meno tasse, perché non ha il coraggio di stanare l'evasione. Non potrà varare un serio pacchetto di "scossa" all'economia, perché non sa trovare le risorse necessarie. Non potrà varare un vero riordino della giustizia nell'interesse di tutti i cittadini, perché la sua unica ossessione è un "ordinamento ad personam" che consenta solo a lui di salvarsi dai suoi processi.

Il suo carniere è vuoto. E resterà vuoto di qui alla fine della legislatura, anticipata o naturale che sia. Per questo deve trovare un capro espiatorio, sul quale scaricare i suoi fallimenti e travestirli da "impedimenti". Il Quirinale e la Consulta sono due bersagli ottimali. Con il suo attacco frontale, il Cavaliere sta dicendo agli italiani: sappiate che se non sono riuscito a risolvere i vostri problemi la colpa non è mia, ma di chi ha demolito le mie leggi. Quello di Berlusconi è solo un gigantesco alibi, che nasconde una colossale bugia. Ma solo di questo, oggi, può vivere il suo sfibrato governo e la sua disastrata coalizione: alibi e bugie, su cui galleggiare fino al 2013, per poi tentare il grande salto sul Colle più alto. A dispetto degli scandali privati di cui è stato protagonista e dei disastri pubblici di cui è stato artefice.

In secondo luogo c'è la "filosofia" politica. E qui, purtroppo, il presidente del Consiglio non fa altro che confermare la natura tecnicamente eversiva del suo modo di intendere il governo e la dialettica tra i poteri, la Carta costituzionale e lo Stato di diritto. In una parola, la democrazia. È tecnicamente eversiva l'idea che il presidente della Repubblica o la Consulta possano rinviare o bocciare una legge "perché non gli piace": non lo sfiora nemmeno il dubbio che l'uno o l'altra, nel giudicare sulla legittimità di una norma, agiscano semplicemente in base alle prerogative fissate dalla Costituzione agli articoli 74, 87 e 134. È tecnicamente eversiva l'idea che in Parlamento "lavorano al massimo 50 persone, mentre tutti gli altri stanno lì a fare pettegolezzo": non lo sfiora nemmeno il sospetto che la trasfigurazione delle Camere in volgare "votificio" sia esattamente il risultato della torsione delle regole che lui stesso ha voluto e causato, con decreti omnibus piovuti sulle assemblee legislative e imposti a colpi di fiducia.

Ma qui sta davvero l'essenza del berlusconismo. Cioè quell'impasto deforme di plebiscitarismo e populismo, di violenza anti-politica e onnipotenza carismatica. Da questa miscela esplosiva, con tutta evidenza, nasce l'Anti-Stato che ormai il Cavaliere incarna, in tutte le sue forme più esasperate e conflittuali. In questa dimensione distruttiva, la stessa democrazia, con i suoi canoni e i suoi precetti, non è più il "luogo" nel quale ci si deve confrontare, ma diventa la "gabbia" dalla quale ci si deve liberare. Contro il popolo, in nome del popolo. "Dispotismo democratico", l'aveva definito Alexis de Tocqueville. Scriveva dall'America, due secoli fa. È una formula perfetta per l'Italia di oggi.

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MessaggioInviato: 03/03/2011 - 05:27 
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L’aspetto divertente è che da quindici anni accusano la magistratura di interferire nella politica.

Loro.

Loro che invece, hanno già stabilito – così, sulla fiducia, per simpatia – «l’assoluta infondatezza ed illogicità dei capi di imputazione».

Capito? Hanno già fatto il processo, sentito i testimoni e scritto la sentenza.

Loro, che sono parte di un altro potere – che non è quello giudiziario, appunto.

Siamo un Paese meraviglioso.

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MessaggioInviato: 03/03/2011 - 05:28 
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Federalismo, il governo pone la fiducia, come ormai fa sempre.
Opposizioni: il voto terrorizza il governo. E questo è.

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MessaggioInviato: 06/03/2011 - 06:16 
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Il processo del lunedì
di Alessandro Gilioli

Evidentemente, quei famosi 340 milioni di euro poteva spenderli meglio: dopo due mesi di piani A, B,C etc per evitare il processo a Milano, alla fine ha mollato il colpo e si presenterà, una volta alla settimana.

Una buona notizia? Sì, certo, visto che è passato il principio che qualsiasi cittadino si difende nel processo e non dal processo.

Però, non è che all’improvviso Berlusconi abbia deciso di rispettare quello Stato di diritto che ha sempre voluto calpestare.

Quello che vedremo nelle aule di Milano lo si può già intuire dal ‘Giornale’ di oggi, con il suo titolone ‘Fermiamo i magistrati matti’ e la sua paginata per raccontare storie di giudici che hanno fatto cazzate, vere o false che siano: come se l’esito dei processi al premier risiedesse negli umori di un singolo e non nei tre gradi di giudizio davanti a corti non monocratiche.

Insomma, non c’è da aspettarsi un imputato che si difenda ma un capopopolo che va a comiziare in aula contro la magistratura e il “complotto delle toghe rosse”: basta vedere l’espressione usata da Ghedini, quel «scenderà in campo» già tracimato dal calcio alla politica e adesso alla giustizia.

Questo vedremo, di qui all’estate e forse anche oltre: da una parte Pm che parlano di dati e date, indizi o prove, dall’altra un premier-imputato che userà il tribunale come un set per i suoi attacchi a un potere dello Stato da mandare poi nei Tg – e vai con la tiritera infinita secondo cui i giudici o «sono matti» o «vogliono rovesciare il risultato delle urne».

Va bene così, naturalmente: in un processo, l’imputato dica ciò che vuole. L’importante è sapere quel che ci aspetta. Perché occorreranno nervi molto, molto saldi – e un equilibrio molto, molto robusto – perché davvero il processo del lunedì non diventi il finale del Caimano.

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MessaggioInviato: 24/03/2011 - 06:12 
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La previsione del colonnello Giuliacci:
meteorine per attirare uomini arrapati

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ROMA - Dopo essere stato messo alla porta da Canale 5 e dal Centro Epson meteo lo scorso luglio, il colonnello più amato delle previsioni italiane ora torna alla carica nel tg di Enrico Mentana, in onda su La7. A Diva e Donna in edicola domani Mario Giuliacci spiega i motivi del suo allontanamento dalle reti Mediaset.

«Mi hanno cacciato perchè ho detto la mia sulle ragazzine mandate in onda al posto dei professionisti delle previsioni: servono solo ad attirare uomini arrapati. I titoli e la laurea in fisica non sono un accessorio». E al settimanale, svelando le sue previsioni meteo sulla primavera appena arrivata, che si preannuncia fredda, racconta la sua vita in questi mesi di assenza: «Ho fatto il nonno a tempo pieno e mi sono fatto consolare dai miei nipotini».

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MessaggioInviato: 31/03/2011 - 03:51 
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Processo breve, scontro La Russa-Fini: “Vaffa…” La replica di Fini: “E' malato. Curàtelo!”


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MessaggioInviato: 01/04/2011 - 03:43 
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Siamo alle solite. Coi lam...pedusani ha fatto il lampedusano, dimenticandosi che coi tunisini aveva fatto il tunisino.
Il guaio è che ce n’eravamo dimenticati anche noi, ubriacati dalle giravolte continue di questo venditore di stati d’animo, che ha in tasca un copione per ogni pubblico e una faccia per ogni evenienza.
Dunque: l’uomo della Provvidenza che ieri arringava la folla dell’isola assediata, promettendo di «liberarla» dagli invasori entro 48-60 ore, è lo stesso che il 27 agosto 2009 pronunciò negli studi della tv satellitare tunisina Nessma (di sua proprietà) le seguenti, nobilissime parole: «Il nostro passato di emigranti ci impone il dovere di dare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli. La possibilità di un benessere che significa anche l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità. È questa la politica del mio governo!». In piena estasimistica, la giovane conduttrice tunisina gli chiese il permesso di applaudirlo. E lui, benevolo come sempre, acconsentì. In cambio pretese da lei il numero di telefono (forse era la nipote di Ben Ali).
Quella sera la tv irradiò il verbo di Silvione l’Africano in tutti i Paesi del Maghreb ed è lecito pensare che i telespettatori più affamati avranno accolto le parole dell’illustre dirimpettaio come un invito a raggiungerlo nel suo accogliente Eden appena possibile, cioè adesso.
Eppure di una cosa sono sicuro: che il Berlusconi di Lampedusa prenderebbe fieramente le distanze dal Berlusconi di Tunisi. Se solo si ricordasse chi è.
M Gramellini

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MessaggioInviato: 05/04/2011 - 04:59 
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Silvio ha un problema con i soci. Arabi
Per i pm il premier è in società con l'egiziano Farouk Agrama. Frattini parla di armi ai ribelli e molla definitivamente Gheddafi, partner di B. in Quinta communications. E in Tunisia, nonostante la mediazione di Tarak Ben Ammar, il Cavaliere non chiude l'accordo sui rimpatri dei migranti

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MessaggioInviato: 06/04/2011 - 00:21 
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Sono state abbastanza prudenti le parole con cui Dario Franceschini ha commentato la discesa nell’agone politico di Montezemolo: «Vedremo, sicuramente è una personalità, ma prima deve essere lui stesso a dire in che modo, con chi, con quale schieramento, con quali programmi».

Prudenti, ma pure un po’ scivolose.

Montezemolo lo conosciamo già benino, mi pare – da una trentina d’anni abbondante – e forse sarebbe stato più decente dire: «All’Italia manca solo un altro imprenditore senza ideali diversi dai propri interessi e da quelli di Confindustria che, all’alba dei 64 anni, dopo aver accumulato decine di poltrone, decide di giocare al politico».

No, perché sapete, oggi ha annunciato il suo ingresso in politica anche Lele Mora.

Non vorrei che qualche dirigente del Pd dicesse che prima di commentare vuole sapere con quale programma e con quale schieramento si candida.


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MessaggioInviato: 10/04/2011 - 03:15 
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La corsa del Cavaliere nel teatro dell’assurdo
di Franco Cordero, Repubblica



In filosofia del diritto "rivoluzione" significa: l'ordinamento implode sotto impulsi giuridicamente amorfi; e salta fuori dal fatto quello che ne prende il posto, fondando se stesso. Non diremmo tale l'avvento del regime mussoliniano: quel socialista anarcoide, poi uomo d'ordine che forniva squadre agli agrari, ha dalla sua monarchia, esercito, prefetti, magistrati, carabinieri, Vaticano, ceti ricchi, piccoli borghesi; l'ha chiamato Vittorio Emanuele III, 30 ottobre 1922; il governo nascente dura 20 anni, 8 mesi, 25 giorni attraverso molti rimpasti. Lo Stato totalitario escresceva nel rispetto formale dello Statuto.

Adolf Hitler conquista il Reich usando meccanismi predisposti dai costituenti (Weimar, quaranta sedute, 6 febbraio-31 luglio 1919). In quattro anni, dal settembre 1930, i tedeschi votano sei volte: il partito nazionalsocialista declina dal 37.3 al 33.1% ma resta il più forte, 196 seggi su 584; adoperando lo stupido vanesio Franz von Papen, caro al moribondo presidente Paul von Hindenburg, lunedì 30 gennaio 1933 l'emergente diventa cancelliere; e in capo a 55 giorni il Reichstag gli vota i pieni poteri. Poiché la riforma contempla leggi emanate dal governo, anche devianti dalla Carta, erano richiesti i due terzi: vota sì il Centro cattolico, presieduto dal teologo monsignor Ludwig Kaas; confidente nella lettera dove Hindenburg attesta una promessa dal dittatore, che non userà quei poteri senza consultarlo; esito trionfale, 441 contro 94. Morto lo pseudogarante, 2 agosto 1934, gli succede l'ex caporale, ormai Führer, e un plebiscito 19 agosto conferma il cumulo delle cariche.

Precedenti su cui meditare nell'analisi politica italiana 2011. Le due persone stanno agli antipodi. Uno non sorride mai: disoccupato, abulico, taciturno, vendeva acquarelli; nel dopoguerra, scopertosi oratore e stregone, scende in politica elucubrando piani d'impero a Est. L'altro ride a quattro ganasce, canta, strimpella, blatera: li chiamavano «bagalùn del lüster» (lucido da scarpe), ma i modi ilari mascherano fredde viscere d'affarista gangster paranoico: epiteti rigorosamente pesati, descrivono dei fatti; ed è miscela terrificante. L'irresistibile ascesa avviene nel mondo finto delle televisioni. La sua formula è sgominare i concorrenti violando ogni regola: le menzogne gli colano come acqua d'una fontana; rampa, traffica, plagia, scrocca, falsifica, corrompe, froda; persi i protettori, salta sul carro professandosi liberale, patriota, uomo pio, defensor crucis et familiae, campione dei valori borghesi, capitano d'impresa. Siamo al diciassettesimo anno. L'avventura hitleriana ne aveva riempiti 12, finendo nel sottosuolo d'una Germania diroccata. Costui ne passa otto e mezzo al governo e v'influiva anche da fuori. S'è intessuto la tela d'una signoria plutocratica: i soldi figliano soldi; dovunque fioriscano grossi affari, non cade nel sospetto temerario chi lo supponga interessato, mentre i livelli intellettuali scendono, quelli della povertà salgono e il futuro italiano appare squallido. Mago nell'arricchirsi, considera in tale chiave la cosa pubblica.

Che l'«omnipotence de la majorité» sia pericolosa, l'aveva notato Tocqueville studiando gl'istituti americani, 1835. L'Italia 2011 è il corpo vile d'una patologia da laboratorio: due assemblee legiferano come anticamera del ricco strapotente; con quel passato aveva conti aperti e se li addomestica; non finisce mai l'elenco delle norme pro domo sua. Gliene stanno combinando tre, nella sede stravagante d'una legge comunitaria: essendosi accorciata la prescrizione, opera un secondo taglio utile agl'incensurati, in spregio all'art. 3 Cost.; affattura l'oblio dei processi pendenti; che svaniscano come non fossero mai nati, manomissione altrettanto incostituzionale; e conta d'intimidire i magistrati esponendoli all'aggressione del sedicente leso (oggi risponde lo Stato, salva rivalsa sull'autore del danno).

Mediante revisione della Carta progetta pubblico ministero governativo e azione penale regolata sui beneplaciti delle Camere. Sapendosi molto vulnerabile, tre volte s'era allestita un'immunità, invalida e tale dichiarata dalla Corte. Lo serve una masnada pronta a tutto: quando dallo schermo i corifei rivendicano la «sovranità del Parlamento», lo spettacolo sta tra farsa e guignol; dopo trent'anni d'ipnosi televisiva la platea beve ogni fandonia. Nella gestione del personale politico ha pochi scrupoli: d'un colpo recluta quanti oppositori bastano a impedire la sfiducia; rispetto alle attuali le Camere fasciste erano consessi quasi seri. Lo stile berlusconiano implica feroci selezioni in peius. Qui l'entertainer barzellettiere svela un aspetto comune al tetro pittore d'acquarelli (imbianchino, lo chiamava D'Annunzio): nessuno dei due può fermarsi; puntano diritto col passo del sonnambulo. Avventura rischiosa: uno sprofonda, straccio d'uomo, appena compiuti 56 anni; avendone 19 in più, l'altro vuol insediarsi nel Quirinale, fino al 2020 et ultra, se Iddio lo conserva.

Niente d'impossibile nell'Italia catalettica: a sinistra siede chi gli prestava mano; ancora pochi giorni fa dialoganti in pectore trasalivano, quando il guardasigilli baro vantava disegni d'equa riforma organica. La partita finale è un dibattimento: tenta d'impedirlo sollevando Montecitorio; mossa futile, quindi guadagnerà tempo. Le ipotesi penali hanno due nomi cospicui, concussione e prostituzione minorile. Lo scenario d'accusa evoca i Ragionamenti d'Aretino, troupes femminili mercenarie, lenoni, maîtresses, ma lui grida d'essere perseguitato dalla procura milanese, sorda «all'evidenza del ridicolo»: nella sua cultura d'imbonitore esistono ancora i giuramenti purgatori, quindi sulla testa dei cinque figli e sei nipoti giura d'essere innocente; infine, denuncia il solito complotto toghe-comunisti, nel quale convola la Consulta. Pulpiti «equidistanti» deplorano l'accanimento hinc inde (P. L. Battista, Corriere della Sera, 31 marzo 2011): «Siamo sull'orlo del precipizio»; ed è inutile dire quale sia l'uscita giusta, inchinarsi al designato dalle urne, chiudendo gli occhi su persona e gesta. Tocqueville obietterebbe qualcosa. Nel teatro italiano dell'assurdo costoro vestono livrea liberale.


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MessaggioInviato: 12/04/2011 - 04:04 
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«Decisamente da non perdere il prossimo appuntamento del Movimento di Responsabilità Nazionale.

L’onorevole Domenico Scilipoti è infatti lieto di invitarvi al primo convegno sulla Medicina Olistica che, grazie a lui, si terrà nella Sala delle Colonne di Montecitorio, venerdì 15 aprile, dalle 9,30.

I lavori saranno introdotti e conclusi dallo stesso Scilipoti.

Alle 10,20 prenderà la parola Pippo Franco (!) il cui speech è intitolato “Uno stile di vita”.

Alle 11,50 si parlerà di «metodi di riequilibrio energetico esseni e lettura dell’Aura».

Alle 13.40 di scie chimiche, relatore Raffaele Cavaliere, già autore di una petizione contro le medesime scie a Ladispoli».

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Il leghista Castelli sui migranti: "Non possiamo sparargli, purtroppo. Per ora."

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GIAPPONE: «Fukushima inabitabile per decenni»

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Berlusconi, golpista a reti unificate



La campagna elettorale in corso ha manifestato un’ennesima volta gli ingredienti eversivi, vecchi e nuovi, del berlusconismo e dintorni. Un mostro proteiforme dal triplice volto. Innanzitutto la straripante (A) Egoarchia proprietaria del primo ministro: una maniacale adorazione del proprio smisurato Ego proprietario, al di sopra di ogni misura etica e umana, di ogni regola e controllo democratico: o Me o Niente, dopo di Me il Diluvio. Un moderno Re Mida, che vorrebbe trasformare non in oro, ma in sua proprietà privata qualunque persona o cosa tocchi. Una strana incarnazione dell’Unico e le sue proprietà di Max Stirner: con la differenza che le proprietà di B. non sono spirituali e intellettuali, ma aziendali e finanziarie. Il suo motto è: “Tutto è, deve essere mio, Io compro tutto” (iuxta satira di Benigni).

Le elezioni amministrative? L’ultima occasione di esibire la sua sfrenata egolatria proprietaria. Perciò, pur essendo elezioni locali e non nazionali, ha scelto di politicizzarle, facendone un microplebiscito pro o contro di lui. Dalla cui onda impetuosa è stato però, questa volta, inopinatamente travolto, a Torino e Bologna definitivamente, a Milano e Napoli provvisoriamente.

Se il Re Sole diceva “Lo Stato sono io”, il reuccio di Arcore dice: “Il Partito sono io”. Anzi, poiché concepisce il suo partito come padrone del Parlamento e dello Stato, e se stesso come padrone del partito, allo stesso modo dell’amico tardo-sovietico Putin o del compagno di harem Gheddafi, il suo slogan potrebbe essere quello vetero-stalinista: “il Partito-Stato sono Io”. Con la novità di una concezione proprietaria di tipo capitalistica dello Stato. Marx affermava: «Il governo è il comitato d’affari della borghesia». Con B., per la prima volta nella storia dell’Europa moderna, il governo è il comitato d’affari di un solo capitalista: B., il più ricco d’Italia.

Il secondo aspetto del berlusconismo, venuto ancor meglio alla luce in questo tornata elettorale, è (B) l’insofferenza della divisione dei poteri, che è l’anima della democrazia. Dopo aver assoggettato il Parlamento (decine di leggi ad personam approvate con maggiorana bulgara), svilendo l’opposizione a inutile cornice, ora ritenta di sottomettere la magistratura, screditando i giudici renitenti (“brigatisti e comunisti” annidati nei tribunali, “cancro della democrazia”). Così dalla strategia dell’antitesi: “o Me o niente” è passato, soprattutto nella campagna elettorale di Milano, a quella più esplicitamente eversiva dello slogan: “o Me o i pm”.

Il che non significa: chi non vota Berlusconi vota i pm, cosa assurda, essendo i giudici istituzionalmente estranei alle elezioni. Ma significa: chi vota Me vota contro l’autonomia dei giudici, quindi contro la divisione dei poteri. Un appello plebiscitario surrettiziamente golpista per ottenere dalla maggioranza degli elettori una sorta di lasciapassare per controriformare la Costituzione, e sostituire definitivamente la democrazia politica, il potere in mano a tutti e a ciascuno, con l’Egoarchìa proprietaria, il potere in pugno ad Uno Solo, Lui, l’Unico arcoriano, che tutto e tutti considera e tratta come proprietà personale, vili oggetti di possesso e manipolazione (prova ne siano le Olgettine) e di compravendita (vedi il caso patologico degli Irresponsabili scilipotiani).

Infine, il berlusconismo ha mostrato ancora più chiaramente il suo terzo volto illiberale e antidemocratico: (C) l’intolleranza verso la libertà, la critica e il pluralismo dell’informazione. Ovvero: il golpismo mediatico. Il che in pochi giorni si è manifestato in vari modi. In primo luogo col monologo elettorale del piccolo televenditore, a sorpresa e in contemporanea in 5 tv, private e pubbliche: un autentico atto di golpismo a reti unificate (il primo nella storia televisiva italiana, già sanzionato dall’Agcom), senza confronto, dibattito, domande e contraddittorî; ma anche un clamoroso autogol, con i teleutenti spazientiti e indignati, costretti a cambiare canale o a spegnere le tv.

Avendo l’Egoarca proprietario iniziato la sua resistibile ascesa al potere col progetto dell’acquisto e del controllo monopolistico dei media, propiziato dal Craxi di Tangentopoli, l’ovvia conseguenza, una volta conquistata la maggioranza e il governo, non poteva essere che il tentativo di mettere al bando ogni opinione critica, dissidente o semplicemente difforme dal “Pensiero Unico” di stampo neo-orwelliano.

Onde l’assurda pretesa dell’Egoarca: “Nessuno mi può giudicare, nessuno mi può contraddire”. E quindi (I) il metodo Boffo, il manganello mediatico, l’infame dossieraggio contro avversari e oppositori, quella che Saviano ha definito “la macchina del fango”. E che a Milano e Napoli oggi investe i candidati sindaci di centrosinistra Pisapia (avvocato “ladro di auto” e “rom” o maomettano mascherato) e De Magistris (ex pm giustizialista e arruffapopoli) impegnati nel ballottaggio.

All’infame campagna di menzogne mediatiche per screditare l’avversario si aggiunge la profferta di (II) promesse o già tradite (la tragicomica scomparsa dei rifiuti da Napoli in 3 giorni) oppure palesemente illegali, o al limite della legalità (sospensione della tassa partenopea sui rifiuti, condono delle multe agli automobilisti milanesi). Promesse illusionistiche in cui la ditta milanese B&B fa a gara a chi la spara più grossa (il cardinale Tettamanzi dalle cento moschee; due ministeri da Roma a Milano, subito).

Egoarchìa, distruzione della democrazia, dittatura mediatica, politica della menzogna. Se le amministrative hanno il valore di un test politico nazionale, ce n’è di tutto e di più per firmare il primo atto di estromissione di questa gente dal governo.

Agli elettori la decisione.

Michele Martelli

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Urgenze
di Alessandro Gilioli


Massimo D’Alema, fortunatamente, era rimasto abbastanza in disparte prima del voto. Infatti il centrosinistra ha vinto.

Purtroppo però ha deciso di riapparire subito dopo, per spiegare che il modello da seguire per il Pd non è Milano – dove si è dimostrato che la corsa al pastrocchio centrista non serve a niente, al contrario viene premiata l’identità forte di una sinistra gentile ma decisa – bensì Macerata. Dove è stato eletto alla provincia Antonio Pettinari, segretario dell’Udc delle Marche, uomo di Casini, Cesa e Buttiglione, consigliere provinciale ininterrottamente dal 1985 al 2009, prima per la Dc poi per l’Udc, nonché assessore provinciale ai lavori pubblici dal 1990 al 1995 e quindi vicepresidente in una giunta di centrodestra (sì, di centrodestra) poi sciolta e commissariata.

Ho sempre pensato che liberarsi da D’Alema sarebbe stato il passo da fare subito dopo essersi liberati da Berlusconi. Ora inizio a pensare che l’urgenza, invece, sia almeno uguale.

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