La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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Questo 3d andrebbe ribattezzato "La vendetta di Pisellik". :twisted:

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Mandante e utilizzatore
di GIUSEPPE D'AVANZO

Mai come oggi, i caratteri del "male italiano" sono il conformismo, l'obbedienza, l'inazione. Anche ora che un assassinio è stato commesso sotto i nostri occhi. Assassinio.

Con quale altra formula si può definire - in un mondo governato dalla comunicazione - la deliberata e brutale demolizione morale e professionale di Dino Boffo, direttore dell'Avvenire, "reo" di prudentissimi rilievi allo stile di vita di Quello-Che-Comanda-Tutto? Un funzionario addetto al rito distruttivo - ha la "livrea" di Brighella, dirige il Giornale del Padrone - "carica il fucile". Così dice. Il proiettile è un foglietto calunnioso, anonimo, privo di alcun valore. Si legge che Boffo è un "noto omossessuale". La diceria medial-poliziesca ripetuta tre o quattro volte assume presto la qualità di un prova storica. Non lo è. Non lo è mai stata. Brighella è un imbroglione e lo sa, ma è lì per sbrigare un lavoro sporco. Gli piace farlo. Se lo cucina, goloso. Colto con le mani nel sacco delle menzogne, parla ora d'altro: qualcuno gli crede perché sciocco o pavido. Non è Brighella a intimorire. È Quello-Che-Comanda-Tutto. È lui il mandante di quel delitto. È lui il responsabile politico. Contro Silvio Berlusconi ci sono quattro indizi. Già in numero di tre, si dice, valgono una prova.

Il primo indizio ha un carattere professionale. Qualsiasi editore che si fosse trovato tra i piedi un direttore che, con un indiscutibile falso, solleva uno scandalo che mette in imbarazzo Santa Sede, Conferenza episcopale, comunità cattoliche gli avrebbe chiesto una convincente spiegazione per l'infortunio professionale. In caso contrario, a casa. A maggior ragione se quell'editore è anche (come può accadere soltanto in Italia) un capo di governo che tiene in gran conto i rapporti con il Papa, i vescovi, l'opinione pubblica cattolica. Non è accaduto nulla di tutto questo. Gianni Letta ha dovuto minacciare le dimissioni per convincere Berlusconi a mettere giù due righe di "dissociazione". Può dissociarsi soltanto chi è associato e tuttavia nei giorni successivi, mentre il lento assassinio di Boffo continua, non si ode una parola di disagio dell'editore-premier a dimostrazione che il vincolo dell'associazione è ben più stretto di quella rituale presa di distanza: Berlusconi vuole far sapere Oltretevere che non ammette né critici né interlocutori né regole.

Il secondo indizio è documentale. Il 21 agosto, Mario Giordano, direttore del Giornale, è costretto a lasciare la poltrona a Brighella. Ne spiega così le ragioni ai suoi lettori: "Nelle battaglie politiche non ci siamo certi tirati indietro (...) Ma quello che fanno le persone dentro le loro camere da letto (siano essi premier, direttori di giornali, editori, ingegneri, first lady, body guard o avvocati) riteniamo siano solo fatti loro. E siamo convinti che i lettori del Giornale non apprezzerebbero una battaglia politica che non riuscisse a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle rispettive alcove". Giordano non poteva essere più chiaro: mi è stato chiesto (e da chi, se non dall'editore-premier?) di fare del mio quotidiano una bottega di miasmi, per decenza non me la sono sentita e lascio l'incarico a chi quel lavoro sporco è disposto a farlo. Che il Giornale sia diventato un'officina di veleni lo conferma un redattore in fuga. Luca Telese, sul suo blog, racconta di dossier e schifezze già pronte al Giornale contro "giornalisti o parenti di giornalisti di Repubblica". L'indiscrezione è confermata in Parlamento da "uomini vicini al premier" (la Stampa, 29 agosto)

Il terzo indizio è, diciamo così, politico e cronachistico. Berlusconi, incapace di governare nonostante i numeri in eccesso e un'opposizione fragile, ha "rinunciato al suo profilo riformatore" (Il Foglio, 31 agosto). Non ha più alcun "fine". Difende soltanto "i mezzi", il suo potere personale. Lo vuole assoluto. Conosce un unico metodo per tenerselo ben stretto nelle mani: un giornalismo pubblicitario e servile che consenta di annullare ciò che accade nel Paese a vantaggio di una narrazione fatta di emozioni e immagini composte e ricomposte secondo convenienza; un racconto che elimina ogni criterio di verità; un caleidoscopio mediatico che produce un'ignoranza delle cose utile a credere in un'Italia meravigliosa senza alcun grave problema, in pace con se stessa, governata da un "Superman". Per questa ragione Berlusconi ingaggia l'obbediente Augusto Minzolini al telegiornale del servizio pubblico Rai. Per la stessa ragione, ma di segno opposto, liquida in un paio di mesi tre direttori di giornale. 2 dicembre 2008. Il Corriere della sera (direttore Paolo Mieli) e la Stampa (direttore Giulio Anselmi) rilevano il conflitto d'interessi dietro la decisione di inasprire l'Iva per Sky, diretto concorrente di Mediaset. Da Tirana, Berlusconi lancia il suo "editto": "I direttori di giornali, come la Stampa e il Corriere dovrebbero cambiare mestiere". 10 febbraio. Enrico Mentana, fondatore del Tg5 e anchorman di Matrix, non riesce a ottenere uno spazio informativo da Canale5 per raccontare la morte di Eluana Englaro. Protesta. L'Egoarca lo licenzia su due piedi. In aprile l'editto di Tirana trova il suo esito. Il 6, Mieli lascia il Corriere. Il 20, tocca ad Anselmi. Mentana non è più tornato in video. Anselmi e Mieli non fanno più i giornalisti. Hanno davvero cambiato mestiere.

Il quarto indizio contro Berlusconi è concreto, diretto e recente. Quando non può licenziare o far licenziare i giornalisti che hanno rispetto di se stessi, Quello-Che-Comanda-Tutto organizza contro di loro intimidazioni: trascina in tribunale Repubblica colpevole di avergli proposto dieci domande e l'Unità per gli editoriali - quindi, per le opinioni - che pubblica. O dispone selvagge aggressioni. È il responsabile politico dell'assassino morale di Boffo preparato da Brighella. La maschera salmodiante combina campagne di denigrazione contro l'editore e il direttore di questo giornale. Poi l'editore-premier - come utilizzatore finale - si incarica di far esplodere quelle calunnie con pubbliche dichiarazioni rilanciate al tiggì della sera dall'obbediente Minzolini, che tace su tutto il resto.

Questa è la scena del delitto perfetto della realtà e del giornalismo. Sono in piena luce gli assassinii, gli assassinati, gli uccisori, il mandante. Vi si scorge anche un coro soi-disant neutrale. Vi fanno parte politici di prima e seconda fila che dicono: basta, torniamo alla realtà dei problemi del Paese. È proprio vero che "la pratica del potere ispessisce le cotenne". Queste teste gloriose, soffocate nella propria autoreferenzialità, non comprendono che è appunto questa la posta in gioco: la possibilità stessa di portare alla luce la realtà, di evitarne la distruzione, di raccontarla; di non fare incerta la distinzione tra reale e fittizio come Berlusconi pretende dai giornalisti anche a costo di annientare chi non accetta di farsi complice o disciplinato. Il dominio di Quello-Che-Comanda-Tutto passa, oggi e prima di ogni altra cosa, da questa porta. La volontà di tanti giornalisti "normali" che chiedono soltanto di fare il proprio lavoro con onestà e dignità ne esce umiliata. La loro inazione oggi non ha più una ragion d'essere di fronte alla brutalità dei "delitti" che abbiamo sotto gli occhi. La prudenza che induce tanti, troppi a decidere che qualsiasi azione o reazione sia impossibile, non li salverà. Il conformismo non li proteggerà. Il mandante dei delitti è un proprietario che conosce soltanto dipendenti docili e fedeli. Se non lo sei, ti bracca, ti sbrana, ti digerisce.

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Avvenire/ Le dieci risposte di Boffo a Feltri
''Dieci falsità: le deformazioni del Giornale e la realtà dei fatti''



Avvenire pubblica un testo articolato in dieci punti, allo scopo di chiarire definitivamente i contorni della vicenda giudiziaria che coinvolge il suo direttore Dino Boffo, fatto oggetto di accuse infamanti dal Il Giornale di Vittorio Feltri. ''Dieci falsità: le deformazioni del Giornale e la realtà dei fatti'', si intitola il testo.

1) Boffo 'noto omosessuale' e protagonista di una 'relazione' con un uomo sposato segnalata in atti del Tribunale di Terni. Questo - scrive Avvenire - e' stato affermato dal 'Giornale' sulla base di una lettera anonima diffaæmatoria, definita falsamente 'nota informativa' di matrice giudiziaria e fatta altrettanto falsamente assurgere addirittura alla dignita' di risultanza 'dal casellario giudiziario' che in realta', come ogni altro atto del procedimento, non conteneva alcun riferimento alle 'inclinazioni sessuali' e a 'relazioni' del direttore di Avvenire. Lo ha confermato il gip di Terni Pierluigi Panariello il 31 agosto: Nel fascicolo riguardante Dino Boffo non c'e' assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali

2) Boffo 'attenzionato' dalla Polizia di Stato per le sue 'frequentazioni'. Anche questa affermazione, grave e ridicola al tempo stesso, e' tratta non da atti giudiziari ma dalla stessa lettera anonima che il 'Giornale' ha utilizzato per il suo attacco a Boffo. La schedatura e' stata smentita dal ministro dell'Interno dopo pronta verifica fatta compiere nella struttura centrale e periferica della pubblica sicurezza.

3) Boffo 'querelato' da una signora di Terni. A Terni fu sporta denuncia/querela non contro Boffo, ma contro ignoti da soggetti che ben conoscevano Boffo e la voce di Boffo e che, quando hanno scoperto che era stato ipotizæzato il coinvolgimento del cellulare in uso al suo ufficio, hanno rimesso la querela.

4) Ci sono 'intercettazioni' che accusano Boffo. Solo la lettera anonima parla di intercettazioni. Agli atti, invece, ci sono tabulati dai quali emergono telefonate partite da una delle utenze mobili che erano nella disponibilita' di Boffo. Il gip di Terni Panariello lo ha confermato il 31 agosto.

5) Boffo ha dichiarato di 'non aver mai conosciuto' la donna di Terni colpita da molestie telefoniche. Come gia' detto, Boffo conosceva i destinatari delle telefonate, i quali, dunque, conoscevano la sua voce. Il 'Giornale' non puo', tuttavia, nella sua montatura accettare un elemento antitetico alla sola idea della colpevolezza di Boffo.

6) Boffo si e' difeso indicando un'altra persona come coinvolta in una storia a sfondo 'omosessuale'. L'omosessualita' in questa vicenda e' stata pruriginosamente tirata in ballo dall'estensore della famigerata 'informativa' anonima e dal 'Giornale' che ha coagulato l'attacco diffamatorio proprio su questo punto. Boffo ha solo e sempre dichiarato ai magistrati di essere arrivato alla conclusione che quel telefono cellulare, che era nella disponibilita' sua e del suo Ufficio, fosse stato utilizzato da una terza persona che si trovava nelle condizioni lavorative per farlo. Il gip di Terni ha dichiarato che tale pista sul piano giudiziario non e' stata 'approfondita' perche' non 'ritenuta attendibile da chi indagava', il quale evidentemente non conosceva i tempi e gli orari della professione giornalistica.

7) Nelle telefonate attribuite a Boffo ci sarebbero state 'intimidazioni' e 'molestie' a sfondo 'sessuale', anzi 'omossessuale'. E sarebbero state accompagnate da 'pedinamenti'. Le affermazioni del ''Giornale'' sono prive di fondamento. Boffo si e' sempre dichiarato estraneo a una vicenda nella quale, anche presa solo come e' stata presentata, sul piano giudiziario non include 'pedinamenti' ne' molestie legate alla sfera 'sessuale'. L'appiglio per chi ha cercato di far circolare un'idea opposta giace nel fatto che agli atti c'e' un riferimento ad 'allusioni' a 'rapporti sessuali'. Ma, ha specificato il gip di Terni il primo settembre, 'tra la donna e il suo compagno'.

Boffo in qualche modo ammise di essere colpevole e diede incarico al suo legale di 'patteggiare' la pena. Boffo non ha patteggiato alcunche' e ha sempre rigettato l'accusa di essere stato autore di telefonate moleste. Ha considerato a lungo la questione giudiziaria ternana senza sostanziale importanza, in particolare successivamente alla remissione di querela sporta dalle persone interessate, tanto che in occasione della ricezione del decreto penale di condanna - lo si ribadisce: successivamente alla remissione di querela da parte delle interessate - non si rivolse ad alcun legale. Boffo non aveva dato soverchio peso al decreto in questione, in quanto l'aveva ritenuto una semplice definizione amministrativa, conseguente agli effetti della remissione.

9) Boffo ha reso pubbliche 'ricostruzioni' della vicenda. Boffo non ha reso pubblica alcuna ricostruzione della vicenda e cio' che Avvenire ha pubblicato e' sotto gli occhi di tutti. Nessun'altra persona, nessun particolare, nessun ente e istituzione e' stato indicato, citato o chiamato in causa dal direttore di Avvenire. Boffo nonostante il pesantissimo attacco diffamatorio del 'Giornale' non intende consegnare niente e nessuno al tritacarne mediatico generato e coltivato dal 'Giornale'. Sul 'Giornale' anche a questo proposito si scrive il contrario. E' l'ennesima dimostrazione di come su quella testata si stia facendo sistematica e maligna disinformazione.

10) La 'nota informativa' non e' una lettera anonima diffamatoria e una 'patacca' ma il contenuto del decreto penale relativo alla vicenda di Terni. La cosiddetta 'informativa' e' un testo gravemente diffamatorio contro Boffo di incerta (per ora) origine, ma sicuramente non scritto in sede giudiziaria ne' per sede giudiziaria e non attinente alla vicenda ternana alla quale e' stato surrettiziamente 'appiccicato' all'interno di una missiva anonima dopo essere stato ideato allo scopo. Sul 'Giornale' i giornalisti autori dell'aggressione contro il direttore di Avvenire continuano, persino dopo i chiarimenti intervenuti, a sostenere la sua autenticita'. Dire che e' una 'patacca', secondo costoro, sarebbe una 'bugia'. E questo e' comprensibile visto che la campagna diffamatoria incredibilmente ingaggiata dal 'Giornale' si basa, sin dall'inizio, sulle gravissime affermazioni e deformazioni contenute in quel testo anonimo''.

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Il quotidiano di via NEgri: «Feltri ha vinto». la verità di boffo in dieci punti sul suo giornale
Boffo dà le dimissioni, Bagnasco le accetta
Non sarà più direttore di «Avvenire». La decisione al termine dei durissimi attacchi da parte del «Giornale»



MILANO - Il direttore di Avvenire Dino Boffo si è dimesso con una lettera inviata al cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana. Boffo era stato oggetto di duri attacchi da parte de Il Giornale quotidiano edito dal fratello del premier Paolo Berlusconi. «Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora per giorni e giorni una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani» scrive Boffo nella lettera a Bagnasco, presidente della Cei, nella quale presenta le dimissioni «irrevocabili» e «con effetto immediato» sia da Avvenire che dalla tv dei vescovi Tv2000 e da Radio Inblu. «La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere» ha scritto ancora Boffo nella lettera al card. Angelo Bagnasco.

«FEROCIA SMISURATA» - «L'attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano Il Giornale guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da Libero e dal Tempo - ha scritto ancora Boffo nella lettera di accompagnamento delle dimissioni -, non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l'ha oggi e non l'avrà domani». «Se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti e per quanto possibile, nella dialettica del giudizio, collaborativi - ha aggiunto - , quale futuro di libertà e responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione? Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei colleghi, il "pro" e "contro" di altri due di essi, e le mie tre risposte ad altrettante lettere che Avvenire ha dedicato durante l'estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparirà ancora più chiaramente l'irragionevolezza e l'autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico».

«FELTRI HA VINTO» - Le dimissioni sono poi state accettate dal numero uno della Cei. Nel dare la notizia delle dimissioni, il Giornale, attraverso il proprio sito web, ha parole di esultanza: : «Vittorio Feltri vince la sua prima "battaglia" da quando ha preso le redini del quotidiano di via Negri», si legge nell'articolo sulle dimissioni di Boffo.

LA CEI: «INQUALIFICABILE ATTACCO» - Dal canto suo, invece, il cardinale Angelo Bagnasco, prende atto, con rammarico delle dimissioni e rinnova a Boffo «l'inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico». Il numero uno della Cei - si legge in un comunicato - «nel confermare a Dino Boffo, personalmente e a nome dell'intero episcopato, profonda gratitudine per l'impegno profuso in molti anni con competenza, rigore e passione, nel compimento di un incarico tanto prezioso per la vita della Chiesa e della società italiana, esprime l'inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico». «No comment», invece, dalla sala stampa della Santa Sede. Interpellato, padre Federico Lombardi dichiara di non voler fare commenti. Anche la Conferenza episcopale italiana riferisce di non voler aggiungere altro rispetto alla nota diffusa.

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'VITA E FAMIGLIA VIOLENTATE'

AVVENIRE, BOFFO SI E' DIMESSO



ROMA - Dino Boffo si è dimesso dalla direzione di Avvenire con una lettera inviata al card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana. "Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora per giorni e giorni una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani". Lo scrive Dino Boffo nella lettera al card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella quale presenta le dimissioni "irrevocabili" e "con effetto immediato" sia da Avvenire che dalla tv dei vescovi Tv2000 e da Radio Inblu.

"La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni - prosegue -, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere".

"Se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti e per quanto possibile, nella dialettica del giudizio, collaborativi, quale futuro di libertà e responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione?", chiede Boffo.

"Grazie a Dio, nonostante le polemiche, e per l'onestà intellettuale prima del ministro Maroni e poi dei magistrati di Terni, si è chiarito che lo scandalo sessuale inizialmente sventagliato contro di me, e propagandato come fosse verità affermata, era una colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata", aggiunge.

Nella sua lettera di dimissioni, il direttore di Avvenire Dino Boffo afferma che sulla sua testa si é combattuta una guerra tra gruppi di potere e editoriali. Ma "Feltri non si illuda - avverte Boffo -. C'é già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando ad incamerare il risultato di questa insperata operazione", che è diventata "qualcosa di più articolato".

STAMPA CATTOLICA, GIORNATE ORRIBILI PER GIORNALISMO - L'Unione della stampa cattolica definisce "giornate orribili per il giornalismo italiano" quelle appena trascorse, dominate dalla vicenda Giornale-Boffo. "Si usano i giornali come strumenti di lotta politica e come pugnali per colpire alla schiena gli avversari del momento, come ha fatto Vittorio Feltri contro Dino Boffo - si legge in una nota pubblicata sul sito dell'Unione e diffusa anche dal Sir, agenzia della Cei - al quale i giornalisti dell' Ucsi esprimono piena solidarietà umana e professionale". "La tecnica di infangare chi esprime legittime e libere posizioni anche scomode per determinati poteri, utilizzando fonti anonime e non controllate (quando la veridicità delle fonti è notoriamente un principio base del giornalismo) - afferma l'Ucsi - è stata usata come un avvertimento minaccioso, forse diretto in particolare al mondo cattolico italiano. E' una tecnica ripetibile che deve essere stroncata sul nascere prima che dilaghi nella lotta politica, rischiando di uccidere un giornalismo che innanzitutto rispetti la dignità della persona, il diritto dei lettori ad essere correttamente informati, la pluralità delle posizioni e non consideri le 'notizie' come un manganello".

SU AVVENIRE "LE DIECI FALSITA'" DEL GIORNALE - Il direttore di Avvenire, Dino Boffo, pubblica oggi in penultima pagina del giornale, con richiamo in prima, un elenco di "dieci falsità" attribuite al Giornale di Vittorio Feltri, che sette giorni fa ha rivelato una vicenda giudiziaria che lo aveva coinvolto anni addietro. Nella rubrica "il direttore risponde", che affianca una pagina e mezza di lettere di solidarietà come accade da alcuni giorni, Boffo contesta una per una le accuse emerse in questi giorni, scegliendo una formula che ricorda le "dieci domande" di Repubblica al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Queste le 10 osservazioni del direttore del giornale dei vescovi: primo, la definizione di "noto omosessuale" non trova alcun riscontro nei documenti giudiziari.

Secondo, Boffo non è stato "attenzionato" per le suddette inclinazioni, come ha chiarito il ministro dell'Interno, negando che esista alcuna forma di "schedatura".

Terzo, non c'é mai stata una querela contro Boffo da parte di una signora di Terni, perché la denuncia era stata presentata "contro ignoti da soggetti che ben conoscevano Boffo e la voce di Boffo e che, quando hanno scoperto che era stato ipotizzato il coinvolgimento del cellulare in uso al suo ufficio, hanno rimesso la querela".

Quarto, non ci sono mai state intercettazioni, ma solo tabulati delle telefonate partite da un cellulare di Boffo. Quinto, il direttore di Avvenire conosceva la donna vittima delle molestie, che avrebbe quindi riconosciuto la sua voce se fosse stato lui a fare quelle chiamate. Sesto, non è vero che Boffo ha scaricato le accuse su una terza persona, ma ha solo dichiarato ai magistrati che quel telefono avrebbe potuto essere utilizzato da altri.

Settimo, non ci sono state "intimidazioni" né molestie a sfondo "sessuale", parola semmai riferita negli atti, come ha specificato il gip di Terni, ai rapporti tra la donna e il suo compagno.

Falso è anche , scrive il direttore di Avvenire all'ottavo punto, che lui si sia mai detto colpevole offrendosi di patteggiare la pena. "Boffo non ha patteggiato alcunché e ha sempre rigettato l'accusa di essere stato autore di telefonate moleste". Aveva invece pagato l'ammenda ritenendola "una semplice remissione amministrativa conseguente agli effetti della remissione della querela.

Boffo contesta infine di aver mai reso pubbliche "ricostruzioni" della vicenda, né chiamato in causa "nessun'altra persona, nessun ente e istituzione" e "nonostante il pesantissimo attacco diffamatorio del Giornale non intende consegnare niente e nessuno al tritacarne mediatico da questo generato e coltivato". Infine, Boffo ribadisce che la "nota informativa" citata dal Giornale altro non è che "una lettera anonima diffamatoria".

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"Un attacco capzioso e feroce"
qualcuno dovrà spiegare"
Ecco il testo integrale della lettera con la quale Dino Boffo ha rassegnato le dimissioni dalla direzione di 'Avvenire'


ROMA - Dino Boffo si è dimesso dalla direzione del quotidiano dei vescovi "Avvenire". Ecco il testo integrale della sua lettera di dimissioni inviata al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

"Da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere. L'attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano 'Il Giornale' guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da 'Libero' e dal 'Tempo', non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l'ha oggi e non l'avrà domani".

"Qualcuno, un giorno, dovrà pur spiegare perchè ad un quotidiano, 'Avvenire', che ha fatto dell'autonomia culturale e politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni civili l'atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall'onorevole Berlusconi, dovrà spiegare, dicevo, perchè a un libero cronista, è stato riservato questo inaudito trattamento.

"E domando: se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti, e per quanto possibile, nella dialettica del giudizio, collaborativi, quale futuro di libertà e di responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione? Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei colleghi, il 'pro' e 'contro' di altri due di essi, e le mie tre risposte ad altrettante lettere che 'Avvenire' ha dedicato durante l'estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparirà ancora più chiaramente l'irragionevolezza e l'autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico".

"Grazie a Dio, nonostante le polemiche, e per l'onestà intellettuale prima del ministro Maroni e poi dei magistrati di Terni, si è chiarito che lo scandalo sessuale inizialmente sventagliato contro di me, e propagandato come fosse verità affermata, era una colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata. Fin dall'inizio si era trattato d'altro.

"Questa risultanza è ciò che mi dà più pace, il resto verrà, io non ho alcun dubbio. E tuttavia le scelte redazionali che da giorni taluno continua accanitamente a perseguire nei vari notiziari dicono a me, uomo di media, che la bufera è lungi dall'attenuarsi e che la pervicace volontà del sopraffattore è di darsi ragione anche contro la ragione. Un dirigente politico lunedì sera osava dichiarare che qualcuno vuole intimorire Feltri; era lo stesso che nei giorni precedenti aveva incredibilmente affermato che l'aggredito era proprio il direttore del 'Giornale', e tutto questo per chiamare a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che evidentemente si vuole ad oltranza".

"E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo: io che c'entro con tutto questo? In una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione, io, ancora, che c'entro? Perchè devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all'ombra di questa mia piccola vicenda? E perchè, per ricostruire fatti che si immaginano fatalmente miei, devo veder scomodata una girandola di nomi, di persone e di famiglie, forse anche ignare, che avrebbero invece il sacrosanto diritto di vedersi riconosciuto da tutti il rispetto fondamentale? Solo perchè sono incorso, io giornalista e direttore, in un episodio di sostanziale mancata vigilanza, ricondotto poi a semplice contravvenzione?

"Mi si vuole a tutti i costi far confessare qualcosa, e allora dirò che se uno sbaglio ho fatto, è stato non quello che si pretende con ogni mezzo di farmi ammettere, ma il non aver dato il giusto peso ad un reato 'bagatellare', travestito oggi con prodigioso trasformismo a emblema della più disinvolta immoralità.

"Feltri non si illuda, c'è già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando ad incamerare il risultato di questa insperata operazione: bisognava leggerli attentamente i giornali, in questi giorni, non si menavano solo fendenti micidiali, l'operazione è presto diventata qualcosa di più articolato. Ma a me questo, francamente, interessa oggi abbastanza poco. Devo dire invece che non potrò mai dimenticare, nella mia vita, la coralità con cui la Chiesa è scesa in campo per difendermi: mai - devo dire - ho sentito venir meno la fiducia dei miei Superiori, della Cei come della Santa Sede.

"Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili. Ma anche qui non posso mancare di interrogarmi: io sono, da una vita, abituato a servire, non certo a essere coccolato o ancor meno garantito. La Chiesa ha altro da fare che difendere a oltranza una persona per quanto gratuitamente bersagliata".

"Per questi motivi, Eminenza carissima, sono arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettermi irrevocabilmente dalla direzione di 'Avvenire', 'Tv2000' e 'Radio Inblu', con effetto immediato. Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani, quasi non ci fossero problemi più seri e più incombenti e più invasivi che le scaramucce di un giornale contro un altro.

"E poi ci lamentiamo che la gente si disaffeziona ai giornali: cos'altro dovrebbe fare, premiarci? So bene che qualcuno, più impudico di sempre, dirà che scappo, ma io in realtà resto dove idealmente e moralmente sono sempre stato. Nessuna ironia, nessuna calunnia, nessuno sfregamento di mani che da qui in poi si registrerà potrà turbarmi o sviare il senso di questa decisione presa con distacco da me e considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio amato Paese. In questo gesto, in sè mitissimo, delle dimissioni è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta.

"In questi giorni ho sentito come mai la fraternità di tante persone, diventate ad una ad una a me care, e le ringrazio della solidarietà che mi hanno gratuitamente donato, e che mi è stata preziosa come l'ossigeno. Non so quanti possano vantare lettori che si preoccupano anche del benessere spirituale del 'loro' direttore, che inviano preghiere, suggeriscono invocazioni, mandano spunti di lettura: io li ho avuti questi lettori, e Le assicuro che sono l'eredità più preziosa che porto con me. Ringrazio sine fine le mie redazioni, in particolare quella di 'Avvenire' per il bene che mi ha voluto, per la sopportazione che ha esercitato verso il mio non sempre comodo carattere, per quanto di spontanea corale intensa magnifica solidarietà mi ha espresso costantemente e senza cedimenti in questi difficili giorni. Non li dimenticherò. La stessa gratitudine la devo al Presidente del CdA, al carissimo Direttore generale, ai singoli Consiglieri che si sono avvicendati, al personale tecnico amministrativo e poligrafico, alla mia segreteria, ai collaboratori, editorialisti, corrispondenti.

"Gli obiettivi che 'Avvenire' ha raggiunto li si deve ad una straordinaria sinergia che puntualmente, ogni mattina, è scattata tra tutti quelli impegnati a vario titolo nel giornale. So bene che molti di questi colleghi e collaboratori non condividono oggi la mia scelta estrema, ma sono certo che quando scopriranno che essa è la condizione perchè le ostilità si plachino, capiranno che era un sacrificio per cui valeva la pena.

"Eminenza, a me, umile uomo di provincia, è capitato di fare il direttore del quotidiano cattolico nazionale per ben 15 degli straordinari anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: è stata l'avventura intellettuale e spirituale più esaltante che mi potesse capitare. Un dono strepitoso, ineguagliabile. A Lei, Eminenza carissima, e al cardinale Camillo Ruini, ai segretari generali monsignor Betori e monsignor Crociata, a ciascun Vescovo e Cardinale, proprio a ciascuno la mia affezione sconfinata: mi è stato consentito di essere, anzi sono stato provocato a pormi quale laico secondo l'insegnamento del Concilio, esattamente come avevo studiato e sognato negli anni della mia formazione.

"La Chiesa mia madre potrà sempre in futuro contare sul mio umile, nascosto servizio. Il 3 agosto scorso, in occasione del cambio di direzione al quotidiano 'Il Giornale', scriveva Giampaolo Pansa: 'Dalla carta stampata colerà il sangue e anche qualcosa di più immondo. E mi chiedo se tutto questo servirà a migliorare la credibilità del giornalismo italiano. La mia risposta è netta: no. Servirà soltanto a rendere più infernale la bolgia che stiamo vivendo'.
Alla lettura di queste righe, Eminenza, ricordo che provai un certo qual brivido, ora semplicemente sorrido: bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po' meno arie e imparassimo ad essere un po' più veri secondo una misura meno meschina dell'umano. L'abbraccio, con l'ossequio più affettuoso".
Firmato, Dino Boffo

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Berlusconi chiede un milione di euro al quotidiano “La Repubblica”
Articolo di Politica interna, pubblicato venerdì 28 agosto 2009 in Francia.
[Le Monde]


Il capo del governo italiano, Silvio Berlusconi, chiede un milione di euro di danni a La Repubblica, giudicando “diffamatorie” le dieci domande sulla sua vita privata pubblicate quotidianamente, afferma, venerdì 28 agosto, il quotidiano. “Per la prima volta nella storia dell’informazione in Italia, le domande di un giornale si ritrovano davanti ad un tribunale civile”, scrive il giornalista Luciano Nigro.

La richiesta (messa online dal giornale) depositata davanti al tribunale di Roma e firmata da Silvio Berlusconi il 24 agosto riguarda le domande che La Repubblica pubblica ogni giorno da diversi mesi a proposito degli scandali riguardanti la vita privata del Cavaliere. Il giornale chiede in particolare al capo del governo di spiegare l’origine delle sue relazioni con la giovane Noemi Letizia, il numero dei suoi incontri con la ragazza e dove questi hanno avuto luogo.

Vuole anche sapere se Silvio Berlusconi era al corrente della professione esercitata dalle ragazze invitate nella sua residenza romana, tra cui l’escort girl Patrizia D’Addario. Gli viene chiesto anche di assicurare che le sue “frequentazioni non hanno compromesso” il buon andamento degli affari di Stato. Pur riconoscendo di non essere “un santo”, il capo del governo ha smentito più volte di frequentare delle minorenni, cosa di cui è stato accusato da sua moglie, e di ignorare le virtù delle ragazze invitate nella sua residenza.

“El Pais” è già stato oggetto di una querela a giugno

Le domande de La Repubblica sono “manifestamente diffamatorie” poiché “il lettore è portato a pensare che le frasi formulate non siano delle domande ma delle affermazioni”, sottolinea la richiesta. Egli afferma che la richiesta di danni riguarda anche un’informazione pubblicata il 6 agosto da La Repubblica che riprendeva alcune parti di un articolo di un settimanale francese, Le Nouvel Observateur, che evocava l’ipotesi di una infiltrazione della mafia russa al vertice delle Stato italiano a proposito dell’inchiesta per corruzione su un imprenditore legato a Patrizia D’Addario.

La pubblicazione delle fotografie delle feste tenute nella villa del Cavaliere in Sardegna, nelle quali apparivano anche delle donne a seno nudo, avevano già provocato l’ira di Silvio Berlusconi, che aveva annunciato di querelare il quotidiano spagnolo El Pais nel giugno scorso.

[Articolo originale "Berlusconi réclame un million d'euros au journal "La Repubblica"" di Le Monde]


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documento dei giornalisti del quotidiano dopo le dimissioni di Boffo
La redazione di Avvenire:
«Macelleria mediatica»
«E' l'amaro e sconcertante esito di questo plateale e ripugnante attacco»


MILANO - La redazione di Avvenire non usa mezzi termini: «Aggressione senza precedenti», «attacchi», «indescrivibile violenza», «gioco al massacro». Tutto questo ha subito nell'ultima settimana Dino Boffo, dall'uscita del primo articolo de Il Giornale su di lui, secondo i giornalisti de L'Avvenire e Marco Tarquinio, che ha preso il suo posto ad interim alla direzione, dopo le dimissioni presentate stamani dallo stesso Boffo. I redattori delle sedi milanese e romana, poco dopo la comunicazione delle dimissioni, si sono riuniti per oltre due ore in assemblea nella redazione di piazza Carbonari, a Milano.

MACELLERIA MEDIATICA - Ne sono usciti con un documento per denunciare la «operazione di bassa macelleria mediatica» che ha portato Boffo a lasciare la direzione. Un «atto di stile e di generosità» il suo, secondo l'assemblea di redazione, «l'amaro e sconcertante esito di questo plateale e ripugnante attacco» a cui «Boffo e l'intera redazione sono sottoposti da una settimana». I giornalisti del quotidiano della Cei individuano in Vittorio Feltri il principale responsabile: «Il direttore de Il Giornale - e gli altri che via via si sono accodati - nascondendosi dietro al diritto di cronaca ha frantumato la deontologia del nostro mestiere, ha calpestato i sentimenti e l'onore di Boffo e della sua famiglia» dimostrando «un grande disprezzo per le notizie che contraddicevano le sue presunte verità». È stata colpita, hanno aggiunto i redattori, «la voce autorevole e libera dei cattolici». I giornalisti intendono ora «proseguire, senza lasciarsi intimidire, nel lavoro di informazione libera». Di continuità ha parlato anche il nuovo direttore ad interim Tarquinio: «Faremo il giornale che abbiamo sempre fatto per raccontare l'Italia. Lo abbiamo fatto anche in questi giorni di attacchi», Riferendosi all'«aggressione mediatica», poi, ha affermato: «Noi siamo una piccola nave, altri hanno bandiere più grandi e bocche di fuoco e le hanno usate tutte per una pessima causa».

DIRETTORE AD INTERIM - Il cda del giornale ha nominato Tarquinio ad interim, in attesa di sciogliere la riserva su una sua conferma alla direzione o su un'eventuale nuova nomina. Riguardo alla seconda ipotesi, circola il nome di Gianfranco Fabi, attuale direttore di "Radio24". Intanto domani sulla prima pagina del quotidiano dei vescovi uscirà l'ultimo editoriale di Boffo. «Nell'ultimo pezzo - ha chiarito Domenico Montalto, rappresentate del comitato di redazione - Boffo spiegherà che con queste dimissioni è più libero di difendersi senza coinvolgere il giornale».


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Analisi dell'Economist in un articolo in cui esamina lo scontro di Berlusconi
con la S. Sede e la Ue. Il Telegraph: "Superman sfida l'Europa"
"Il raffreddamento di rapporti con la Chiesa
segnò l'inizio della fine del governo di Prodi"
La D'Addario alla Tv francese: "Il premier era molto affettuoso"
The Independent: "Vuole censurare Videocracy a Venezia"


di ENRICO FRANCESCHINI e ANAIS GINORI

LONDRA - "Il risultato (dell'attacco del Giornale all'Avvenire) è uno scontro aperto tra la Chiesa e Berlusconi. Un simile raffreddamento di relazioni segnò l'inizio della fine per il precedente governo di centro-sinistra italiano". Questo è la previsione del settimanale Economist, nel numero che va in edicola domani. La prestigiosa testata britannica, considerata il primo vero settimanale globale al mondo, con un milione e mezzo di copie vendute in tutti i continenti, paragona insomma lo stato dei rapporti tra Berlusconi e la Chiesa a quello che precedette la caduta del governo di Romano Prodi. Il settimanale fa questa analisi all'interno di un articolo intitolato: "Superman colpisce ancora", centrato sui crescenti problemi del premier italiano nei suoi rapporti con il mondo cattolico, l'Unione europea e i giornali di opposizione o stranieri.

"Berlusconi cerca di censurare un film sulla sua vita amorosa", titola invece il quotidiano britannico Independent, riferendo che tuttavia l'iniziativa del premier italiano sembra avere ottenuto un effetto contrario a quello sperato, perché "gli italiani corrono a vedere" il film che il Cavaliere voleva bloccare. In una corrispondenza da Venezia, il giornale londinese ricostruisce la storia di "Videocracy", il documentario di Erik Gandini che verrà proiettato stamani alla mostra internazionale del cinema, in cui si accusa Berlusconi di avere creato, attraverso il suo impero televisivo, una frivola cultura dei media con "donne mezze nude" e immagini sciovinistiche. L'Independent scrive che il divieto alla messa in onda di un breve spezzone del film sulle reti della Rai, che lo hanno giudicato "offensivo", e una decisione analoga presa dalle reti di Mediaset, ha causato un soprendente interesse nel documentario, non solo nell'ambito della mostra di Venezia: le richieste delle sale cinematografiche italiane per averne una copia e mostrarlo al pubblico sono raddoppiate, salendo in pochi giorni da 35 a 70, "con centinaia di proiezioni" in più di quelle originariamente previste.

"Il divieto indica il livello di tensione che c'è in Italia riguardo a quello che va in onda in tivù", dice il regista, intervistato dal quotidiano londinese. "Quello che non appare in tivù non esiste, e all'inizio ero spaventato dal divieto, ma il giorno seguente c'è stata una enorme esplosione di interesse su internet, le sale per la proiezione sono raddoppiate e la gente lo diffonde anche su Facebook". Negli ultimi trent'anni, continua Gandini, "l'Italia è stata inondata dalle tv di Berlusconi, che hanno un sacco di donne seminude e di trivialità. Queste cose vengono presentate come innocue ma è una cultura molto pericolosa. La tivà italiana è molto superficiale e sciovinistica. Nel film io sostengo la tesi che la personalità di Berlusconi viene riflessa dalle sue tivù. Non dico che egli sia il solo responsabile della cultura televisiva dell'Italia di oggi, ma quel che vediamo in tivù è molto vicino a ciò che lui è".

A un altro aspetto del caso è dedicato un articolo del Daily Telegraph, che titola su "Superman Berlusconi sfida la Ue", riportando le dichiarazioni dell'altro giorno in cui il premier ha negato di essere "malato", come aveva indicato per prima sua moglie Veronica annunciando la richieta di divorzio, dicendo: "Basta guardare a quel che ho fatto in 15 mesi di governo per capire che non sono in cattiva salute, sono Superman".

La frase su Berlusconi "Superman" campeggia sui titoli di vari altri giornali, perfino in Australia e in Asia. Osservando che fa parte di una offensiva che ha messo nel mirino i giornali critici, la Chiesa, l'Unione Europea, il Telegraph chiede il parere di James Wakston, docente di studi politici alla American University di Roma, il quale commenta: "Sono segnali che il premier si sente minacciato. Se uno ha un minimo di buon senso, non attacca la Chiesa in questo paese, perché è un'istituzione molto, molto potente, che esiste da ben più tempo dello stato italiano. Quel che Berlusconi sta facendo sembra il riflesso di una crescente intolleranza a ogni forma di dissenso. Le differenze di opinione fanno parte del processo democratico, ma lui è convinto che, poiché è stato eletto, può fare tutto quello che vuole".

In Spagna, El Pais titola sul proseguimento della "campagna d'autunno" di Berlusconi contro la stampa, con la citazione in giudizio contro l'Unità e la richiesta di 3 milioni di euro di risarcimento danni. Lo spagnolo Abc riporta il commento dell'Unità che paragona l'iniziativa "al tentativo di chiudere il nostro giornale durante il fascismo", mentre el Periodico dell'Extramadura titola sul "pragmatismo osceno" di coloro, come Berlusconi, che hanno fatto visita al colonnello Gheddafi nel quarantennale della sua ascesa al potere in Libia.

E dopo essere stata invitata per una serata in una discoteca parigina a fine luglio, Patrizia D'Addario torna in Francia per essere intervista dal programma "Accés Privé", presentato da Virginie Guilhaume. "L'escort girl de Berlusconi temoigne" è il titolo della lunga intervista che andrà in onda sabato pomeriggio sul canale privato M6. "Berlusconi era molto affettuoso, mi ha toccata davanti a tutte le ragazze" ricorda la D'Addario a proposito della sua prima serata a Palazzo Grazioli. Oggi la donna confessa all'intervistatrice di "avere paura" e di "sentirsi minacciata" in Italia.

I quotidiani francesi continuano a seguire con attenzione le vicende italiane anche oggi. Le Figaro pubblica un articolo sul tentativo di Berlusconi di "zittire" i portavoce della Ue. "Ancora una volta, Berlusconi si è innervosito" scrive il quotidiano conservatore che cita le contraddizioni sull'immigrazione del governo italiano. Anche Le Monde si occupa delle ultime dichiarazioni del premier sull'Ue, ricordando che "non è la prima volta che attacca Bruxelles". France Soir sostiene che nelle ultime ore gran parte del "capitale politico di Berlusconi è stato dilapidato" e che l'attacco a Dino Boffo ha provocato uno "tsunami" di reazioni. Il caso Italia finisce anche su molti settimanali. "Challenges" spiega che "la Chiesa ha deciso il divorzio da Silvio Berlusconi".


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Il NyTimes e il Times commentano le dimissioni del direttore di Avvenire
«Boffo è l'ultima vittima di Berlusconi»
«Un quotidiano cattolico dovrebbe stare attento a non criticare la vita privata del premier»


ROMA - «Un giornalista italiano è l'ultima vittima di Berlusconi». Questo il titolo con cui l'edizione online del New York Times punta l'attenzione sulle dimissioni del direttore dell'Avvenire Dino Boffo. «Nell'ultimo round di un litigio sempre più feroce, senza usare i guanti, tra Chiesa e Stato, il direttore cattolico si è dimesso, pochi giorni dopo che un quotidiano legato al premier Silvio Berlusconi lo aveva accusato di essere un omosessuale destinatario di una causa legale per molestie», si legge nel New York Times, secondo cui il messaggio dell'attacco del Giornale era stato chiaro: «un quotidiano cattolico dovrebbe stare attento a non criticare la vita privata del premier». Il giornale newyorkese sottolinea poi come «critici ed alleati dicono che Berlusconi si sta gettando in acque pericolose, creando un ambiente dove ogni tipo di criticismo è visto come slealtà ».

IL TIMES: «ATTACCHI OMOFOBICI» - Anche il sito web del britannico The Times dedica ampio spazio alle dimissioni del responsabile del quotidiano della Cei. «Il direttore cattolico Dino Boffo si dimette dopo gli attacchi "omofobici" del giornale di Berlusconi», è il titolo dell'articolo che riporta le reazioni di politici e alti prelati alle dimissioni. Tra cui quelle di «un esultante» Vittorio Feltri, direttore del Giornale, che ha detto «è la prima vittoria nella battaglia». Giunta tuttavia - evidenzia il Times - «al prezzo di una disastrosa crepa tra Berlusconi e il Vaticano, che aveva sostenuto Boffo».


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Due fronti per recuperare la fiducia della Chiesa: biotestamento
e accordo con l'Udc di Casini per le prossime elezioni regionali
"Sono stato io il primo a pagare"
il premier teme la reazione cattolica
di FRANCESCO BEI



ROMA - La notizia delle dimissioni del direttore di Avvenire viene battuta dalle agenzie mentre il Consiglio dei ministri è agli sgoccioli. Gianni Letta l'aveva saputa in anticipo, direttamente dal cardinale Bagnasco, comunicandola al premier. "Mi dispiace umanamente per lui, ma io non c'entro nulla. Del resto - è il commento di Berlusconi che filtra oltre la cortina del silenzio - sono stato io il primo a pagare per questa campagna di fango". Resta il problema della Chiesa italiana, il timore di Berlusconi dei contraccolpi che la caduta di Boffo può provocare nei rapporti tra la Santa sede e il governo. Un problema che assilla il Cavaliere vista l'insistenza con cui smentisce "frizioni" con il Vaticano e ribadisce ogni volta che il legame "resta eccellente come sempre".

Senza contare quelle voci che sono arrivate anche al suo orecchio, rumors di spallate in arrivo, di nuove rilevazioni giudiziarie, di un coagularsi di forze ostili al suo governo. Insomma Berlusconi è consapevole della necessità e dell'urgenza di mettere in campo delle contromisure, in primis per disinnescare quella crisi di fiducia con il mondo cattolico culminata con gli attacchi del Giornale (ma anche di Libero e Panorama) a Dino Boffo. Che fare? "Dovremo lavorare duramente sulle cose concrete - ha detto ieri il capo del governo in apertura del Consiglio dei ministri - , l'opposizione e i giornali ci attaccano, ma noi ce ne dobbiamo infischiare. Anche perché i sondaggi ci danno sempre altissimi come fiducia, io sono oltre il 68 per cento. E poi...". "E poi", ha aggiunto, "c'è da decidere al più presto una linea sul testamento biologico e sulle regionali".

Ecco i due fronti su cui far scattare la controffensiva: biotestamento e accordi sulle candidature per le regionali di marzo. Sul testamento biologico ci sarà presto una riunione che stabilirà la linea ufficiale e sarà quella di restar fermi anche alla Camera, nella sostanza, sul testo uscito dal Senato. Salvo l'ovvia "libertà di coscienza" per i finiani dissidenti.

"Dobbiamo capire cosa fare con Casini - ha poi proseguito il premier passando a parlare di regionali -, se dobbiamo lasciarlo andare da solo o se invece non ci convenga provare un accordo". Domanda retorica se è vero che Berlusconi avrebbe già affidato a Franco Frattini l'incarico di trattare riservatamente con Casini le condizioni per un'alleanza con il Pdl. L'accordo con il "figliol prodigo" insomma è un tassello fondamentale della strategia di Berlusconi. Non solo per riallacciare un rapporto positivo con la Cei (fu proprio Dino Boffo, al Tg1, poche settimane prima delle elezioni anticipate del 2008, a cercare di convincere Berlusconi a tenere l'Udc nella coalizione), ma anche per vincere a man bassa le regionali e mettere un freno a tutte le manovre di chi vorrebbe disarcionarlo. Dai calcoli che hanno fatto vedere al premier sarebbero infatti 7 su 13 le regioni in cui l'apporto dei centristi è determinante: il Piemonte, la Liguria, le Marche, il Lazio, la Campania, la Puglia e la Calabria. Ma il sudoku delle regionali si sta rivelando più complesso del previsto.

La Lega infatti ha alzato il prezzo e pretende tre regioni "pesanti", mentre Berlusconi non può permettersi di cedere la Lombardia perché teme l'ira di Formigoni e paventa un suo immediato passaggio tra i centristi. I problemi si complicano anche guardando al Veneto, visto che al governatore Galan, in cambio di suo eventuale sacrificio, il premier avrebbe in mente di proporre un posto in Consiglio dei ministri. Per far questo, s'intende, sarebbe necessario un rimpasto.

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La solidarietà tardiva della segreteria di Stato al direttore
dell'Avvenire Boffo e un progetto politico con Casini e Montezemolo
Nella frattura fra Bertone e Bagnasco
spunta il piano per il "Nuovo Centro"

di MASSIMO GIANNINI



"E ADESSO niente sarà più come prima...". Non è un anatema. Piuttosto è una presa d'atto, dura ma netta, quella che si raccoglie Oltre Tevere in queste ore difficili e amare. Se è vero che Dino Boffo è "l'ultima vittima di Berlusconi", come scrive persino il New York Times, è chiaro che questa vicenda apre una doppia, profonda ferita. Sul corpo della Chiesa, già attraversato da divisioni latenti. E nel rapporto tra Santa Sede e governo, già destabilizzato da incomprensioni crescenti.

Per la Chiesa, il doloroso sacrificio di Boffo nasconde la frattura che si è aperta tra Segreteria di Stato e Conferenza Episcopale. Per rendersene conto basta ricostruire le tappe che hanno portato alla drammatica uscita di scena del direttore di Avvenire. Venerdì scorso si consuma il primo atto, con l'operazione di killeraggio del Giornale e il conseguente annullamento della Cena della Perdonanza tra Bertone e Berlusconi. Un colpo a freddo, che nelle alte gerarchie nessuno si aspettava, ma che innesca reazioni differenti. Nel fine settimana Boffo comincia a meditare sull'ipotesi delle dimissioni. L'idea prende materialmente corpo lunedì mattina, quando sul Corriere della Sera esce un'intervista al direttore dell'Osservatore Romano. Una sortita altrettanto inaspettata, quella di Gian Maria Vian, che giudica "imprudente ed esagerato" un certo modo di fare giornalismo dell'Avvenire e conclude con un sibillino "noi non ci occupiamo di polemiche politiche contingenti".

Per l'intera mattinata Boffo aspetta una correzione di tiro della Segreteria di Stato. Ma non arriva nulla. Oltre Tevere si racconta di una telefonata di Bagnasco: "Scusate, ma quell'intervista è cosa vostra?", avrebbe chiesto a Bertone. "Non lo è - sarebbe stata la risposta - e ci siamo anche lamentati con Vian, che ha impropriamente parlato in prima persona plurale". Ma questo è tutto. Dalla Segreteria di Stato non esce nulla di pubblico. Così, lunedì pomeriggio Boffo va personalmente da Bagnasco, e gli consegna la sua lettera di dimissioni. Mentre il direttore parla con il cardinale, arriva la telefonata di Ratzinger, che chiede: "Il dottor Boffo come sta? Mi raccomando, deve andare avanti...". Il presidente della Cei riferisce a Boffo, che di fronte al Papa non può certo tirarsi indietro.

Martedì mattina lo scenario in parte cambia. Repubblica dà la notizia: solidarietà del Pontefice a Boffo. Solo a quel punto, molte ore dopo, il direttore della Sala Stampa Vaticana padre Lombardi annuncia che Bertone ha effettivamente telefonato al direttore di Avvenire, per offrirgli il suo sostegno. Ma sono passati ben cinque giorni dal siluro di Feltri, prima che la Segreteria di Stato muovesse un passo ufficiale. Intanto Boffo è rimasto sulla graticola. E nel frattempo persino monsignor Fisichella, nel silenzio della Curia, contesta apertamente il quotidiano per le critiche al governo sull'immigrazione.

Mercoledì Feltri torna all'attacco, e sostiene che la "nota informativa" che getta fango sulla vita privata di Boffo è una velina uscita dal Vaticano. Padre Lombardi smentisce. E aggiunge l'ultima novità: papa Ratzinger ha chiamato il cardinal Bagnasco, per avere notizie "sulla situazione in atto". Ma dalla Segreteria di Stato ancora silenzio. Così si arriva al colpo di scena di ieri: dopo una settimana di fuoco incrociato, il direttore di Avvenire getta la spugna e se ne va.

Ma perché all'offensiva volgare e violenta del Giornale la Santa Sede ha fatto scudo in modo così discontinuo e frammentato? "Qui - secondo la ricostruzione che si raccoglie negli ambienti della Cei - si apre la frattura con l'episcopato". Il cardinal Bertone, due anni fa, aveva lanciato la candidatura di Bagnasco alla Conferenza episcopale con una convinzione, che la realtà dei fatti ha presto svilito in pia illusione: trasformare la conferenza dei vescovi in una "cinghia di trasmissione" della Santa Sede, dopo la stagione troppo lunga dell'autoreferenzialità ruiniana. Il tentativo è fallito, ben prima che scoppiasse il caso Avvenire e che scattasse l'imboscata mediatica ordita dal Cavaliere e dai suoi giornali ai danni del direttore.

"Lo stesso Bertone lo ha riconosciuto - raccontano Oltre Tevere - quando qualche settimana fa si è lasciato scappare che la nomina di Bagnasco è stato il suo errore più grave. E certe cose, in questi palazzi, si vengono a sapere molto presto...". Secondo questa stessa ricostruzione, il caso Boffo precipita proprio in questa faglia, che divide Bertone da Bagnasco. E in questa faglia si inserisce anche l'ultima, clamorosa indiscrezione di queste ore: cioè quello che Oltre Tevere qualcuno definisce "il Piano Esterno". Contrariamente a quello che si pensa - raccontano - "il Segretario di Stato non vuole una Cei schierata con Berlusconi, che considera ormai già fuori dai giochi. Il vero progetto che sta a cuore alla Santa Sede riguarda la nuova aggregazione di centro, che ora avrebbe Pierferdinando Casini come perno politico, e che in futuro vedrebbe Luca di Montezemolo come punto di riferimento finale".

A questo "Piano Esterno" si starebbe lavorando da tempo, tra Segreteria di Stato e una piccola, ristretta cerchia di intellettuali esterni, laici e cattolici, che orbitano intorno al Vaticano e allo stesso direttore dell'Osservatore Vian. Vera o falsa che sia, questa ipotesi spiega molto di quello che è accaduto e può ancora accadere. Bertone - sostengono ambienti vicini alla Cei - potrebbe aver gestito il caso Boffo proprio in questa logica: usare l'aggressione al direttore di Avvenire prima per rimettere in riga l'episcopato, e poi per assestare il colpo finale contro il presidente del Consiglio, aprendo le porte del paradiso alla Cosa Bianca di Casini e Montezemolo. Di qui, fino a ieri, la difesa intermittente e quasi forzata a Boffo. Di qui, da domani in poi, la rottura definitiva e irrimediabile con Berlusconi. "Niente sarà più come prima", appunto. Vale per la Chiesa di Roma, ma vale anche per il Cavaliere di Arcore.
m.giannini@repubblica.it

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Il delitto è compiuto
di GIUSEPPE D'AVANZO

DINO BOFFO, direttore dell'Avvenire, si è dimesso e non tiene conto discutere del sicario. È stato pagato per fare il suo sporco lavoro, se l'è sbrigata in fretta. Ora se ne vanta e si stropiccia le mani, lo sciagurato. Appare oggi più rilevante ricordare come è stato compiuto il delitto; chi lo ha commissionato e perché; quali sono le conseguenze per noi tutti: per noi che viviamo in questa democrazia; per voi che leggete i giornali; per noi che li facciamo.

Dino Boffo è stato ucciso sulla pubblica piazza con una menzogna che non ha nulla a che fare - né di diritto né di rovescio - con il giornalismo, ma con una tecnica sovietica di disinformazione che altera il giornalismo in calunnia. Il mondo anglosassone ha un'espressione per definire quel che è accaduto al direttore dell'Avvenire, character assassination, assassinio mediatico. Il potere che ci governa ha messo in mano a chi dirige il Giornale del capo del governo - una sorta di autoalimentazione dell'alambicco venefico a uso politico - un foglio anonimo, redatto nel retrobottega di qualche burocrazia della sicurezza da un infedele servitore dello Stato. C'era scritto di Boffo come di "un noto omosessuale attenzionato dalla Polizia di Stato". L'assassino presenta quella diceria poliziesca come un fatto, addirittura come un documento giudiziario.

È un imbroglio, è un inganno. Non c'è alcuna "nota informativa". È soltanto una ciancia utile al rito di degradazione. L'assassino la usa come un bastone chiodato e, nel silenzio degli osservatori, spacca la testa all'errante. L'errore di Boffo? Ha criticato, con i toni prudentissimi che gli sono propri e propri della Chiesa, lo stile di vita di Silvio Berlusconi. Ha lasciato che comparissero sulle pagine del quotidiano della Conferenza episcopale l'amarezza delle parrocchie e dei parroci, il disagio dei credenti e del mondo cattolico più popolare dinanzi all'esempio di vita di Quello-Che-Comanda-Tutto.

Ora che c'è un morto, viene il freddo alle ossa pensare che anche una prudente critica, una sorvegliata disapprovazione può valere, nell'infelice Paese di Berlusconi, il prezzo più alto: la distruzione morale e professionale. Ma soltanto le prefiche e gli ipocriti se ne possono meravigliare. Da mesi, il presidente del Consiglio ha rinunciato ad affermare la legittimità del suo governo per mostrare, senza alcuna finzione ideologica, come la natura più nascosta del suo potere sia la violenza pura. Con l'assassinio di Dino Boffo, prima vittima della "campagna d'autunno" pianificata con lucidità da Berlusconi (ha lavorato a questo programma in agosto dimenticando la promessa di andare all'Aquila a controllare i cantieri della ricostruzione), questa tecnica di dominio politico si libera di ogni impaccio, di ogni decenza o scrupolo democratico.

Berlusconi decide di muovere contro i suoi avversari, autentici e presunti, tutte intere le articolazioni del multiforme potere che si è assicurato con un maestoso conflitto d'interesse. Stila una lista di nemici. Vuole demolirli. Licenzia quelli tra i suoi che gli appaiono pirla, fessi, cacaminuzzoli. Vuole sicari pronti a sporcarsi le mani. È il padrone di quell'industria di notizie di carta e di immagini. Muove come vuole. È anche il presidente del Consiglio e governa le burocrazie della sicurezza (già abbiamo visto in un'altra stagione i suoi servizi segreti pianificare la demolizione dei "nemici in toga").

Il potere che ci governa chiede e raccoglie nelle sue mani le informazioni - vere, false, mezze vere, mezze false, sudicie, fresche o ammuffite - che possano tornare utili per il programma di vendetta e punizione che ha preparato. Quelle informazioni, opportunamente manipolate, sono rilanciate dai giornali del premier nel silenzio dei telegiornali del servizio pubblico che controlla, nell'acquiescenza di gruppi editoriali docili o intimiditi. È questo il palcoscenico che ha visto il sacrificio di Dino Boffo ordinato da Quello-Che-Comanda-Tutto.

È la scena dove ora salmodiano il coro soi-disant neutrale, le anime fioche e prudenti in cerca di un alibi per la loro arrendevolezza, gli ipocriti in malafede che, riscoprendo fuori tempo e oltre ogni logica la teoria degli "opposti estremismi" mediatici, accomunano senza pudore le domande di Repubblica alle calunnie del Giornale; un'inchiesta giornalistica a un rito di degradazione sovietico; la vita privata di un libero cittadino alla vita di un capo di governo che liberamente ha deciso di rendere pubblica la sua; la ricerca della verità all'uso deliberato della menzogna.

È questa la scena che dentro le istituzioni e nel Paese dovrebbe preoccupare chiunque. Per punirlo delle sue opinioni, un uomo è stato disseccato, nella sua stessa identità, da una mano micidiale che ha raccolto contro di lui il potere della politica, dello Stato, dell'informazione, dei giornali di proprietà del premier usati come arma politica impropria. Nei cromosomi della democrazia c'è la libertà di stampa e, come si legge nell'articolo 21 della Costituzione, "il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero". È questa libertà che è stata umiliata e schiacciata con l'assassinio di Dino Boffo. Lo si vede a occhio nudo, anche da lontano. "Un giornalista è l'ultima vittima di Berlusconi", scrive il New York Times. Chi, in Italia, non lo vuole vedere e preferisce chiudere gli occhi è un complice degli uccisori e di chi ha commissionato quel character assassination.

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L'aggressione e la ferita
Non capita spesso che il direttore del giornale dei vescovi italiani si dimetta per un attacco del quotidiano di proprietà del fratello del premier. Eppure è quanto è avvenuto ieri, al termine di una settimana che si può definire eufemisticamente concitata e torbida. E sarà difficile, nonostante gli sforzi imbarazzati e francamente un po’ penosi di alcuni esponenti del centrodestra, cancellare l’impressione di un’intimidazione contro i vertici di Avvenire per le critiche alla vita privata di Silvio Berlusconi.

Il tentativo di dirottare la responsabilità sull’offensiva martellante degli avversari contro le vicende personali del presidente del Consiglio è comprensibile. Ma finisce per rendere ancora più evidente la gravità e la miopìa dell’aggressione a Dino Boffo e al suo giornale, di certo non catalogabili come esponenti di una stampa militarizzata; né tanto meno prevenuti verso Berlusconi e il suo governo. Al di là dei rilievi che si possono muovere al modo in cui il direttore di Avvenire si è difeso da accuse mescolate al fango delle lettere anonime, prevale la sensazione di un’operazione politicamente poco lucida, oltre che inquietante. Fra le righe amare della lettera di dimissioni si intravede un filo di sarcasmo verso un’aggressione «vittoriosa » che potrebbe rivelarsi un boomerang per palazzo Chigi.

Certo non oggi, né domani, perché ha ragione Berlusconi a dire che i rapporti con la Santa Sede rimangono eccellenti; e quelli con la Cei non potranno non rimanere di collaborazione. Ma una ferita si è prodotta. E per una parte di quel mondo, a torto o a ragione, si tratta di uno strappo violento e inaspettato. Fermarsi a questo significherebbe tuttavia offrire una fotografia incompleta di un brutto capitolo: per la politica, per il giornalismo. E per la Chiesa cattolica. Non si può trascurare l’immagine di confusione e di ambiguità offerta, soprattutto nella fase iniziale, dalle gerarchie ecclesiastiche. I distinguo, le ipocrisie, il senso di sbandamento e il cinismo, trasmessi da chi oltre Tevere ha dato l’impressione di utilizzare la vicenda per regolare vecchi e nuovi conti, sono apparsi a dir poco sconcertanti.

Lo scontro sembra aver svelato, più che provocato, lo sgretolamento di una sorta di Prima Repubblica cattolica. Solo nelle ultime ore si è ricomposta un’unità che ha attenuato il sospetto di una lotta di potere fra Segreteria di Stato e Cei, e non solo. Anche lì, dunque, la vicenda lascia indovinare una ferita aperta. D’altronde, al ringraziamento ai vescovi ed alla Santa Sede, Boffo affianca una bordata a «qualche vanesio irresponsabile che ha parlato a vanvera»: un atto d’accusa a chi, in Vaticano, ha attaccato Avvenire e difeso il governo nei momenti più drammatici dello scontro. Boffo esce di scena pagando un prezzo ben superiore a qualunque responsabilità; e con la consapevolezza di un giornalista più che corretto ma convinto di non potere restare al timone come un’«anatra zoppa ». In realtà, a uscire lesionati sono in molti, anche se forse non se ne rendono conto.
Massimo Franco

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La notizia delle dimissioni del direttore di Avvenire sui giornali stranieri
El Pais: «Berlusconi, pericolo pubblico»
«Vuole liquidare i media che resistono al suo dominio». The Indipendent: «Boffo è il primo scalpo della battaglia»



ROMA - Sulla stampa estera c'è un ampio risalto per le dimissioni del direttore dell'Avvenire Dino Boffo. Il più dure è stato il quotidiano spagnolo El Pais, che ha definito il premier Silvio Berlusconi un «pericolo pubblico». E' durissimo l'affondo del quotidiano spagnolo, che titola «Berlusconi riesce ad obbligare il direttore del giornale dei vescovi alle dimissioni». Nel sommario, si legge: «I media del Cavaliere hanno pubblicato un supposto scandalo sessuale di Boffo». Sempre il quotidiano madrileno, in un editoriale ripercorre poi la battaglia del premier contro la Repubblica e quella del Giornale contro L'Avvenire e mette in risalto che «ora Berlusconi, oltre a controllare l'informazione pubblica, vuole liquidare i media, nazionali e stranieri, che resistono al suo dominio. Ha anche chiesto agli imprenditori di non pubblicizzare i loro prodotti sui quotidiani che lo criticano». Quest' uomo - conclude l'articolo - «è ridicolo, come ha detto sua moglie, ma è anche un pericolo pubblico».
I giornali esteri, nelle loro edizioni cartacee e online mettono in evidenza lo scontro mediatico - traIl Giornale, legato alla famiglia Berlusconi, e il quotidiano dei vescovi - che ha portato, dopo giorni di polemiche, alle dimissioni di Boffo. «Il quotidiano cattolico perde un round nella battaglia sul sesso in Italia», titola The International Herald Tribune, edizione europea del New York Times. Secondo l' articolo, che in parte riprende quello pubblicato giovedì nell'edizione online, «Berlusconi gode di un vasto consenso popolare e governa con un'opposizione frammentata e inefficace ma sembra inspiegabilmente disinteressato a trasformare questo potere in un'agenda politica valida e coerente». Il quotidiano ripercorre poi le polemiche governo-Vaticano e riporta le reazioni di politici e alti prelati alle dimissioni di Boffo. E, alla fine, evidenzia che «mentre Berlusconi e i suoi difensori si occupano della facciata, le fondamenta dell' Italia non sono sane», con un debito pubblico che nel 2010 «raggiungerà il 116% del Pil», un'evasione fiscale «incontrollata», una «bassa» occupazione e pensioni che «portano via il 30%» della spesa pubblica. «Come nella sua vita privata - conclude l'articolo - Berlusconi non ammette che tutto è sbagliato nell'economia».

WALL STREET JOURNAL: «BOFFO VITTIMA DELLA GUERRA MEDIATICA» - Negli Stati Uniti, il Wall Street Journal titola «La guerra mediatica alimenta lo scontro in Italia». Secondo il più importante quotidiano finanziario mondiale, il dimissionario Boffo «è una vittima della violenta guerra mediatica che ha aperto una crepa tra il Vaticano e il premier». L'articolo poi sottolinea come Boffo sia stato «tra i pochi importanti cattolici a contestare la vita privata del premier». Il Boston Globe, in un articolo di cronaca che riassume lo scontro tra Il Giornale e L'Avvenire, titola «Si dimette il direttore di un quotidiano che ha criticato Berlusconi».

THE INDIPENDET: «PRIMO SCALPO NELLA BATTAGLIA» - In Gran Bretagna The Indipendent titola «Il dibattito sugli scandali sessuali di Berlusconi costringe il direttore a dimettersi» e sottolinea che, con l'abbandono di Boffo, «Berlusconi è riuscito a rivendicare il primo scalpo nella battaglia, man mano più intensa, contro la Chiesa e i media». Anche l'emittente tv britannica Bbc si sofferma sulla vicenda e, in un articolo intitolato «Un giornalista italiano si dimette nello scontro con il premier», evidenzia che le dimissioni «segnano un nuovo minimo nel rapporto tra Berlusconi e la Chiesa». In Argentina, EL CLARIN titola: «IL trionfo di Berlusconi: si dimette il direttore di un quotidiano che lo ha criticato».

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