La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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Straordinario il ministro Rotondi: è riuscito ad esprimere la propria solidarietà sia a Boffo che a Feltri. :shock: :lol:

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Asse Bagnasco-Bertone
Finisce l'era Ruini


Bossi incontra il presidente della Cei su crisi e immigrati
GIACOMO GALEAZZI
ROMA
La Cei volta pagina e d’ora in poi la politica avrà nell’asse Bagnasco-Bertone l’esclusivo canale di dialogo con i Sacri Palazzi. Per espressa volontà di Benedetto XVI (che ha personalmente sollecitato una soluzione rapida dello scandalo) l’unica via autorizzata e ufficiale, dunque, è ormai quella rappresentata dal patto di ferro stretto tra la nuova leadership della Chiesa italiana e la Segreteria di Stato.

L’uscita di scena di Dino Boffo affranca definitivamente la Conferenza episcopale dall’influenza dell’ex presidente Camillo Ruini che, pur in pensione, aveva finora continuato (anche attraverso il suo «patronage» sul quotidiano dei vescovi) a operare, dietro le quinte, come intermediario tra la Curia e il governo. Questo, dunque, è l’effetto nell’episcopato nazionale del terremoto provocato dall’attacco del «Giornale» a Boffo. Ma, poi, c’è il risvolto politico della vicenda che ha visto il giornale di famiglia del premier far scoppiare uno scandalo che ha gravemente ferito la Chiesa italiana.

E non è un caso che il presidente della Cei Angelo Bagnasco abbia incontrato per un’ora, proprio in questa travagliata giornata, il leader della Lega Umberto Bossi e il ministro per la Semplificazione normativa Roberto Calderoli, malgrado da settimane il Carroccio polemizzi duramente con la Chiesa sui respingimenti degli extracomunitari e persino sulle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Un colloquio cordiale e «positivo» - come ha dichiarato lo stesso ministro Calderoli - nel corso del quale, secondo quanto si apprende, il capo della Chiesa italiana ha espresso preoccupazione per le ricadute della crisi economica sulle famiglie e per l’emergenza umanitaria degli sbarchi in Sicilia, mentre la bufera scoppiata su Boffo è rimasta sullo sfondo. E l’esponente leghista si spinge più un là, che esprime la sua «soddisfazione come cattolico e come politico», in quanto si è parlato di immigrazione e bioetica. Ma il «faccia a faccia» suona quasi come un segnale di irritazione della Cei per il caso Boffo nei confronti di Berlusconi, che finora, affiancato dal gentiluomo di Sua Santità Gianni Letta, era sempre stato nel governo l’interlocutore unico con la Curia.

Malgrado i tentativi di farlo passare sotto traccia («era un appuntamento fissato da tempo e si erano già visti un anno fa per la presentazione della bozza di federalismo fiscale», minimizzano in Cei), è un messaggio diretto a Palazzo Chigi. Poche ore prima di ricevere Bossi e Calderoli, il cardinale Bagnasco aveva tuonato contro il «Giornale»: «Boffo è stato oggetto di un inqualificabile attacco mediatico». Ma il meccanismo che si è messo in moto è soprattutto interno alla Chiesa. Marco Tarquinio ha assunto la direzione «ad interim» di Avvenire, mentre il nome del sostituto di Boffo uscirà il 21 settembre dal Consiglio permanente della Cei, durante il quale, spiegano nell’episcopato, «Bagnasco userà parole dure sulla vicenda Boffo e sul governo».

Anche l’Osservatore Romano dà, nell’edizione di oggi, la notizia delle dimissioni di Boffo, la pubblica nelle pagine interne, senza commento, limitandosi al comunicato dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei. Il dibattito intra-ecclesiale arriva alla radice del problema. «La vicenda Boffo nasce dalla contraddizione insanabile che è alla base di “Avvenire”: essere “portavoce” della Chiesa italiana e contemporaneamente un giornale di informazione», osserva monsignor Vinicio Albanesi, leader del «non profit» bianco e responsabile della Comunità Capodarco. «La prima vittima dell’ ”equivoco Avvenire”, consenziente per la verità, è stato il direttore Boffo - precisa monsignor Albanesi. Non si rimane direttore dei tre organismi di comunicazione per 15 anni di seguito. La sua permanenza ai vertici degli organi informativi è dovuta, oltre che alla sua bravura professionale, al riconoscimento della sua funzione di portavoce: necessariamente obbediente. Forse troppo».

Dunque, è necessario «ripensare la collocazione di un’informazione cattolica pubblica» e «l’idea di una informazione generalista cattolica gestita dai vescovi è da scartare, a meno che non si scelga chiaramente di definirsi organo della Cei, come capita all’Osservatore Romano con la Santa Sede». In quel caso le notizie, i commenti e le opinioni non sono più tali, ma fanno parte del linguaggio e della cultura diplomatica. «È utile rivisitare invece altre espressioni di informazione del mondo cattolico, in Italia “Famiglia Cristiana”, in Francia “La Croix” che sono organi non ufficiali, ma che esprimono liberamente la propria opinione, senza la pretesa di essere infallibili e senza censure da parte dell’autorità ecclesiastica», sottolinea monsignor Albanesi.


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MessaggioInviato: 06/09/2009 - 03:59 
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IL direttore ad interim di Avvenire, Marco Tarquinio
Il sostituto di Boffo all'attacco:
«Cattiva stampa e video-indecenze»

Nel primo editoriale mette sotto accusa le tv. «Adesso giudichino i cattolici»


«Avvenire» non ci sta, e in un editoriale firmato oggi da Marco Tarquinio, che come direttore ad interim ha la responsabilità del quotidiano cattolico dopo le dimissioni del direttore Dino Boffo, rivendica i meriti del giornale premiato dai lettori («sono loro che giudicano della nostra pulizia e coerenza»), risponde alla «campagna diffamatoria» messa in atto dal Giornale di Feltri, si interroga «sulla sorte della libera stampa in Italia» e soprattutto mette pesantemente sotto accusa il ruolo delle televisioni nella vicenda che ha portato alla rinuncia di Boffo.

«C'è più di un problema nel mondo dell'informazione italiana», esordisce in prima pagina Tarquinio, che prosegue più avanti: «La libertà senza responsabilità non ha senso, e l'esercizio irresponsabile della libertà diventa inesorabilmente una maledizione per ogni comunità civile», per poi passare a stigmatizzare la «inconsistenza di quella maligna campagna diffamatoria costruita - nei titoli e negli articoli del Giornale diretto da Vittorio Feltri - su una lettera anonima travestita da documento del casellario giudiziario». Arrivando a parlare delle televisioni, Tarquinio scrive: «La magna pars dell'informazione televisiva pubblica e privata ha finito per amplificare le loro cannonate in faccia alla verità. Le falsità e le deformazioni sulla persona di Dino Boffo hanno avuto - per giorni - uno spazio tv irrimediabilmente insultante. Di Avvenire e della sua linea politica è stata fatta anche in tv una interessata caricatura. E questo perché Feltri & Co. sono stati fatti dilagare sul piccolo schermo con le loro tesi e (man mano che la verità veniva a galla) i loro aggiustamenti di tesi. E quando non sono stati loro - gli sbandieratori di una ignobile lettera anonima - a occupare lo schermo, le notizie di chiarimento venute dalla magistratura di Terni sono state ignorate o sminuzzate. Confuse - prosegue Tarquinio - in un polverone di chiacchiere in politichese. Tutt'al più di querimonie su una privacy violata, quando c'era una verità di vita fatta a pezzi. Un'autentica videoindecenza» .

L’editoriale si conclude con un invito a giudicare lanciato ai cattolici italiani. «Che giudichino loro in edicola e col telecomando questa libertà irresponsabile che, ancora una volta, nessun altro, neppure l'Ordine dei giornalisti, appare in grado di giudicare. Giudichino loro - finisce Tarquinio - la stampa della falsità e della cattiveria. Giudichino le videoindecenze».

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MessaggioInviato: 06/09/2009 - 04:07 
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l'intervento - Ora le grandi linee di governo vengono avocate dal vertice della Chiesa
Le carte blindate di Boffo
e il riequilibrio dei poteri

L’inaspettata rovina di un singolo ha gettato un’ombra di sospetto sul sistema dei media cattolici
di VITTORIO MESSORI


È indubbio che è venuto da colui che è pur sempre il Primate d’Italia, oltre che vescovo di Roma, l’input, o alme­no l’accettazione, per le dimissioni di Dino Boffo dalla galassia dei media cattolici. Quo­tidiano nazionale, televisione nazionale, 200 radio in ogni regione: una concentrazione di potere anomala in una Chiesa che non ha sol­tanto trascurata la virtù cardinale della pru­denza (auriga virtutum, la chiamava San Tommaso), lasciando questo suo uomo-im­magine esposto a ogni rischio di ricatto, do­po una sentenza che si pensava fosse irrile­vante e che restasse sepolta per sempre in un tribunale di provincia. Ma è anche, questa, una Chiesa che ha di­menticato un altro principio praticato dalla gerarchia cattolica di un tempo.

Il principio, cioè, del divide et impera: la Catholica è l’ul­tima «monarchia assoluta», dove il potere il­limitato del vertice si regge sull’equilibrio dialettico, sempre felpato ma non sempre idilliaco, dei poteri subordinati. Ora, invece, tutta — dicesi tutta — l’informazione della Chiesa italiana era gestita e controllata da un uomo solo, che su di sé aveva un altro uomo solo: il cardinale presidente della Cei. Un’al­tra imprudenza, quindi, che ha fatto sì che la crudele, inaspettata rovina professionale di un singolo abbia gettato un’ombra di sospet­to e di discredito su tutto un sistema infor­mativo per il quale, tra l’altro, la Chiesa italiana salassa i suoi bilanci. Ma se è indubbio che input o, almeno, accettazione per le dimissioni sono venuti dal Vertice stesso della Chiesa, è altrettanto indubbio che la possibilità di defilarsi è stata accolta con sollievo dall’interessato, ad evitare guai peggiori.

Lo ha detto egli stesso nella lettera al Presidente della Cei: «la bufera mediatica è lungi dall’attenuarsi», anzi, «si stanno chiamando a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che si vuole ad oltranza». Dunque, perché «le ostilità si plachino», è necessario che il bersaglio «compia il sacrificio» di tirarsi indietro. Più che un «sacrificio», le dimissioni hanno offerto a un uomo martoriato, cui va la nostra fraterna comprensione, la possibilità di ritrovare un po’ di sonno dopo la settimana infernale. Ma anche la possibilità di evitare ciò che non ha fatto e che, fa capire nella lettera di congedo, non intende fare: autorizzare, cioè, il tribunale di Terni a pubblicare l’intero fascicolo processuale. Il suo avvocato, in effetti, ha chiesto che quelle carte restino blindate. Come si sa, un magistrato esigeva il rispetto della legge, che stabilisce che la documentazione sia resa nota, ma un suo collega si è opposto per la reputazione del «condannato».

Dunque, conosciamo solo le due pagine di conclusio­ni, senza sapere perché il giudice è pervenu­to ad esse. Anche per questo, dicono, Boffo non ha presentato, almeno sinora, l’annun­ciata querela contro il Giornale : in questo caso, l’avvocato del denunciato avrebbe diritto di accedere al fascicolo richiuso negli archivi. Ed è ovvio che tutto finirebbe subito su tutte le prime pagine. Ma cosa può esserci in quegli atti, che po­trebbero chiudere una rissa che si è svolta attorno ad elementi formali (pur rilevanti), ma senza rispondere alla domanda vera: che cosa è successo davvero? Anche a questo, in verità, è stato alluso nella lettera di dimissio­ni: «Mi si vuole a tutti costi far confessare qualcosa e allora dirò che, se uno sbaglio ho fatto (...) è il non aver dato il giusto peso a un reato 'bagatellare'». Un termine giuridi­co, ma, forse anche un curioso riferimento a Céline, lo scrittore «maledetto», e al suo anti­semita Bagatelles pour un massacre?

Ci so­no, dunque, piccole cose, leggerezze, svaga­te imprudenze, libertà di linguaggio, cose tollerabili in altri, ma che metterebbero a di­sagio un uomo al vertice del sistema infor­mativo di una Chiesa che su certe cose non transige? Sembrerebbe. In ogni caso, la ridu­zione da uomo-istituzione a semplice priva­to gli ha permesso di alleggerire la pressione dei mastini che, altrimenti, non avrebbero mollato la presa perché la pubblicazione del­le carte fosse autorizzata. Ma l’imprudenza, qui, non sembra abbia contrassegnato solo la parte aggredita. È pro­babile che il Giornale pensasse che la faccen­da si sarebbe subito conclusa, davanti alla evidenza di una condanna, con le dimissioni del direttore, accolte da una imbarazzatissi­ma, e ammutolita, Conferenza Episcopale. Non era stato messo in conto l’arroccamento immediato di questa, il compattamento delle redazioni, la difesa ad oltranza, «a prescinde­re », da parte di una fetta consistente del mondo cattolico? È probabile.

Il risultato po­trebbe rivelarsi un boomerang politico. Una Cei che aveva un parterre moderato, non osti­le all’attuale governo, parla ora (come Boffo nella sua lettera) di «un oscuro blocco di po­tere laicista» che, dall’interno della maggio­ranza, aggredirebbe la Chiesa. La rivelazione, così brutale, dei possibili «peccatucci» del di­rettore è stata presentata come un’operazio­ne anticristiana. E il prossimo responsabile del quotidiano sarà obbligato a una politica meno conciliante con questo governo di quella del suo sfortunato predecessore, noto per la sua moderazione, se non addirittura per un penchant per il centro-destra. Quanto ai molti discorsi, innescati dal ca­so Boffo, su dissidi e antagonismi tra Segre­tario di Stato e Presidente della Cei: al di là della diversità di temperamenti e di prospet­tive (peraltro assai meno accentuata di quanto spesso si affermi), il problema va ben oltre le persone. Già molti anni fa, in Rapporto sulla fede , Joseph Ratzinger affer­mava che le più che 100 Conferenze Episco­pali del mondo non hanno base teologica, non fanno parte della struttura divina della Chiesa. Questa, osservava, non è una Federa­zione di Chiese nazionali, dove si converga solo sui grandi principi del Credo.

Il potere dei «piccoli vaticani» sparsi nei cinque con­tinenti, uno per ciascuna nazione, va ridi­mensionato. Pietro è uno solo. E sta a Ro­ma. Divenuto papa, l’allora cardinal prefetto del Sant’Uffizio ha cominciato a provvedere. Sta qui il motivo del cortese ma fermo avver­timento di Bertone, il suo «primo mini­stro », a Bagnasco, rappresentante della «Chiesa nazionale italiana» . Rispetto e fidu­cia, si intende, ma le grandi linee di gover­no vengono avocate a sé dal Vertice della Chiesa. Non è in atto un regolamento di con­ti tra cardinali (malgrado le attuali difficoltà dell’arcivescovo di Genova per il caso del­l’uomo- media ereditato da Ruini), è in atto semmai una strategia di lungo respiro di Be­nedetto XVI per contrastare un per lui inac­cettabile «federalismo clericale»

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Ira sventurata
Articolo di Società cultura e religione, pubblicato giovedì 3 settembre 2009 in Germania.
[Sueddeutsche Zeitung]

Berlusconi sragiona: nessuno e’ piu’ al riparo dalla sua offensiva senza precedenti. Non i giornali, non l’Unione Europea – e neanche la Chiesa cattolica.

Era un’estate tranquilla in Italia. Le spiagge erano ben affollate nonostante la crisi economica, le calde citta’ abbandonate, come sempre in agosto. E ora che con la fine delle vacanze le strade si sono nuovamente riempite, i clacson sono ritornati a strombazzare e le solite maledizioni vengono lanciate nel traffico, anche il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sembra essere tornato in piena energia. Nessuno e’ piu’ al riparo dalla sua offensiva senza precedenti.

Non i giornali, non l’Unione Europea, e nemmeno la Chiesa Cattolica.

“Contrattacco”, cosi’ chiama lo stesso Berlusconi le sue cause intentate contro la stampa italiana e internazionale. Adesso e’ la volta del vecchio giornale di partito L’Unita’, fondato dal filosofo comunista Antonio Gramsci. L’Unita’ avrebbe diffuso “affermazioni fasulle” su Berlusconi e l’avrebbe tra le altre cose diffamato in quanto “soggetto a problemi di erezione”.

Origine della causa in tribunale, ora intentata dall’avvocato di Berlusconi, e’ la pubblicazione di notizie sulla vita privata del premier, in quanto riportavano sulle notti trascorse con la prostituta Patrizia D’Addario e altre bellezze. Ancora agli inizi dell’estate il premier aveva seguito una tattica diversiva piu’ tendente alla difesa, con il suo inciso che “non e’ un santo”. Adesso si lancia grintosamente all’attacco.

Berlusconi ha gia’ preteso il risarcimento dei danni al quotidiano romano La Repubblica, che anche dopo mesi non si stanca di ristampare sul quotidiano dieci domande, dove di chiedono spiegazioni al Presidente del Consiglio sulla sua vita privata e si richiede di conoscere il suo stato di salute. Berlusconi dice di percepire queste domande come lesive del suo onore. Anche la stampa straniera e’ da tempo caduta nel suo mirino. Il quotidiano spagnolo El Pais dovrebbe espiare per alcune foto pubblicate della villadi Berlusconi in Sardegna, e anche il francese Le Nouvel Observateur e’ stato citato in giudizio in tribunale. L’attacco dell’esercito di Berlusconi ha colpito in ultimo il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, Avvenire.

Vittorio Feltri, uno dei vassalli mediatici del premier e direttore dell’organo di stampa berlusconiano Il Giornale, ha attaccato in un articolo Dino Boffo, caporedattore di Avvenire. Costui sarebbe omosessuale e avrebbe molestato la moglie di un suo amante, e farebbe meglio con tale doppia morale a evitare rimproveri al Presidente del Consiglio. Boffo era stato una delle poche voci ufficiali dell’Italia cattolica a criticare pubblicamente la vita privata di Berlusconi. Dino Boffo si e’ dimesso giovedi’ – “a causa di una campagna di stampa che ha violentato me e la mia famiglia”.

Da cio’ che si sente, perfino i piu’ stretti collaboratori di Berlusconi sarebbero sorpresi da questi attacchi, che non hanno colpito solo i media e la Chiesa, ma anche la UE; un portavoce della commissione aveva criticato le pratiche di espulsione italiane nel Mar Mediterraneo, a cui Berlusconi aveva risposto minacciando un blocco del processo decisionale europeo. I collaboratori si meravigliano anche del momento scelto per questi attacchi: le sue scappatelle risalgono a qualche tempo fa, l’opinione pubblica si era gia’ tranquillizzata.

Anche l’opposizione e le organizzazioni dei giornalisti, inorriditi, hanno replicato che la liberta’ di stampa in Italia e’ in pericolo. Di fatto Berlusconi, proprietario delle maggiori emittenti private, ha un rapporto particolare con i media. Solo in Italia sarebbe possibile, si e’ accalorato recentemente il settantaduenne, che la televisione di Stato finanziata con denaro pubblico critichi il governo eletto dal popolo.

[Articolo originale "Unselige Wut" di Julius Müller-Meiningen]

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Feltri, il killer prezzolato:


Il direttore del Giornale attacca il presidente della Camera
Feltri contro Fini? "Il PdL non è una caserma"


Duro attacco di Vittorio Feltri al presidente della Camera, Gianfranco Fini. In un editoriale del Giornale, il direttore accusa Fini di aver cambiato posizione su gay, immigrazione e biotestamento. "Anche quando non si è d'accordo - dice Giorgia Meloni, ministro della Gioventù - e a me è capitato più di una volta di non essere d'accordo con Fini, ci si deve rispettare. Ma credo che si debbano rispettare tutti quelli che hanno il coraggio di esprimere le posizioni più diverse, da cui nasce un confronto che porta a una sintesi e serve a crescere". "Non ci dobbiamo far spaventare da idee diverse", sottolinea Meloni. Il ministro della Gioventu' premette di non aver "letto l'editoriale di Feltri", poi aggiunge: "Come abbiamo già detto, il Pdl non è una caserma, ma un grande contenitore dove si confrontano idee diverse e penso che si debba sempre rispettare anche chi la pensa diversamente".

L'affondo del direttore
"Sulla vicenda Boffo - scrive Feltri - ti sei comportato tu, e non Il Giornale, in modo vergognoso. Hai espresso un'opinione dura verso di me senza conoscere, nella migliore delle ipotesi, i fatti. Se li avessi conosciuti saresti stato più prudente. Invece hai sparato per il piacere di sparare o per convenienza, che è ancora peggio".

Dopo aver ricordato a Fini la frase da lui pronunciata due anni fa, 'Un maestro elementare non può essere un gay', Feltri osserva: "Prendo atto che in un biennio hai cambiato posizione sui gay e non li consideri più - era ora - immeritevoli di stare in cattedra. Pero' un'altra volta avvisaci prima delle tue virate, altrimenti ci cogli impreparati. A proposito di virate - continua Feltri - sei ancora di destra o da quella parte ti sei fatto superare da Berlusconi? Non è una domanda provocatoria. Nasce piuttosto da una constatazione. Sulla questione degli immigrati parli come un vescovo. Sul testamento biologico parli invece come Marino, quello della cresta sulle note spese dell'Università da cui è stato licenziato".

Feltri osserva che sugli immigrati a Fini non interessano soluzioni alternative, "sennò faresti proposte anziché lanciare critiche alla tua stessa maggioranza. Ti sta a cuore la simpatia della sinistra che non sai più come garantirti. Il motivo si può intuire, se sbaglio correggimi. Miri - conclude Feltri - al Quirinale perché hai verificato che la successione a Berlusconi avverrà con una gara cui è iscritta una folla".

"La sinistra ti usa perché le fai comodo, sei il suo tassi'. Al momento di eleggere il Presidente della Repubblica ai progressisti sarà passata la cotta e da loro non beccherai un voto. Consiglio non richiesto: rientra nei ranghi, torna a destra per recitare una parte in cui sei più credibile, non rischierai piu' di essere ridicolo, come lo sei stato spesso negli ultimi tempi".

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Una mente prigioniera
di GIUSEPPE D'AVANZO

Lo spettacolo, che va in scena da quindici anni, ha avuto una nuova replica da una televisione di Casa Berlusconi. Consueto il paradigma del capo del governo: un manipolo di "comunisti e catto-comunisti" conduce una "campagna eversiva" per tirarlo giù dalla sedia dove è stato collocato dalla volontà popolare e inaugurare "una tirannia". Addirittura, una tirannia. C'è qualcosa di disperante e di disperato in questa rappresentazione del discorso pubblico e domestico.

Parla più di Berlusconi, e delle sue ossessioni, che di un Paese governato con una maggioranza sovrabbondante e un'opposizione solida come il vapor acqueo. Ci dice molto di più dei fantasmi che, in chiave paranoide, assediano il premier che delle critiche che gli vengono proposte, da qualche isolata voce, in Italia e, da un coro, nel mondo. Risoluto a fare dei nostri giorni una nera notte con un unico punto di luce - se stesso - , Berlusconi è oggi incapace di riconciliarsi con la realtà o almeno con un suo succedaneo. È come se la strategia di comunicazione che lo ha condotto a uno straordinario successo, personale e politico, lo abbia imprigionato precludendogli ogni apprezzabile sguardo sul reale. Il Mago è stato sequestrato dallo specchio in cui ama guardarsi, dalle Lanterne che egli stesso ha costruito. Le relazioni con il Vaticano? Eccellenti, dice. L'azione del governo? Irresistibile, dice. Gli italiani? Vogliono essere come me, giura. Le domande che mi rivolgono? Insulti, mistificazioni, diffamazione, accusa.

È stupefacente che siano state dieci ordinarie domande a precipitarlo in questa sindrome che oggi preoccupa anche alleati, come Gianfranco Fini, ultima vittima delle sue fobie. Berlusconi avrebbe fatto meglio a rispondere, a levarsi dallo stato di "minorità civile" che lo ha afferrato, come gli suggerivano i consiglieri più sapienti. Non lo ha fatto e, peggio, ha chiesto l'intervento della magistratura perché non gli siano mai più proposte, siano vietate per ordinanza di un giudice.

Un'intimidazione, concorda con qualche ritardo il Corriere della sera con Ernesto Galli Della Loggia. Dei suoi argomenti è utile discutere. Scrutiamo la trama del suo ragionamento. C'è una premessa: l'iniziativa giudiziaria del premier è "sbagliata e riprovevole, ha di fatto un innegabile contenuto di intimidazione censoria". La premessa, che sembra richiamare un mondo comune - un codice e un metodo condiviso tra i media, qualche principio logico, un rispetto di regole, doveri e diritti, un'attitudine disinteressata alla discussione - , è utile a preparare un giudizio (dubbio) e due risultati (stralunati). Il giudizio. Quelle domande sono un "puro strumento retorico" (è lo stesso argomento degli avvocati di Berlusconi, ahimè, che giudicano quelle domande diffamatorie e ne chiedono la censura). Quindi, sono quesiti tendenziosi: "Quale risposta sensata si può dare alla domanda: quali sono le sue condizioni di salute? Una domanda di quel tipo vuole affermare in modo indiretto, ma precisissimo, che non sarebbe adatto a fare il capo del governo".

La valutazione apre la strada alla prescrizione di quel che la stampa non deve fare. Non è "compito della libera stampa l'organizzazione di interminabili, feroci campagne giornalistiche". "Non è compito dei giornali decidere se qualunque persona è adatta o inadatta a guidare il governo, è compito degli elettori e soltanto degli elettori".

È evidente che di "comune" nel mondo dell'informazione predicato da Galli Della Loggia c'è molto poco, quasi nulla. Domandare, vi appare un'offesa. Reiterare una domanda che non trova ostinatamente una risposta è addirittura "ferocia". Chiedere poi della salute di chi ci governa, un passo a mezzo tra l'insensatezza e la provocazione. Così non è, con buona pace del Corriere, in tutto il mondo occidentale. I candidati alla Casa Bianca presentano in pubblico, con le cartelle del fisco, le cartelle cliniche per dimostrare che le loro capacità psicofisiche sono adeguate alla responsabilità che chiedono agli elettori. Thomas Eagleton, vice di George McGovern, in piena campagna elettorale nel 1972, abbandonò quando si scoprì che era sottoposto ad elettroshock per curare la depressione. Nel 1984, al secondo mandato, l'età di Ronald Reagan, 73 anni, fu motivo di perplessità e pressioni dei media. Nel match televisivo con Walter Mondale, 56 anni, Reagan esordì con una risposta strepitosa alla domanda di un giornalista: "Non farò della giovane età e inesperienza del mio rivale un motivo di scontro". Anche Mondale rise con il pubblico e il fattore età non ebbe più alcuna importanza. Ritornò rilevante quando Reagan fu operato per un cancro al colon. Lo staff medico rese trasparente i guai del presidente. Lo stesso è accaduto a John McCain quando Time (14 maggio 2008) chiese in copertina "Quanto è sano McCain?". Il candidato non si tirò indietro e i medici della Mayo Clinic misero a disposizione dei cronisti le cartelle cliniche (Cnn, 23 maggio 2008). Anche in Italia è apparso legittimo - né stravagante né tendenzioso - interrogarsi sullo stato di salute di Francesco Cossiga, presidente della Repubblica a cavallo degli anni Novanta. Egli ammise "una depressione" e lo stesso Galli Della Loggia ne paventò una sindrome dietro "il suo ossessivo presenzialismo televisivo" (la Stampa, 8 dicembre 1991). Il lato comodo dello scrivere in Italia è che basta esporre i fatti. È stata la moglie del premier a porre all'attenzione pubblica la questione della salute di Silvio Berlusconi, dopo averla proposta in privato a Gianni Letta. "[Silvio] non sta bene. Ho chiesto al suo medico di aiutarlo come si fa con le persone che non stanno bene", ha detto Veronica Lario e, anche le rivelazioni di Patrizia D'Addario, raccolte proprio dal Corriere, hanno confermato quell'ipotesi di sexual addiction che avvelena la vita del capo del governo. Dinanzi a quella denuncia pubblica, bisognava tacere forse? Chiudere gli occhi, far finta di niente? Non è compito dell'informazione accertare lo stato delle cose? Repubblica ha cercato di farlo. Nel modo più diretto e corretto. Domenica 10 maggio, ha chiesto al sottosegretario Letta di incontrare il premier per rivolgergli alcune domande sollecitate dalle incoerenze emerse dal "caso Noemi", una minorenne, e dalle sue personali difficoltà svelate dalle parole di Veronica Lario. Si convenne che entro 72 ore ci sarebbe stata una risposta di Palazzo Chigi. Non è mai arrivata. Così si è deciso di rendere pubbliche le domande destinate al premier. È "feroce", questo metodo o è una prassi ordinaria, accettata nel "mondo comune" dell'informazione occidentale che non pretende di sostituire naturalmente gli elettori nelle loro decisioni (che ovvietà!), ma di renderli più consapevoli e informati nelle loro scelte. Il ruolo dei media non è altro che questo, come ha dimostrato l'Economist quando giudicò Berlusconi "inadatto al governo" sia nel 2001 che nel 2008, senza guadagnarsi le reprimende etiche, politiche e deontologiche di un Galli Della Loggia forse distratto.

Quel che preoccupa (e dovrebbe preoccupare chiunque) nel ragionamento del Corriere della sera è l'accettazione che la realtà, quale che sia, non possa fare capolino nel discorso pubblico più di tanto. Che evocarla, magari nelle prudenti anche se ostinate forme dell'interrogazione, sia una mossa abusiva e politicamente scorretta e faziosa. È una convinzione che appare del tutto egemonizzata culturalmente da un'idea di informazione effimera e istantanea. Disegna un mondo dove non esistono "fatti" né alcun modo di stabilire ciò che è vero perché non c'è più alcun criterio di verità praticabile se si esclude "ciò che viene dichiarato vero in ogni istante". È il mondo, il metodo, il dispositivo di potere di Berlusconi. Il premier pretende di confondere e confonderci avviluppandoci in un garbuglio di "credenze" che annullano eventi, circostanze, parole, ma il mestiere dell'informare non è accompagnare questa deriva, ma opporvicisi. È quello che ha fatto e farà Repubblica. Siamo certi che lo farà anche il Corriere quando accerterà che non c'è alcun "complotto eversivo catto-comunista" alle viste né alcuna "tirannia" alle porte, ma soltanto un uomo prigioniero dei suoi fantasmi e di una rabbia pericolosa per le istituzioni che rappresenta e il Paese che governa.

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BOFFO: NON FINISCE QUI, PESANTI CONSEGUENZE POLITICHE

ROMA - "La questione non finisce qui e avrà pesanti conseguenze anche sul fronte politico". Così Dino Boffo torna sulle sue dimissioni da Avvenire in un'intervista al settimanale 'Chi' domani in edicola di cui è stata fornita un'anticipazione.

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BOFFO, APERTA UN'INCHIESTA SU ESPOSTO DI PIETRO

MILANO - La Procura di Monza ha aperto un'inchiesta a carico di ignoti ipotizzando i reati o di accesso abusivo a sistema informatico o falsificazione di atto pubblico in relazione alla vicenda Boffo-Feltri. Anche la procura di Terni ha aperto un fascicolo sulla base dell'esposto presentato dal leader dell'Idv Antonio Di Pietro.

La procura di Terni lavorerà d'intesa con quella lombarda per valutare le ipotesi di reato formulate nell'esposto dell'Idv e per stabilire la competenza territoriale dell'indagine.

L'esposto è stato presentato dall'Italia dei Valori la scorsa settimana ai carabinieri di Roma che l'hanno poi trasmesso alle Procure di Monza e Terni alle quali era indirizzato. La magistratura monzese, da quanto si è saputo, lavorerà di concerto con quella ternana, in attesa che si faccia luce sulla vicenda per poi stabilire la competenza territoriale. Nella denuncia Di Pietro ha sostenuto due ipotesi: o la falsificazione da parte di qualcuno di un documento pubblico o di un atto giudiziario o l'accesso abusivo nel casellario giudiziario. Le due ipotesi si basano sul fatto che il Giornale diretto da Vittorio Feltri nel pubblicare il casellario giudiziario dell'ex direttore dell'Avvenire Dino Boffo era in possesso di un documento che solo un ufficiale di Pg o un magistrato in servizio può avere. Di Pietro aveva ritenuto che questa sia stata una "operazione di dossieraggio ai fini di destabilizzazione delle istituzioni".

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Attributi da cavaliere
di Marco Travaglio
Signornò
da l'Espresso in edicola

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I processi contro 'la Repubblica' e 'l'Unità', denunciate da Silvio Berlusconi per 1 e 2 milioni di euro di danni, si annunciano avvincenti e spettacolari quant'altri mai. Da mettersi in fila e pagare il biglietto. Il civilista del premier Fabio Lepri (studio Previti) intravede un "animus diffamandi" in vari articoli che mettono in dubbio l'efficienza degli apparati riproduttivi dell'illustre cliente presentando "il dottor Berlusconi come soggetto aduso a pretese iniezioni sui corpi cavernosi del pene o affetto da problemi di erezione". Com'è noto, l'onere della prova tocca a chi accusa. Infatti il penalista del capo del governo, on. avv. prof. Niccolò Ghedini, ha già annunciato al 'Corriere' che l'insigne assistito, in precedenza definito eventuale "utilizzatore finale" di escort, "è pronto ad andare in aula a spiegare che non solo non è un gran porco, ma nemmeno impotente". Anzi, di più: intende "spiegare a venti milioni di italiani, suoi affezionati elettori, che è perfettamente funzionante".

Al momento non è dato sapere in quali forme l'utilizzatore darà in aula la plastica dimostrazione del perfetto funzionamento. Ma converrà esserci quel giorno in aula. Anche perché i legali di 'Repubblica' e 'Unità' potrebbero citare un testimone che la sa lunga in materia. Uno che il 27 giugno 2008 titolò su 'Libero' a tutta prima pagina: "Il guaio di Silvio è la gnocca". E un anno dopo, 19 giugno 2009, con agile piroetta, scrisse sempre su 'Libero' a proposito dei casi Noemi & Patrizia: "Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale. Fantasie. Frequento da alcuni anni gli urologi. Questioni di prostata, data l'età. Se hai un cancrone proprio lì, la prostata va eliminata col tumore. E allora addio rapporti. Facendo strame della privacy, affermo che Silvio nel '96 fu operato di cancro alla prostata al San Raffaele. Non racconto balle se dico buonanotte al sesso. Berlusconi ha 73 anni, non ha più la prostata. La scienza fa miracoli tranne uno: quello. Ma vi sono quotidiani che hanno sprezzo del ridicolo, e insistono. Fossi in Silvio avrei la tentazione di sbandierare in tv il certificato del dottore".

L'autore del dolce stilnovo si chiama Vittorio Feltri e non è omonimo dell'attuale direttore de 'il Giornale'. È proprio lui: lo stesso che ora, con grave sprezzo del pericolo, pubblica le denunce integrali ai due quotidiani che, come lui, han dubitato della virilità del Capo. In attesa che Lepri e Ghedini denuncino pure lui, c'è una sola faccia più tosta della sua: quella di un tizio che, quando Feltri fu condannato a 18 mesi per aver diffamato il defunto senatore Chiaromonte sul caso Mitrokhin, ululò sdegnato contro il malvezzo di denunciare e condannare i giornalisti: "Resto sconcertato alla notizia che Feltri venga condannato per un reato di opinione. A questo punto è definitivamente urgente depenalizzare i reati a mezzo stampa" (Ansa, 13 febbraio 2006). Era Silvio Berlusconi. Poi, col lodo Alfano, ha abolito soltanto i suoi.
(Vignetta di Natangelo)

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l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa
Ocse: Berlusconi ritiri le querele contro Repubblica e Unità
«Fare domande è uno strumento correttivo dei media.
I politici devono accettare un livello di critica più alto»





MILANO- L'Ocse (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) in una nota ha chiesto al premier italiano Silvio Berlusconi di ritirare le sue querele per diffamazione contro la Repubblica e l’Unità. I quotidiani sono colpevoli di aver pubblicato rivelazioni sulla vita privata del presidente del Consiglio.

LA NOTA- Miklos Haraszti si dice preoccupato per i tre milioni di euro chiesti da un premier di centro destra a due giornali di sinistra e a proposito delle ’dieci domande’ di Repubblica a Berlusconi afferma: «Fare continuamente domande, anche se di parte, è uno strumento della funzione correttiva dei media. Il diritto di informazione del pubblico include inevitabilmente il diritto dei media a fare domande. I dirigenti politici devono accettare un livello di critica più alto rispetto agli altri cittadini a causa delle funzioni che ricoprono».

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Il ministro chiede 900mila euro di danni. Nella citazione il legale scrive
"Dopo la lettura degli articoli il ministro ha accusato perdite di peso ed emicrania"
La Carfagna querela Repubblica
"Ha riportato frasi ingiuriose della Guzzanti"



ROMA - Dopo Berlusconi la Carfagna. Anche il ministro delle Pari Opportunità ha deciso, a oltre un anno di distanza dai fatti, di citare in giudizio la Repubblica. Gli articoli oggetto dell'azione civile di risarcimento sono due, uno del 9 luglio del 2008, ovvero il resoconto del "No Cav Day", compreso il comizio di Sabina Guzzanti, e un altro del 6 agosto scorso, che riassume quanto riportato dai giornali stranieri sull'inchiesta di Bari.

"L'autore dell'articolo del 9 luglio 2008 - scrive l'avvocato Federica Mondani - ritiene di dover riportare testualmente le frasi "osteria delle ministre... se a letto sei un portento figuriamoci in Parlamento". "... Non può diventare ministro una che gli ha succhiato l'uccello", riferendosi evidentemente al presidente del Consiglio". Nel secondo articolo il legale della Carfagna contesta un'altra frase, che il giornalista riportava dal Nouvel Observateur: "Un ipotetico nastro... nel quale Mara Carfagna (amante quasi ufficiale) e Maria Stella Gelmini (le due sono definite bimbe) addirittura si interrogano reciprocamente per sapere come soddisfare al meglio il primo ministro, evocano le iniezioni che deve farsi prima di ogni rapporto".

Secondo l'avvocato si tratta di "parole talmente offensive della reputazione e della dignità di un personaggio politico con incarico istituzionale", che "non trovano precedenti nel nostro paese". Il legale insiste innumerevoli volte sullo stesso tasto: "Le espressioni "succhiato l'uccello", "amante quasi ufficiale", "come soddisfare il primo ministro" e "evocano le iniezioni che deve farsi prima di ogni rapporto" hanno travalicato il limite della continenza".

"Le locuzioni suggeriscono il riferimento all'attività, data per certa, di "concessione" del ministro", mentre la fonte sarebbe rappresentata "da un lato dai contenuti blasfemi di un aspirante comico (nella fattispecie Sig. ra Sabina Guzzanti) e dall'altra dall'articolo di un giornale estero che richiama una presunta, mai esistita, "registrazione"". Quindi il legale si lancia in una "umile riflessione a sfondo giuridico", ovvero "se l'argomento intercettazioni a sfondo sesso-volgare siano davvero di "interesse pubblico" o se piuttosto i quotidiani, anche per una crescente crisi del settore, rifondino speranze nel trarre beneficio quando i medesimi argomenti diventino di "interesse del pubblico"". Insomma, la stampa si occuperebbe di queste vicende solo per vendere più copie.

L'avvocato della Carfagna, nella lunga citazione, sottopone al tribunale anche il presunto "danno" arrecato al ministro. La "ricezione dell'insulto a livello popolare" avrebbe infatti implicato la possibilità "per l'On. Ministro di aver perduto connotati politici di stima e carisma oltreché la capacità di proselitismo". La Carfagna denuncia "una notevole flessione negativa" nei sondaggi e pretende nei suoi confronti quel "diritto all'oblio di cui ciascun soggetto pubblico gode". Poi, oltre al "danno morale", l'avvocato elenca il presunto danno biologico: "In seguito alla lettura degli articoli imputati il Ministro Carfagna registrava anche sofferenze fisiche che portavano la stessa a perdere peso e a soffrire di insonnia e forti emicranie".

C'è di più: "Il Ministro si è trovato nella condizione di dover evitare interviste al fine di non dare ulteriore eco alle false notizie". E, per questo, la Carfagna chiede in totale ai giornalisti e all'editore di Repubblica 900 mila euro. Nulla invece, a quanto risulta, chiede al Foglio di Giuliano Ferrara, che pubblicò insieme le stesse invettive di Sabina Guzzanti.

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