La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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Il senatore ex Pdl parlò di "mignottocrazia" e il premier minacciò
una denuncia. "Cosa potrebbero contestarmi? Provassero se credono"
Guzzanti e la querela mai arrivata
"Silvio ci provi, parlerò ai pm"

di ANTONELLO CAPORALE



ROMA - Anche il ministro Carfagna chiede i danni.
"Fantastico!".

Danni pure biologici: è molto dimagrita e da quel dì è stata assalita dall'emicrania.
"La notizia me la gioco subito".

Eppure Paolo Guzzanti ha offerto approfondite riflessioni.
"La questione mi vede preparato. Ma non ho riferito nulla di particolarmente inedito".

Ha codificato questi tempi moderni anche da un punto di vista lessicale.
"Mignottocrazia. Definizione fortunata e persino tradotta dagli inglesi".

Tartcratie. Lei la sa lunga.
"So quello che sanno tutti. Ho udito le parole che tutti conoscono, e ho scritto quello che molti potrebbero riferire".

Ma non è stato querelato né citato per danni.
"No, nulla. E cosa potrebbero contestarmi? Provassero, se credono".

Hanno paura di lei.
"Ma cosa dice?".

Ha paura lei di loro.
"Io?".

Ha descritto così bene il tragitto dei corpi dalla camera da letto al potere.
"Se un magistrato mi volesse ascoltare potrei dire da chi l'ho sentito dire".

Amava così teatralmente Berlusconi.
"Un giorno, era la scorsa primavera, avevo appena terminato di dare un'intervista sul tema ad Annozero (mai andata poi in onda), squilla il telefono".

E' lui.
"Mi chiede: 'Ma perché mio odi tanto? Cosa ti ho fatto?' Ed io a spiegargli che non c'è nulla di personale, è tutto politico il mio dissenso e viene da lontano: dalla Russia, da Putin".

Gli voleva bene. Poi ha scritto: Berlusconi ha una natura incerta sui confini dell'affettuosità, della liceità.
"Ricordo una delle convention di Forza Italia. Quando mi comparve quasi travolto da uno stuolo di fans assatanati, maschi e femmine".

Lui festoso.
"Mi chiese urlando: 'L'hai toccata? L'hai toccata?' Voleva proprio sapere se avessi approfittato della calca per palpeggiare una donna che l'aveva colpito".

Lei contrito.
"Pensava davvero che fosse possibile, ragionevole, congruo. Quella era una riunione politica!".

L'ordine è partito, Berlusconi cadrà.
"Mi lascio attraversare dai cambiamenti della politica. Ho l'abilità di mettere insieme le informazioni".

Occhio di lince.
"Gli Usa hanno preso le distanze. Nei parlamentari vedo crescere l'angoscia. Sanno che se questa legislatura salta saranno sostituiti da giovanotti e giovanotte".

Ancora giovanotte?
"Maschi e femmine. Purché giovani".

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MessaggioInviato: 26/09/2009 - 08:44 
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Guerra ai media, il richiamo dell'OCSE

L'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) scrive a Silvio Berlusconi chiedendogli di ritirare le querele miliardarie contro l'Unita e Repubblica. Ma è solo l'ultima dimostrazione della preoccupazione crescente delle istituzioni europee. Berlusconi sicuramente non lo sa, ma prima ancora della lettera recapitata a palazzho Chigi il nostro paese era stato già citato nell'ultimo rapporto del rappresentante dell'OSCE per la libertà dei Media, dunque non sa che eravamo già sotto osservazione in quella sede. Facendo partire quella raffica di cause miliardarie contro giornali e giornalisti il nostro premier ha solo peggiorato la propria posizione: si è dimostrato il peggior esempio in Europa del ricorso a cause vendicative che rischiano di soffocare la libertà d'espressione. Queste pratiche, secondo il rapporto firmato da Miklos Haraszti a luglio di quest'anno, si stanno espandendo a danno della libertà di espressione. Un fenomeno che la publicazione più autorevole sullo stato della libertà d'espressione nel mondo, l'Index on Censorship, ha descritto come "il grande freddo" ("the big chill") che rischia di mettere a repentaglio il ruolo correttivo nei confronti del potere che è la prima funzione della stampa libera.
Un vento gelido che si è fatto sentire di recente, per citare i paesi membri dell'OSCE che cadono sotto la responsabilità di questo professore ungherese, in Kazakhstan, in Slovacchia e in Turchia, ma che non dovrebbe soffiare nei paesi fondatori dell'Unione europea. Infatti, l'Irlanda e la Gran Bretagna stanno lavorando per rendere meno punitive le proprie leggi sulla diffamazione, sempre a tutela della libertà d'espressione.
Chiedere cifre esorbitanti, come i tre milioni di euro chiesti all'Unità e a Repubblica (un record in Europa) è un atto che non appartiene al comportamento del capo di governo di un paese democratico. Questo il semplice messaggio fatto pervenire per lettera da Vienna. Ma di quest'orecchio, come sappiamo, il nostro governo non ci sente. E tanto meno vorrà acconsentire alla riflessione conseguente: visto che il pubblico ha il diritto di sapere, fare domande, più che un diritto è il dovere della stampa. Mentre solo a un ripetente in materia di democrazia dovrebbe essere necessario ricordare che chi governa deve "accettare un più alto livello di critica rispetto ai cittadini ordinari".
La lettera dell'OSCE, sicuramente destinata o all'oblio (ne hanno parlato i telegiornali?) o al rituale svilaneggiamento per bocca del deputato-avvocato di turno, è solo l'ennesimo, imbarazzante richiamo al fatto che l'Italia è, ogni giorno di più, un osservato speciale in Europa. Su questo punto le diverse istituzioni europee concordano e non a caso il rappresentante dell'OSCE si richiama alla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Se il governo insiste lo scoprirà: c'è un giudice a Strasburgo.


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MessaggioInviato: 27/09/2009 - 05:53 
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Ultime sul caso Boffo e “il Giornale”. Un retroscena



Sul “Giornale” di sabato 19 settembre, Diana Alfieri ha difeso la giustezza della campagna condotta dal quotidiano diretto da Vittorio Feltri contro “l’idoneità morale” di Dino Boffo. Ha accusato la conferenza episcopale italiana e in particolare il cardinale Camillo Ruini d’aver mantenuto Boffo alla direzione dei media cattolici “mettendo con ciò a repentaglio l’immagine della Chiesa agli occhi dei suoi stessi fedeli”. Ha escluso che il direttore dell’”Osservatore Romano” Giovanni Maria Vian e la sua collaboratrice Lucetta Scaraffia abbiano a che fare con “la falsa congiura laicista” messa in circolo per “salvare la faccia a Boffo e ai suoi santi protettori”. Ha rivendicato uno zio partigiano di Vian per comprovare la sua ruggine con Gianfranco Fini. E ha concluso con una lunga citazione del papa che invoca “purezza e verità”.

L’articolo è riprodotto integralmente più sotto, a partire dal suo sopratitolo: “Retroscena”.

Ma il retroscena più interessante è un altro. Diana Alfieri non è una persona in carne ed ossa. È un “nom de plume”, una firma fittizia d’uso corrente al “Giornale”, come Telesio Malaspina a “L’espresso”. Il “non de plume” serve a coprire l’autore vero, la persona reale che è in definitiva l’ispiratore ultimo dell’articolo. Cioè, in questo caso, Giovanni Maria Vian.

Di certo, non c’è “summa” meglio costruita di questo articolo per svelare il pensiero del direttore dell’”Osservatore Romano” in merito all’attacco che ha portato Boffo alle dimissioni. Un pensiero già in precedenza niente affatto recondito, e ribadito fin dall’esordio dell’articolo con le parole stesse di Feltri: “Sono affari interni alla Chiesa”.

Pubblicato all’antivigilia del consiglio permanente della CEI, l’articolo è in effetti tutto intraecclesiastico. Da combattimento. La scelta dei nuovi direttori di “Avvenire”, di Sat 2000 e di RadioInBlu fa parte della partita. Vian ha sempre detto d’avere il sostegno pieno del segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone. Dirige “L’Osservatore Romano”, che come marchio non ha pari. Al “Corriere della Sera” è fonte primaria per le notizie di Chiesa. È ospite di riguardo al “Giornale” di Feltri. È eminenza grigia al “Giornale di Brescia”, di cui ha candidato il direttore per succedere a Boffo. Se piegasse anche “Avvenire” si concentrerebbe in lui un potere mediatico di prima grandezza.

Da professore di filologia, Vian sbocciò al giornalismo proprio grazie a Boffo, che lo valorizzò come editorialista di “Avvenire”. E con lui e per lui scrisse molto, fino all’ultimo.

Oggi, sullo stesso Boffo e dintorni, ecco invece che cosa ha pubblicato “il Giornale”:

*

RETROSCENA

QUELLA FALSA CONGIURA LAICISTA PER COPRIRE LA VERITÀ SU BOFFO

di Diana Alfieri

Aveva detto bene Vittorio Feltri, direttore del “Giornale”, nel giorno delle dimissioni di Dino Boffo dalla direzione di Avvenire: «Sono affari interni alla Chiesa». E infatti tra i contraccolpi tardivi del caso Boffo, il più rilevante sembra essere lo stato di autointossicazione acuta che si sta producendo nel mondo cattolico. Nell’approccio alle conseguenze dello scandalo s’era notato fin da subito un diverso atteggiamento fra i due poteri della Chiesa: la Segreteria di Stato vaticana da una parte e la Conferenza episcopale italiana dall’altra. A questa spaccatura si sono date svariate interpretazioni. Tutti i giornali laici hanno cercato di leggervi motivazioni squisitamente politiche: la ragione per cui Boffo sarebbe stato smascherato per i suoi poco onorevoli trascorsi giudiziari sarebbe da ascriversi ai ripetuti attacchi sferrati da “Avvenire” ai comportamenti privati del premier e alla politica di rigore del governo sull’immigrazione. Come se il nodo da affrontare fosse quello dei rapporti fra la Santa sede e Palazzo Chigi. Invece la questione sollevata dal “Giornale” aveva tutt’altro aspetto, e certo non secondario per i credenti: l’idoneità morale - qui non si discute quella professionale - del direttore di “Avvenire” a rappresentare il mondo cattolico. Una faccenda ben più scottante, per chi frequenta i sacramenti, che non le notti allegre di Silvio Berlusconi.

Non stupisce che i giornali della sinistra abbiano scritto che dalle sorti di Boffo sarebbero dipese quelle del rapporto fra la Chiesa e il governo Berlusconi: nel nostro Paese si tende a dare una lettura politica a qualsiasi fatto, immiserendo ogni vicenda a un referendum pro o contro il Cavaliere. Lascia invece sbalorditi che a dilettarsi in questo sport nazionale siano stati giornali di area cattolica o del centrodestra. Il primo a riprendere la fantomatica ricostruzione di una congiura anti Pdl a favore di un grande centro che comprenderebbe anche Gianfranco Fini è stato “Libero”. Sfruttando notizie risapute ai più, e comunque non certo segrete, a cominciare dalla conoscenza personale che lega il direttore dell’”Osservatore Romano”, Giovanni Maria Vian, a Ernesto Galli della Loggia e all’ex direttore del “Corriere della Sera”, Paolo Mieli, il quotidiano ha proposto con successo (è stato ripreso lunedì dal “Foglio” di Giuliano Ferrara) uno scenario di congiura laicista contro la Chiesa. Ne ha fatto le spese anche la storica Lucetta Scaraffia, colpevole d’essere moglie di Galli della Loggia nonché collaboratrice tanto dell’”Osservatore” quanto del “Corriere”, bersagliata per un articolo giudicato da “Libero” addirittura antipapista (dimenticando, però, che la presunta nemica di Giovanni Paolo II citava a favore del suo ragionamento un’enciclica del Papa polacco, l’”Evangelium Vitae”).

L’assurda ricostruzione è stata prontamente ripresa il giorno dopo da “Avvenire” e poi dal sito del vaticanista dell’”Espresso”, Sandro Magister, notoriamente molto vicino al cardinale Camillo Ruini. «Un dato certo è che alcuni circoli cattolici, assecondati da prelati, mostrano un febbrile interesse a che prenda vita in Italia una nuova formazione politica di centro, nella quale i cattolici e la Chiesa possano trovarsi “di casa”. Questo interesse appare acuito dopo la tempesta che ha investito Avvenire, con le dimissioni del suo direttore Dino Boffo», ha suggerito Magister nel suo blog.

Se non che l’insistenza dei media cattolici vicini a Ruini nell’avvalorare la cervellotica congettura cozza contro alcuni dati di fatto che smontano la tesi del complotto. Fra questi, la scarsa simpatia che corre fra Vian e Fini, rivelata mesi fa dalla durezza con cui il direttore dell’”Osservatore” ha risposto alle insinuazioni del presidente della Camera sulle presunte colpe della Chiesa nella Shoah. Fini si sarà anche completamente ripulito dal suo ingombrante passato, ma si dà il caso che lo zio di Vian, Ignazio, sia stato uno dei più illustri eroi della Resistenza.

L’inconsistenza dello scenario di congiura prospettato da chi tenta di buttare lo scandalo in politica nella speranza di salvare la faccia a Boffo e ai suoi santi protettori fa il paio con la strategia diversiva applicata da chi a suo tempo volle mantenere il direttore di “Avvenire” alla direzione dell’intera galassia dei media cattolici nonostante fosse a conoscenza delle molestie a sfondo sessuale sanzionate dal giudice di Terni: se è tutto un gioco politico, nessuno si chiederà se la denuncia del “Giornale” è vera e se le gerarchie della Cei hanno peccato di poca prudenza, o di eccessiva indulgenza, mettendo a repentaglio l’immagine della Chiesa agli occhi degli stessi fedeli.

Le parole pronunciate da Benedetto XVI domenica scorsa all’Angelus sono cadute su questo scenario - che si potrebbe definire, dal punto di vista cristiano, miserabile - come una sciabolata di luce che ne cambia completamente la prospettiva: «Mi piace citare uno scritto di San Giovanni Crisostomo, uno dei grandi Padri della Chiesa», ha detto il Papa. «Uno può anche avere una retta fede nel Padre e nel Figlio, così come nello Spirito Santo, ma se non ha una retta vita, la sua fede non gli servirà per la salvezza. Quando dunque leggi nel Vangelo: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio”, non pensare che questo verso basti a salvarci: sono necessari una vita e un comportamento purissimi». E alla fine, affidandosi alla Madonna: «Impariamo da lei a testimoniare la nostra fede con una vita di umile servizio, pronti a pagare di persona per rimanere fedeli al Vangelo della carità e della verità». Purezza e verità. Più chiaro di così…

Continuando a prospettare retroscena politici inesistenti, certi cattolici lasciano cadere nel vuoto le parole del pontefice, non le ascoltano, non pensano d’essere chiamati a rispondere sul piano alto da lui proposto come l’unico su cui la Chiesa deve affrontare questa crisi. Anzi, abbassando il livello della discussione, sembrano ansiosi soprattutto di sfuggire all’obbligo di affrontare il nodo vero della questione, cioè quello della verità sul caso Boffo. E, quando si nega la verità, la si occulta, poi è facile costruire e avvalorare false versioni, ricostruzioni rocambolesche, cioè continuare nella menzogna. Proprio quello che il Papa ha chiesto di non fare.

(Da “il Giornale” di sabato 19 settembre 2009).

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Mediaset querela Repubblica per articolo su inchiesta Svizzera


MILANO, 9 ottobre (Reuters) - Mediaset (MS.MI: Quotazione) ha dato mandato ai propri legali di sporgere querela per diffamazione nei confronti di un giornalista di Repubblica (ESPI.MI: Quotazione) e del suo direttore per un articolo apparso oggi su alcune inchieste in Svizzera.
Il gruppo sottolinea in una nota che "nonostante la precisazione diramata ieri da Mediaset (...), Repubblica afferma circostanze non desumibili dagli atti delle indagini", "supposizioni (...) lesive della reputazione di Mediaset, e non suffragate da alcun documento".

Già ieri erano apparse alcune indiscrezioni stampa su inchieste della magistratura svizzera per riciclaggio in relazione alla vicenda giudiziaria sui diritti tv.

Mediaset aveva ribadito in una nota la sua estraneità ai reati ipotizzati sottolineando di non aver mai accantonato fondi neri nè in Svizzera nè in alcun altro paese.

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La Fininvest contesta il contenuto degli articoli di Repubblica
La replica dei giornalisti Bolzoni e D'Avanzo
"Il consulente escluse ogni possibile ombra"
"Ma quella zona grigia è nella sentenza"




LA LETTERA
Egregio Direttore,
La presidente della Fininvest Marina Berlusconi - annunciando la decisione di procedere per le vie legali - ha già anche espresso il giudizio sull'operazione diffamatoria organizzata dalla Repubblica nei confronti di un grande gruppo imprenditoriale come il nostro per colpire il suo fondatore. Non ci sarebbe altro da aggiungere. Tuttavia, nell'articolo "Quelle nebbie misteriose sulle origini della Fininvest", la Repubblica torna sul tema con alcuni elementi su cui non è possibile tacere. Vediamo i principali.
Il pezzo forte dell'articolo sembra essere la ricostruzione degli apporti finanziari alle origini del gruppo Fininvest, affidata dalla Procura di Palermo al funzionario della Banca d'Italia Francesco Giuffrida. I due giornalisti citano la sentenza del Tribunale palermitano secondo cui né il consulente della Procura né quello della difesa sono riusciti "a risalire in termini di assoluta certezza e chiarezza all'origine, qualunque essa fosse, lecita o illecita, dei flussi di denaro investititi nella creazione delle holding Fininvest". Ma è proprio così? Per quanto riguarda il consulente della difesa, i verbali delle udienze sono a disposizione: è sufficiente leggerli per valutare come alcune sue dichiarazioni siano state travisate e quanto invece risultino nette le affermazioni sull'assoluta trasparenza di tutte le operazioni esaminate.
Relativamente alla consulenza chiesta dalla Procura, due esperti di cose mafiose come gli autori dell'articolo dovrebbero ben sapere che cosa accadde dopo la sentenza citata. Visto che loro non lo raccontano, lo raccontiamo noi. Chiamato in causa dalla Fininvest, secondo la quale nella sua consulenza era arrivato a conclusioni errate per grave negligenza, il dottor Giuffrida ha sottoscritto la seguente affermazione: "All'esito di una prospettazione maggiormente organica delle operazioni ... e della relativa documentazione già disponibile, (il dottor Giuffrida ndr) riconosce i limiti delle conclusioni rassegnate nel proprio elaborato e delle dichiarazioni rese al dibattimento, ed inoltre che le ... operazioni oggetto del suo esame consulenziale erano tutte ricostruibili e tali da escludere l'apporto di capitali di provenienza esterna al Gruppo Fininvest" (il testo integrale dell'atto di transazione è dal 27 luglio 2007 a disposizione sul nostro sito, http://www.fininvest.it). Tradotto dal linguaggio tecnico, a noi, e non solo a noi, pare che il concetto sia chiaro: nessuna zona d'ombra.
Ma l'articolo odierno ha un altro "punto forte", il libro di Paolo Madron "Le gesta del Cavaliere" (1994). Repubblica, intercalando abilmente frasi prese dal libro con allusioni e ammiccamenti, lo utilizza per arrivare all'enormità, a insinuare addirittura - nemmeno troppo velatamente - che una quota della Fininvest sia in mano alla mafia. Basta però leggere il libro di Madron per rendersi conto che in quelle pagine non esiste alcun tipo di riferimento diretto o indiretto, allusione, evocazione, nulla di nulla che possa in qualche modo far pensare a qualsivoglia collegamento con capitali mafiosi.
Questi sono fatti, sono documenti, non sono inaccettabili insinuazioni. Di quelle dovrà essere reso conto nelle aule di giustizia.
Franco Currò
(Direttore Comunicazione Fininvest)

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LA RISPOSTA
Repubblica non ha mai scritto che la frase ripresa dal libro Le gesta del Cavaliere di Paolo Madron ("Non meno dell'80 per cento delle azioni delle holding che controllano Fininvest sono di Berlusconi. Sull'altro 20 per cento ci si può ancora sbizzarrire") faccia "riferimento a un collegamento con capitali mafiosi". Si discute di questo: la famiglia mafiosa di Brancaccio lascia dire che ha in mano "un asso nella manica" contro la Fininvest. Ci si chiede: ci sono zone grigie nel passato della Fininvest che possano rendere concreto quel ricatto? Sì, una zona d'ombra c'è. È l'autorevolissima fonte di Paolo Madron - il banchiere Carlo Rasini, primo e decisivo finanziatore di Silvio Berlusconi, testimone e protagonista diretto della nascita delle sue imprese - a sostenere che il "venti per cento della Fininvest" non è (al 1994) nella disponibilità del capo del governo. E' un'affermazione che contraddice in modo radicale la dichiarazione di ieri di Marina Berlusconi: ("Non c'è stata mai una sola azione della Fininvest che non facesse capo alla famiglia Berlusconi. Così è oggi e così è da sempre"). È bizzarro contestare ciò che non si è scritto per non smentire quel che davvero è stato detto.
Veniamo ora allo strano caso del dottor Giuffrida, vicedirettore della Banca d'Italia di Palermo. L'argomento della Fininvest è prevedibilissimo e - purtroppo - sfortunato, se lo si racconta tutto intero. Incaricato dal pubblico ministero di valutare i finanziamenti alle holding di controllo della Fininvest, Giuffrida rintraccia molte operazione che giudica "anomale". Per esempio: 113 miliardi di lire negli anni settanta (pari a circa 308 milioni di euro di oggi) erano "flussi di provenienza non identificabile". Fininvest muove contro il consulente un'azione civile. Che si conclude con una transazione in cui Giuffrida, è vero, "riconosce i limiti delle sue conclusioni". Quel che la Fininvest non ricorda mai, quando evoca lo strano caso del dottor Giuffrida, è quel che dissero i suoi avvocati (Maria Taormina Crescimanno e Antonio Coppola) all'Ansa. Quel giorno il 28 luglio 2007, alle ore 20,48: "Il dottor Giuffrida ha personalmente ricevuto la proposta di transazione dalla Fininvest e solo il 18 luglio ha sottoposto ai suoi legali una bozza di accordo che gli stessi non hanno condiviso, ritenendo che quanto affermato nel documento non corrispondesse alle reali acquisizioni processuali. Il successivo 26 luglio, il dottor Giuffrida ha inviato all'avvocato Coppola il testo della bozza parzialmente corretto. Consultatisi i difensori hanno tuttavia ritenuto di non condividere la proposta di transazione. Ieri, 27 luglio, i difensori hanno saputo dai media, e solo successivamente da Giuffrida, della stipula dell'atto che non hanno sottoscritto e che non sottoscriveranno non condividendo la ricostruzione dei fatti e le affermazioni in esso contenute". Quel che conta non sono le parole di Giuffrida, ma quel che è scritto nella sentenza contro Marcello Dell'Utri, II sezione del Tribunale di Palermo, 11 dicembre 2004: "Non è stato possibile, da parte dei consulenti [del pubblico ministero e della difesa], risalire in termini di assoluta certezza e chiarezza all'origine, qualunque essa fosse, lecita od illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holding Fininvest. (...). La consulenza [della difesa] Iovenitti non ha fatto chiarezza e non ha contribuito a chiarire la natura di alcune operazioni finanziarie "anomale" e a evidenziare la correttezza delle risultanze societarie, contabili e bancarie del gruppo Fininvest".
Anche in questo caso, è chiaro il metodo di Fininvest. Si contesta, con un atto privato del tutto estraneo al processo (la transazione del povero Giuffrida), quel che non si può negare ha accertato un Tribunale: ci sono all'origine di Fininvest "operazioni finanziarie "anomale"". È difficile contestare che una zona grigia ci sia, se nemmeno il consulente di Marcello Dell'Utri è riuscito a illuminarla.
Attilio Bolzoni, Giuseppe D'Avanzo

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Citato per avere istigato gli industriali a boicottare la pubblicità
Il giudice deciderà a gennaio sulla richiesta del premier Berlusconi
Il Cavaliere invoca l'immunità
nella causa con il gruppo Espresso




MILANO - Berlusconi invoca l'immunità parlamentare. Quella prevista dall'articolo 68 della Costituzione per i discorsi dei parlamentari anche quando parlano fuori della Camera di appartenenza. È la difesa che il premier ha scelto nella causa civile intentata dal gruppo Espresso-Repubblica contro di lui, per le parole pronunciate all'assemblea dei giovani industriali a Santa Margherita Ligure (Genova).

In quell'occasione, Berlusconi aveva invitato gli industriali a interrompere gli investimenti pubblicitari verso i quotidiani catastrofisti e aveva parlato esplicitamente di "giornali che cantano la canzone della crisi quando loro stessi sono causa della crisi". Inoltre, secondo i legali del gruppo Espresso, il premier accusava la Repubblica di muovere un attacco eversivo nei suoi confronti.

Davanti al presidente della prima sezione civile, Alda Vanoni, i legali del premier Vincenzo Mariconda e Giovanni Lombardi hanno sollevato la questione dell'immunità da cui sarebbe coperto un parlamentare in merito alle dichiarazioni espresse. Il giudice Vanoni ha fissato udienza l'8 di gennaio e poi il 23 e il 28 gennaio per le precisazioni e le conclusioni delle parti.

Successivamente il giudice deciderà se ritenere sussistente l'immunità oppure se chiedere alla Camera dei deputati di pronunciarsi. Nel caso la Camera dovesse esprimersi per l'immunità a quel punto il Tribunale potrebbe sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla corte Costituzionale. Nella citazione i legali del gruppo Espresso-Repubblica, Carlo Federico Grosso e Francesca Lucchi chiedono la condanna generica di Berlusconi senza indicare cifre relative all'eventuale risarcimento.

Secondo gli avvocati del gruppo editoriale da parte di Berlusconi ci sarebbe stato un comportamento di concorrenza sleale a favore dei media controllati da lui. L'Espresso ha inoltre avviato sulla vicenda anche un'azione penale davanti alla procura della Repubblica di Milano.
(w. g.)

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Quell'invito a non investire nei giornali avversari. Un groviglio di conflitti di interesse
Il leader del Pdl reclama per se stesso l'irresponsabilità che spetta solo al capo dello Stato
Le distorsioni del capo del governo
che usa la pubblicità come un'arma
di GIUSEPPE D'AVANZO


I fatti sono questi, e forse li ricorderete. Berlusconi, il 13 giugno, racconta ai giovani industriali riuniti a Santa Margherita Ligure che contro di lui c'è un "progetto eversivo" e invita gli imprenditori a "non dare pubblicità ai media che cantano ogni giorno la canzone del pessimismo". Con chi ce l'ha? Il capo del governo lo spiega qualche ora dopo nella notte, al termine di una cena a Portofino con Marco Tronchetti Provera (Pirelli) e Roberto Poli (Eni).

Dice: ce l'ho con i giornali "nemici", ce l'ho con Repubblica, quella gazzetta colpevole di fare qualche domanda di troppo, in quei mesi. Sono subito in luce molte distorsioni in quel discorso. La pubblicità è lo strumento - può esserlo, deve esserlo, dice Berlusconi - per condizionare l'informazione, per indurre a più miti e malleabili scelte un giornale che ritiene di avere buone ragioni per criticare il governo.

Nella prospettiva storta del Cavaliere, la pubblicità non è più l'arnese per affrontare la competizione economica, liberamente e con qualche vantaggio. Diviene un bastone per castigare il "nemico" diventato "eversore". Nella primitiva teologia politica inaugurata dal premier, è l'arma da usare - nel legittimo confronto delle idee - per difendere una maggioranza, il cui potere è il Bene, contro tutto ciò che vi si oppone, subito definito il Male. Il presidente del Consiglio esige quindi dagli imprenditori un'energica manomissione delle regole del mercato per punire chi disapprova la politica del suo governo o esamina le sue condotte pubbliche.

Bisogna chiedersi però se sia davvero soltanto il capo del governo a parlare a Santa Margherita ligure? È difficile non scorgere nell'obliqua esortazione del Cavaliere un groviglio che attorciglia l'uno sull'altro potere culturale, potere economico, potere politico. Berlusconi è il maggior editore del Paese: dunque, le difficoltà di un suo concorrente nell'editoria diventano un suo personale vantaggio.

Berlusconi è anche il proprietario di Publitalia, prima concessionaria multinazionale d'Europa per fatturato nella raccolta pubblicitaria: dunque, meno pubblicità per gli altri, più pubblicità per se stesso. Non c'è dubbio che Berlusconi, come capo del governo, sia azionista - attraverso il Tesoro - dei colossi economici pubblici e semipubblici del "sistema Italia": dunque, Eni, Enel, Finmeccanica, Poste saranno "orientati" dagli ammonimenti del premier nella programmazione delle campagne pubblicitarie sui quotidiani e i settimanali che potrebbero essere danneggiati dall'ostilità dell'azionista pubblico. C'è chi si sente danneggiato.

Contro le dichiarazioni del presidente del Consiglio il Gruppo Espresso, "nemico" ed "eversore", muove un'azione a tutela della società vedendo violate le norme sulla concorrenza e lesa la sua immagine. Ora - notizia di oggi - è sorprendente che, per evitare ogni giudizio, Berlusconi invochi l'immunità prevista dall'articolo 68 della Costituzione ("I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse"). Quell'immunità non è prevista dalla Carta per assicurare un privilegio al deputato, ma per renderlo più libero nella sua attività.

Ma qual era l'attività che svolgeva, la veste che indossava Berlusconi a Santa Margherita? Sarà il giudice - e, probabilmente, la Corte costituzionale - a valutare se le parole minacciose del Cavaliere meritino la protezione dell'insindacabilità perché "esercizio in concreto delle funzioni proprie dei membri delle Camere", ma è fin da ora interessante comprendere come il premier intende declinare l'immunità parlamentare, visto che la questione è di nuovo nell'agenda della politica per una riscrittura che la irrobustisca.

Si sa, Berlusconi si sente primus super pares. Benedetto dalla volontà popolare, egli vuole essere padrone di un potere che non ammette controlli o verifiche. La convinzione, del tutto abusiva, che la sovranità popolare sia così assoluta da essere sovraordinata alla sovranità della Costituzione giustifica la sua irritazione per regole e limiti. Lo induce a respingere, per le sue leggi e iniziative, il vaglio di costituzionalità del capo dello Stato e della Consulta ("editto di Bonn").

Lo conferma nell'ostinatissimo disprezzo per il potere giurisdizionale e quel disprezzo gli consiglia di sottrarsi ai processi che lo vedono imputato (con il "processo breve" e il "legittimo impedimento"). Berlusconi sembra credere che la sua immunità debba essere incondizionata, anche quando parla da imprenditore agli imprenditori; da "azionista" al management pubblico; da attore del mercato contro i suoi concorrenti.

"Impadronitosi" della sovranità, interpreta tutte le parti della commedia sociale, economica e politica pretendendo che la sua autonomia e libertà non abbiano limiti. Esige che gli sia riconosciuta un'impunità per qualsiasi atto, anche quando non è compiuto nell'esercizio delle sue funzioni. Dopo l'ultima mossa, si può concludere che il Cavaliere reclama per sé la stessa "irresponsabilità" che la Costituzione assegna soltanto al presidente della Repubblica. È un privilegio che la Carta ancora non gli assegna. Per il futuro converrà vigilare, con i tempi che corrono e i discorsi che si odono.

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