La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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Omofobia: tutta casa e Chiesa
di Ilaria Donatio

Quando il prete azzurro Giovanni Baget Bozzo, nel lontano duemila, rivelò di aver provato “sentimenti omosessuali”, la Chiesa reagì con fermezza chiarendo, con le parole dell’allora segretario di Stato vaticano, cardinale Angelo Sodano, di “rispettare tutti, di amare tutti”, ma che “non le si poteva chiedere di chiamare bene il male”. Don Baget Bozzo ridimensionò immediatamente la portata del proprio “male”, semplicemente smentendolo.
La gerarchia vaticana ha tanto timore dell’omosessualità da non riuscire neppure a distinguerla dall’omofobia, dunque, dalle forme di razzismo, violenza e avversione nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (glbt).
Alla manifestazione contro tutti i razzismi dello scorso 24 settembre, indetta in seguito ai ripetuti episodi di omofobia degli ultimi mesi, il Vicariato romano era rappresentato dal nuovo direttore della Caritas diocesana di Roma, monsignor Enrico Feroci, ma quando MicroMega ha contattato il monsignore per conoscere le ragioni di quella adesione e sollecitare una riflessione sull’omofobia, il portavoce del Vicariato ha spiegato che la presenza alla manifestazione era giustificata dal suo carattere di “genericità” (il no al razzismo) e che sull’omofobia non poteva dire nulla in quanto la Chiesa non ha “una posizione ufficiale” a riguardo. Vale a dire: va bene il no al razzismo solo se è di principio, dunque inoffensivo, quanto ai gay possono continuare a essere discriminati (ma in silenzio!).

L’omofobia và a messa
“È imbarazzante che il Vaticano dichiari di non avere una posizione ufficiale sull'omofobia: sarebbe naturale che operasse almeno un distinguo tra omofobia e omosessualità”. Parla Andrea Rubera, consigliere di Nuova Proposta, associazione laica che opera nella capitale da quindici anni e che riunisce uomini e donne omosessuali cristiani: “Ci sono moltissimi omosessuali credenti che si nascondono, non rivelano la propria identità sessuale e continuano a frequentare i normali ambiti parrocchiali o i movimenti cristiani”.
“Alcuni giorni fa”, racconta, “abbiamo inaugurato il nostro anno sociale con un primo incontro. È venuta una coppia di ragazze lesbiche: una molto interessata, l’altra che, visibilmente, mostrava enorme disagio a stare con un gruppo di persone che si definivano cristiane. Alla fine, sono andate via perché la seconda non tollerava di essere in un posto di persone che, definendosi cristiane e con il dono della fede, secondo lei, appoggiavano la ‘Gerarchia Vaticana’ anche nelle esternazioni omofobe”.
La contraddizione esiste, in effetti, almeno da uno sguardo esterno. Ma si riesce a cogliere anche il dolore di chi deve gestirla: “Ci fa soffrire il non poter essere visibili all’interno della comunità di credenti: pensiamo che la spiritualità sia una questione con cui ogni essere umano debba fare i conti ed essere ridotti a fantasmi da quella stessa Chiesa cui sentiamo di appartenere, è mortificante. Ciò nonostante il messaggio di Cristo per noi non è rinunciabile, perché l’omosessualità è dono di Dio”.
Ma l’omofobia, precisa Andrea, “non è solo violenza”: il ragazzo accoltellato vicino al gay village romano o le bombe carta scagliate sulla folla della gay street, sono certamente il sintomo di un “clima peggiorato” ma, chiede, è questo il problema? “Noi crediamo di no”, si risponde subito, “e non per sottovalutare gli ultimi fatti omofobi: purtroppo, ora se ne parla di più perché hanno fatto più notizia e forse anche perché qualcuno ha esagerato, ha calcato troppo la mano”. “La violenza è la causa, non il sintomo” e “se il sindaco di Roma, da una parte solidarizza con la comunità gay e dall’altra afferma che ‘non tutti gli amori devono essere riconosciuti’, beh, lui è omofobo”.
Il “tema”, dunque, è un altro: è pretendere “uguali diritti, riaffermare il no ai ghetti, poter andare in ogni posto”, e non “accontentarsi di ottenere maggiore sicurezza nella gay street”.
Il punto è “essere visibili” per Andrea che, in fondo, chiede solo di poter fare “vita di parrocchia” e ne avrebbe il diritto, visto che è credente. Ma il prezzo è sempre lo stesso: l’invisibilità, esserlo ma non dirlo. Nel frattempo, i gay cristiani della capitale si danno appuntamento in una Chiesa valdese.

Un numero verde aiuta
Gay Help Line è il contact center antiomofobia del Comune di Roma sostenuto anche dalla Provincia e dalla Regione Lazio.
Secondo i dati raccolti, nei primi sei mesi del 2009, si è assistito a un costante aumento, rispetto all’anno precedente, dei contatti ricevuti da Gay Help Line: una media di oltre 2 mila contatti mensili, con picchi sino a circa 4 mila, nei mesi di aprile e maggio.
“Le segnalazioni di discriminazioni e violenze omofobe”, spiega il presidente Fabrizio Marrazzo, “sono raddoppiate (da mille a duemila al mese), intanto, perché finalmente c’è uno strumento a cui rivolgersi e ottenere consulenza (psicologica, legale, medica) gratuita”. Ma quello che è cambiato, secondo Marrazzo, è il tipo di reati commessi ai danni di gay e lesbiche: “C’è una maggiore aggressività negli ultimi tempi, forse perché, chi li commette, si sente indirettamente legittimato dalla destra che continua a seminare insicurezza nei confronti del diverso, chiunque sia”.
Ma è un altro il dato importante che emerge dall’analisi dei casi denunciati al numero verde: come per le violenze sulle donne, anche la gran parte delle aggressioni ai danni di ragazzi omosessuali, tutti giovanissimi, si consuma in famiglia. Ben il 32 per cento di chi contatta il numero verde anti-omofobia ha meno di 18 anni (il 46% è di sesso maschile, il 42% di sesso femminile, il 4% è transessuale). Questo dato spiega il perché le violenze consumate in famiglia, spesso, non emergano: “Raramente il figlio arriva a denunciare il genitore, proprio per via del rapporto di amore-odio che continua a legarlo a lui, nonostante le violenze”, spiega Marrazzo.
Quanto alla provenienza geografia, si nota la marcata predominanza delle regioni centrali, con il 38 per cento di telefonate. Altro elemento di un certo interesse è la “categoria di chiamate”, vale a dire, la ragione che spinge a contattare il contact center. Aumentano i contatti per richiedere consulenza legale (l’11 per cento del totale): lesbiche e gay sono tra i primi, infatti, ad aver subito licenziamenti, a causa della crisi economica (vi è stato, ad esempio, un incremento di casi di mobbing del 20 per cento e del 3 per cento di discriminazioni sul lavoro). Quanto a chi chiama per “ragioni sociali”, circa il 40 per cento, sempre più giovani denunciano problemi a scuola o in famiglia e i ragazzi che lamentano problemi psicologici (circa il 34 per cento delle chiamate) sono aumentati, rispetto al 2008, del 3 per cento.

Familismo amorale
Potremmo andare avanti molto a lungo, fornendo dati e cifre molto accurati, tutti di non difficile interpretazione: il vero nemico da riconoscere e combattere nella lotta all’omofobia, è l’ignoranza. Famiglie apparentemente “per bene”, dice Marrazzo, che prima di conoscere la reale problematica dei propri ragazzi, a parole, si dichiarano molto tolleranti e politicamente corrette nei confronti del mondo omosessuale, per poi arrivare a “punire” il figlio o la figlia che fa outing: nel migliore dei casi, rimuovendo il “problema” e facendo finta di nulla. Nel peggiore, con le botte, con i calci, i pugni e le armi.
Colpisce la violenza, certo, ma soprattutto l’ignoranza di questi padri e queste madri che, magari, santificano la domenica e si scambiano pure il segno della pace. La stessa ignoranza che ha portato il padre di Massimo, giovane docente di storia e filosofia, a intimargli di utilizzare asciugami diversi dal proprio. Lui ora è in terapia da anni, per questa e altre violenze. Mai denunciate.
E “Ignora(n)ti” è il nome dell’iniziativa di cui si è fatto promotore il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli: quella di leggere, davanti alla Camera dei deputati, alcune pagine di libri che nei secoli hanno raccontato “l’amore omosessuale, saggi che raccontano la normalità del nostro amore e delle nostre famiglie, che parlino di noi, delle nostre vite, dei nostri desideri e delle nostre istanze”. “Il vero nemico delle persone glbt non è la violenza ma l’ignoranza e per combatterla servono impegno e cultura”, spiegano.

Girotondi gay
“We have a dream”: prende in prestito le parole pronunciate da Martin Luther King in occasione della storica marcia per il lavoro e la libertà dei neri americani, il nuovo fenomeno dei “micropride” spontanei. “Persone che spontaneamente si aggregano per proclamare il loro sogno di libertà: libertà dalla violenza, dal razzismo, dell’omofobia e della transfobia”, racconta Federico Boni, responsabile della redazione romana del sito d’informazione gay più accreditato e famoso d’Italia nonché blogger d’eccezione. Un movimentismo diverso, spontaneo, alimentato dal desiderio di normalità, di essere e farsi presenti. Ma anche di slegarsi da targhe e sigle. Federico è molto severo con la comunità gay: “Le diverse sigle che dovrebbero rappresentarla”, dice, “in realtà, non rappresentano più nessuno, impegnate come sono a farsi la guerra tra loro”. E ritorna sulla questione della visibilità: “Non vogliamo zone a traffico limitato per poi arrenderci a essere fantasmi, relegati in un cono d’ombra, magari, pure protetto da due petardi lanciati da qualche cretino, ma pur sempre una riserva indiana”. “Perché devo andare all’estero per vedere riconosciuti i diritti che qui mi negano e per fare una vita normale, senza aver nulla da temere?”. Già, perché?

Gay di destra
“Chi aggredisce una coppia omo-affettiva o un transessuale, è cretino oppure ignorante”. Non c’è un “problema politico”, dunque, per Daniele Priori, vicepresidente dell’associazione Gaylib, i gay “liberali di centro-destra”. Daniele parla infatti di veri e propri “episodi di delinquenza”.
Si stima che il 40 per cento dei gay votino per il centro-destra: se il 5 per cento della popolazione è gay (pari a 2 / 3 milioni di abitanti) e se si sottrae da questa cifra chi non vota, possiamo stimare che circa un milione di gay italiani vota per questa parte politica.
Ma che rapporto hanno, loro, con questa maggioranza di governo? E come fanno a votarla, quando se va bene, questo centro-destra neppure li riconosce in quanto “soggetti di diritto” e, quando va male (vale a dire molto spesso), li insulta: “Un rapporto certamente dialettico: le persone comuni, di idee liberali, sono molto più intelligenti e concrete dei nostri ‘nominati’, questo è certo!”.
“Un centro-destra rivoluzionario che finalmente si pone di pari passo alle formazioni simili del resto d’Europa?”. Non ci crede troppo Oliari, presidente di Gaylib, secondo cui una legge antiomofobia pare essere “la battaglia più importante (e forse la sola rimasta) del movimento omosessuale italiano”: l’unica che fino ad oggi abbia “trovato disponibilità presso la maggioranza di centro-destra”. In realtà, per Oliari, si tratterebbe della “conquista meno costosa in termini politici”.
“Davvero crediamo”, chiede, “che una legge contro l’omofobia sortirebbe l’effetto di fermare la mano dell’omofobo violento”? E conclude: “Solo nelle società in cui i gay sono percepiti come persone normali si ha un reale decremento del tasso di omofobia e questo avviene dove gli omosessuali hanno i diritti e i doveri di tutti, dove non è lo Stato per primo a ritenerli cittadini di serie B o, peggio, peccatori immorali”.

Una leggina. Per iniziare
Paola Concia, la deputata del Pd che per prima, un anno fa, ha presentato una proposta di legge per combattere l’omofobia, concorda: “È vero, prima ancora di una legge che combatta le discriminazioni ai danni di persone omosessuali, sarebbe necessario che lo Stato riconosca loro uguali diritti”. Ma nel frattempo, “che si fa? Si sta ad aspettare che qualcosa avvenga o si lavora per ottenerlo?”, chiede.
Intanto, qualcosa si muove.
Lo scorso 2 ottobre la commissione Giustizia della Camera ha concordato il testo base della legge anti-omofobia, di cui è relatrice la Concia. Un iter interminabile a quanto pare: “Si è cominciato a parlare, in Parlamento, di omofobia nel 2002 e da oltre due anni le associazioni gay denunciano casi di discriminazioni, aggressioni e violenze quotidiane”, sottolinea la Concia.
Il testo ha raccolto i voti di Pd, Pdl e Lega, mentre si sono espressi contro Idv (che aveva presentato una proposta di legge autonoma) e Udc.
L’ipotesi originaria di estendere la legge Mancino del ’93 - “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa” - ai reati commessi in ragione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, è naufragata. Ha detto no il Popolo delle libertà, temendo che si potesse configurare un reato di opinione e che la semplice manifestazione di pensiero potesse dare luogo al reato d’opinione (con la Lega perseguita, una frase sì e una no, per istigazione all’odio!). La soluzione adottata, dunque, è stata quella, alla francese, dell’aggravante sessuale: un articolo che aggiunge la discriminazione sessuale tra le aggravanti di reato previste nel codice penale.
Per l’Italia dei Valori il “compromesso” raggiunto da Pd e Pdl non darebbe “una risposta adeguata ad un fenomeno di gravità enorme”. Ma è la cattolicissima Unione di Centro che si distingue per le ragioni del no: “Chi subisce violenza a causa del suo orientamento sessuale”, spiega durante il dibattito in Commissione l’onorevole Roberto Rao, “riceverebbe una protezione privilegiata rispetto alla vittima di violenza tout court, con conseguente violazione del principio di uguaglianza”.
Nel frattempo, è saltata anche l’indicazione dell’identità di genere che serviva a tutelare i transessuali, i più colpiti dalle discriminazioni e violenze.
“Anch’io avrei voluto un altro testo”, spiega la Concia, “ma questo è il massimo che si poteva ottenere con questa maggioranza (non abbiamo né la Merkel né Sarkozy in Italia!): quanto alla lotta alla transfobia, troveremo certamente una soluzione con gli emendamenti”.
Paola Concia è andata fino a Casa Pound, famoso centro sociale neofascista, a discutere di diritti civili: per questo è stata molto criticata dai compagni di partito. “Non si capisce dalle mie parti il perché abbia accettato l’invito di Casa Pound: forse perché loro sono destra fascista, estremista, sono degli impresentabili, non da salotto buono? Perché non avrei dovuto accettare un invito da un’associazione di destra che si vuole porre il problema della sua cultura politica verso i diritti civili? Forse l’unica ragione per cui non sarei dovuta andare a Casa Pound è che ho tanto lavoro ancora da fare in casa mia, dove devo convincere la Binetti che non sono malata e tanti altri dirigenti che le coppie di fatto non fanno male al matrimonio e, infine, che l’omosessualità non è una scelta”.


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Picchia due ragazze che si baciano
«Al nostro paese c’è la lapidazione»
Al Portello di Padova un magrebino si avventa sulle giovani




PADOVA — Infastidito dal­le effusioni amorose tra due ragazze, un gruppo di magre­bini l’altra sera in zona Por­tello a Padova ha usato le ma­niere forti: ne ha scaraventa­ta una a terra e ricoperta di improperi. Tutto perché aveva palesa­to il più naturale dei senti­menti, l’amore, nei confron­ti di una sua coetanea. Un amore insano agli occhi di chi viene da un paese di stretta osservanza musulma­na, dove l’omosessualità ma­schile è diffusa anche se è un tabù di cui non parlare mai e quella femminile qua­si un crimine. Che può costa­re anche il linciaggio: «Al nostro paese queste cose vengono punite con la lapi­dazione », ha sibilato uno dei tre nordafricani in faccia alla ragazza lesbica dopo averla spinta a terra. Poi il giovane magrebi­no, evidentemente alticcio a giudicare dall’alito, ha riferi­to la giovane aggredita, se ne è andato via, sputando a terra in segno di disprezzo.

Il brutto episodio di intol­leranza è successo l’altra not­te in quartiere Portello. In un bar noto per essere «gay friendly», una ragazza di ori­gini brasiliane stava ballan­do in compagnia della fidan­zata. Tra un ballo e l’altro, un po’ per sfida nei confron­ti della compagna dello stes­so sesso ed un po’ perché for­se aveva bevuto uno spritz di troppo, la giovane si è in­trattenuta in ammiccamenti sempre più espliciti con un’altra giovane del gruppo. La cosa non è andata giù alla fidanzata ufficiale che è andata su tutte le furie trasci­nando fuori dal locale l’inna­morata per chiarire il suo comportamento. Ma più del­la baruffa tra compagne a scaldare gli animi è stato l’in­tervento non richiesto di un gruppo di magrebini che ave­va assistito alla scena. Spintoni ed insulti hanno convinto una terza donna che ha assistito alla scena a chiamare la polizia. La volan­te, arrivata sul posto, ha rac­colto la denuncia della giova­ne offesa e gettata a terra. La ragazza, una dicianno­venne di origini sudamerica­ne, ha raccontato quanto suc­cesso tra le lacrime di rabbia per una serata che doveva es­sere di divertimento ed è fi­nita a verbale di polizia per colpa un gruppo di nordafri­cani. Magari gli stessi che, a torto o a ragione, sono pron­ti a muovere accuse di razzi­smo alle forze dell’ordine e agli italiani in generale.

Alberto Gottardo

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Roma, Padova, Napoli, ieri la Sicilia: dall'inizio dell'anno 54 violenze denunciate
Vladimir Luxuria: "I parlamentari si sentano mandanti e complici"
Insulti, botte e molotov
l'escalation dell'intolleranza

di PAOLA COPPOLA e ALESSANDRA RETICO



ROMA - E se non bastano gli insulti, e se non bastano le mani, gli tirano le bombe. Colpevoli di essere gay. L'ultima volta proprio ieri, all'uscita da scuola: due ragazzi derisi, insultati, aggrediti e spintonati dal branco. A Canicattì, nell'Agrigentino. Pochi giorni fa, Francesco e Massimo camminavano per mano nel centro di Roma, li hanno puniti a calci e colpi di casco sul viso. Due ragazze a Padova si sono baciate in strada. Le hanno picchiate.

Ultime recentissime storie di ordinaria violenza omofoba. A leggerle di fila, le aggressioni contro la comunità omosessuale negli ultimi sono una guerra: 54 le violenze denunciate alla polizia dall'inizio dell'anno, sette i raid vandalici contro locali gay. Persone e famiglie offese perché "diverse", i loro aguzzini "perdonati" dall'affossamento della legge Concia. Così la pensa Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay: "Tutti gli Svastichella d'Italia ringraziano: è stato lanciato un messaggio gravissimo, è l'impunità per tutti".

Gay Village, 22 agosto scorso. Alessandro Sardelli, detto "Svastichella", ferisce con una bottiglia e un coltello due ragazzi al Gay Village di Roma. "Quell'aggressione mi ha rovinato la vita". Dino, 30 anni, mostra la cicatrice di quella sera, larga, profonda. Non è rimasta solo sul corpo: "Sono traumatizzato e spaventato". Non è il solo. Francesco è come Dino: "Scioccato". Aggredito due volte in un anno. La seconda giorni fa, mentre passeggiava mano nella mano con il suo fidanzato in via del Corso, centro di Roma. Un gruppo, al grido "camerati", gli ha tirato un casco in faccia. Una violenza che ricorda precedenti spaventosi a Franco Grillini, presidente di Gaynet: la bocciatura della legge Concia è "un incentivo agli omofobi a continuare negli atti di violenza contro la comunità lgbt. Nell'Italia di oggi gli omosessuali sono come gli ebrei nella Germania di Hitler".

Solo a Roma, gli episodi di intolleranza si sono ripetuti con un'escalation preoccupante: petardi e molotov contro i locali omosex e la Gay Street, le scritte omofobe sui muri per le strade. Ma anche altrove è paura: a Napoli una coppia di stranieri assalita dal branco, a Rimini due conviventi presi a calci dal vicino di casa, un giovane a Firenze pestato a sangue all'uscita di un bar, un 30enne sardo spogliato, picchiato e costretto a subire un tentativo di stupro.

Vite violentate, ogni giorno, senza difese. "Chi ci ha preso in giro?" si chiede Imma Battaglia, presidente Di'Gay Project Onlus. Dopo la bocciatura della legge, veglia silenziosa a Montecitorio da ieri sera. Ma ci vuole di più, perché "non siamo agnellini, dobbiamo diventare dei lupi mannari" (Andrea Berardicurti, segreteria politica del Mario Mieli). Vladimir Luxuria accusa: "I parlamentari si sentano mandanti e complici delle violenze".

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La vittima è morta per le ferite riportate durante il pestaggio
Gli aggressori sono stati ripresi da telecamere a circuito chiuso
Londra, gay picchiato a morte
Caccia a due ragazzine bionde

Terzo episodio in un anno. Attacchi omofobici aumentati del 14% da aprile



LONDRA - E' caccia a due ragazzine sospettate dell'omicidio di un omosessuale a Trafalgar Square, nel cuore di Londra. Secondo la polizia britannica, la vittima Ian Baynham, morto ieri sera per le ferite riportate nel corso del pestaggio omofobico il 25 settembre, sarebbe stato pestato a sangue da tre adolescenti, filmati dalle telecamere a circuito chiuso mentre sedevano nella piazza poco prima dell'attacco. Tra gli aggressori, ci sono due ragazzine dai capelli biondi.

La dinamica. Stando alle prime ricostruzioni, Baynham si stava dirigendo verso il West End in compagnia di un amico 30enne quando, poco prima delle 11 di sera, i tre li hanno attaccati, coprendoli di insulti omofobici e pestandoli furiosamente. Il compagno della vittima è rimasto ferito, ma in maniera lieve. Secondo quanto riferito dalla polizia, le due ragazze ed il loro amico, che avrebbero tra 16 e 20 anni, nella stessa serata avrebbero insultato anche altri passanti.

I precedenti. Quello di Baynham è il terzo omicidio omofobico commesso a Londra nell'ultimo anno. Scotland Yard ha espresso preoccupazione nei confronti dell'aumento degli attacchi contro i gay, cresciuti del 14% da aprile.


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Gay picchiato a sangue a New York



Brutale pestaggio ripreso da una telecamera di sorveglianza. La vittima, 49 anni, è in coma. Arrestati gli aggressori

Grave episodio omofobo a New York: un uomo gay di 49 anni, Jack Price, è stato brutalmente aggredito da due ragazzi all'uscita di un drugstore del quartiere Queens.

Una telecamera di sorveglianza ha registrato il pestaggio: i due aggressori, Daniel Aleman di 26 anni e Daniel Rodriguez di 22, hanno prima insultato con epiteti omofobi e poi selvaggiamente colpito l'uomo fino a ridurlo in fin di vita.

Nonostante le gravissime lesioni riportate, la vittima - sottoposta a coma farmacologico - è riuscita a identificare i due ragazzi, poi arrestati. Il drammatico episodio ha avuto luogo proprio nelle stesse ore in cui a Washington era in corso un'importante manifestazione per i diritti dei gay.

http://www.youtube.com/watch?v=r1qQsC_p ... r_embedded

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Cita:
Questione di razza

(Trilussa)




-Che cane buffo! E dove l' hai trovato? -
Er vecchio me rispose: -é brutto assai,
ma nun me lascia mai: s' é affezzionato.
L' unica compagnia che m' é rimasta,
fra tanti amichi, é ' sto lupetto nero:
nun é de razza, é vero,
ma m' é fedele e basta.
Io nun faccio questioni de colore:
l' azzioni bone e belle
vengheno su dar core
sotto qualunque pelle.

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Una sofferenza in più
di MICHELA MARZANO

L'affossamento della legge sull'omofobia la dice lunga sulla concezione dei diritti civili e delle libertà pubbliche della maggioranza. Proprio mentre le aggressioni contro i gay si moltiplicano, il rifiuto di inserire tra le aggravanti "fatti commessi per finalità inerenti all'orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa" non può che rafforzare l'odio.

Incoraggia quanti credono che il semplice fatto di essere omosessuali meriti una punizione. Una buona notizia, scrive ironicamente Miriam Mafai, per tutti i "normali" che percorrono le strade del paese alla ricerca di vittime colpevoli di una presunta "diversità". Una pessima notizia, ho voglia di aggiungere - l'ironia è un'ottima arma per combattere le ingiustizie, ma arriva un momento in cui l'indignazione è tale che l'ironia non è più sufficiente - , per coloro che si battono per il rispetto di tutti gli esseri umani, indipendentemente dalle differenze di sesso, nazionalità, etnia, religione e orientamento sessuale. Perché siamo tutti uguali e degni di rispetto, nonostante le differenze che ci caratterizzano, che sono infinite, e che non potranno mai essere cancellate dal conformismo e dall'ipocrisia che regnano oggi in Italia.

Tanto più che gli argomenti utilizzati per rifiutare questa legge, nonostante l'apparente sottigliezza, sono estremamente confusi, per non dire fallaci. Invece di cercare di arginare con serietà e rigore l'odio e il fanatismo che circondano oggi gli omosessuali, ci si nasconde dietro i sofismi e si manipola l'opinione pubblica. "E se un pedofilo che ha già scontato la sua pena esce dal carcere e lo pestano perché omosessuale anche lui beneficerà di questa legge?" dichiara in aula l'onorevole Santelli (Pdl). Non c'è bisogno di un'opposizione esplicita per affossare una legge. Basta insinuare il dubbio, mescolare le carte, associare tra loro concetti differenti e contraddittori. Perché proteggere dall'ira del popolo i delinquenti sessuali che minacciano le nostre città? Si può veramente condannare chi "pesta" un pedofilo o un omosessuale? Sembra che alcune persone non facciano più alcuna differenza tra l'omosessualità e la pedofilia.

Tutto ciò, paradossalmente, nel nome del rigore e dell'uguaglianza di fronte alla legge. "L'inserimento tra le circostanze aggravanti comuni previste dall'art. 61 del codice penale della circostanza di aver commesso il fatto per finalità inerenti all'orientamento sessuale comprende qualunque orientamento, ivi compreso incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia..." si legge nel testo riassuntivo della seduta del 13 ottobre elaborato per rifiutare l'esame della proposta di legge.

Testo che prosegue sottolineando non solo l'indeterminatezza concettuale dell'espressione "orientamento sessuale", ma anche il fatto che non si possa in alcun caso comparare le discriminazioni per orientamento sessuale alle discriminazioni legate alle differenze razziali o religiose. Nel secondo caso, infatti, conclude il testo, "si fa sempre riferimento a circostanze oggettive circa le condizioni della persona offesa". Ma di cosa si sta parlando esattamente? Nel nome di quale chiarezza si osa assimilare l'omosessualità, la pedofilia, la zoofilia e la necrofilia? Per quale misterioso motivo la scelta religiosa - e non l'orientamento sessuale - dovrebbe rinviare immediatamente a una circostanza oggettiva?
Albert Camus diceva che, a partire dal momento in cui si utilizzano male le parole, si introduce nel mondo una sofferenza supplementare. È quello che sta accadendo in questo momento in Italia. E non solo in Italia, purtroppo. Perché le recenti polemiche suscitate in Francia dalle dichiarazioni di Marine Le Pen, leader del Front National, contro il ministro della Cultura Frédéric Mitterand vanno nella stessa direzione.

Deformando alcune frasi dell'ultimo romanzo di Mitterrand, Mauvaise vie, Marine Le Pen ha accusato il ministro di fare l'elogio del turismo sessuale e della pedofilia, costringendolo a difendersi su Tf1, al telegiornale serale, di fronte al popolo francese. "Condanno fermamente il turismo sessuale che è una vergogna", dichiara allora il ministro. "Condanno fermamente la pedofilia che non ho mai praticato". In che mondo viviamo? Perché doversi ancora giustificare per la propria omosessualità? Com'è possibile che all'inizio del Ventunesimo secolo ci sono ancora persone che (per ignoranza o per malafede) confondono omosessualità, turismo sessuale e pedofilia? In Francia, le reazioni della gente sono state immediate. Le parole di Frédéric Mitterrand hanno messo a tacere le polemiche, isolando poco a poco tutti coloro che, partendo per una crociata in difesa del Bene, non esitano a umiliare, a ghettizzare e a stigmatizzare i "differenti".

Quando arriverà il momento in cui, anche in Italia, si smetterà di tollerare ipocritamente il male fatto e subito in nome del Bene? L'ostilità di alcuni italiani verso gli omosessuali è profonda. L'ignoranza non basta per spiegare quello che accade. L'omosessualità suscita disapprovazione e avversione. Che sia nel nome della natura, della morale, della religione o del diritto, in fondo, poco importa. Perché in ogni caso ciò che si vuole ribadire è sempre la stessa cosa: l'ordine e la separazione. Un ordine simbolico, spiegano in molti, che si appoggia da sempre su una serie di dicotomie radicali: la differenza ontologica tra l'anima e il corpo, l'uomo e la donna, l'eterosessualità e l'omosessualità, la natura e la cultura, la normalità e l'anormalità. Queste dicotomie hanno permesso per secoli al pensiero di strutturarsi in modo dicotomico, e di legittimare l'instaurazione di una gerarchia di valori immutabili e eterni cui tutti dovrebbero conformarsi.

Ma come sapere ancora cosa è bene e cosa è male quando nel nome del bene alcune persone non esitano a strumentalizzare la "differenza" e a trasformare in capri espiatori tutti coloro che non corrispondono alla "norma" o alla "normalità"? Come si può semplicemente insinuare che un uomo che ama un altro uomo o una donna che ama un'altra donna siano colpevoli di un amore contro natura? Come si può anche solo sollevare il dubbio che non siano poi così differenti da coloro che, approfittando della fragilità delle persone più giovani, violano l'integrità fisica e psichica dei minori?


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L’omosessualità in Albania, una malattia

Da Tirana, scrive Artan Puto
Prosegue la pubblicazione degli articoli del nostro dossier sull’omosessualità nei Balcani con questa descrizione dell’omosessualità in Albania. Attraverso ricerche e sondaggi si evince che la società albanese è impreparata per affrontare questo tema

LGBT statues


La storia

Una delle poche fonti di informazione sulla situazione della comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) in Albania sono le pubblicazioni del Gruppo Albanese per i Diritti Umani. In un suo recente rapporto sugli omosessuali in Albania, viene fuori che la società albanese si considera come molto esclusivistica nei riguardi della omosessualità, trattandola come una sorta di anomalia sociale. Di conseguenza, uno dei maggiori problemi rimane la crescita della consapevolezza dell’opinione pubblica su questo tema.

Il rapporto del Gruppo Albanese per i Diritti Umani (GADU) inizia con una introduzione che serve da sfondo storico al tema dell’omosessualità in Albania. Durante il periodo dell’Impero Ottomano l’omosessualità non veniva considerata come un atto criminale. Pur essendo una questione di cui non si parlava molto apertamente, l’omosessualità veniva considerata come un aspetto della vita e della cultura quotidiane. L’omosessualità ha iniziato a trasformarsi in un tema tabù dopo la proclamazione dell’indipendenza dello stato albanese nel 1912 e dopo la creazione della repubblica albanese nella metà degli anni venti. Ma è durante il comunismo che la persecuzione degli omosessuali tocca il suo apice. Proprio durante quel periodo la società albanese adottò una posizione piuttosto aggressiva nei confronti degli omosessuali. Secondo il rapporto del GADU l’opinione che si ha degli omosessuali è rimasta la stessa anche dopo il 1990, quando cadde il regime comunista in Albania. La omosessualità rimane il simbolo di persone ammalate, decadenti, snob, e molto spesso appartenenti ad uno strato sociale basso. Sicché la presenza della popolazione omosessuale in Albania rimane celata, questo anche perché incontra serie difficoltà nelle assunzioni nei posti di lavoro.

Le associazioni LGBT

La prima associazione degli omosessuali albanesi è stata fondata nel marzo 1994 ed è stata chiamata “Associazione Gay Albania”. Dopo una serie di interviste per metà nascoste alla TV, l’associazione ha iniziato una campagna contro l’AIDS, ma un anno più tardi il suo presidente ha lasciato il paese portando così l’associazione sull’orlo dello scioglimento. I rimanenti membri della associazione non hanno avuto il coraggio di dichiarare in pubblico di essere omosessuali. L’ associazione “Gay Albania” ha una pagina web, ma per il momento non sviluppa nessuna attività concreta.

ALGA è un altra organizzazione, fondata nel 1998 ed è membro della ILGA (Organizzazione Internazionale Gay e Lesbiche). Secondo il rapporto la ALGA ha 25 membri. Purtroppo questa organizzazione non ha un ufficio perché i suoi membri considerano ancora troppo pericoloso esporsi. Cercano di intrattenere contatti con altre organizzazioni nel mondo, ma hanno paura ad organizzare attività in Albania.

Anche per quanto riguarda l’omosessualità, l’Albania ha la sua specificità. Le organizzazioni sono prevalentemente organizzazioni di maschi omosessuali. Le organizzazioni delle lesbiche sono inesistenti. Secondo il rapporto del GADU, questo fatto si lega con la posizione discriminata della donna in Albania. La donna albanese è sottomessa e dominata dalla personalità maschile. Le lesbiche nutrono un forte timore nel rivelare la loro personalità. Oltre a non avere una loro associazione, le lesbiche tentano di tenersi lontano pure dalla comunità dei gay.

Gli aspetti legali

Durante il periodo comunista e prima del 1995, in Albania l’omosessualità si considerava come illecita. L’articolo 137 del Codice Penale sanciva che “l’omosessualità si condanna con 10 anni di prigione”. Questo articolo, ereditato dal vecchio regime comunista, rifletteva la mentalità di un regime oppressivo ed anche la mentalità di una società chiusa dove l’omosessualità veniva equiparata ad un atto criminale. Anche se l’omosessualità era dichiarata illecita, questa è sempre esistita in maniera nascosta. Molti omosessuali sono stati perseguitati ed anche esclusi dalla società. Nell’estate del 1994, il governo albanese aveva preparato un progetto di legge nel quale si diceva che l’omosessualità non è un reato, ma poteva essere punita con una pena massimale di 3 anni in caso di abuso, di relazioni forzate o con minorenni. Una campagna della Associazione Gay Albania e sopratutto la pressione dall’estero esercitata dalla Associazione Internazionale Gay e Lesbiche e quella del Consiglio d’Europa hanno giocato un ruolo determinante nel respingere il nuovo progetto di legge. Dal 1995 il parlamento albanese ha depenalizzato completamente le relazioni omosessuali in età adulta quando esiste il consenso dei partners.

L’anno 2003 ha riportato alla ribalta la questione del nuovo Codice della Famiglia, il quale avrebbe dovuto portare un miglioramento nell’ambito legislativo. Il rapporto del GADU afferma che per la prima volta nella storia dell’Albania un codice di questo tipo è stato discusso non solo in parlamento ma anche nei circoli della società civile, come le organizzazioni per i diritti umani, gli intellettuali, i media e la comunità internazionale. Per la prima volta i media albanesi hanno riportato ampiamente sulle loro pagine articoli riguardanti i diritti degli omosessuali nel Codice della Famiglia. Gli esperti legali avevano proposto che il nuovo codice non includesse le parole “matrimonio tra un uomo e una donna” nell’articolo riguardante il matrimonio, suggerendo di adottare una formulazione più elusiva. Il dibattito era aperto anche al pubblico, ma il parlamento albanese ha deciso di lavorare solo sulla versione “conservativa” del progetto. Così che la definizione del matrimonio è rimasta la stessa: “il matrimonio e un legame tra un uomo e una donna che hanno compiuto i 18 anni”. Il nuovo Codice della Famiglia è stato decretato dal presidente della repubblica il 17 giugno 2003.

La posizione dei LGBT nella società

Per quanto riguarda la posizione degli omosessuali nella società, il Gruppo Albanese per i Diritti Umani ha fatto dei sondaggi sia tra eterosessuali che tra la popolazione omosessuale. Circa il 95 % delle persone gay non racconta alla famiglia la loro situazione. Il rapporto nota che gli omosessuali hanno paura dalla società albanese. La loro fobia inizia dalla infanzia, dalle loro relazioni coi genitori, dove predomina il modello patriarcale della famiglia.

Questa situazione si riflette anche nella fase del confronto con la società, dove il modello patriarcale è ovunque potente. L’effetto della famiglia patriarcale è molto forte sulla psicologia di chi è omosessuale. Quasi il 100% degli omosessuali intervistati dal GADU non ha fiducia in una loro accettazione da parte della società albanese. Il 40% di loro risponde che ha avuto problemi durante il periodo scolastico, mentre il 75% quando ha iniziato a lavorare. Questo fenomeno si spiega con il fatto che in ufficio le persone omosessuali sono obbligate a lavorare con delle persone di una età più avanzata e spesso con una mentalità più conservatrice. Il 60% ammette di aver avuto problemi con la polizia, mentre il 30% di essere stato maltrattato ed offeso. Il 90% degli intervistati pensa che i media albanesi trattino le questioni degli omosessuali come uno show oppure come un problema legato ad una malattia congenita. Il 95% degli omosessuali non ha fiducia nella società civile albanese e il 90% di loro non è affatto ottimista sul futuro dei gay in Albania.

Il Gruppo Albanese dei Diritti Umani ha fatto un altro sondaggio anche tra la popolazione eterosessuale sulle questioni degli omosessuali. Il 30% di loro riceve un’informazione su ciò dai media, il 50% di loro dagli amici o dai parenti, il 15% dai libri. Per il 90% degli intervistati eterosessuali l’omosessualità è una malattia, per l’80% si tratta di amoralità e di snobismo per il 40%. La maggior parte di queste persone risponde di non desiderare un amico omosessuale, e solo il 15% delle persone non lo considera come un problema. Il 90% delle persone considera un errore l’apertura di club per gli omosessuali, mentre l’80% degli eterosessuali intervistati sarebbe pronto ad abbandonare un figlio o un amico omosessuale.

La conclusione del rapporto del GADU è che la situazione degli omosessuali in Albania è fortemente problematica sia nella società che in famiglia. Le loro relazioni con le famiglie sono molto superficiali ed aggressive. Le loro relazioni con l’amministrazione statale sono caratterizzate dal cinismo, maltrattamenti ed offese. L’assistenza degli enti statali è completamente inesistente. Questo vale anche per l’aiuto e la solidarietà da parte della società civile che rimane molto debole. Nella società albanese rimane forte il senso di fobia verso gli omosessuali. Dall’altra parte, i media albanesi sono influenzati da pregiudizi quando trattano questo tema e lo fanno sotto la spinta della commercializzazione. La comunità stessa degli omosessuali è una comunità piuttosto chiusa, auto-stigmatizzata, con scarso desiderio di presentarsi nella società e attivarsi per cambiare la situazione. La comunità degli omosessuali albanesi è ancora impreparata per organizzarsi in forti associazioni.

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Omosessuale aggredito in metropolitana:
"Mi hanno puntato un pugnale ai testicoli"

Un giovane docente minacciato e insultato da tre giovani con la testa rasata: «Gay di m... sei un essere putrido»



NAPOLI - A Napoli è ancora violenza omofobica. Ieri sera intorno alle sei Mario (nome di fantasia), un giovane docente omosessuale napoletano, è stato aggredito da tre teste rasate nella stazione della metropolitana «Quattro Giornate». «Sei un ricchione di m..., sei un essere putrido» gli hanno gridato. Lo hanno costretto in un angolo, contro il muro, e gli hanno puntato un coltello sotto i genitali, minacciandolo: «Non urlare sennò sei morto». L’aggressione è avvenuta intorno alle 18 mentre il docente aspettava la metropolitana seduto sulla panchina della stazione, in quel momento deserta, per tornare a casa dopo il lavoro. «All’improvviso si sono avvicinati tre ragazzi tutti con le teste rasate e vestiti con un bomber verde. Uno aveva il cappuccio sulla testa ma non avevano i volti coperti» racconta Mario, che prosegue: «Non ho neanche avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo che mi hanno preso per la gola mi hanno intimato "alzati" e poi mi hanno sbattuto contro il muro. Inizialmente credevo che si trattasse di una rapina».

L'INTIMIDAZIONE - Ma il giovane insegnante si è presto accorto che si trattava invece di un’aggressione a sfondo omofobo. «Essere putrido, fai schifo», inveivano gli aggressori. Hanno continuato a insultarlo e minacciarlo per qualche minuto, puntandogli un’arma bianca sotto i genitali e, dopo averlo terrorizzato, se ne sono andati. «Spero che le autorità facciano qualcosa - commenta il giovane docente, ancora sotto shock - Ho paura. La situazione a Napoli non è tranquilla per noi omosessuali».

Alfonso Bianchi

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VITTIMA SOTTO CHOC
«Trans aggredito nella notte all'Eur»

La denuncia dell'Arcigay: attacco violentissimo e doloroso. L'uomo è stato operato alla testa


ROMA - «Questa mattina ci è stato segnalato un episodio di aggressione che ha visto coinvolta all'Eur C.A, una persona transgender che adesso è ricoverata in ospedale, dove ha subito un intervento alla testa. A contattarci e a riferirci dell'aggressione sono stati i suoi amici». È quanto dichiara in una nota il presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo. «Fin dalle prime ore di questa mattina - aggiunge Marrazzo - stiamo seguendo la vicenda: siamo stati in ospedale dove abbiamo fatto visita alla vittima. È un'aggressione violentissima e dolorosa, da condannare con forza. Se dovesse essere confermato il movente discriminatorio saremmo di fronte a una circostanza dalla gravità eccezionale». L'aggredito ha nominato come avvocato il responsabile legale di Arcigay Roma, Daniele Stoppello, che aggiunge: «al momento ricorda ancora poco, ma stiamo comunque provando a ricostruire la dinamica di quanto avvenuto».

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“Udc killer politico dei gay”. Lettera aperta di Franco Grillini a Pier Ferdinando Casini
di Franco Grillini

Caro Casini,

abbiamo letto un tuo bizzarro comunicato nel quale affermi che il tuo partito, l'Udc, non sarebbe nemico degli omosessuali. Se questo fosse vero sarebbe un fatto senza dubbio positivo perché purtroppo la nostra comunità gronda di molti, troppi nemici.

Peccato però, è proprio il caso di dirlo, che l'intera azione politica tua (e del tuo partito) vada nel senso opposto con un vero e proprio killeraggio politico verso la comunità lgbt italiana.

Non passa giorno, infatti, che una struttura centrale o periferica dell'Udc non si opponga, con energie degne di miglior causa, a qualsivoglia iniziativa del nostro movimento.

Ma quello che più ferisce sono le argomentazioni, spesso brutali e crudeli, con le quali tu e il tuo partito, di fatto, vi comportate come il braccio armato del Vaticano che non perde occasione per fare dell'omofobia uno dei suoi tratti distintivi.

Mi riferisco in particolare alle orribili argomentazioni della vostra pregiudiziale, con la quale alla Camera avete fatto bocciare una moderatissima proposta di legge volta ad arginare l'incredibile serie di atti di violenza e aggressione ai danni della comunità glbt italiana.

Ancora una volta infatti, avete usato argomenti come quelli sulla pedofilia, masochismo, necrofilia, ecc. che non hanno nulla a che fare con le persone omosessuali, mentre non abbiamo mai udito una parola di condanna verso i giganteschi scandali sessuali che hanno coinvolto moltissimi esponenti della chiesa cattolica, quella italiana compresa.

Con questa lettera aperta ti chiedo di guardare al comportamento degli esponenti del Partito popolare europeo che in Europa non mancano mai di rispetto alle persone omosessuali e che spesso sottoscrivono le leggi sui diritti civili della comunità lgbt.

Concludo con una domanda: E' troppo chiedere a te e al tuo partito di non insultare con documenti infamanti cinque milioni di cittadini italiani? E' possibile nei prossimi mesi che l'Udc riesca a garantire almeno il rispetto e le buone maniere nel rapporto con la nostra comunità?

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I consigli dell’on. Betulla

MARCO TRAVAGLIO





Chiedendo scusa alle signore, cito testualmente dall’editoriale di prima pagina sul Giornale di lunedì a firma Renato Farina (me l’ha segnalato un lettore, mi era sfuggito, non ci si può fare del male tutti i giorni): “Per me uccidere una persona è il delitto peggiore che esista, grida vendetta al cospetto di Dio. E non dovrebbero esistere graduazioni. Ma a lume di buon senso, quanto al danno sociale, siamo sicuri che sia più grave uccidere un omosessuale single che un padre di famiglia?”. Se le parole hanno un senso, il Farina sta fornendo, sul quotidiano di famiglia del presidente del Consiglio, preziose indicazioni per orientare il mirino di killer, serial killer, canari, neonazi da spedizione punitiva, teste rasate con le mani che prudono, personcine così. Una specie di listino di borsa dei bersagli da escludere e da privilegiare. A lume del suo proverbiale buon senso, egli ritiene che, dovendo proprio ammazzare qualcuno (quando ci vuole ci vuole), è meglio sincerarsi che la vittima sia gay, in quanto notoriamente incapace di procreare. L’ideale sarebbe sceglierlo single, il gay, onde evitare che a piangere sulla sua bara ci sia anche un compagno, cioè un pubblico concubino contro natura, che guasterebbe il panorama e imbarazzerebbe gli eventuali Farina presenti alle esequie. È viceversa vivamente sconsigliabile assassinare padri di famiglia, per definizione eterosessuali e dunque di rango doppiamente superiore ai gay single: anzitutto perché, lo dice il ragionamento stesso, accanto a ogni padre di famiglia ci dev’essere (o ci dev’essere stata) per forza una madre di famiglia e soprattutto ci devono essere dei figli.

Purtroppo i consigli ai cecchini si fermano qui, forse per motivi di spazio. Ma la speciale classifica dei soggetti socialmente più inutili, la cui eliminazione merita in tribunale la speciale “attenuante Farina”, si presta a ulteriori sviluppi che prima o poi andranno esplicitati.

Se uno, per esempio, volesse incaponirsi a trucidare un eterosessuale col minimo danno sociale, sempre a lume di buon senso, dovrebbe concentrarsi sulla categoria degli impotenti scapoli che, non contenti di aver rinunciato a farsi una famiglia, hanno pure l’ardire di non procreare, e dunque, quanto a utilità sociale, sono molto prossimi ai gay, pur senza portare su di sé il marchio d’infamia della culattoneria: cioè, diciamolo, sono socialmente utili più o meno quanto un pelo superfluo.

Anche fra i padri e le madri di famiglia, poi, bisognerebbe operare qualche opportuna distinzione: una donna in menopausa vale molto meno di una potenziale partoriente, e così un uomo operato alla prostata non può certo rivaleggiare con un maschio italico nel fiore degli anni (senz’allusioni ad alte o basse cariche dello Stato, notoriamente fuori concorso). Molto al ribasso immaginiamo si collochino, nel fìxing farinesco, i portatori di qualsivoglia handicap dalla cintola in giù che li escluda dal novero dei padri di famiglia effettivi o potenziali.

Volendo poi sottilizzare ci sarebbero anche, a fondo classifica, i giornalisti che prendono soldi dai servizi segreti, perché si credono in missione antiterrorismo per conto di Dio, come i Blues Brothers; si fanno chiamare Betulla; spiano colleghi e magistrati; pubblicano dossier farlocchi ispirati da Pio Pompa; infamano morti ammazzati come Enzo Baldoni; vengono espulsi dell’Ordine: si fanno eleggere deputati; continuano a scrivere bestialità sul Giornale del premier. Non osiamo quantificare il danno sociale di una loro eventuale scomparsa dalla scena pubblica. Ma solo per il timore di svegliarci da un bel sogno.

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Gay picchiati denunciano aggressione
e ricevono minacce di morte




Minacce anonime di morte sono giunte ai telefonini di due sedicenni aggrediti una settimana fa da alcuni coetanei, all'uscita dell'Istituto superiore di moda di Canicattì, perchè omosessuali.

Schiaffi, pugni e colpi di casco avevano costretto i due studenti, Vincenzo e Calogero, a fare ricorso alle cure dei medici del pronto soccorso dell'ospedale Barone Lombardo di Canicattì.

Calogero è ancora ricoverato per una lesione al timpano mentre Vincenzo è costretto a portare un collare rigido e deve restare ancora a riposo per qualche giorno.

A rivelare le nuove minacce nei confronti dei due ragazzi, che hanno denunciato l'aggressione, è il giornale quotidiano d'informazione on line sull'omosessualità diretto da Franco Grillini che ha intervistato una delle due vittime: "Se non ritirate subito la denuncia - avrebbe detto l'anonimo telefonista - la prossima volta che vi becchiamo a scuola vi lasciamo a terra morti".

I presunti autori del raid sarebbero già stati individuati dalla polizia, mentre l'amministrazione comunale ha manifestato solidarietà ai due ragazzi aggrediti.

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