La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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MessaggioInviato: 18/12/2009 - 05:54 
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L'assalto ai giornalisti
di GIUSEPPE D'AVANZO

NEMMENO il più ostinato pessimismo poteva attendersi che sarebbe durato un sol giorno lo sbigottimento e il dolore per il volto insanguinato di Silvio Berlusconi. Poche ore per sbarazzarsi, come di un ostacolo ingombrante, di ogni solidarietà umana, pensiero autocritico, reciproco invito a evitare il dissolversi di ogni legame comunitario, ad accettare una responsabilità collettiva in ordine alla promozione del bene comune.

Il volto di Berlusconi, contorto dalla sofferenza inflittagli dalla violenza di un matto, avrebbe potuto (e dovuto) sollecitare ciascuno di noi a sentirsi communis, "colui che condivide un carico", e tutti noi communitas allegata da un dovere, da un debito, dalla promessa di un reciproco dono (munus) che nessuno può tenere per sé. Quando è durato quest'incanto? Dieci ore, quindici? Appena i luoghi pubblici (il Parlamento, i talk-show televisivi) si sono riaperti, è ritornata la notte abitata dallo spirito di intolleranza, esclusione, violenza che appaiono il segno distintivo di questa cultura di governo. Chi ha armato la mano del matto? Chi è il mandante? Di chi è la colpa? E quindi chi deve essere sorvegliato, punito, imbavagliato, espulso? Quali sono i giornali, i giornalisti, i social network che devono ammutolirsi? Quali regole e controlli dare alle manifestazioni pubbliche? Quali sono i "padri" di quella "cultura responsabile del clima d'odio" da mettere all'indice (e c'è chi già elenca, incauto: Gobetti, Bobbio, Gramsci, Dossetti)?

Sono domande che ripropongono con un'eco funesta "una lotta politica recitata come una parodia dell'eterna guerra civile". Esaltato da un rancore cieco, da un'inimicizia assoluta e irreparabile, il coro berlusconiano - animato in Parlamento da Fabrizio Cicchitto e, in Rai, da Bruno Vespa - elimina ogni differenza tra la critica legittima e l'aggressione violenta, tra il disaccordo ragionato e la destabilizzazione. Trasforma l'avversario politico in un criminale, il dissenziente in un terrorista. Il mestiere d'informare di Repubblica diventa "disegno eversivo", minaccia per il legittimo governo del Paese, un intero gruppo editoriale - il nostro - agenzia ostile all'interesse nazionale, più o meno un'association politico-criminelle.

I toni, gli argomenti che si ascoltano hanno molto in comune a una caccia alle streghe. Chiunque in questi mesi si è sottratto alla nobilitazione dell'esistente, al racconto unidimensionale e autocelebrativo del soggetto centrale unico, detentore della verità e del potere, viene iscritto in una black list. Accade al Gruppo Espresso, al Fatto, a Santoro e ad Annozero, ai pubblici ministeri che hanno avuto la sventura di incontrare sulla loro strada il capo del governo o qualche suo amico. Per tutti si annunciano adeguati castighi.

Si distingue in questo lavoro prepotente Bruno Vespa, dimentico di quanta solidarietà e comprensione abbia circondato il premier. Estrapola, da un lungo ragionamento, una frase di Marco Travaglio e lo indica all'opinione pubblica come il mandante morale della violenza subita da Berlusconi. Con un'ipocrita sfrontatezza lo chiama al telefono, durante la trasmissione, per chiedergli se ha qualcosa da dire in quel processo ingiusto, improvvisato alle spalle di un imputato ignaro e assente, non sostenuto da alcuno dei presenti. È la mossa più barbarica cui si è assistito in queste ore. Il metodo e il giornalismo di Marco Travaglio sono discutibili come quelli di chiunque altro - e qui sono stati discussi con severità - , ma egli è soltanto un giornalista. Non ha alle spalle un partito o un'organizzazione qualsiasi. Non è protetto da una scorta. Può contare soltanto sulla credibilità del suo lavoro, sul consenso che ne ricava tra chi lo legge e lo ascolta. Abbandonarlo così indifeso e solitario al conflitto che divide il Paese, è un'irresponsabilità tanto più grave perché matura da una tribuna che dovrebbe mostrare equilibrio e moderazione, essere l'interprete migliore del monito pacificatorio del presidente della Repubblica.

La violenza e l'intolleranza di queste ore smascherano l'insincerità dei falsi pacificatori e ripropongono il paradigma di una politica che si alimenta non di unità, ma di divisione; non di ordine, ma di disordine. È un dispositivo di governo che giustifica e potenzia se stesso nell'eccitare i conflitti più aggressivi che circolano nella società, tra la società e lo Stato, nello Stato. Lungo queste continue "linee di frattura" che di volta in volta individuano un "nemico" (quanti ne possiamo contare dall'inizio della legislatura, dai "negri", ai "froci", ai "fannulloni"?), si potenzia un progetto politico che pretende di esercitare la sovranità senza limiti, in nome del "potere costituente del popolo", con una "decisione" che lascia indistinto il diritto e l'arbitrio, l'eccezione e la regola. Il pazzo gesto di Massimo Tartaglia, rafforzato dalle emozioni che hanno smosso, appare al coro berlusconiano un'eccellente occasione per rilanciare l'obiettivo di ridurre i poteri plurali e diffusi a vantaggio di una forma politico-istituzionale accentrata nella figura di un premier che può fare a meno di ogni contrappeso, di ogni controllo di garanzia, di ogni soggezione alla legge. La follia di un uomo diventa addirittura l'opportunità per riscrivere il pactum societatis che definisce le condizioni del nostro stare insieme. Non si comprende che cosa c'entri il gesto di un matto con la necessità di una riforma costituzionale. Si comprende benissimo come, in questa metamorfosi della nostra democrazia, l'informazione possa essere un inciampo da rimuovere, un attore da minacciare, un "nemico" da indicare con nome, cognome e società di appartenenza alla vendetta del "popolo sovrano". Già lo si è letto, purtroppo: "In una democrazia non spetta ai giornali giudicare chi governa". Al contrario, noi crediamo che, quale che sia l'idea di democrazia che si ha in testa, tutti i modelli prevedono l'esistenza di uno spazio al quale i cittadini accedono attraverso lo scambio di informazioni e il confronto degli argomenti, per farsi un'opinione delle questioni di interesse generale.
Alimentare di informazioni la sfera pubblica, arricchirla di notizie, ragioni e argomenti è il nostro lavoro. Piaccia o non piaccia al piduista Cicchitto, al servizievole Vespa, al coro che si dice "della libertà", continueremo a farlo.

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MessaggioInviato: 09/02/2010 - 08:14 
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Le campagne del Cavaliere
contro la stampa

di GIUSEPPE D'AVANZO


Indifferente al significato dell'impegno internazionale che lo attende da oggi in Israele, Berlusconi riesce a parlare, in un colloquio con Haaretz, delle sue personali contrarietà domestiche ficcandole senza imbarazzo tra la politica di colonizzazione dei territori arabi, le relazioni diplomatiche tra Tel Aviv e Damasco, il minaccioso programma nucleare di Teheran. Prigioniero di se stesso, l'Eletto non può concepire agenda nazionale e internazionale che non preveda la glorificazione della sua azione di governo, l'autoelogio, un'incontrollata quantità di menzogna politica. Come un bambino capriccioso che sorride, piagnucola e ringhia se non lo si coccola come desidera, Berlusconi chiede all'appuntamento internazionale l'applauso che gli assicuri un qualche restyling della sua compromessa credibilità di "uomo di Stato". Vaste programme, che lo costringe a parlare di se stesso anche in quest'occasione.

Lo fa nel solito modo: "Sono stato vittima per molti mesi di una campagna di stampa che è stata probabilmente la più aggressiva e calunniosa di quante ne siano mai state condotte contro un capo di governo. Ho subito aggressioni politiche, mediatiche, giudiziarie, patrimoniali e anche fisiche".
Sono parole sventurate per più ragioni. È inopportuna l'occasione, soprattutto. I problemi aperti in Medio Oriente dovrebbero apparire al presidente del Consiglio più rilevanti delle sue personali difficoltà. È sbagliato il luogo in cui mette in scena il suo piagnisteo contro l'informazione e la giustizia. Israele è una democrazia che sa essere severa contro gli errori e le debolezze di chi governa. Nel corso del tempo, ne hanno fatto le spese anche "padri della patria" come Yitzhak Rabin e Ariel Sharon. Un capo di Stato, Moshe Katzav (Likud), ha dovuto lasciare l'incarico e affrontare un processo per molestie sessuali. Dopo insistenti inchieste giornalistiche - anche della tv pubblica - due ministri, Avraham Hirschson (Kadima) e Shlomo Benizri (Shas), sono stati condannati a cinque e quattro anni di carcere per corruzione e riciclaggio. L'anno scorso, con un anno di anticipo sulla fine del mandato, il premier Ehud Olmert (Kadima), accusato di corruzione, si è dimesso pur dichiarandosi innocente con parole che non ascolteremo mai dalla voce di Berlusconi: "Sono orgoglioso di essere il primo ministro di un Paese che indaga i suoi primi ministri, in cui nessuno è al riparo dalla legge".

Sono parole che avrebbero dovuto consigliare a Berlusconi una maggiore discrezione tanto più che la metà dei cittadini del nostro Paese, come Olmert, pensa che nessuno - tanto meno chi governa protetto da un micidiale conflitto d'interessi - possa essere messo "al riparo della legge". Soprattutto se deve dar conto di condotte che lo hanno visto corrompere giudici e testimoni e truffare il fisco, e lo vedono manipolare la produzione legislativa a suo vantaggio anche al prezzo di sfasciare l'amministrazione della giustizia, cancellare la certezza della pena, trasformare l'Italia nel Paese più criminofilo d'Occidente.

Il vittimismo consegnato a Haaretz è infine il clamoroso smascheramento di una congiuntura politica nazionale. Ripropone il canone di un "regime della menzogna" che inganna l'opinione pubblica intenzionalmente e consapevolmente, ben sapendo che cosa si sta deliberatamente nascondendo. Berlusconi avrebbe potuto far tesoro della solidarietà umana e politica ricevuta dopo l'aggressione di piazza Duomo per inaugurare una nuova stagione. Al contrario, egli svela come ogni auspicio di dialogo sia soltanto una strategia di comunicazione vuota. Ancora una volta soltanto finzione, menzogna. L'Egoarca assimila il gesto di un pazzo a una catena di eventi politici, che egli stesso ha provocato, ancora tutti aperti. Oggi come ieri, attuali. Il ritorno alla ribalta delle candidature di "veline" ripresenta la commistione pubblico/privato, l'umiliazione di una rappresentanza politica degradata a fatto privato, quel disprezzo delle donne che ha convinto Veronica Lario a parlare, in primavera, di "ciarpame politico". L'accusa, lanciata dall'house organ di famiglia di un "complotto" ordito da un network di "magistrati, politici e giornalisti" attraverso Patrizia D'Addario per screditare il capo di governo, riscrive nell'agenda politica la questione della "vulnerabilità" di Silvio Berlusconi. Perché delle due, l'una. O Panorama, nonostante le smentite della Procura di Bari, dispone di riscontri a quell'ipotesi di cospirazione e si ha la dimostrazione che le domande, eluse dal presidente del Consiglio per mesi, hanno ancora oggi un fondamento di grande interesse perché è in gioco la sicurezza nazionale (quali sono oggi i comportamenti del capo del governo? Le condotte di ieri lo hanno reso prigioniero di pressioni che non conosciamo?). O Panorama non ha riscontri coerenti con le sue accuse e affiora di nuovo una questione già intravista in autunno: la "macchina del fango" che un potere politico, mediatico ed economico, concentrato in una sola mano, può muovere contro tutti coloro che, per ragioni diverse, sono considerati "nemici". Come è accaduto, nel corso del tempo, a una moglie "ribelle"; al direttore dell'Avvenire troppo critico; al presidente della Camera troppo perplesso; all'editore, al direttore, ai giornalisti di un gruppo editoriale troppo interrogativo.

Se saltasse fuori che il complotto di Panorama non è altro che un bluff, diventerebbe necessario e attuale verificare come alcune testate della casa editrice del capo del governo abbiano trasformato scientificamente lo scandalo in uno strumento di lotta per il potere politico minacciando per l'oggi e il domani la reputazione dei non conformi, dei dissenzienti o semplicemente dei neutrali. Nel caleidoscopio delle verità rovesciate che organizza, Berlusconi si rappresenta - anche in occasioni molto inopportune - come vittima di "campagne di stampa e aggressioni", ma càpita che i fatti siano ostinati e potrebbero dimostrare presto come sia proprio il presidente del Consiglio l'accorto regista della black propaganda che avvelena il Paese, l'architetto di una menzogna pubblica che compromette la res publica, lo spazio democratico e la possibilità di gettarci alle spalle l'odio che Berlusconi alimenta con sapienza comunicativa. Anche quando è all'estero.


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MessaggioInviato: 27/08/2010 - 05:02 
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La Merkel blinda la libertà di stampa
pubblicabili anche le notizie top secret
Il governo tedesco cambia il Codice penale e sottrae i giornalisti alle pene per la rivelazione di informazioni riservate. Una decisione in controtendenza rispetto alle scelte dei governi italiano e francese
di ANDREA TARQUINI

BERLINO - Per il centrodestra tedesco guidato da Angela Merkel, la libertà di stampa è un valore costitutivo della democrazia, e quindi non solo va difesa ma anche rafforzata. Il governo federale ha approvato ieri un disegno di legge volto appunto a proteggere maggiormente i giornalisti, in particolare quando diffondono informazioni riservate o segreti istruttori. La nuova legge stabilisce con chiarezza inequivocabile che solo le fonti le quali passano le informazioni riservate, ma non i giornalisti stessi, possono essere perseguite in base al diritto penale.

Il disegno di legge, approvato dopo un lungo dibattito interno, prevede, con un emendamento al codice penale, che non sia più possibile per la magistratura perseguire i giornalisti per concorso nella violazione del segreto su notizie riservate. All'origine della scelta della Merkel c'è una sentenza d'appello emessa nel 2007 dalla Corte costituzionale a favore del mensile politico di Amburgo "Cicero". La testata aveva presentato ricorso contro un verdetto di prima istanza, relativo a una perquisizione effettuata dalla polizia nel 2005 nei locali della redazione a seguito della pubblicazione di un articolo che criticava con informazioni precise mondo politico e servizi.

I giudici supremi avevano deciso che quella perquisizione aveva violato il Grundgesetz, cioè la Costituzione federale. Perquisizioni e sequestro di materiale in possesso di giornalisti o di redazioni sono contrarie alla legge fondamentale nel caso in cui vengano ordinate ed effettuate al solo scopo di individuare la eventuale "gola profonda". La magistratura aveva indagato nel caso dell'articolo pubblicato da "Cicero" perché questo faceva riferimento a un rapporto riservato dell'Ufficio criminale federale (Bka, in sostanza lo Fbi Tedesco) definendolo appunto come "dossier sotto chiave", ma spiegandone il contenuto.

Rispetto alle argomentazioni degli esponenti più conservatori, che difendevano l'esigenza di proteggere la riservatezza di informazioni e documenti confidenziali in mano alle istituzioni, l'esecutivo della Merkel ha deciso di privilegiare invece il diritto dei media a informare liberamente, e quello dell'opinione pubblica a informarsi ed essere informata. Una decisione, quella tedesca, che va in direzione diametralmente opposta rispetto agli orientamenti di altre maggioranze conservatrici al governo in Europa, dal centrodestra italiano alle ultime spinte nella Francia di Sarkozy. E uno strappo con le frequenti passate abitudini dell'establishment Tedesco - abitudini sia dei conservatori sia a volte della Spd, quando era al potere - di cercare con mezzi sottili o apertamente di controllare o condizionare la libertà dei media.

La nuova legge federale voluta dalla Merkel e dalla ministro della Giustizia, la liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, introduce una importante modifica, inserendo un emendamento correttivo all'articolo 335b del codice penale. Tale articolo prevede la punibilità dei pubblici funzionari che rivelano segreti d'ufficio, con pene fino a cinque anni di reclusione. È accaduto in passato, come nel caso eclatante del Blitz del 2005 nella redazione di Cicero, che i magistrati applicassero quell'articolo del codice penale anche contro i media. Di fatto, aveva reclamato il mondo della stampa, si giungeva così al risultato di limitare la libertà d'informazione subordinandola alla difesa dei segreti e delle notizie riservate. Un nuovo paragrafo dell'articolo escluderà il concetto di "concorso in divulgazione di notizie riservate", cioè proprio quel concetto che consentiva di colpire la stampa. In futuro in Germania i giornalisti non commetteranno più reato con la pubblicazione di materiale riservato fornito loro da qualsiasi altra fonte.

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MessaggioInviato: 13/10/2010 - 05:51 
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La Libertà di stampa secondo il selvaggio trio del Giornale, Feltri, Sallusti, Porro.



Visto si scherzi
di Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano, 12 ottobre 2010


L’altra sera, su La7, è apparso Nicola Porro in stato di evidente alterazione. A un certo punto, riuscendo a stupire persino il conduttore, peraltro aduso a maneggiare casi umani, il Porro lamentava la mancata solidarietà di Napolitano. A che titolo il capo dello Stato dovrebbe tributare solidarietà al Porro, sfugge ai più, compreso probabilmente il Porro medesimo. A meno che il Porro non invochi solidarietà per esser costretto a lavorare con un direttore come Sallusti. Nel qual caso la merita tutta, come del resto Sallusti per essersi ritrovato un vicedirettore come Porro.
Uno che, quand’è in vena di scherzi, telefona al portavoce della Marcegaglia per minacciare di “romperle il cazzo per venti giorni”. Che burlone.

Feltri, al quale va la nostra solidarietà per avere un direttore e un vicedirettore così, definisce Porro “un pirla”. Ma Porro, a La7, assicura che scherza anche Feltri. Sono tutti dei gran buontemponi. Forse scherza anche una delle penne di punta del Giornale, Antonio Signorini, che dedica un articolo al Pm Woodcock e alle critiche che in passato gli mosse Fini per la sua “fantasia investigativa”. Signorini cita, fra gli insuccessi di Woodcock, le inchieste su Vallettopoli e sull’ex portavoce finiano Salvo Sottile. Forse non sa che Vallettopoli ha portato alla condanna di Corona & C. per estorsione e altro; e che Sottile è stato condannato a 8 mesi in primo grado per peculato, avendo usato l’autoblu per scarrozzare la signorina Gregoraci. O forse anche Signorini, secondo le usanze della casa, è in vena di burle. Solidarietà anche a lui.
E pure a Ferruccio de Bortoli, per essere costretto (ma da chi?) a pubblicare le lenzuolate di Piero Ostellino. L’altro giorno il piccolo Ostello ha riempito mezza pagina di Corriere con un articolo in linguaggio ottocentesco: “Degli ultimi casi d’Italia qui descritti da Piero Ostellino attraverso la libera trasposizione ‘Degli ultimi casi di Romagna’, 1846, di Massimo d’Azeglio”. Ogni tanto Ostellino sprofonda in crisi di identità e si crede Massimo d’Azeglio (ma anche Costantino Nigra, il conte Solaro della Margarita, Quintino Sella, Giovanni Lanza e così via): abbandona il computer, impugna la piuma d’oca, la intinge nel calamaio e verga sapide articolesse a base di lemmi ottocenteschi: “L’arte di murar la casa ad un mattone per volta”, “de’ governi”, “sudditi pontificj”, “a’ sudditi”, “bastante cagione”, “apransi agli Italiani modi liberi e virtuosi”, “vilmente servi all’oro straniero”, “ajutarla”... È la sindrome d’amnesia che coglie il personaggio interpretato da Sordi nel film Troppo forte di Verdone: l’avvocato Gian Giacomo Pignacorelli in Selci che, di punto in bianco, dimentica l’arte forense e diventa un ballerino abbandonando gli attoniti clienti.
Ieri, tornato in sé ma non troppo, Ostellino ha ripreso a scrivere in italiano contemporaneo per lanciarsi al salvamento del Giornale perseguitato dai Pm napoletani. Ce l’aveva con gli italiani, che “non si indignano” per l’inchiesta di Napoli, “come se perquisire un giornale fosse la cosa più normale del mondo” (lo è, se ne faccia una ragione). E, non contenti, rispondono a un sondaggio di Sky che era giusto perquisire il Giornale. Ergo siamo “un paese anormale, incivile, ancora fermo al ‘22”. Cioè al fascismo.

L’anomalia, a suo dire, non è la telefonata minatoria di Porro al portavoce della Marcegaglia: anzi, di “conversazioni come quella... ne corrono a centinaia tutti i giorni” (anche lui evidentemente è solito chiamare i portavoce di questo o quello minacciando di “rompere il cazzo per 20 giorni” a questo o quello). E nemmeno il fatto che “il padrone del Giornale” – come dice Feltri – sia Confalonieri, presidente di Mediaset, in barba alla legge Gasparri che vieta a Mediaset di controllare giornali. No, l’anomalia è che la magistratura intercetti Porro. Il poveretto non sa che l’intercettato non era Porro, ma il portavoce della Marcegaglia. Poi però, a sorpresa, Ostellino butta lì che “la madre dei cretini è sempre incinta”. Un’autocritica ferocissima, forse immeritata. Piena solidarietà anche a lui.

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MessaggioInviato: 21/10/2010 - 00:28 
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Libertà di stampa, l’Italia come nel 2009, 49° posto a pari merito con il Burkina Faso
Esce la nona classifica dell'organizzazione che difende i diritti dei giornalisti: "L’Europa scende dal suo piedistallo, nessuna tregua nelle dittature"



Un altro anno da paese parzialmente libero. Nella classifica annuale di Reporters sans frontières l’Italia mantiene il 49° posto a pari merito con il Burkina Faso e in leggero vantaggio su El Salvador. Nelle motivazioni del rapporto, pubblicato oggi, si legge: “Non c’è stato alcun progresso in vari paesi dove Rsf ha evidenziato problemi. Tra questi, soprattutto, Francia e Italia, dove gli eventi dello scorso anno – le violazioni della tutela delle fonti dei giornalisti, la continua concentrazione della proprietà dei media, le dimostrazioni di disprezzo e di impazienza da parte di esponenti governativi nei confronti dei giornalisti e del loro lavoro, le convocazioni giudiziarie – hanno confermato la loro incapacità di invertire questa tendenza.

“È inquietante vedere come molti paesi membri dell’Unione Europea continuino a scendere nella classifica – ha dichiarato oggi Jean-François Julliard, segretario generale di Rsf – Se non si marcia insieme, l’Unione Europea rischia di perdere la sua posizione di leader mondiale nel rispetto dei diritti umani. Se ciò dovesse accadere, come potrebbe essere convincente quando chiede ai regimi autoritari miglioramenti nel rispetto dei diritti umani? C’è bisogno urgente per i paesi europei di recuperare un comportamento esemplare”.

Il Nord Europa sempre in testa – Al primo posto, a pari merito, si trovano Finlandia, Islanda, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Svizzera. Tutti hanno già avuto quest’onore da quando la classifica è stato creata nove anni fa, tranne che nel 2006 (Norvegia) e 2009 (Islanda). Si tratta di sei nazioni in cui il rispetto per i giornalisti e in generale per il lavoro dei mass-media è considerato un valore intoccabile così come la necessità di proteggerli da abusi giudiziari.

Dieci paesi in cui essere giornalisti è pericoloso – Fino al 2009, nelle otto edizioni precedenti della classifica, le ultime tre posizioni della classifica erano sempre occupate da Eritrea, Corea del Nord e Turkmenistan. Quest’anno, il “gruppo delle peggiori” si è allargato a dieci paesi, caratterizzati dalla persecuzione ai danni dei media e da una completa mancanza di notizie e informazioni: oltre ai 3 già citati, Laos, Rwanda, Yemen, Cina, Sudan, Syria, Birmania e Iran. In paesi apertamente in guerra o dove sono presenti conflitti interni, come l’Afghanistan, Pakistan, Somalia e Messico, “una cultura di violenza e impunità – spiega il comunicato di Rsf che accompagna la classifica – rende la stampa il bersaglio preferito”. I giornalisti vengono spesso sequestrati. Basti pensare a Stéphane Taponier e Hervé Ghesquière, giornalisti della TV francese in ostaggio in Afghanistan da 300 giorni.

La crescita economica non significa libertà di stampa – I paesi del cosiddetto “BRIC” – Brasile, Russia, India e Cina – hanno avuto una fase di sviluppo economico abbastanza simile, ma le differenze nel campo della libertà di stampa per il 2010 sono notevoli. Grazie a positive modifiche legislative, il Brasile (58°) è salito di 12 postazioni rispetto all’anno scorso, mentre l’India (122°) è scesa di 171. La Russia è classificata molto in basso, al 140° posto. Il caso di Anna Politkovskaya, la giornalista russa assassinata il 7 ottobre del 2006 davanti all’androne della propria abitazione, che ha avuto grande risonanza in Europa, non è un caso isolato. Il 19 gennaio dello scorso anno Anastasia Baburova, giornalista 25enne russa che scriveva nello stesso giornale della Politkovskaya, è stata uccisa nel pieno centro di Mosca con un colpo di pistola alla nuca. Infine, la Cina, che come testimoniano le reazioni al premio Nobel assegnato a Liu Xiabo, condannato a 11 anni di carcere continua a censurare e incarcerare i dissidenti. Unica nota positiva del panorama cinese, una blogosfera molto attiva e vivace che continua, con grande fatica, a “bucare” il muro della censura.


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Questa è proprio da ridere:


Cita:
Al convegno del Pdl si parla di libertà
di stampa. Parlano Feltri, Belpietro, Minzolini
L'iniziativa promossa dal Popolo della libertà è stata presentata dal ministro Bondi come un'iniziativa contro la faziosità e il conformismo della sinistra
Vittorio Feltri, Maurizio Belpietro e Augusto Minzolini hanno partecipato oggi un convegno sulla libertà d’espressione organizzato dal Pdl. I tre direttori (rispettivamente de Il Giornale, di Libero e del Tg1) si sono incontrati al dibattito “In difesa della libertà di stampa due pesi e due misure” organizzato a Roma, un’iniziativa che – dice il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi – serve per contrastare il “conformismo della sinistra, che presenta una realtà fatta di faziosità e di distorsioni”.

“Dopo il terremoto degli anni Novanta – ha ricordato Bondi – la sinistra ha messo in campo i suoi eserciti: magistrati e giornalisti politicizzati. Non eravamo pronti a un’offensiva di questo genere e abbiamo lasciato da soli per troppo tempo il presidente Berlusconi e i giornalisti che ci hanno difeso. A cominciare da Oriana Fallaci” e poi “Feltri, Belpietro, Ostellino, Fede“. Su questo punto ha parlato il direttore de Il Giornale: “I giornalisti di sinistra sono buoni, meravigliosi, in grado di conquistare i posti migliori. Si proteggono, sono protetti da tutte le associazioni di categoria, i partiti di riferimento li coccolano”. L’impressione è che a voi dei giornalisti di destra non ve ne freghi niente, preferite Ezio Mauro, tenetevelo. Se non ci aiutate non ce la faremo, la libertà va conquistata, intorno a noi c’è il deserto”.

La questione è stata presto declinata ai temi di attualità, come l’archiviazione dell’indagine sulla casa di An a Montecarlo. “Non mi spiego la decisione della procura”, ha affermato Feltri. Quindi ha proseguito: “Non penso comunque che l’aspetto civile della vicenda non debba essere chiarito”.

I “colleghi” – Feltri non ha precisato quali – sono tra coloro che insieme ai potentati cercano di minacciare la libertà di stampa: “In Italia ci sono editori finti che utilizzano i giornali non per fare business, ma come mezzi per fare favori che non hanno nulla a che vedere con un’informazione corretta”. Belpietro sostiene l’esistenza “di una cupola che impedisce di essere informati” perché “si è data da fare per nascondere il caso della casa di Montecarlo, sembrava che lo avessimo inventato Feltri ed io”. Un’altra vicenda che secondo il direttore di Libero gli altri media hanno mostrato come un’invenzione è quella del fallito attentato contro di lui.

A proposito del talk show del giovedì sera, Minzolini sottolinea che la differenza tra lui e Michele Santoro, “è che lui non accetta un punto di vista differente”, mentre “io ho avuto problemi per il mio ultimo editoriale, che di per sé era del tutto banale”. Sulla Rai, poi, Feltri ha idee chiare: “Se potessi la disintegrerei, la affiderei a privati che sappiano trasformarla in un’azienda vera. Il solo fatto che abbia 12-13 mila dipendenti è uno scandalo”, ha detto Feltri a proposito della Rai.

A una domanda sul caso Unipol e dell’indagine sul suo editore Paolo Berlusconi, il direttore de il Giornale ha detto che “è il primo caso in Italia di un editore portato in tribunale per una vicenda come questa. Per anni ci sono state pubblicazioni di intercettazioni, ci sono giornali che hanno pubblicato camionate di intercettazioni ma non hanno avuto problemi. Prima o poi Paolo Berlusconi finirà che sarà fucilato in piazza con tanto di gente che applaude…”

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Il pm Fiorillo da Lucia Annunziata su Raitre
Masi cerca di fermarle: “Parlate d’altro”
Il dg Rai cerca di bloccare anche il programma "In mezz'ora" per paura delle querele di Maroni. La pm dei minori afferma che la polizia ha fatto "come volevano loro"



E’ cominciato il venticello della calunnia: Annamaria Fiorillo? Una un po’ isterica. Ma chi ha visto oggi pomeriggio la trasmissione di Lucia Annunziata “In mezz’ora” ha capito perché quel venticello ha cominciato soffiare (vedi i video su youtube: prima parte – seconda parte). Quella che ha visto sullo schermo è un pubblico ministero della procura per i minori di Milano, seria, chiara e puntuale nella ricostruzione di quella notte del 27 maggio scorso, quando Silvio Berlusconi ha chiamato la questura per far rilasciare Ruby. La diciassettenne marocchina fermata per furto, ma spacciata dal premier come nipote del presidente egiziano Mubarak.

In molti volevano fermare il magistrato. Impedirle di raccontare in televisione i fatti che smentiscono la versione del procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati e del ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Secondo quanto risulta al fattoquotidiano.it il direttore generale della Rai, Mauro Masi ha provato a dissuadere Lucia Annunziata: non puoi invitarla, il ministro Maroni ha già annunciato querela nei suoi confronti. Se viene in trasmissione, querela anche noi. Il direttore è arrivato persino a dire alla giornalista (che difendeva la sua scelta) se proprio la devi invitare, parlate d’altro (sic!). Fiorillo, invece, alla vigilia della trasmissione, ha ricevuto una lettera del procuratore Monica Frediani che le annunciava un provvedimento disciplinare se fosse andata in televisione. Ma non si è fatta fermare. Né dallo spauracchio di una sanzione né dalle facili critiche, come accade spesso in questi casi, di essere scambiata per una toga in cerca di notorietà.

A Lucia Annunziata ha confermato quanto scritto al Csm: non ho mai autorizzato la polizia ad affidare la minorenne alla consigliera regionale del Pdl, Nicole Minetti. Con toni pacati, guardando sempre negli occhi la conduttrice, sottolinea un elemento importante: in casi come quello di Ruby, cioè di intervento “penale, il pm non prende accordi con la polizia, ma dispone”. Quindi, sostiene Fiorillo, io ho disposto in un modo (comunità o notte in questura) e la polizia ha fatto in un altro. E quando Annunziata ricorda quanto riferito da Maroni in Parlamento e cioè che la polizia ha affidato Ruby a Minetti “sentito il pm”, Fiorillo ribatte: “Ma poi hanno fatto quello che volevano loro”.

Ed è a questo punto che la trasmissione affronta quella che è stata definita dalla giornalista “la corda a cui vogliono impiccarla”. Quel “non ricordo di aver autorizzato l’affidamento”, che si legge nella relazione del magistrato. Fiorillo non tentenna, anzi vuole chiarire la sua affermazione, che è stata per la procura di Milano un appiglio per liquidare questo pezzo di inchiesta. E lo ha fatto senza mai averla ascoltata, al contrario dei funzionari di polizia e dell’allora questore, Vincenzo Indolfi. In quella relazione, dice Fiorillo, avrei dovuto scrivere: “ricordo di non aver autorizzato”, perché il senso è questo.

Alle domande di Annunziata: Maroni è un bugiardo? Perché il procuratore, una “toga rossa”, ha detto che il caso era chiuso?, il pm cerca di sottrarsi: “Non compete a me rispondere”. Ma sul ministro, alla giornalista che insiste, alla fine dichiara: “Parlava a nome del governo, avrà anche delle ragioni politiche per aver detto quello che ha detto. Potrebbe essere, chiamiamola in modo molto generico, ragione di Stato. Ma qualunque ragione di Stato non può essere così assorbente da superare la violazione della legalità”. Fiorillo risponde poi a un’altra domanda che in molti si sono fatti: perché dopo quella notte così tesa, per sua stessa ammissione, l’indomani non si è informata su che fine avesse fatto la ragazza? “Avevo finito il mio turno e come per ogni altro caso, il seguito documentale passa ad altri colleghi”. Delle telefonate di Berlusconi, invece, non era stata informata dalla polizia: “ L’ho appreso dai giornali”.

Un’autocritica però Fiorillo la fa anche in tv, come nei giorni scorsi sulla carta stampata: “Non ho capito che la funzionaria di polizia (Giorgia Iafrate, ndr) potesse essere in difficoltà. Avrei dovuto dirle di non preoccuparsi, di eseguire esattamente quanto da me disposto ed eventualmente di farmi parlare con i suoi superiori”. Invece, ricorda, sembrava “come se fosse tenuta allo svolgimento di quell’atto. Era rigida e io mi sono indispettita e ho avuto con lei una sorta di diverbio. Ho spiegato di nuovo quali erano le mie disposizioni: la fotosegnalazione, l’inserimento della giovane in una comunità protetta e, qualora non ci fosse stato posto, “trattenerla finché non fosse stata reperita una struttura che la potesse ospitare. Poi non mi dicono più niente”. Eppure nelle varie telefonate, al pm avevano anche detto della “parentela” di Ruby con Mubarak. “Dissi ‘allora io sono Nefertiti, la regina del Nilo’. Mi sembrava una situazione paradossale. Come fa una ragazza con parenti così importanti a stare in mezzo a una strada?”.

L’intervista al pm si è chiusa con Lucia Annunziata che le ha chiesto: non teme che possa accaderle quello che è già successo “a torto o a ragione a un’altra donna magistrato, Clementina Forleo, di passare per una instabile? Perché delle donne si dice spesso così”. Il viso di Annamaria Fiorillo si contrae: “L’ho messo nel conto”, risponde. Poi si lascia andare a un sorriso e conclude: “Io sono una persona comune con un ruolo importante, devo ai cittadini la verità dei fatti”.

Sandra Amurri
Antonella Mascali

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Moratti, la famiglia che si crede intoccabile
I petrolieri milanesi proprietari della Saras minacciano i mezzi di informazione: "Parlate del libro dell'editore Chiarelettere e vi portiamo in tribunale"


Nella storia delle tecniche di pressione sulla libera stampa i fratelli Gian Marco e Massimo Moratti scrivono una pagina nuova, di cui la politica e gli addetti ai lavori dovranno occuparsi alla svelta. I due ricchi petrolieri milanesi hanno infatti introdotto, nei rapporti tra informazione e potere economico, una nuova regola che dice, in sostanza: se esce un libro sgradito, il ricco (di denaro e di relazioni influenti) può tutelarsi minacciando azioni legali a chiunque (tv, giornali, siti Internet e blog) di quel libro si azzardi solo a parlare, a citarne la semplice esistenza.

In fondo che cos’è una citazione in giudizio per una grande società petrolifera? Qualche foglio in carta da bollo riempito da un buon avvocato, con qualche lamentela anche generica del tipo “gravemente lesivo” o “contenuto denigratorio”, seguita magari dalla richiesta di qualche milione di euro per danni d’immagine. Un’operazione del genere costa poche migliaia di euro, cifra trascurabile per la Saras, società petrolifera con un giro d’affari che nel 2009 ha toccato i 5.3 miliardi di euro. Ma per un editore di libri, per un giornalista, per una testata giornalistica magari non floridissima, per un sito Internet amatoriale, o per una piccola radio locale un attacco del genere può rappresentare un rischio mortale. Ed è sufficiente una breve nota d’agenzia diffusa alle nove di sera per indurre a più miti consigli i soggetti deboli della libertà di stampa. Perché andarsi a cercare i guai? Il meccanismo è semplice, e può bastare a cancellare dalla scena un libro sgradito.

La loro strategia? La minaccia
È una tecnica antica: si chiama minaccia. È una tecnica efficace: qualunque direttore di giornale e telegiornale, prima di mettere in pagina o in scaletta un servizio su un libro intitolato Nel paese dei Moratti potrebbe trasalire, e ricordarsi che si parla in termini non encomiastici di quei ricchi imprenditori il cui nome ricorre ogni volta che c’è da salvare una testata in difficoltà.

La minaccia si è concretizzata qualche sera fa con un comunicato dedicato al libro Nel paese dei Moratti. Sarroch-Italia. Una storia ordinaria di capitalismo coloniale, scritto dall’autore di questo articolo e pubblicato due mesi e mezzo fa. La nota della Saras, diffusa attraverso l’agenzia Ansa, non è pubblicata sul sito della società, e per la documentazione è opportuno riportarla con tanto di titoli onorifici e lettere maiuscole: “Il dott. Gian Marco Moratti, in proprio e quale Presidente di Saras Spa, il dott. Massimo Moratti, in proprio e quale amministratore delegato di Saras Spa e Presidente di FC Internazionale Milano, hanno conferito incarico al Prof. Avv. Antonino Menne, del Foro di Milano, affinché, a tutela dei propri diritti, prontamente e senza indugio, promuova nelle opportune sedi, nei confronti dell’autore e dell’editore del medesimo libro, nonché dei mass media che, in qualsiasi forma e sede, allo stesso abbiano dato o diano spazio e risalto, ogni e qualsivoglia azione ritenuta a questo fine necessaria”. Il testo non lascia adito a dubbi. Non è detto per quali ragioni si voglia agire legalmente contro il libro, ma è netto l’avvertimento a “tutti i mass media”: è già pronta una causa per tutti coloro che ne “abbiano dato o diano spazio e risalto”. La minaccia non è dunque per chi del testo parli bene, o per chi rilanci particolari contenuti ritenuti lesivi dai fratelli Moratti. No, semplicemente i due imprenditori promettono di trascinare in giudizio chiunque solo ne parli.

L’accusa: omicidio colposo plurimo
Ai Moratti questo libro non è piaciuto, a quanto pare. Ma soprattutto sembra che, al di là dei contenuti, non piaccia ai proprietari della Saras il fatto stesso che si scriva un libro su di loro e sui loro affari senza autorizzazione, e che di questo volume addirittura si parli. Come se tutto ciò violasse una privacy. E come se la libertà di stampa esistesse legittimamente solo quando (e se) autorizzata dagli interessati.
Nel 2009 la Saras ha chiamato in giudizio il regista Massimiliano Mazzotta, autore di un documentario intitolato “Oil”, recentemente trasmesso dal canale televisivo Current Tv. “Oil” affronta il tema dell’inquinamento prodotto dalla raffineria e degli effetti sulla salute della popolazione.

E dopo l’uscita di Nel paese dei Moratti, prima di rivolgersi a tutti i mass media, i tentativi di intimidazione dei Moratti sono stati diretti anche al sindaco di Sarroch, il paese in provincia di Cagliari dove ha sede la raffineria e dove il 26 maggio 2009 è avvenuto l’incidente costato la vita a tre operai, da cui prende le mosse l’inchiesta, e per il quale la stessa Saras e i suoi massimi dirigenti dovranno rispondere dell’accusa di omicidio colposo plurimo nell’udienza preliminare fissata proprio ieri per il 17 febbraio 2011. Ma il libro racconta altri momenti scomodi della parabola dei Moratti, come la quotazione in Borsa della Saras, per la quale è in corso un’inchiesta giudiziaria, e il flusso di denaro che dalla raffineria va a coprire le perdite dell’Inter.

Il sindaco Mauro Cois ha invitato l’autore del libro a presentarlo nei locali della biblioteca comunale, a fine ottobre. Il giorno stesso, il direttore generale della Saras, Dario Scaffardi, ha inviato una mail a tutti i dipendenti per informarli che il libro “al netto di alcune inesattezze e dell’utilizzo strumentale di alcune informazioni, non rende soprattutto merito dell’impegno profuso e dei risultati che Saras ha conseguito in oltre 40 anni di attività a favore della crescita economica e sociale del territorio”. Di qui l’auspicio che il sindaco avesse invitato l’autore del libro “in questo spirito”, cioè, par di capire, per fare all’autore le rimostranze a nome dei fratelli Moratti. Non ce n’è per nessuno: editori, giornalisti, mezzibusti, autonomie locali, istituzioni. Tutti richiamati all’ordine da chi si crede intoccabile.

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Parlano di questo:


Cita:
La tragedia di Sarroch e il declino del capitalismo italiano
di Giorgio Meletti

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Le morti sul lavoro non sono un fenomeno meteorologico. Nel 2009 in Italia sono rimaste per la prima volta sotto quota mille, tre per ogni giorno feriale, e secondo l’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) il calo è dovuto anche alla crisi e al rallentamento dell’economia. Nel nostro sistema, dunque, un certo numero di cadaveri è considerato un naturale prodotto del metabolismo industriale.

Il 26 maggio 2009 a Sarroch, in provincia di Cagliari, tre operai hanno perso la vita dentro la Saras, una delle maggiori e più moderne raffinerie d’Europa. Un incidente assurdo, apparentemente inspiegabile. La grande stampa italiana se n’è occupata per un paio di giorni, poi se n’è disinteressata.

A questa distrazione ha contribuito il fatto che i fratelli Gianmarco e Massimo Moratti, proprietari dell’azienda, sono tra gli uomini più ricchi d’Italia. Da mezzo secolo quel gigantesco alambicco, costruito da Angelo Moratti in un angolo della Sardegna così bello da chiamarsi Golfo degli Angeli, pompa verso Milano un’imponente massa di profitti. Nessuno sa che fine facciano quei soldi, come è giusto che sia: nonostante le proporzioni, stiamo sempre parlando degli affari privati di una famiglia. L’unico impiego noto sono le centinaia di milioni di euro spesi da Massimo Moratti per l’Inter, caparbiamente impegnato a ripetere i trionfi sportivi di suo padre Angelo, il presidente della Grande Inter di Helenio Herrera.
I fratelli Moratti godono inoltre di un’ottima reputazione. Anche per questo a molti è venuto naturale archiviare quella tragedia come un trascurabile incidente di percorso.

Tredici mesi dopo i fatti, però, la Procura della Repubblica di Cagliari ha messo sotto inchiesta la Saras, riconducendo la morte dei tre operai alla volontà dell’azienda di accelerare i tempi della manutenzione, per ridurne i costi e salvaguardarne i profitti. Il 24 giugno 2010 la Saras ha reagito diffondendo un comunicato quantomeno laconico, se non reticente: «Con riferimento al tragico evento che, in data 26 maggio 2009, causò il decesso di tre dipendenti della ditta Comesa presso la raffineria di Sarroch, si comunica che in data odierna la Procura della Repubblica di Cagliari ha notificato alla Società, a quattro dirigenti della stessa nonché a due funzionari della Comesa, avviso di garanzia e contestuale avviso di conclusione delle indagini preliminari».

I giornalisti, ogni tanto, a qualcosa servono. Senza di loro l’opinione pubblica non avrebbe saputo che, oltre ai quattro dirigenti, tra gli indagati c’era lo stesso presidente Gianmarco Moratti in qualità di legale rappresentante dell’azienda, e che i magistrati di Cagliari avevano fatto entrare nel mirino il vertice della Saras collegando il reato di omicidio colposo all’ipotesi che i tre operai siano stati sacrificati a un determinato modello organizzativo, più attento al profitto che alla loro sicurezza.

Comunque finisca la vicenda giudiziaria, i pubblici ministeri hanno richiamato una regola dimenticata della responsabilità sociale dell’impresa: non è certo che la ricerca del profitto garantisca anche il benessere, la sicurezza, la vita stessa dei lavoratori.
I quali, quando vedono calpestato questo principio, spesso vengono lasciati soli, in primo luogo dai sindacati. Nel caso che qui si racconta, tra tutte le organizzazioni solo la Cgil sarda, senza supporto di quella nazionale, ha affrontato coraggiosamente la Saras, fino a costituirsi parte civile nel processo.

Questo libro è un resoconto il più oggettivo possibile dei fatti, per il quale si è ricostruito da fonti indirette il punto di vista dei fratelli Moratti, che hanno declinato una richiesta d’intervista. I tre operai morti si chiamavano Daniele Melis, Bruno Muntoni e Luigi Solinas. Ciascuno di loro aveva un nome e un cognome, ma anche un volto, una storia, una famiglia, un sistema di affetti, culture e abitudini. Hanno diritto alla restituzione della loro identità e alla verità sulla loro morte.
Ma non basterebbe mettere i tre operai sullo stesso piano di Gianmarco e Massimo Moratti, raccontando di cinque uomini le cui vite si sono incrociate. Le loro storie si intrecciano con le mille vicende dell’industria e del mercato finanziario, cioè con lo scenario economico e sociale in cui si verifica l’incidente in raffineria.

Un modello coloniale
Non si può comprendere la tragedia di Sarroch senza collegarla al meccanismo di potere che governa l’economia italiana. Allo stesso modo, non si può capire il declino italiano senza conoscere storie come quella di Sarroch.
Nel primo anniversario dell’incidente, a pochi chilometri dalla raffineria, un parco pubblico è stato intitolato al 26 maggio 2009, per serbare memoria di una data evidentemente giudicata storica. Questa inchiesta ricostruisce tutto ciò che è accaduto quel giorno non solo a Sarroch e dintorni, ma in tutto il sistema economico nazionale. Per questa via, sullo sfondo della morte di tre operai, si ricompone una foto di gruppo del capitalismo italiano.

La classe dirigente è ritratta, imitando la tecnica televisiva del fermo immagine, nelle sue ordinarie occupazioni: Massimo Moratti si dedica al rinnovo del contratto dell’allenatore dell’Inter José Mourinho; suo fratello Gianmarco negozia un prestito con la banca Intesa Sanpaolo; il numero uno della Fiat Sergio Marchionne va a Berlino per convincere il cancelliere Angela Merkel a lasciargli comprare la Opel; l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Corrado Passera è alla Scala per un pranzo con il sindaco di Milano; il presidente della stessa banca, Giovanni Bazoli, partecipa a un consiglio di amministrazione della finanziaria Mittel; il giovane azionista della Fiat Lapo Elkann sale in cattedra all’Università Iulm di Milano; il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia parla in Veneto degli imprenditori suicidi; il capo di Telecom Italia Franco Bernabè annuncia nuovi esuberi. E così via.

Il potere economico italiano si mostra per quello che è: appannaggio di un’oligarchia che impone, al posto delle regole, la forza delle relazioni personali. Ma c’è di più. Questa inchiesta racconta un intreccio di tipo coloniale costruito all’interno dei confini nazionali. La sistematica spoliazione delle comunità più deboli o periferiche è sostenuta da un’ideologia. Per larga parte della classe dirigente del paese il diritto di anteporre i propri interessi a quelli del prossimo trova radici nelle determinanti geografiche o addirittura etniche.

Non è solo questione di nord e sud. Ci sono torinesi che si battono contro rischi di colonizzazione milanese. L’estremismo liberista ha sdoganato ogni possibile asimmetria, riconoscendo al ricco, in quanto tale, il diritto di sfruttare il povero, e imponendo al disoccupato il dovere di lasciarsi sfruttare da chi gli offre un lavoro. Tutto ciò è considerato ormai inevitabile nello scenario della cosiddetta globalizzazione.

Il caso Sarroch è tipico del modello coloniale. Per sfruttare una comunità, determinandone il destino senza farsi carico di guidarla su un percorso di progresso sostanziale, basta poco. È sufficiente costruire una grande fabbrica per poter pretendere, da chiunque viva lì intorno, gratitudine per i posti di lavoro creati. Questo è ciò che resta della cultura di un’oligarchia che da anni condanna l’Italia alla stagnazione economica e desertifica ogni prospettiva di futuro per le giovani generazioni.

Eppure continua a rivendicare il diritto di accumulare – a qualsiasi costo – denaro per sé e per i propri figli, e il dovere di puntellare con ogni mezzo un sistema di potere declinante.



Ho trovato questa recensione online, ma non dice chissà cosa. Boh?

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Ungheria, l’appello di Michnik e Havel: “Democrazia in pericolo, uniti contro la censura”
di Adam Michnik e Vaclav Havel, da Repubblica, 8 gennaio 2011



Noi firmatari fummo e siamo membri, fondatori, sostenitori dei movimenti democratici che combatterono contro i regimi comunisti nell'Europa centrale e orientale. Noi lottammo perché le nostre nazioni potessero unirsi alla comunità delle democrazie europee, e proprio per questo non possiamo mai dimenticare il pericolo di perdere i diritti umani fondamentali a causa di governi assetati di potere.

Questa volta la distruzione delle garanzie della democrazia si sta svolgendo proprio davanti agli occhi dell'Unione europea. Oggi, l'obiettivo di un'Europa unita nella libertà è in grave pericolo. Quanto l'Unione europea ha sempre voluto combattere e prevenire, e quanto molti pensavano fosse impossibile, ora è divenuto realtà: la nascita di una democrazia profondamente illiberale nelle frontiere della Ue. In Ungheria, Stato membro dell'Unione dal 2004.

Appena vent'anni dopo la caduta del comunismo il governo ungherese, sebbene sia stato eletto democraticamente, sta abusando della sua maggioranza legislativa per smantellare metodicamente il sistema di checks and balances della democrazia, per rimuovere i limiti e gli obblighi costituzionali, e per subordinare ogni ramo del potere, le istituzioni indipendenti, i media, alla volontà del partito di governo.

Noi ci rivolgiamo con questo appello al Parlamento europeo, alla Commissione europea e al Consiglio europeo, così come a tutti i governi e partiti europei a cui sta a cuore la vera unità dell'Europa. Noi vi chiediamo di passare decisamente all'azione per mantenere sulla sua via la nostra Europa della democrazia.

Se la censura entra in vigore da qualsiasi parte in Europa è di fatto presente ovunque. La rimozione dei limiti e obblighi costituzionali tiene in ostaggio tutte le nazioni. La negazione dei diritti fondamentali in un paese umilia tutti gli europei. Ogni volta che una nazione membra della Ue vede scossa la sua fiducia nella capacità dell'Europa di alzarsi in piedi e lottare per la democrazia, ciò porterà a nuove accuse di deficit di democrazia a livello europeo e sfocerà in una sfiducia totale nella vocazione democratica dell'Europa.

Con il nostro appello chiediamo ai parlamentari e ai commissari europei, ai governi e ai partiti europei di definire chiari standard di compatibilità con i valori costitutivi della democrazia: pluralismo, libertà di parola, libertà individuali, separazione tra i poteri, indipendenza della giustizia. Le istituzioni europee devono divenire capaci di chiamare per nome e indicare alla pubblica vergogna chi viola i valori costitutivi dell'Europa.

(La lettera è firmata anche da Marianne Birthler, Gabor Demski, Gyorgy Konrad e Miklos Haraszti)

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B. al Tg1 di Minzo: prima le risposte e poi le domande
Il Cdr chiede chiarimenti sull'intervista - comizio di Berlusconi di settimana scorsa: "Ci risulta che il premier abbia usato il gobbo. Sarebbe gravissimo"



Il comizio elettorale di Silvio Berlusconi al Tg1 di una settimana fa, spacciato per esclusiva, fa ancora discutere i giornalisti Rai. Il comitato di redazione del telegiornale di Rai Uno, trascorsi invano tre giorni, ieri ha scritto un comunicato per ricordare un appuntamento ad Augusto Minzolini: “Abbiamo chiesto al direttore di spiegare come è stata realizzata l’intervista al presidente del Consiglio trasmessa il 2 febbraio. Siamo ancora in attesa di risposta. Di fronte all’indisponibilità a riceverci, riproponiamo la domanda: è vero, come ci risulta, che il premier abbia usato il gobbo? Quello che solleviamo – sottolinea ancora il Cdr – è un problema professionale di grande rilevanza perché l’uso del gobbo implica che domande e risposte siano scritte preventivamente. Insomma si è trattato di un’intervista o di un videomessaggio?”.
La strategia dello sviare. Il Fatto è in grado di rispondere ai quesiti del Cdr e di spiegare i retroscena di un servizio pensato male e costruito tra mille difficoltà. Minzolini da settimane annunciava un colloquio con il presidente del Consiglio, un discorso su economia e finanza, a debita distanza da scandali sessuali e dall’inchiesta di Milano che l’ex notista politico, con vanto, più volte ha ignorato. Una strategia per ‘parlare d’altro’ e ‘sviare su Ruby e festini’, una strategia consigliata anche da Giuliano Ferrara al Cavaliere. Il giorno dell’incontro a Palazzo Chigi, martedì 2 febbraio, a Saxa Rubra c’era ressa per aggiudicarsi l’esclusiva: in corsa il caporedattore Francesco Giorgino e il responsabile economico Michele Renzulli. Il direttorissimo sceglie Renzulli. I collaboratori di Berlusconi preparano le luci e il gobbo. Quando Renzulli in completo grigio arriva a Palazzo Chigi scopre il primo intoppo: il gobbo sistemato sotto una telecamera di viale Mazzini, un video di piccole dimensioni su cui scorre il testo che Berlusconi legge come se fosse un messaggio preconfezionato per i Promotori della Libertà del ministro Michela Vittoria Brambilla. Il presidente del Consiglio ha ‘fronteggiato’ domande molto facili, stile tema a piacere, dell’inviato Renzulli: “Presidente, negli ultimi due anni l’Italia ha tenuto alto l’argine della stabilità dei conti, come hanno riconosciuto l’Europa e il Fondo monetario: è il momento di tornare a crescere, in che modo?”. Ma il premier ha evitato persino l’effetto sorpresa, prima ha letto il suo ‘messaggio’ che, grazie al montaggio del Tg1, sembrava un’intervista seppur morbidissima, poi Renzulli ha cercato di infilarci le risposte.
Due prove: la telecamera non inquadra mai Renzulli e Berlusconi insieme, non poteva perché sarebbe spuntato il gobbo; Renzulli durante le domande aveva il fiatone perché doveva rispettare i tempi dettati dall’illustre interlocutore che, in quel momento, aveva già abbandonato il set di Palazzo Chigi.
Anche Pardi va all’attacco. Ora Minzolini dovrà rispondere alle domande (vere) del Cdr per capire se il Tg1 s’è prestato davvero a un comizio elettorale davanti a oltre 6 milioni di telespettatori. Dice il senatore Pancho Pardi, capogruppo dell’Idv in Commissione di Vigilanza: “Minzolini risponda al cdr del Tg1 e spieghi come è stata realizzata l’imbarazzante ‘non intervista’ a Berlusconi trasmessa il 2 febbraio. Lo deve ai giornalisti del Tg1 ma soprattutto agli abbonati Rai, già abbondantemente mortificati in questi anni dalla sua inqualificabile direzione”.

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L'iniziativa è stata lanciata per sensibilizzare la popolazione sul pagamento del canone
Campagna tedesca per i media liberi:
«Non finire come l'Italia di Berlusconi»
Il presidente del Consiglio utilizzato come testimonial in negativo per una campagna delle emittenti pubbliche

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MILANO - Senza media indipendenti si rischia di fare la fine dell'Italia. E' ciò che afferma una nuova campagna pubblicitaria ideata dall'agenzia Serviceplan e lanciata dalle emittenti pubbliche tedesche ARD e ZDF che prende di mira il Belpaese e le emittenti controllate da Silvio Berlusconi. Lo spot, lanciato in occasione delle elezioni negli stati del Baden-Würtenberg e della Renania Palatinato e promosso su diversi quotidiani nazionali, presenta in primo piano una foto del nostro Primo ministro che appare sorridente e felice. Sull'immagine campeggia lo slogan: «Una democrazia è forte quando ha media liberi».

ANTITESI DELLA DEMOCRAZIA - Della vicenda si è parlato anche in Spagna, dalle colonne del quotidiano El Mundo. L'Italia di Berlusconi è segnalata dal giornale di Madrid come l'antitesi della libertà e dell'indipendenza dei media. Secondo lo spot la Germania, se non avesse media indipendenti e neutri, finanziati attraverso le tasse, potrebbe rischiare di diventare un paese semilibero: «La Germania ha un panorama televisivo tra i più ricchi e variegati al mondo - si legge sul cartellone pubblicitario -. Siamo noi tutti che lo rendiamo possibile grazie al canone che paghiamo». Inoltre come si legge sul sito http://www.wuv.de, rivista che si occupa di media e pubblicità, una democrazia funziona «non solo quando ci sono elezioni libere, ma anche quando i media non sono sottomessi al potere politico».

CAMPAGNA PRECEDENTE - Nei mesi scorsi le stesse emittenti televisive tedesche avevano già lanciato un altro spot per difendere la democrazia e la libertà dei mezzi d'informazione. Sul cartellone pubblicitario compariva un'immagine dei violenti scontri tra giovani nordafricani e forze dell'ordine. Sulla foto compariva la domanda: «Quanto è importante votare per te?». La réclame, come rivelano i siti web tedeschi, poneva l'accento sul fatto che ci son popoli, non molto lontani dai confini europei, che ancora oggi sono oppressi, ma che sono pronti a lottare e a morire pur di conquistare il diritto di voto.

Francesco Tortora




http://www.corriere.it/esteri/11_marzo_ ... 34b2.shtml

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Chi è il prossimo direttore del Tg2
di A.Gilioli

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«Uno dei fatti più discussi avviene nel luglio 2003 in occasione dell’apertura del semestre italiano di presidenza dell’Unione europea. L’inviata Susanna Petruni confeziona un servizio in cui non si sente il Cavaliere che dà del ‘kapò’ a un eurodeputato tedesco che lo critica. Una scelta clamorosamente diversa da quella dei Tg di quasi tutto il mondo. Il direttore la difende, così come giustifica che, durante il discorso di Berlusconi all’assemblea generale dell’Onu, in un’aula pressoché vuota, la Petruni abbia usato, nel montaggio, le immagini dell’affollata platea che seguiva il precedente intervento di Bush. Per non lasciar solo il povero presidente del consiglio italiano, l’aula è stata riempita con un falso».

(Dal libro libro “Le mani sul Tg1 – Da Vespa a Minzolini, l’ammiraglia Rai in guerra”, di Giulio Borrelli)

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(ANSA). Current tv ha ricevuto una notifica da parte di Sky, che contiene la decisione di cancellare il canale italiano.

Lo rende noto la stessa emittente fondata da Al Gore sei anni fa con l’obiettivo – si legge in una nota – ”di democratizzare lo scenario televisivo attraverso nuovi strumenti partecipativi di accesso ai media (integrando web e tv)”.


L’emittente rende noto che Al Gore e’ volato oggi a Roma dove nel pomeriggio ha avuto un incontro a porte chiuse con i blogger, dando il via a una campagna di opinione pubblica da parte degli spettatori e della community di Current per richiedere a Sky di rivedere la decisione.

”Decisione – sostiene la nota – che arriva improvvisa e inaspettata dopo tre anni di successi di Current Italia. Il canale ha recentemente vinto il prestigioso Hot Bird Tv Award 2010 come Miglior Canale News Europeo, premio condiviso pari merito con BBC World News, ed e’ visto ogni settimana da piu’ di un terzo dell’intera audience di Sky. E evidente che non si tratti di una decisione di business presa dal management”.

Secondo Current, la cancellazione del canale sarebbe imminente, forse a fine luglio. Al Gore sara’ questa sera ospite di Annozero ”per la liberta’ di informazione”.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05 ... to/112802/

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