La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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MessaggioInviato: 21/10/2009 - 05:32 
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Italia scivola al 49mo posto nella classifica sulla libertà di stampa
In tre anni l'Italia perde quattordici posizioni



PARIGI - L'Italia continua a perdere posti nella classifica di Reporter senza frontiere per la libertà di stampa: quest'anno l'organizzazione la piazza al 49/mo posto, era al 44/mo nel 2008 e al 35/mo nel 2007.

Secondo RSF - si legge sul rapporto- a "giustificare" questo continuo regresso sono "lepressioni esercitate dal Cavaliere ed il suo asprointerventismo, le violenze della mafia nei confronti deigiornalisti, oltre che un progetto di legge che limitadrasticamente le intercettazioni da parte della stampa". "Siamo molto preoccupati per la situazione della libertà distampa in Italia", ha commentato Jean-Francois Julliard,segretario dell'organizzazione, intervistato dall'ANSA.

"E' incorso una vera deriva - ha aggiunto - legata innanzitutto alconflitto di interessi del capo del governo. In particolarel'elemento nuovo registrato quest'anno è l'atteggiamentoaggressivo di Silvio Berlusconi nei confronti dei media". In testa alla classifica figurano Danimarca, Finlandia eIrlanda. In fondo alla lista, per il terzo anno consecutivo, al173/o, 174/o e 175/o posto, si piazzano Turkmenistan, Corea delNord e Eritrea. Gli Stati Uniti di Barack Obama entrano fra iprimi 20 (erano al 40/o posto l'anno scorso).

In tre anni l'Italia perde quattordici posizioni e dal 35/o posto del 2007 scivola quest'anno al 49/o. E mentre gli Stati Uniti, nell'anno di Barack Obama alla Casa Bianca, guadagnano 20 posizioni rispetto all'anno scorso (dal 40/o al 20/o posto), Israele è in caduta libera (perde 47 posizioni e precipita al 93/o posto) e l'Iran si ritrova addirittura al quart'ultimo posto (172/o), avanti solamente al "trio infernale" Eritrea, Corea del Nord e Turkmenistan. I dati di Rsf sono accompagnati da un rapporto pubblicato oggi a Parigi. Il Paese che gode di maggiore libertà di stampa - secondo i dati raccolti - è la Danimarca, seguita da Finlandia e Irlanda. Ma anche se le prime tredici caselle della classifica sono occupate da paesi europei, alcuni - come Francia (43/esima), Slovacchia (44/esima) e Italia - "proseguono la loro caduta".

"E' inquietante vedere come democrazie europee come Francia, Italia e Slovacchia perdano progressivamente posizioni in classifica anno dopo anno", ha commentato il segretario generale di Reporter senza Frontiere Jean-Francois Julliard. Per quanto riguarda l'Italia, si legge nel rapporto, "le vessazioni di Berlusconi nei confronti dei media, le ingerenze crescenti, le violenze della mafia contro i giornalisti che si occupano di criminalità organizzata, e una proposta di legge che ridurrebbe drasticamente la possibilità dei media di pubblicare intercettazioni telefoniche spiegano il perché l'Italia perda posizioni per il secondo anno consecutivo". Ad ogni modo, si fa notare, né la Francia, né la Spagna (44/o posto) "hanno fatto molto meglio".

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MessaggioInviato: 21/10/2009 - 05:58 
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A Musile di Piave, la giunta leghista elimina dall'emeroteca i giornali "politicizzati"
E l'Associazione nazionale delle biblioteche protesta: "Così si riduce il pluralismo"
Lo spoil system in biblioteca
via Repubblica e il Manifesto

Il sindaco: "Serviva un segnale di cambiamento e non c'erano soldi per aggiungere la Padania"

di SALVATORE MANNIRONI



A Musile di Piave lo spoil-system è passato anche per la mazzetta dei giornali offerti dalla biblioteca comunale. Dopo dieci anni di amministrazione di centrosinistra, la nuova giunta a guida leghista, insediata lo scorso anno, ha deciso di eliminare il quotidiano la Repubblica dalla mazzetta a disposizione dei cittadini. Sarà pure il giornale più letto d'Italia, ma era necessario un "segnale di cambiamento", per usare le parole del sindaco, Gianluca Forcolin, deputato della Lega.

Musile sorge sulla riva destra del Piave, in provincia di Venezia, ed ha poco più di 11mila abitanti. La 'scomparsa' del giornale dall'emeroteca sarebbe rimasta relegata alla piccola polemica di paese sollevata dal circolo 'Che Guevara' di Rifondazione comunista, se non avesse provocato l'intervento dell'Associazione italiana biblioteche. Il presidente dell'Aib, Mauro Guerrini, ha infatti scritto al sindaco di Musile, criticando apertamente le "disposizioni impartite" alla biblioteca comunale, "tendenti a eliminare le pubblicazioni ritenute 'politicizzate'": "Le Sue disposizioni - scrive Guerrini al sindaco - sembrano mettere in luce la sfiducia che la sua amministrazione nutre nei confronti dei concittadini, che evidentemente non sono ritenuti in grado di formarsi un giudizio critico e che quindi devono essere messi sotto tutela, al riparo dall'informazione di parte o politicizzata, un concetto peraltro assai discutibile in sé".

Non solo. Il presidente dell'Aib ricorda che le biblioteche sono "l'emblema stesso della libertà e della democrazia", mentre "la censura è la negazione delle ragioni per cui le biblioteche vengono finanziate dalla collettività". Per queste ragioni, Guerrini chiede al sindaco di riconsiderare le sue decisioni e lo invita a "guardare con fiducia al ruolo delle biblioteche pubbliche, che sono e devono restare luoghi per il libero confronto delle idee e non terreni di scontro ideologico".

Difficile che la sua richiesta possa essere accolta. Il "segnale di cambiamento", del resto, è stato una delle prime scelte della giunta Forcolin. Sin dal 2008, una direttiva imponeva l'eliminazione dall'emeroteca dei quotidiani il manifesto e Repubblica. I dirigenti della biblioteca si sono detti contrari, trattandosi oltretutto anche del quotidiano più letto in Italia, ma alla fine il manifesto ha pagato il prezzo del compromesso. Qualche settimana fa, dopo una discussione in giunta, è arrivata la nuova direttiva, stavolta trasmessa ai bibliotecari dall'assessore alla cultura, Luciano Carpenedo, come un ordine "perentorio". Morale: è vero che c'è un ostinato lettore che abbandona spesso la sua copia a disposizione degli altri utenti, ma ufficialmente Repubblica è sparita dalla biblioteca.

I motivi ufficiali sono di bilancio e non solo: "E' vero - ammette il sindaco Forcolin - c'è anche una ragione politica. Per non metterci a livello dell'amministrazione precedente, abbiamo deciso di privilegiare i giornali locali, Gazzettino e Nuova Venezia, di tenere un solo quotidiano nazionale, il Corriere, uno economico e uno sportivo. E poiché non avevamo la possibilità di aggiungere quotidiani come il Giornale o la Padania, abbiamo tolto quelli collegati ad associazioni o orientati politicamente e quindi il manifesto, dichiaratamente comunista e Repubblica che è comunque orientata a sinistra". E il pluralismo di cui parla il professor Guerrini nella sua lettera? Quello lo si può trovare on line, dice il sindaco: "C'è una postazione internet e chi vuole altri giornali se li può leggere là".

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MessaggioInviato: 21/10/2009 - 11:37 
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Su 644 votanti, i voti favorevoli sono stati 297 e i contrari 322
Libertà di stampa minacciata in Italia
Strasburgo boccia mozione della destra

Nella risoluzione si sosteneva che nel nostro Paese non c'è alcuna minaccia alla libertà di informazione


MILANO - Il Parlamento europeo ha bocciato la risoluzione sulla libertà di informazione in Italia e in altri Stati membri presentata dai gruppi del centrodestra in cui si sosteneva che in Italia non c'è alcuna minaccia alla libertà di informazione. Su 644 votanti, i voti favorevoli sono stati 297 e i contrari 322. Gli astenuti sono stati 25.

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MessaggioInviato: 22/10/2009 - 05:39 
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I leghisti che rappresentavano tutti noi ieri alla votazione europea in cui Berlusconi è stato paragonato a Haider.

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MessaggioInviato: 25/10/2009 - 06:28 
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La Harvard Kennedy School e la Nieman Foundation for Journalism di Harvard elogiano il ruolo svolto da "Repubblica" "in un momento di grave pericolo per la libertà di stampa". Il direttore: "Premiato un lavoro collettivo"
"Risposte del premier, un diritto dei cittadini"
A Cambridge premiato Ezio Mauro

dal nostro inviato FEDERICO RAMPINI

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La Harvard Kennedy School, dove si è tenuta
la conferenza sulla libertà di stampa

CAMBRIDGE - "Questa è una serata in cui onoriamo la libertà di stampa, e riflettiamo sulle sfide che deve affrontare. Esiste una minaccia alla libertà di stampa dall'altra parte dell'Atlantico: in Italia, nella settima potenza industriale". Alex Jones, direttore del Center on the Press, Politics and Public Policy alla Harvard Kennedy School, ha aperto così giovedì sera la conferenza sulla libertà d'informazione nel più importante centro universitario degli Stati Uniti. La Kennedy School - prestigioso centro di formazione del personale di governo - e la Nieman Foundation for Journalism at Harvard si sono unite per assegnare un encomio a Ezio Mauro, in riconoscimento del ruolo svolto da Repubblica "in un momento di grave pericolo per la libertà di stampa in Italia".

Nel ringraziare le autorità accademiche di Harvard Ezio Mauro ha definito l'encomio "il riconoscimento di un lavoro collettivo". Il direttore di Repubblica ha aggiunto: "Il rapporto tra Stato e informazione è alquanto complesso. Tutto questo dimostra che ci sono sufficienti elementi per fare un lungo lavoro d'inchiesta giornalistica. È quello che noi stiamo facendo in Italia".

La motivazione dell'encomio cita "il coraggio con cui ha insistito nelle sue pagine perché il governo debba rendere conto ai cittadini, e perché il ruolo della stampa sia quello di esigere questa accountability". Il testo ricorda "le minacce, la pressione economica, le cause giudiziarie con la richiesta di milioni di danni" contro La Repubblica. Afferma che la battaglia di questo giornale "ha ispirato centinaia di migliaia di italiani a mobilitarsi". Conclude con "la speranza e la fiducia che la lotta per la libertà d'informazione in Italia prevarrà".

Nell'assegnare il riconoscimento a Mauro, davanti a un pubblico di docenti e di studenti nel campus universitario di Cambridge, Alex Jones ha indicato nel caso italiano un pericoloso precedente. "Ogni giorno - ha detto - La Repubblica rivolge al primo ministro dieci domande sul suo comportamento e la sua etica. Il presidente del Consiglio ignora quelle domande, reagisce con le minacce, e le televisioni nazionali non informano sui suoi scandali. Questo accade se chi ha il potere politico ha anche il potere dell'informazione". Nel cuore del New England, dove si è formata la cultura repubblicana degli Stati Uniti, dove hanno radici profonde il dettato costituzionale e il Primo Emendamento, il decano della Kennedy School ha voluto marcare una preoccupazione che supera i confini di un solo paese: "Molti di voi avranno letto notizie sugli scandali italiani. Non c'è nulla di divertente. Fa paura pensare che quel modello possa essere replicato altrove".

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IL PIANO DEL GOVERNO PER DISTRUGGERE RAITRE


Tanta tv regionale e al resto le briciole. Imbavagliare Raitre utilizzando le linee guida Agcom sul contratto di servizio per fare il blitz. Come? Con un boom di programmi locali che sommergano Fazio & c. E spunta il lodo anti-Santoro.



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Agguato a RaiTRE

Il piano di B. per zittirla: boom di programmi regionali.
Floris, Dandini e Fazio finiranno in un angolo.

di Sara Nicoli

Basta avere le idee chiare. E Berlusconi sulla Rai le ha chiarissime. L'ultimo intervento a gamba tesa in diretta a Ballarò ne è stata l'ennesima dimostrazione, con un attacco diretto al conduttore e alla rete "piena di comunisti". Ma dietro le battute e le aggressioni, c'è un disegno politico preciso che, specie negli ultimi tempi, è diventato una sorta di ossessione per il Cavaliere: mettere Raitre nelle condizioni di non nuocere. Giovedì prossimo, intanto, è previsto un cambio al vertice della rete, Antonio Di Bella dovrebbe prendere il posto di Paolo Ruffini, ma la poltrona di direttore, nel quadro della normalizzazione che vorrebbe Berlusconi c'entra fino ad un certo punto.

L'idea di "come" raggiungere l'obiettivo agognato da Berlusconi sarebbe maturata nella mente di Paolo Romani, vice ministro dello Sviluppo Economico da sempre longa manus berlusconiana sulla comunicazione. Romani, in un colloquio con il premier di qualche mese fa, avrebbe cercato di calmare l'animosità di Berlusconi nei confronti dei programmi "avversari" (non solo Floris, ma anche la Dandini e Fazio) spiegando che l'unico modo per tacitare definitivamente quelle voci era di utilizzare l'unica arma che il governo ha per tenere sotto pressione il servizio pubblico: agire cambiando alcune norme del contratto di servizio e puntando su quei programmi che sono finanziati solo dal canone. Lì per lì Berlusconi avrebbe scosso la testa, ma poi la cosa è stata spiegata con l'introduzione di una formula magica. La regionalizzazione di Raitre.

Il piano è noto da tempo in Rai, ma la gestione Ruffini ha fatto sì che quest'ipotesi di rete federale non abbia mai avuto modo di mettere radici. Solo di recente, nell'ultima parte della gestione-Cappon, la Rai ha dato il via a Buongiorno Regione, il tg regionale in onda all'alba che insiste sulla terza rete, senza tuttavia snaturarne l'identità. Quello che ha in mente questo governo invece è ben altro. Si tratta di prendere il palinsesto di Raitre e "occupare" la maggior parte degli spazi sensibili (perché di grande appeal di pubblico e, conseguentemente, di pubblicità) con programmi di forte connotazione regionalistica o di servizio per il cittadino utente. Questa trasformazione non avverrebbe, secondo le indicazioni del governo, in modo repentino ma assai graduale, con l'obiettivo ultimo di far restare della Raitre che conosciamo oggi solo due, al massimo tre prime serate blindatissime e connotate da programmi più vicini a Mi manda Raitre che a Ballarò o, peggio, a Fazio. A parere di Romani, ma anche del ministro Claudio Scajola, titolare dello Sviluppo Economico da cui dipende la stesura finale del contratto con la Rai, questa trasformazione di Raitre dovrebbe essere uno dei capisaldi del nuovo contratto di servizio (che entrerà in vigore a gennaio e del quale, per adesso, sono state approvate dall'Agcom solo le linee guida), ma è inutile dire che la sola idea ha trovato forti resistenze in azienda. Non solo sul piano politico, ma anche su quello delle risorse economiche.

La regionalizzazione di una rete Rai, nello specifico di Raitre, comporterebbe un'espansione dei programmi che sono finanziati solo attraverso il canone (che, com'è noto, è pagato da un terzo degli italiani), e una netta contrazione di quelli finanziati solo dalla pubblicità, con un ovvio abbattimento degli introiti da spot che per altro sono stati soggetti, con la crisi, ad una forte contrazione (l'azienda potrebbe infatti avere, entro il 2012, un buco di 600 milioni di euro).

Basti pensare che quest'anno l'azienda ha dovuto coprire con 300 milioni di euro derivanti da spot introiti non pervenuti a copertura di costi per programmi solo finanziati da canone (In mezz'ora di Lucia Annunziata, tanto per fare un esempio, è un programma finanziato dal canone che costa 26 mila euro a puntata tutto compreso). Insomma, i desideri del Cavaliere si scontrerebbero con la stessa sopravvivenza della Rai, ma anche su questo il premier avrebbe in serbo un "predellino" mediatico. Infatti, nonostante una parte della maggioranza, con in testa Fini e Tremonti, stiano spingendo per dare il via ad una leggina che consentirebbe alla Rai di avere risorse certe grazie alla parcellizzazione del canone all'interno della bolletta della luce (pagare meno, ma pagare tutti), il rischio è che invece la tv pubblica sprofondi nel baratro economico, lasciando magari a B. - sulla falsa riga di quanto avvenne nel '94 con il decreto Salva Rai - la possibilità di un intervento “salvifico”, sul modello - Alitalia. E chi poi avrebbe più il coraggio di parlare del suo, personalissimo, conflitto d'interessi?

da Il Fatto Quotidiano n°38 del 5 novembre 2009

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MessaggioInviato: 07/11/2009 - 06:41 
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I direttori dei giornali esteri: "Risposte evasive e in ritardo
ma così è stato riaffermato un principio della democrazia"
"Le domande erano legittime
vittoria della libera informazione"

di ANAIS GINORI

ROMA - Le risposte di Silvio Berlusconi alle domande di Repubblica arrivano con mesi di ritardo, sono ancora incomplete, evasive. Ma rappresentano comunque "una vittoria della libera informazione", secondo Denis Olivennes, direttore del Nouvel Observateur. "Alla fine, il Cavaliere ha dovuto riconoscere che quelle domande erano legittime e pertinenti" spiega il responsabile del settimanale francese che ha ripubblicato integralmente le 10 domande. "Ora sarebbe importante che permettesse ai giornalisti di approfondire le sue risposte e che abbandonasse le cause in tribunale contro i media".

Soddisfatto il direttore dell'Independent, Roger Alton. "E' una grande notizia che la coraggiosa campagna di Repubblica sia riuscita a ottenere questo risultato". Anche secondo Javier Morano, direttore del Paìs, "è un segnale positivo vedere che Silvio Berlusconi ha finalmente deciso di rispondere". Rimane un problema di metodo. "Parlare per interposta persona - dice Morano - senza dare la possibilità né di replicare né di porre altre domande, rappresenta abbastanza bene la concezione che il primo ministro italiano ha del rapporto tra potere e cittadini". Inoltre, fa notare Wolfgang Krach, vicedirettore della Sueddeutsche Zeitung, le risposte affidate a Bruno Vespa sono insufficienti: "Alla domanda se è ricattabile non basta dire "No, lo escludo"".

Un atto dovuto, secondo il direttore dell'austriaco Der Standard. "In qualsiasi sistema democratico - spiega Oscar Bronner - il governo deve rispondere alle domande dei giornalisti". Gran parte della stampa straniera ribadisce le preoccupazioni sull'informazione in Italia. Il direttore di Le Monde, Eric Fottorino, "prende atto" di questo cambio di strategia del premier ma ricorda che "prima ha tentato di indebolire e screditare Repubblica e altri media italiani soltanto perché facevano il loro dovere". "Le risposte di Berlusconi a Repubblica sono un fatto positivo - aggiunge Rafael Nadal, direttore del Periodico de Catalunya - ma la libertà d'espressione e il diritto ad essere informati rimangono sotto minaccia".
Laurent Joffrin, cita un celebre slogan sessantottino: "E' solo l'inizio, la battaglia deve continuare". Il direttore di Libération, che aveva fatto tradurre le 10 domande sul suo giornale, guarda avanti. "Bisogna mantenere la pressione in Italia e all'estero". Philippe Thureau-Dangin, direttore di Courrier International, fa un confronto con le recenti polemiche sulla candidatura di Jean Sarkozy alla guida del quartiere d'affari della Défense. "Anche in questo caso i commenti della stampa straniera sono stati decisivi e hanno costretto il presidente a fare marcia indietro su suo figlio". In America, Roane Carey, managing editor del settimanale The Nation, è ironico: "Rispondere alle domande dei giornalisti è almeno meglio che denunciarli". "Arriva però in ritardo - puntualizza Carey - e resta prevedibilmente evasivo, fa semplici negazioni". Dello stesso parere Béatrice Delvaux, direttore del quotidiano belga Le Soir. "Risposte talmente poco serie che offendono la democrazia".

Eppure c'è chi prende spunto da questo piccolo "cedimento" di Berlusconi per essere ottimista. "Quando un giornale costringe il primo ministro a rispondere, suo malgrado, alle domande che vengono dalla società - osserva Viktor Loshak direttore del settimanale russo Ogonjok - siamo di fronte a una grande vittoria per tutto il giornalismo".

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Cornuti e disinformati
(dal blog di Beppe Grillo)

Lo psiconano annuncia: "Il peggio è alle spalle, superata Londra" e nessuno lo manda a fanculo. Quello che fa più schifo non è lui, fa il suo mestiere di venditore di spazzole, ma l'informazione di regime. Senza la manipolazione dell'opinione pubblica i politici sarebbero rincorsi con i forconi. Chi fa più ribrezzo sono i cosiddetti giornalisti indipendenti. Con che faccia di merda il Corriere della Sera (ma anche Repubblica e La Stampa) titola in prima pagina: "L'Italia in testa nella ripresa?". Quale ripresa? La ripresa dei licenziamenti, degli sfratti, del debito pubblico che vola verso i 1800 miliardi di euro che sta trascinando nel baratro il Paese? La ripresa del crollo del PIL nel 2009? Basta con i contributi pubblici ai giornali. Li paghiamo per disinformarci. Sono loro le vere puttane del regime.

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A France-Soir meglio non scrivere su Russia e Italia. Soprattutto se capita di essere un po’ critici nei confronti del potere in carica. Il quotidiano rilevato in gennaio da Alexandre Pougatchev, figlio dell’oligarca russo Sergueï Pougatchev (il banchiere di Putin), ha appena liquidato senza tanti complimenti i suoi due corrispondenti da Roma e Mosca.

Ariel Dumont, collaboratrice esterna dalla capitale italiana, il 13 novembre s’è vista notificare la fine della collaborazione per telefono, dal caporedattore, Charles Desjardins.ù Da settimane le era stato detto di non scrivere più sul presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, amico del presidente russo Putin. “A più riprese, mi è stato rimproverato il mio ‘anti-berlusconismo’. Tuttavia, precisa, ero stata molto prudente. Utilizzavo perifrasi per parlare delle sue scappatelle, tipo: ‘la disordinata vita privata di Berlusconi’. A settembre, mi hanno fatto riscrivere un pezzo sulla Mostra di Venezia in cui parlavo del film Videocracy e delle dichiarazioni critiche di Michael Moore nei confronti del presidente del consiglio italiano. In ottobre, mi hanno fatto scrivere un solo articolo, con mille raccomandazioni. Poi, più nulla. (…)”
Xavier Ternisien, Le Monde


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Il bavaglio del potere contro la libertà di espressione
Sostiene Schifani: condannate Tabucchi

di Gianni Barbacetto

Antonio Tabucchi va condannato, sostiene Schifani. Sì, Renato Schifani, il presidente del Senato, che ha intentato allo scrittore una causa civile con la richiesta di un risarcimento record: 1 milione e 300 mila euro. Perché Tabucchi, in un suo articolo pubblicato il 20 maggio 2008 sull’Unità diretta da Antonio Padellaro, lo ha gravemente diffamato, sostiene Schifani.

Nell’articolo, dal titolo “I fatti e i veleni”, lo scrittore prende lo spunto dalle dichiarazioni di Marco Travaglio, duramente attaccato dopo che nella trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa” aveva raccontato i trascorsi di Schifani in Sicilia. Travaglio aveva riferito fatti veri, scrive Tabucchi: il futuro presidente del Senato aveva avuto «accertate frequentazioni di personaggi condannati poi per mafia».

Le vicende a cui Tabucchi si riferisce sono quelle che erano già state raccontata da Marco Lillo sull’Espresso, da Roberto Bellavia sulle pagine palermitane di Repubblica e da Lirio Abbate e Peter Gomez nel libro I complici (mai querelati). Nel 1979, Schifani è tra i fondatori della Sicula Brokers, che ha tra i suoi soci l’amico Enrico La Loggia, ma anche altri personaggi: Giuseppe Lombardo (amministratore delle società dei cugini Nino e Ignazio Salvo, che Giovanni Falcone nel 1984 arresta per mafia), Benny D’Agostino (poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione, peculato e truffa aggravata), Nino Mandalà (futuro boss di Cosa nostra a Villabate, fedelissimo di Bernardo Provenzano, arrestato nel 1989 e poi condannato per associazione mafiosa).

Non solo. Proprio a Villabate, non lontano da Palermo, il giovane Schifani, già entrato in politica, era diventato consulente urbanistico del Comune. E secondo quanto testimonia il pentito di mafia Francesco Campanella (anch’egli querelato da Schifani), si era dato da fare per favorire gli affari di Mandalà: «Le quattro varianti al piano regolatore furono tutte concordate con Schifani, che interloquiva anche con Mandalà», dichiara Campanella. «L’accordo, che Mandalà aveva definito con i suoi amici Schifani e La Loggia, era quello di manipolare il piano regolatore» facendo varianti dove Mandalà aveva affari in corso e «penalizzando gli affari della famiglia mafiosa avversaria».

Il piano regolatore di Villabate, dunque, almeno secondo quanto sostiene Campanella, fu deciso dall’ultimo braccio destro di Provenzano, Mandalà, in stretto collegamento con Schifani: «Mandalà mi disse che aveva fatto una riunione con Schifani e La Loggia e aveva trovato un accordo: i due segnalavano il progettista del piano regolatore, incassando anche una parcella di un certo rilievo». In relazione a queste vicende, il Comune di Villabate nel 1999 fu sciolto per mafia.

Nel 1992, intanto, Schifani aveva costituito una società di recupero crediti, la Gms, di cui è socio accomandante insieme ad Antonino Garofalo, che nel 1997 è arrestato per usura ed estorsione. Garofalo è ritenuto dalla procura di Palermo il capo di un’organizzazione che prestava denaro nella zona di Caccamo chiedendo interessi del 240 per cento. È stato rinviato a giudizio e poi processato, ma poi assolto in dibattimento. Le visure camerali dimostrano che Schifani era socio della Gms almeno fino alla primavera scorsa (aprile 2009).

Schifani nella sua attività professionale ha anche fatto da consulente, con un ruolo simile a quello dell’avvocato d’affari, a Giovanni Costa, imprenditore di Villabate che poi ha portato al crac a Bologna il gruppo Urafin ed è stato per questo condannato in primo grado per bancarotta fraudolenta. Ha assistito anche il costruttore Pietro Lo Sicco, che poi sarà condannato per mafia e corruzione.

La capacità di un politico in Sicilia dovrebbe essere quella di capire prima degli altri chi sono gli imprenditori compromessi con la mafia. Dopo gli arresti e le condanne, sono capaci tutti di prendere le distanze da personaggi ambigui. Il politico accorto dovrebbe invece farsi vanto di individuare prima gli inquinamenti mafiosi e quell’area grigia di affari e rapporti che rende la mafia davvero potente. Schifani evidentemente non ha questa capacità e questa accortezza.

Nulla di penalmente rilevante per lui, mai messo sotto processo: e su questo Tabucchi può aver scritto un’imprecisione (dove parla di «processi dal quale egli fu in seguito assolto»). Resta però la sostanza: Schifani ha avuto frequentazioni e rapporti con personaggi poco raccomandabili, alcuni indagati e arrestati, altri poi perfino condannati per mafia.

Frequentazioni di questo tipo, anche in buona fede, in qualunque altro paese dell’occidente determinerebbero la fine di una carriera politica. Non in Italia, dove comunque quei rapporti «sono fatti che appartengono», proprio come ha scritto Tabucchi, «alla biografia di un uomo politico nominato alla seconda carica dello Stato». Ed è proprio questa la tesi centrale che Tabucchi sviluppa nel suo articolo: le frequentazioni e i rapporti d’affari di un personaggio pubblico sono interessanti per il pubblico dei lettori, per i cittadini italiani che hanno il diritto di conoscere chi sono i loro politici e le loro autorità istituzionali.

Non la pensano così il presidente del Senato e i suoi avvocati, che intentano causa civile a Tabucchi, definito “giornalista”: evidentemente non sospettano neppure l’esistenza di uno scrittore omonimo, già candidato al Nobel per la letteratura. Chiamano in causa solo lui, non il giornale che ha pubblicato il suo articolo: così resta tutto sulle sue spalle il peso delle spese di difesa e il rischio dell’eventuale risarcimento, con un pesante effetto intimidatorio. D’altra parte il presidente del Senato ha fatto causa anche ad altri che hanno scritto e raccontato fatti veri del suo passato, da Marco Travaglio a Gianni Barbacetto. Tutti diffamatori, sostiene Schifani.


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La Mediaset, società di Berlusconi, chiede al Presidente del Consiglio Berlusconi di battersi per copyright e irreggimentazione del web:

Cita:
Il presidente di Mediaset Confalonieri
«Web, il governo si batta per il copyright»
«Se i vari Youtube, Google, non riconoscono il valore della proprietà intellettuale, non si può investire»




ROMA - «Internet si avvale di una parola magica che è "free". Se i vari YouTube, Google, non riconoscono il valore della proprietà intellettuale, non si può investire». Ne è convinto Fedele Confalonieri. «Noi investiamo la metà di quello che ricaviamo in produzione e contenuti - ha detto il presidente di Mediaset alla presentazione dell'ottavo rapporto Censis-Ucsi sulla Comunicazione - se altri approfittano di questi contenuti, mandati in Rete da privati, soprattutto giovani, non ci sarà futuro per chi di mestiere fa contenuti. Ci deve essere - secondo Confalonieri - un ritorno a chi investe, produce in contenuti anche per le news. Serve molta attenzione non solo da parte nostra ma da parte dei regolatori, dei legislatori, delle forze del governo che devono prendere a cuore questo problema».

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"Al potere non piacciono i giornali
il caso italiano ne è la prova"
De Benedetti: "Nell'epoca del boom di internet, i quotidiani di carta devono puntare sulla qualità"





OXFORD - "Al potere non piacciono i giornali: specialmente quelli che si pongono come un filtro inopportuno fra ciò che i governanti chiamano popolo e che i giornali considerano invece cittadini". Carlo De Benedetti ha tenuto una lezione a Oxford, presso il Reuters Institute for the study of Journalism. Ha parlato di internet e del caso italiano, di crisi della carta stampata e di rilancio.

"Il vecchio e caro giornale non andrà in pensione se punterà sulla qualità, che favorisce un'autonoma e libera comprensione dei fatti" sostiene il presidente del gruppo Editoriale Espresso. "C'è una fondamentale differenza fra il senso comune e la pubblica opinione. Nonostante il boom dei new media e dei blog, tocca al giornale dare la gerarchia, sottolineare i fatti più importanti "ridisegnando il contesto generale in cui una vicenda si muove". Nell'epoca di internet -dice De Benedetti- il quotidiano riafferma la validità di un metodo, più che di un mezzo.

E veniamo all'anomalia italiana. "L'Italia è l'unico paese del mondo in cui un unico soggetto domina le tv. Si tratta di un controllo di quella che potremmo definire una moderna agorà". A causa di questa anomalìa, il mestiere di giornalista è ancora più difficile. "Quando questo confronto-scontro viene considerato parte (anche scomodo, si capisce) della fisiologia del sistema, la libertà ne guadagna, e il diritto dei cittadini di conoscere e sapere si arricchisce e cresce. Quando questo conflitto viene considerato illegittimo o peggio eversivo, dunque criminale, il diritto del cittadino a conoscere e sapere risulta condizionato, impoverito e la stessa qualità della democrazia paga un prezzo". E in questo senso De Benedetti ha ricordato l'appello di Silvio Berlusconi a boicottare Repubblica lanciato in occasione del congresso dei giovani imprenditori a Santa Margherita ligure.

E sempre a proposito di Berlusconi e di anomalia, il presidente del Gruppo Espresso ha fatto un accenno alla giustizia: "Il Presidente del Consiglio sta costruendo una legge che, riducendo il tempo dei processi, serve a cancellare due suoi processi in corso a Milano, con uno schema che potremmo definire così nella sua anomalia occidentale: il potere esecutivo usa il legislativo per fermare il giudiziario".

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E alla RAI arriva anche Belpietro

"La Rai mi ha chiesto di studiare un programma. lo sto facendo, ma non e' stata presa nessuna decisione definitiva. Non ho firmato nessun contratto. nelle prossime settimane faremo il punto della situazione, penso che la partenza piu' probabile possa essere gennaio". Il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, parla cosi' di un suo possibile 'sbarco' alla Rai, probabilmente sulla seconda rete, per un programma di approfondimento politico che dovrebbe andare in onda in prima serata. Belpietro spiega poi "che nel caso il progetto vada in porto lascerei Canale 5, e' difficile lavorare per due gruppi antagonisti".

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Marco Travaglio
Guardie svizzere a mezzobusto


Il Papa ha detto una cosa saggia, sul meccanismo di assuefazione indotto dall’overdose di notizie negative che tv, giornali, radio, Internet riversano sull’umanità: “Ogni giorno il male viene amplificato abituandoci all’orrore e intossicando le coscienze”. Giusta constatazione, nemmeno troppo originale: a furia di vedere orrori, ci si fa il callo, si diventa cinici, ci si sente “spettatori” e mai responsabili, mentre il disvalore di certi comportamenti evapora nelle coscienze. Naturalmente Benedetto XVI parla alla cattolicità universale. Pensa alle guerre, alle violenze, alla fame, a tutte le forme di sfruttamento. Potrebbe aggiungere che l’ossessione delle gerarchie per la morale, i divieti, gli anatemi e le scomuniche oscura spesso l’essenza del cristianesimo, che è resurrezione, redenzione, misericordia, perdono, gratuità, ma lasciamo stare.

Poi un giornale, La Stampa, interpella i mejo direttori del bigoncio per un “commento a caldo” alle parole del Papa. E questi personaggini piccoli piccoli, il cui orizzonte non va al di là della buvette di Montecitorio, rispondono sui casi D’Addario e Marrazzo, come se il Papa non pensasse ad altro. Il più in forma è Bruno Vespa, dicesi Bruno Vespa, quello che racconta l’Italia come un film di Dario Argento e gl’italiani come un popolo di serial killer, avendo trasformato lo studio di “Porta a Porta” in un istituto di medicina legale dove si sezionano cadaveri, si effettuano autopsie, si periziano brandelli di organi a favore di telecamera, e nei momenti più lieti si sguazza fra i trans di via Gradoli e dintorni. Bene, quel Vespa lì congiunge le mani in preghiera e salmodia: “Il Papa ha perfettamente ragione. Qualche volta, in buona fede, rischiamo di amplificare le situazioni più scabrose”. Ecco, porello: lui non vorrebbe mai, ma poi, in buona fede, gli scappa ora un plastico, ora un cranio spappolato di bambino, ora un mestolo insanguinato, è più forte di lui.

Feltri, colto sull’inginocchiatoio nel raccoglimento del vespro di mezza sera, turibola: “Parole sagge, speriamo che le ascoltino tutti. La vita pubblica si è inasprita e i giornali sono schierati”. Lui del resto, quando pubblicò la falsa informativa di polizia che dava del gay a Dino Boffo, già presagiva l’alto monito pontificio. Anche l’altro giorno, quando ha dato dei “picciotti” mafiosi ai ragazzi del No B. Day, l’ha fatto per anticipare l’appello del Papa raccontando le cose buone che accadono in Italia. Poteva mancare, nella fiera del tartufo, un salmo di Augusto Minzolini? No che non poteva. “Il mio Tg1 - si macera il pio Scodinzolini, stretto nel tradizionale saio di frate penitente - fa già ciò che auspica il Papa: si veda come ha trattato le vicende delle escort e il caso Marrazzo con un profilo basso, da servizio pubblico. Se tutti si fossero adeguati, non saremmo qui”.

Ecco, si veda. Per la verità, quelle che lui chiama “le vicende delle escort” lui le ha censurate, mentre il caso Marrazzo l’ha amplificato come non mai. Ma, si badi bene, non s’è trattato di censura, bensì di devozione preventiva all’ammonimento del Santo Padre. Se i telespettatori del Tg1 non sanno nemmeno chi è la D’Addario, non è perché entrava e usciva da casa Berlusconi, ma per evitare che le coscienze vengano assuefatte da un eccesso d’informazione che potrebbe abituarle all’orrore. Se gl’italiani sapessero che il premier che vuole sbattere in galera le prostitute e i loro clienti (escluso, si presume, se stesso) riceve prostitute a domicilio e poi le fa mettere in lista per le comunali di Bari, resterebbero intossicati dal meccanismo perverso dei mass media. Dev’essere per questo che quell’altra guardia svizzera di Antonello Piroso ha censurato su La7 il servizio di Silvia Resta sulle trattative fra Stato e mafia nel 1992-’93: per non addolorare vieppiù il Santo Padre.

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