La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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MessaggioInviato: 26/09/2009 - 09:08 
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Abuso di potere
di GIOVANNI VALENTINI

CONTRO Annozero di Michele Santoro e Marco Travaglio, e soprattutto contro i 5 milioni e mezzo di telespettatori che hanno seguito l'ultima puntata dedicata allo scandalo del sex-gate che coinvolge il premier, ora scende in campo il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola.

Se Scajola ha scavalcato perfino il suo vice-ministro delle Comunicazioni, vuol dire che lo scontro fra il governo e il sistema dell'informazione è arrivato ormai a un punto di non ritorno. Questa è nient'altro che una dichiarazione di guerra. Una sfida finale. Un attacco frontale a ciò che resta del servizio pubblico e della libertà di stampa nel nostro Paese.

La convocazione d'autorità dei vertici Rai, da parte del ministro al quale fa capo questo settore industriale, configura oggettivamente un abuso di potere ai danni della Commissione di Vigilanza a cui spetta per legge il controllo e anche dell'Authority sulle Comunicazioni. Un'interferenza indebita, dunque, nei confronti del Parlamento e dell'Autorità di garanzia. Un'invasione di campo che può essere stata sollecitata e autorizzata solo dal delirio di onnipotenza di un presidente del Consiglio che non è più in grado evidentemente di distinguere le sue responsabilità istituzionali dai suoi interessi e dalle sue ossessioni personali.

Nell'inquietante e minacciosa escalation governativa contro l'informazione, lo stesso ministro fa un riferimento esplicito a una "campagna mediatica basata sui pruriti, sulla spazzatura, sulla vergogna, sull'infamia, sulle porcherie", con una raffica di imputazioni che - per quanto riguarda questo giornale - respingiamo al mittente e al mandante senza alcuna esitazione.

I pruriti, la spazzatura, la vergogna, l'infamia e le porcherie, come le chiama Scajola, non sono nostre, non appartengono al nostro modo di fare informazione e opinione, bensì ai comportamenti del capo del governo, alle sue dubbie frequentazioni e relazioni. E non a caso, oltre che da noi, gli vengono contestati ormai da tutta la stampa internazionale.

In una trasmissione corretta e coraggiosa, durante la quale è stato ampiamente assicurato il contraddittorio, la vera colpa di Santoro è stata quella di mandare in onda per la prima volta su una rete televisiva italiana un brano di una delle tante interviste rilasciate negli ultimi mesi da Patrizia D'Addario, la escort barese che ha aperto uno squarcio sui festini di Palazzo Grazioli, alle televisioni di mezzo mondo. Un documento registrato e già trasmesso all'estero, quindi, mostrato finalmente anche ai telespettatori italiani, per lo più ignari e inconsapevoli. Un racconto in prima persona, una testimonianza, priva per di più di accuse personali.

Sarà pur vero, come protesta adesso Scajola, che "la magistratura non ha rilevato alcun elemento per aprire inchieste sul presidente del Consiglio". Finora, aggiungiamo noi. Ma in ogni caso non c'è neppure bisogno di aspettare l'intervento di un Tribunale della Repubblica per giudicare sul piano politico e morale un capo di governo che, per sua stessa ammissione, riceve "persone poco serie" nelle proprie residenze, a suo dire "in modo inconsapevole". Persone inquisite - come l'imprenditore Gianpi Tarantini, ma forse sarebbe il caso di attribuirgli un altro appellativo - che hanno già dichiarato a verbale di aver fatto ricorso alla prostituzione e alla droga per entrare nei circuiti istituzionali; corrompere amministratori e politici, anche di centrosinistra; aggiudicarsi appalti e favori.

Non sono dunque i giornali, non è la televisione, non è Annozero, ad alimentare una "stagione di veleni". Questi sono stati sparsi semmai a piene mani dal presidente del Consiglio, con i suoi raptus senili, con un malcostume indegno del suo ruolo e della sua funzione. E prima di convocare i vertici della Rai, per contestare presunte aggressioni che sarebbero finalizzate a "sovvertire il risultato elettorale", un ministro della Repubblica farebbe meglio a preoccuparsi di garantire - per la sua parte di responsabilità - un'informazione più completa possibile, per mettere tutti i cittadini in condizione di sapere e di valutare.

Il paradosso, invece, è che all'estero il caso Berlusconi è più conosciuto, analizzato e discusso che in Italia. Sotto la narcosi dell'informazione di regime, alla maggioranza degli italiani teledipendenti il presidente del Consiglio appare tuttora come la vittima, inerme e innocente, di una macchinazione, di un complotto, di una congiura. Ma in realtà è lui stesso l'artefice di uno scandalo che ha messo in scena da regista e interpretato da protagonista principale.

P. S. - Dobbiamo una risposta al direttore di Rai 4, Carlo Freccero, che ha ribattuto con un proclama sul blog della sua rete alle riserve espresse su Angel, il serial americano di genere horror e fantasy. Tranquillizziamo lui e i suoi fans: nessuna censura, solo la richiesta di applicare semmai il Codice di autoregolamentazione dei minori in tv. Continuiamo a ritenere comunque che un prodotto del genere non sia adatto al servizio pubblico e soprattutto che non sia opportuno trasmetterlo nella fascia pomeridiana. Questo però non ha niente a che fare con il diritto all'informazione ed è tanto pretestuoso quanto vergognoso accostare un episodio del genere alla campagna in corso per difendere la libertà di stampa.

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MessaggioInviato: 28/09/2009 - 07:44 
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Schiaffo alla verità e al Parlamento
di EDMONDO BERSELLI

Il clima è livido, l'azione del governo è torva; dopo l'attacco ad Annozero del ministro Claudio Scajola per conto del premier, ieri c'è stata la minacciosa invasione di campo del viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani, che ha prospettato un'istruttoria sul programma di Michele Santoro, perché si esamini se sono stati rispettati i termini del contratto di servizio.

In sintesi: il governo interviene sui contenuti di una trasmissione; nei fatti mostra di pretendere la testa di un conduttore, prospetta la soppressione di un programma, e in generale assesta un colpo formidabile al principio della libertà di espressione.

In primo luogo: la Rai non è proprietà del governo, anche se il regime di occupazione manu militari delle reti e dei tg pubblici è già una realtà. Ha il Tesoro per azionista ma risponde alla commissione di vigilanza, cioè al Parlamento. Quindi il cosiddetto servizio pubblico è il frutto di un equilibrio molto delicato, su cui il governo sta intervenendo scorrettamente a piedi uniti, con l'intenzione evidente di mettere definitivamente la mordacchia all'informazione pubblica.

È superfluo chiedersi il perché di questa azione: il programma di Santoro ha squarciato il velo, rendendo comprensibile a cinque milioni e mezzo di spettatori ciò che il muro mediatico alzato dalla destra aveva oscurato per mesi. E cioè lo scandalo della prostituzione di regime. Quello che Berlusconi chiama un insieme di "infamie, falsità e calunnie", e che nel lessico minimizzatore della maggioranza parlamentare viene definito "gossip". Il caso delle escort di casa nelle residenze del premier, procurate dall'imprenditore barese Tarantini, che i tg omologati hanno accuratamente nascosto durante l'estate all'opinione pubblica, mentre tutta la stampa estera ne parlava e ne parla.

Soffocare le ultime voci non condizionate appare quindi la volontà esplicita del governo Berlusconi. Il governo fondato sul conflitto d'interessi, e circondato da un'impressionante potenza mediatica, mostra il suo volto autentico. Perché è vero ciò che ha detto il presidente del cda della Rai, Paolo Garimberti, e cioè che "il telecomando è libertà", nel senso che è la pluralità dell'offerta ad assicurare all'informazione un mercato libero; ma proprio per questo l'offensiva dell'esecutivo delinea con chiarezza una strategia tesa a spegnere ogni voce dissonante.

L'obiettivo è di una semplicità disarmante, e consiste nel completare il programma di omologazione già realizzato con i tg (a proposito di adeguatezza del servizio pubblico, non converrebbe allora aprire un'istruttoria sul silenzio e le omissioni praticati scientificamente dal Tg1 e dal Tg2?). Poi toccherà alla normalizzazione di Raitre, e ai programmi come quello di Milena Gabanelli, o di altri eccentrici. Una pressione costante, esercitata con contratti non firmati, mancata copertura legale, in sostanza una vischiosità quotidiana, faticosa e scoraggiante, al cui termine c'è probabilmente la resa per stanchezza.

In tutto questo ci sono almeno due fenomeni da considerare: l'assuefazione dell'opinione pubblica, ipnotizzata dall'informazione di regime; e in secondo luogo la soggezione minoritaria dei partiti d'opposizione, in particolare il Pd. È singolare infatti che, di fronte alla violenza dell'attacco della destra berlusconiana, non ci sia una risposta minimamente efficace, e che anzi le uniche iniziative vengano da alcuni organi di informazione (come la raccolta di firme di Repubblica per la libertà di stampa) e più generalmente dalla mobilitazione spontanea della società civile.

Il silenzio e l'evasività del Pd sono il frutto di un ripiegamento sulle beghe interne, ma non solo: c'è anche un giudizio scolasticamente errato sul regime berlusconiano ("basta con l'antiberlusconismo!"), che perciò non riesce a produrre un'espressione realistica ed efficace nel dibattito politico.

Mentre cadono le braccia per una democrazia sotto comando, viene naturale appellarsi all'opinione pubblica, per quanto narcotizzata. La manifestazione del 3 ottobre per la libertà di espressione sarà una piccola cosa, rispetto alla potenza di fuoco del governo e del sistema berlusconiano. Ma mentre l'offensiva organizzata dal potere prova a estinguere gli ultimi fuochi di libertà, e di anticonformismo, anche una sola fiaccola servirà a qualcosa.


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MessaggioInviato: 29/09/2009 - 03:25 
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La resa dei conti
con l'informazione

di CURZIO MALTESE

Comincia nel peggiore dei modi la settimana della difesa della libertà di stampa che si chiuderà con la manifestazione di sabato in Piazza del Popolo. Comincia con Berlusconi che, liquidato con due vecchie e sciocche battute l'incontro con Obama e signora, torna sulla sua ossessiva battaglia per far chiudere le "gazzette della sinistra" e i pochi programmi televisivi che danno ancora voce a mezzo Paese. Con un governo che, per iniziativa del ministro Scajola, pretende contro la legge di stabilire direttamente i palinsesti della tv pubblica. Con una destra che, dalle colonne dei due giornali più diffusi e obbedienti al premier, Giornale e Libero, lancia una campagna per boicottare gli abbonamenti Rai.

La posta in gioco non è la sopravvivenza di Annozero, cui neppure i record di ascolti garantiranno la messa in onda giovedì prossimo. Piuttosto la sopravvivenza economica e politica nell'Italia berlusconiana di un'informazione critica e di opposizione. Ovvero l'essenza di una democrazia. Se qualcuno o addirittura la maggioranza pensa ancora che tutto questo sia normale, allora significa che la democrazia in Italia non ha un gran futuro. Il presente è già inquietante.

Non è normale in nessuna democrazia che un governo rivendichi la concessione di nullaosta per questo o quel programma della tv pubblica. Per la verità, sarebbe illegale anche da noi, visto che la vigilanza sulla Rai spetta di diritto alla commissione parlamentare. Che è sempre presieduta da un esponente dell'opposizione, proprio per garantire l'indipendenza della tv pubblica dal potere esecutivo. Così era quando la destra era all'opposizione. Ma ora che è al governo, Berlusconi ha deciso che le garanzie non valgono più e deve essere il governo a vigilare sulla Rai, su se stesso, su tutto, e a decidere quali programmi mandare in onda. Per farlo ha mandato in campo il ministro dello Sviluppo Economico, Scajola, il quale, invece di occuparsi di uno sviluppo che non c'è, apre un'inchiesta sull'ultima puntata di Annozero. Accusata dal medesimo di spargere "spazzatura, vergogna, infamia, porcherie".

L'accusa è talmente generica che si ha quasi voglia di dar ragione al ministro. In effetti nell'ultima puntata di Santoro hanno parlato quasi soltanto voci del centrodestra: il presidente del Consiglio, il ministro Renato Brunetta, il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, l'ex opinionista di corte Filippo Facci e la famosa Patrizia D'Addario, che come qualcuno forse non ricorda, oltre a essere un'amante del premier, è stata candidata del centrodestra alle elezioni amministrative della primavera scorsa. Sono questi "spazzatura, vergogna, infamia, porcherie"? Può darsi, Ma si tratta di spazzatura portata sulla scena pubblica da Berlusconi, compreso l'amico Giampaolo Tarantini, oggetto del ben documentato monologo di Marco Travaglio.

Ma si tratta appena di un pretesto. Con la sua iniziativa Berlusconi, attraverso il ministro Scajola, vuol imporre qualcosa di ancora peggio di una censura. Vuole stabilire un precedente sulla base del quale da ora in poi sarà il governo, cioè il premier, a stabilire i palinsesti Rai. Contro la legge, la decenza (Berlusconi è sempre il padrone di Mediaset) e la celebre volontà popolare, certificata dal primato di audience, della quale all'occorrenza il plebiscitario leader dimostra di fregarsene altamente.

Non bastasse, il padrone ha dato ordine ai giornali sottostanti, Giornale e Libero all'unisono, di lanciare una campagna contro il canone Rai. Anche questa indecente e illegale, perfino per una maggioranza amica degli evasori fiscali, coccolati con infiniti condoni. Come vogliamo chiamarla, ministro Scajola, porcheria o infamia? Qualcuno poi dovrebbe spiegare come mai il ministro dello Sviluppo, il sottosegretario alle Comunicazioni, la stessa Rai, perfino il cacciatore di fannulloni Brunetta, non aprono una bella inchiesta sui collaboratori di Giornale e Libero che con la sinistra lestamente prendono lauti stipendi da viale Mazzini e con la destra firmano per giornali impegnati nel boicottaggio della Rai. Tanto per non far nomi, il neo vice direttore di RaiUno, Gianluigi Paragone, autore di un editoriale che campeggia nella prima pagina di Libero dedicata a "come non pagare il canone". Non solo la destra ha piazzato nella mangiatoia della tv pubblica lottizzati d'infimo profilo, ma pretende pure che a pagarli siano i soli elettori del centrosinistra.

L'obiettivo di imbavagliare la stampa d'opposizione viene perseguito con questi metodi frettolosamente sgangherati, quasi provocatori, da servitù affannata per esaudire, in un modo o nell'altro, i desideri del capo. L'urgenza di Berlusconi di nascondere la sua vera "storia di un italiano" è tale che non c'è più tempo per mediazioni, per i ricami diplomatici di un Letta o i cavilli giuridici di un Ghedini. Il potere berlusconiano va avanti di spada per tagliare l'ultimo nodo democratico, la stampa d'opposizione, che lo separa dall'egemonia assoluta. Si tratta di un disegno tanto chiaro che potrebbe capirlo perfino l'opposizione politica, pur nel suo marasma ideologico. Un'opposizione cui ormai il premier, nel delirio polemico, attribuisce finanche le scritte sui muri di Milano contro i parà uccisi. Se passano questi sistemi, non ci sarà più margine di trattativa, ma una disonorevole resa. Si gioca molto o tutto in pochi giorni, da qui a sabato. Poi rimane solo il cartello di fine trasmissioni.

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MessaggioInviato: 02/10/2009 - 07:42 
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Lo storico di prestigio internazionale aderisce al documento dei tre giuristi
"C'è un tentativo di irregimentare l'informazione, e molti non se ne accorgono"
Carlo Ginzburg: "L'anomalia italiana
che nasconde una minaccia molto grave"

di SIMONETTA FIORI



La firma di Carlo Ginzburg, storico di prestigio internazionale, non è sospettabile di "appellomania". La sua adesione al documento sulla libertà di stampa è dunque un'eccezione.

Perché ha scelto di firmare l'appello?
"Potrei rispondere con il celebre motto di Flaiano: la situazione è disperata ma non seria. Oggi l'attualità mostra aspetti farseschi che tuttavia nascondono qualcosa di molto grave. Fermarsi al grottesco sarebbe un errore. La campagna promossa da Repubblica, sostenuta dagli editoriali di Giuseppe D'Avanzo e di Elle Kappa (tali considero le sue vignette), ha colto perfettamente questo nesso".

Esiste in Italia una minaccia per la libertà di informazione?
"Su questo non avrei dubbi. Quando il presidente del Consiglio cita in giudizio dei giornali, quando il capo dell'esecutivo tenta pesantemente di tagliare le fonti di sostentamento di un quotidiano scomodo invitando gli imprenditori a non farvi più la pubblicità, quando l'inquilino di Palazzo Chigi usa un giornale di sua proprietà per lanciare minacce e intimidazioni contro direttori e giornalisti, come la dobbiamo chiamare se non minaccia? A ciò si aggiunga che lo stesso presidente del Consiglio è proprietario di tre canali televisivi nazionali ed esercita un controllo politico sulla Tv pubblica. Esiste un'indubbia anomalia italiana, su cui c'è poco da scherzare".

C'è anche chi ha paragonato la situazione attuale con il fascismo. Le pare esagerato?
"Naturalmente il paragone non deve essere preso alla lettera. Il fascismo non c'è, neppure la sua violenza efferata. Però l'attuale minaccia alla libertà d'informazione può evocare tragedie del passato. Anche se - per citare una frase di Marx, ricordata anche di recente - le tragedie si ripetono sotto forma di farsa".

Può servire a qualcosa scendere in piazza sabato a Roma?
"È importante richiamare l'attenzione su un fatto molto grave, ossia il tentativo di irreggimentare l'informazione, cardine essenziale di ogni democrazia. Un allarme che non tutta l'opinione pubblica avverte con preoccupazione: anche questo è un segno dell'attuale degrado".


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MessaggioInviato: 02/10/2009 - 11:35 
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L’«Economist»
«Mai tante interferenze sui media»
«I giornalisti hanno tutte le ragioni per protestare»


MILANO - «Era dai tempi di Mussolini che un governo non interferiva con i media in maniera così lampante e allarmante. I giornalisti, e gli altri italiani, hanno tutte le ragioni per protestare». È quanto sostiene l’Economist, nel numero oggi in edicola. L’articolo - dal titolo «La museruola al messaggero» - parte dalla manifestazione della Fnsi di sabato, e prosegue elencando le dimissioni di Enrico Mentana dal Tg5, gli attacchi contro alcuni programmi Rai, la campagna lanciata dal Giornale e Libero contro il canone. Il settimanale conclude: «L’Italia di Silvio Berlusconi si sta allontanando dall’Europa occidentale per somigliare sempre di più alle deboli democrazie dell’Est».


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MessaggioInviato: 02/10/2009 - 13:12 
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E a Porta a Porta va in onda
il processo ad Annozero

di CURZIO MALTESE

IL PROBLEMA per una volta non era Santoro. E nemmeno Travaglio. Il problema era lei, Patrizia D'Addario. Una che il presidente del Consiglio può portare a letto, ma un presentatore non può invitare in tv per farla parlare. Berlusconi era "profondamente indignato", perché "la tv pubblica non deve dare spazio a certi personaggi".

Al massimo, si può pensare di candidarli al Parlamento europeo, come lui aveva progettato di fare, prima di essere fermato da Veronica Lario. Sembra una canzone di Fabrizio De Andrè, questa storia della prostituta cercata di notte e ripudiata alla luce dei riflettori. Santoro non trova un politico di centrodestra disponibile a frequentare la stessa trasmissione inquinata da "quella là". Eppure nessuno di loro s'è mai sentito in imbarazzo a presentarsi nelle liste elettorali accanto a Patrizia e le altre. Nessuno ha chiesto spiegazioni al capo. A fine impero, Berlusconi può fare quello che vuole, candidare chi gli pare per motivi più o meno confessabili. L'importante è che il cavallo o la cavalla nominati senatori non prendano la parola per raccontare come sono andati i fatti.
Prima di ieri, Patrizia D'Addario era stata intervistata da sei televisioni straniere. I filmati erano stati distribuiti in una trentina di paesi. La televisione italiana è arrivata per ultima e, com'è noto, fra mille difficoltà e minacce.

L'uomo che governa l'Italia ha dedicato gli ultimi giorni a escogitare ogni forma di pressione per impedire la presenza in video dell'escort barese. Ha smosso i vertici Rai e il ministro Scajola. A proposito del fatto che "esistono problemi più seri". Fallito l'ultimo e un po' grottesco tentativo di boicottaggio, un papiro di otto pagine con un parere legale catapultato dal direttore di Raidue a Santoro poco prima della messa in onda, Berlusconi è passato alla fase due, la controprogrammazione. Con Bruno Vespa e Maurizio Belpietro nel ruolo di avvocati difensori, come se non avesse abbastanza. Dopo essere stati convocati a palazzo dal premier nel pomeriggio, i due fidi giornalisti hanno dato vita ieri sera a un'incredibile puntata di Porta a Porta dedicata a smontare il programma appena andato in onda sull'altra rete Rai.

Simbolo dell'arlecchinesca trovata il direttore di Libero Belpietro, il quale, come il mitico Soleri, saltabeccava da una rete all'altra per servire il padrone. Per avere un'idea di come funzioni una democrazia, vale la pena di ricordare che nel 1999, mentre Bill Clinton era nel pieno del secondo mandato alla Casa Bianca, Monica Lewinski fu intervistata per due ore dalla Abc e vista da cento milioni di americani. Senza che né Clinton né un solo esponente politico democratico si sognasse di protestare. Naturalmente la Lewinski fu invitata, come la D'Addario, da decine di televisioni straniere. Compresa la Rai, con il personale plauso di Agostino Saccà, buon amico del presidente del consiglio. Alla fine la celebre stagista della Casa Bianca aveva accettato di partecipare a Porta a Porta, ma rinunciò all'ultimo momento perché non aveva ottenuto di far togliere la parola "sexgate" dai titoli di testa.

Bruno Vespa, nel caso di Clinton, non aveva ancora scoperto il rispetto della privacy e il disgusto per il gossip esibito a piene mani ieri sera. La mancata presenza della Lewinski su Raiuno era costata ventimila euro alla tv di Stato. Clinton non l'aveva mai candidata a cariche pubbliche. Carl Bernstein da New York ha tutto il diritto di dirci che la nostra non è una democrazia ma "una specie di sistema sovietico".
Patrizia D'Addario ha avuto la sfortuna di andare a letto con il presidente del consiglio italiano e non con il presidente Usa, quindi non è stata pagata dalla Rai. È andata da Santoro gratis, dopo aver "sputtanato Berlusconi in mondovisione", per usare l'espressione di Belpietro. Ha raccontato la sua storia, la sua storia sbagliata e proibita nell'"harem del presidente". L'harem di venti ragazze che gli portava a palazzo l'amico e compagno di merende Giampi Tarantini.

Tutte vestite, truccate, pagate uguali, costrette poverine a vedere il filmato celebrativo, convocate dallo stesso sogno di una celebrità qualsiasi ottenuta in qualsiasi modo. Al di là della politica, delle inchieste, dello stesso caso Berlusconi, è come se le parole di Patrizia facessero cadere un sipario e mostrassero quello che c'è dietro l'Italia visibile e vista in questi decenni, dietro l'eterno spettacolo televisivo, dietro tutte le domeniche in, tutti i talk show, tutti i grandi fratelli di questi anni, la finta allegria, il falso successo. Un mondo di solitudine, di vuoto, d'infinito squallore.

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MessaggioInviato: 03/10/2009 - 04:33 
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Cosa vuol dire libertà di stampa
di ROBERTO SAVIANO

MOLTI si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento.

Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un'opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all'altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.

Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: "Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?". Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati.

Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita.

In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l'incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l'informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale?

Chi ha votato per l'attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?
Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell'Italia?

Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l'Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi.

Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all'anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L'Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia.

È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall'opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l'esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.
Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva "sei alleato di una persona solo quando la ricatti". Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell'intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto.

Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l'alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo?

Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.
Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un'informazione libera.

In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell'Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato.

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency
Questo articolo sarà pubblicato anche da El Paìs, The Times, Le Figaro, Die Zeit, dallo svedese Expressen e dal portoghese Espresso.

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Il Cavaliere irritato: «Non siete riusciti a fermare Annozero»


di Marco Conti
ROMA (2 ottobre) - Una furia, gestita in silenzio tra le quattro mura di palazzo Grazioli per quella che definisce «una vera e propria oscenità che un servizio pubblico come la Rai non avrebbe nemmeno dovuto immaginare».

«Spazzatura, solo spazzatura, che un servizio pubblico non avrebbe dovuto mandare in onda». Faticoso gestire per Silvio Berlusconi un nervosismo che ormai lo paralizza da giorni e che ha dovuto pubblicamente reprimere ieri mattina, durante l’intervista a Canale5, e ieri sera, cancellando all’ultimo momento la partecipazione al ricevimento organizzato dall’ambasciatore tedesco a Roma Michael Steiner per festeggiare i 20 anni dalla caduta del muro di Berlino.

Il premier, che ieri sera ha iniziato a guardare Annozero con alcuni suoi stretti collaboratori (Valentino Valentini e Nicolò Ghedini) e un gruppo di giovanissime parlamentari, continua a mantener fede al proposito di minimizzare l’impatto di Santoro anche per evitare di gonfiare gli ascolti di Annozero, ma il suo scontento è ormai a trecentosessanta gradi e coinvolge tutti. Dai vertici Rai, a cominciare dal direttore generale Mauro Masi, sino al direttore di rete di Rai2 Massimo Liofredi, passando per alcuni suoi ministri che non avrebbero fatto nulla per impedire la messa in onda di trasmissioni che per il Cavaliere ospitano personaggi, come la D’Addario, «screditati» e «in cerca di pubblicità».

Il premier da settimane prova a mettere la parola fine ad una vicenda che, se anche non provoca scossoni nel sentimento dell’opinione pubblica, lo distoglie dagli impegni istituzionali e di governo. «Dobbiamo mettere la sordina a queste trasmissioni. Se replichiamo e attacchiamo gli diamo altre percentuali di share», ha spiegato ieri lo stesso Berlusconi al direttore di Libero Maurizio Belpietro, che ieri è andato a palazzo Grazioli, per spiegare al Cavaliere la sua partecipazione serale ad Annozero dopo il divieto posto ai parlamentari della Pdl di partecipare come ospiti. «Ieri l’altro attaccando la Dandini gli abbiamo regalato il 5% di share!», ha sostenuto Berlusconi visibilmente indignato. «Inoltre stiamo creando dei martiri», ha proseguito Berlusconi, sconcertato anche per le dichiarazioni di alcuni dei suoi parlamentari che non fanno altro che alimentare la polemica.

Berlusconi non teme tanto «i pettegolezzi» o quelli che definisce «schizzi di fango», ma il clima che si sta alimentando nel Paese in attesa della sentenza della Corte Costituzionale sul lodo-Alfano. Il corto circuito tra delegittimazione personale e un’eventuale ripresa dell’iniziativa giudiziaria, è ciò che preoccupa il presidente del Consiglio e alcuni suoi stretti collaboratori che ormai da settimane vedono il premier impegnato su un unico dossier, il terremoto de L’Aquila, e molto distratto su tutto il resto. La tensione nell’entourage del Cavaliere è alle stelle e turba i sonni non solo di Berlusconi ma anche di molti suoi strettissimi collaboratori che da settimane faticano a gestire il rapporto con il premier.

Indubbiamente i danni che producono le confessioni della escort barese sono nettamente superiori a quelli che l’opposizione ha provocato sinora.
Il fatto che ”Porta a Porta” sia andato in onda in diretta dopo la trasmissione di Santoro con ospiti che hanno discusso della libertà d’informazione e commentato la puntata di ”Annozero”, non è riuscito a placare le ire del premier che ora chiede ai suoi ministri e al cda della Rai di intervenire una volta per tutte per riportare la Rai al concetto originario di servizio pubblico.

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MessaggioInviato: 03/10/2009 - 05:21 
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L'associazione rende noto un disegno di legge che limiterebbe fortemente
la libertà di stampa, vietando le pubblicazioni che ledano la privacy o "la dignità della persona"
Libertà di stampa, la denuncia di 'LeG'
"Il Pdl vuole stravolgere la Costituzione"



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Il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri

ROMA - La maggioranza di governo intende limitare la libertà di stampa formalmente, oltre che di fatto, attraverso un disegno di legge di modifica dell'art.21 della Costituzione. La denuncia arriva da "Libertà e Giustizia", l'associazione nata nel 2002 a Milano per far fronte alla crescente insoddisfazione dei cittadini nei confronti della classe politica.

Il disegno di legge in questione, si legge in un comunicato di "Libertà e Giustizia", è stato presentato il 9 settembre dal senatore Andrea Pastore (Pdl), presidente della commissione bicamerale per la semplificazione della legislazione, e rilanciato il 30 con l'aggiunta delle firme di altri 30 senatori, tra i quali quella del capogruppo Pdl Maurizio Gasparri e del presidente emerito Francesco Cossiga.

L'art.21, se il disegno di legge venisse approvato, verrebbe modificato in modo che all'ultimo comma ("Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume"), verrebbe aggiunta la frase "o lesive della dignità della persona o del diritto di riservatezza".

"Solo chi non vede o fa finta di non vedere può credere che l'uso diffamatorio o calunnioso di certa stsampa, soprattutto negli ultimi tempi - ha rivendicato Pastore - possa andare avanti senza un più preciso indirizzo legislativo. Troppo fango viene gettato senza che i responsabili subiscano le giuste conseguenze".

Il significato della modifica all'art.21 che si vorrebbe introdurre, obietta "Libertà e Giustizia", è invece ben altro: "In maniera subdola e strumentale, con la scusa della privacy, si cerca di imporre limiti assolutamente inaccettabili in tutto il mondo democratico e comunque di intimidire una professione già abbastanza mortificata dalle continue minacce alla carta stampata e alla televisione".

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Crolla il muro
della finzione

di CURZIO MALTESE

C'ERA un solo Paese, fino a ieri, dove si potesse definire una "farsa" una manifestazione per la libertà di stampa in Italia. Indovinate un po', il nostro. Nel resto d'Europa e dell'universo democratico, l'anomalia italiana è ormai evidente a tutti. Bene, da oggi diventa più difficile per il potere negarla. La folla di cittadini che ha riempito all'inverosimile Piazza del Popolo e dintorni ha avuto l'effetto di far crollare un muro di finzione.

Ha portato un pezzo di realtà sulla scena pubblica, restituito un senso alle parole rubate dal marketing politico, come popolo e libertà, segnalato l'esistenza e la resistenza di un'Italia aperta al mondo, allegra e pronta a scendere in piazza per i propri diritti. Ed è un segnale del paradosso orwelliano in cui ci tocca vivere che proprio questa Italia si presenti in piazza al grido: "Siamo tutti farabutti".

È crollata in un pomeriggio una finzione costruita da mesi e anni di propaganda. Quella per cui la questione della libertà d'informazione in Italia è soltanto una lotta di élites nemiche, di qui Berlusconi e i suoi media, di là Repubblica e un pugno di giornalisti di tv e carta stampata, spalleggiati dalla fantomatica Spectre internazionale del giornalismo di sinistra. Se così fosse, aggiungiamo, avremmo già perso da un pezzo, visto i rapporti di forza.

Ma la questione è altra ed è quella che vede benissimo l'opinione pubblica internazionale. Da un lato c'è una concezione classica delle libertà democratiche, per cui il governo e l'informazione fanno ciascuno il proprio mestiere. Dall'altro, il fronte berlusconiano, dove è affermata ormai a chiare lettere una concezione di democrazia mutilata in cui i media debbono astenersi dal criticare il potere politico, perfino dal porre domande non previste dal protocollo. Altrimenti rischiano ritorsioni economiche, politiche, giudiziarie.

Sullo sfondo di un irrisolto e monumentale conflitto d'interessi, il progetto di Berlusconi è di costringere l'intero campo dell'informazione a due sole possibilità. Una metà militante a favore del padrone, cioè servile. E l'altra metà comunque deferente.

Nei quindici anni di carriera politica, Berlusconi non era mai giunto tanto vicino a raggiungere questo obiettivo come al principio del suo terzo mandato. Una televisione e una stampa prone ai voleri del governo, in molti casi liete di fare da semplici megafoni, hanno scortato il premier fra infinite passerelle nella luna di miele con l'elettorato. Poi qualcosa si è rotto. Le voci non servili o non deferenti rimangono poche, ma suonano forte e soprattutto sono sostenute da un crescente sostegno popolare.

Perfino il pubblico televisivo, il "popolo" di Berlusconi, ha cominciato a ribellarsi a una rassegnata deriva. Per il re delle antenne, abituato a riferire dell'azione di governo prima (o solo) in tv piuttosto che in Parlamento, far segnare record negativi di ascolti, quando il "nemico" Santoro polverizza un primato dopo l'altro, è davvero un brutto segno di declino. La risposta di massa in piazza all'appello del sindacato giornalisti è un altro pessimo segnale. Pessimo, s'intende, per l'egemone. Magnifico per chi continua a pensare all'Italia come a una grande democrazia occidentale.

Non sappiamo se l'opinione pubblica è davvero e ancora "una forza superiore a quella dei governi", come scriveva Saint Simon agli albori della democrazia. Nell'Italia di oggi è in ogni caso una forza superiore a quella di un'opposizione politica divisa, confusa e a giudicare dagli ultimi voti parlamentari anche distratta. Il potere ne è consapevole e infatti gli attacchi agli organi d'informazione in questi mesi hanno raggiunto toni mai toccati dalla polemica politica.

Per finire con una nota grottesca, parliamo del Tg1, ormai scaduto a bollettino governativo. Ieri sera il direttore Augusto Minzolini è intervenuto con un editoriale nel quale, dopo aver esordito definendo una manifestazione di cittadini in favore della libertà di stampa "incomprensibile per me" (nel suo caso, si capisce), ha ripetuto parola per parola gli slogan appena usati nel pastone politico dagli esponenti del Pdl.

Minzolini, che è quello senza occhiali - per distinguerlo da Capezzone - non è l'ennesimo portavoce del premier, ma un dipendente del servizio pubblico, pagato coi soldi del canone versato anche dai manifestanti. Anzi, forse più da loro che da altri. Dovrebbe tenerne conto e dare qualche notizia in più, invece di propinarci per la seconda volta il Berlusconi-pensiero mascherato da editoriale.

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MessaggioInviato: 05/10/2009 - 06:43 
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Una dedica a Belpietro:

Non sono mai stato un giornalista che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire. Sono stato giornalista liberissimo e non ho mai dovuto nascondere le mie convinzioni per far piacere a dei padroni.

(Antonio Gramsci, lettera dal carcere a Tatiana)


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Reporters Sans Frontières presenta il suo dossier sul "caso Italia"

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Venerdì 2 ottobre Reporters Sans Frontières presenterà il proprio dossier sulla libertà di stampa in Italia, resosi necessario dopo gli ultimi attacchi nei confronti di alcuni giornalisti e media italiani da parte dei massimi vertici istituzionali nazionali. La presentazione si terrà nella Sala Tobagi della Federazione Nazionale della Stampa Italiana a Roma in via Vittorio Emanuele 349 (secondo piano) alle 12.30.

Per l’occasione sarà mostrata una vignetta inedita di Vauro sulla libertà di stampa.
All'iniziativa interverranno il segretario generale di Rsf Jean-François Julliard, il presidente della Fnsi Roberto Natale, alcuni membri della giunta della Fnsi, il vicepresidente di Rsf Italia Domenico Affinito, Sabina Guzzanti e numerosi giornalisti.

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Il presidente di Mediaset: ha la memoria corta. La replica: da Berlusconi nell’84 per Rete4
Confalonieri-Scalfari, botta e risposta
su quella visita ad Arcore
Rai: Minzolini al Cda. Garimberti: si parlerà anche del servizio sulla «guerra delle testate»




ROMA — «Eugenio Scalfari dimostra memoria corta, ad Ar­core ci venne, io c'ero». Lo rac­conta Fedele Confalonieri, com­mentando l'intervento di Euge­nio Scalfari lunedì sera a L'Infe­dele su La7 e quindi conferman­do le affermazioni di Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera. «Ho ascoltato l'inter­vento telefonico di Eugenio Scal­fari a L'Infedele. E sono rimasto stupito di come abbia risposto a un'argomentazione ineccepibile di Ferruccio de Bortoli: «De Bor­toli ha detto una falsità. Io e Ca­racciolo non siamo mai andati ad Arcore a chiedere interventi di Berlusconi». Secondo Confalonieri «Scalfa­ri dimostra memoria corta, per­ché io c'ero e posso testimoniare che quell'incontro è avvenuto. E ricordo ancora la metafora im­mobiliare con cui quella sera a cena Scalfari e Caracciolo descris­sero la loro situazione azionaria nei confronti di De Benedetti. Cioè: 'Siamo rimasti come una casetta all'interno di un grande piano di lottizzazione: circonda­ti'».

Confalonieri ha aggiunto che «lo stesso Scalfari, peraltro, ha ricordato quella serata in un articolo su L'Espresso del febbra­io 2004 intitolato Silvio e il suo cane Fidel. Scriveva Scalfari che lui e Caracciolo al termine della cena mi ascoltarono suonare Rapsodia in blu per una ventina di minuti. Non credo fossero ve­nuti fino ad Arcore solo per senti­re la Rapsodia in blu ... ». Replica di Scalfari: «Non sono io ma Con­falonieri ad avere vuoti di memo­ria. La verità è questa: Caraccio­lo ed io andammo ad Arcore a ce­na, visitammo la villa e poi, nella sala di musica, con pianoforte a coda che Berlusconi ci disse es­ser quello di Toscanini, Confalo­nieri suonò da maestro la Rapso­dia in blu. Poi accompagnò Sil­vio in un repertorio divertente di canzoni americane e francesi degli anni ’40 e ’50». Scalfari pre­cisa che è «tutto vero. Io stesso l'ho raccontato in un articolo del 2004, come lo stesso Confalonie­ri ha ricordato. Ma non dice la data. Gliela dico io: era il 1984. Rete4 era ancora (per poco) del­la Mondadori e perdeva un sac­co di soldi perché Berlusconi, che aveva già Canale 5 e Italia 1, praticava un 'dumping' delle ta­riffe pubblicitarie per mettere in crisi la Mondadori». Ancora il ri­cordo di Scalfari: «L'Espresso era azionista con l’11% di Rete4. Andammo da Berlusconi per chiedergli di smetterla con il 'dumping' delle tariffe. La cena fu ottima, la musica divertente e l'ospite ci promise che così avrebbe fatto. Naturalmente non lo fece affatto perché è sempre stato un grandissimo bugiardo. Quanto a De Benedetti, aveva al­lora acquistato una piccola quo­ta azionaria della Mondadori per aiutare Mario Formenton in un momento di gravi difficoltà».

Indirettamente di Scalfari si parlerà anche domani al Cda Rai. Il presidente Paolo Garim­berti ieri ha annunciato che il di­rettore del Tg1 Augusto Minzoli­ni (che oggi si confronterà con la commissione di Vigilanza pre­sieduta da Zavoli) verrà ascolta­to per un’audizione fissata da tempo ma anche per il servizio dedicato dal Tg1 lunedì sera alla «guerra delle testate», cioè al confronto tra Corriere della Sera e La Repubblica. Secondo quan­to ha osservato Garimberti, il Tg1 ha sentito i direttori del Cor­riere, del Riformista, Antonio Po­lito, e di Libero, Maurizio Belpie­tro. Lo stesso Minzolini ha dato conto della posizione del quoti­diano diretto da Ezio Mauro. Per il presidente della Rai però è mancata la voce di Repubblica e di Eugenio Scalfari, che aveva considerato «insufficiente» la re­plica di Ferruccio de Bortoli agli attacchi del premier Silvio Berlu­sconi.

Paolo Conti

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Audizione del direttore del Tg1. "Anche in passato sono stati fatti"
"Escort e tangentopoli sono due cose diverse, per questo ho usato sobrietà"
Rai, Minzolini alla Vigilanza
"Fare editoriali è un mio diritto"





ROMA - "Fare editoriali è un mio diritto". Il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, durante la sua audizione davanti alla commissione di vigilanza, motiva così i suoi interventi video per criticare le 10 domande di Repubblica al premier e per contestare le ragioni della manifestazione sulla libertà di stampa. Editoriali che hanno provocato polemiche e anche l'intervento del presidente Rai, Paolo Garimberti che definì "irrituale" quello sulla libertà di stampa. Minzolini, però, non arretra: "Le critiche incomprensibili, infondate e surreali".

"Da quando ho interrotto ogni collaborazione, e a differenza di altri non ho rilasciato interviste. Ho diritto di fare l'editoriale, secondo quell'articolo 21 della Costituzione per cui altri hanno manifestato dieci giorni fa" dice il direttore del Tg1.

"Sono stato accusato di censura e il mio editoriale è stato giudicato così, sono un censore censurato" continua Minzolini, convinto di aver solo "espresso un'opinione in modo chiaro", secondo un suo diritto. Diritto che, ricorda Minzolini, è stato esercitato, "15 volte" dal direttore precedente, Gianni Riotta: "Perché non posso farne io? non si può tirare in ballo il giudizio pubblico in termini contraddittori, perché secondo alcuni vale solo per i tg e non per altri programmi. È Una posizione incomprensibile".

Nessuna marcia indietro sul caso escort, praticamente ignorato dal suo telegironale. "C'è una differenza tra le vicende di Tangentopoli e la polemica mediatica di quest'estate perché allora ci si muoveva da casi giudiziari. Se allora si partiva da un avviso di garanzia, ora abbiamo assistito al susseguirsi di personaggi coinvolti in processi squisitamente mediatici, senza essere accusati di alcun reato, senza aver ricevuto nessuna avviso di garanzia''.

Per questo, chiude il direttore, alcune vicende, come quella delle escort, sono state trattate con "prudenza e sobrietà".

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«Libertà tv? Va garantita a tutti»
Bonolis e la Rai: ingiusto dare
addosso a chi non la pensa come te




MILANO — Dice (quasi) sì a Sanremo, difende la Rai at­taccata dal centrodestra, accu­sa la tv ostaggio dei format stranieri e si prende la soddi­sfazione di arrivare là dove Ci­pro ha fallito negli ultimi mi­nuti: battere l’Italia di Lippi (all’Auditel). Paolo Bonolis, eloquio svelto al telefono co­me in tv, ama parlare per me­tafore.

Antonella Clerici l’ha invita­ta ufficialmente a Sanremo, cosa risponde? «È una sfaccia­ta, un po’ di discrezione, sono un uomo sposato, prima al­meno mi faccia vedere la mer­canzia », scherza il condutto­re. Poi serio: «Antonella ha fatto un’uscita un po’ in antici­po. Però è un’amica, abbiamo fatto un Sanremo insieme (edizione 2005, ndr ), dunque se c’è un’idea da portare, dire di no sarebbe da carogna». Nessun problema per la libe­ratoria da Mediaset? «Non cre­do. Poi il mondo è bello per­ché è vario».

Intanto il suo «Chi ha inca­strato Peter Pan?» su Canale 5 gli regala grandi ascolti (27,2% di share nella prima puntata, 26,7% con 7 milioni di spettatori mercoledì scor­so): «È un programma rivolto alle famiglie, gentile, allegro, divertente, è alieno rispetto al­lo strepitio della tv che lo cir­conda: una tv esasperata, gri­data, dove ogni cosa è dilata­ta. Peter Pan non pretende di essere chissà che, è un pro­gramma piccolo, non è un evento tv: non tutto è Sanre­mo, ogni cosa va venduta per quello che è. In 10 anni il dna della trasmissione non è cam­biato, ma è cambiato, in peggio, il contorno. La tv è una delle derive del­la realtà: ogni cosa deve essere venduta, ogni pro­dotto — non solo televisivo, ma anche di pensiero o ideo­logia — per farsi notare grida dal suo scaffale, cerca di de­prezzare il valore altrui. Que­sto è quello che vedo aprendo la finestra al mattino».

Nel clima urlato rientra an­che la Rai sotto assedio: da Berlusconi in giù vengono presi di mira programmi («Annozero» di Santoro) e una rete intera, la «sovver­siva » Raitre di Ruffini: qui Bonolis estrae dalle sue si­napsi la prima metafora e si traveste da campanaro. Rispo­sta tortuosa, ma chiara: «È co­me voler fare un concerto di campane con una campana sola: è difficile ottenere uno scampanio di note differenti. Ciò che dà fastidio, viene evi­denziato all’estremo. Se c’è uno che non la pensa come te gli dai addosso. Credo che la libertà ci sia, però va garanti­ta a tutti».

Respinge l’accusa di avere fatto una scelta comoda, pro­ponendo quest’anno pro­grammi già visti (dopo «Peter Pan», «Ciao Darwin» e «Il sen­so della vita»): «A parte che in 29 anni di carriera ho fatto tante cose nuove, può capita­re di rifare qualcosa o perché non hai niente di nuovo, o perché non ti fanno fare qual­cosa di nuovo. La tv è ferma». Arriva una nuova metafora, qui Bonolis fa l’agronomo: «La tv è stata un territorio pio­nieristico, di conqui­sta. Ora quell’entusia­smo iniziale si è affie­volito e si presume che il territorio sia stato esplorato. Buona parte del­le sementi le prendono dal­l’estero, ormai siamo agli ogm». Tradotto: la tv è in ba­lia di format stranieri. «Per­ché i dirigenti ragionano così: se qualcuno mi vende pro­grammi già fatti, mi metto co­modo, non sbaglio, non mi as­sumo responsabilità».

Per chiudere. A che punto è il progetto con Maria De Fi­lippi per gli Oscar della musi­ca, il Grammy italiano? «Vale il discorso sanremese: mi pia­cerebbe confezionare l’even­to, fare il presentatore è faci­le, ma non mi interessa. Non avrei mai fatto Sanremo sen­za esserne anche direttore ar­tistico. Con Maria ci siamo in­contrati, parlati. Ora però tut­ti e due abbiamo tre program­mi da portare avanti, se non vogliamo arrivare come sal­me, si farà più avanti». Per la metafora del becchino c’è tempo.


Renato Franco

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