La Torre della Rosa d'Argento

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Crisi, finanza e lavoro: tutte le politiche che si possono fare
Il sistema che ha portato alla crisi è un “surrogato del capitalismo” fondato sull’ideologia del libero mercato. Ma ci sono politiche economiche che possono cambiare le cose, aumentare l’uguaglianza, l’occupazione e i salari.

di Joseph Stiglitz, da sbilanciamoci.info

Forme diverse di economia di mercato esistevano anche prima della crisi attuale, e ad esse erano associati differenti modelli di policy. Per molti aspetti il “modello nordico” – quello dei paesi del Nord Europa – è riuscito a ottenere nel lungo periodo risultati migliori rispetto ai modelli alternativi, incluso quello americano, e il dibattito di politica economica si è chiesto se il “modello nordico” potesse essere applicato a paesi con condizioni differenti: potrebbe funzionare anche altrove e portare ad alti livelli di innovazione per un lungo periodo di tempo?

La crisi ha messo in dubbio i punti di forza e di debolezza dei vari modelli, e i criteri con i quali valutiamo i quadri alternativi di policy. Alcuni paesi hanno resistito meglio di altri alla tempesta, altri hanno avuto gravi responsabilità nel crearla. Alcune politiche, a lungo difese dai mercati finanziari e dalle istituzioni finanziarie internazionali, hanno contribuito alla diffusione della crisi in tutto il mondo.

C’è stato un momento in cui ogni economista era diventato keynesiano e un altro in cui Alan Greenspan ha messo in dubbio la capacità dei mercati di autoregolarsi. Ora tutto questo è passato. I mercati finanziari stanno spingendo per un ritorno alle vecchie maniere e, visto l’elevato debito pubblico, per il consolidamento dei bilanci degli stati – il che quasi sempre significa tagliare i servizi essenziali per i lavoratori e le lavoratrici. In un mondo già segnato da alti livelli di disoccupazione, le politiche di austerità pretese dai mercati porteranno a livelli di disoccupazione anche maggiori; e questo, a sua volta, provocherà una pressione verso il basso sui salari. Ma i conservatori negli Usa hanno continuato con il loro ritornello: la colpa della crisi sarebbe del governo che ha facilitato l’acquisto della casa e che ha creato rigidità nei salari: se solo i lavoratori fossero “flessibili” nelle loro richieste salariali, potremmo rimettere il mondo al lavoro.

Ogni sistema economico deve essere giudicato in base alla sua capacità di garantire miglioramenti sostenibili di benessere al maggior numero di cittadini possibile: questo è il messaggio chiave della Commissione internazionale per la misurazione delle performance economiche e del progresso sociale. In anni recenti, il sistema economico americano non ha ottenuto buoni risultati, anche prima della crisi. La classe media americana ha visto il suo reddito ristagnare o diminuire. Oggi la maggior parte degli americani sta peggio di quanto non stesse un decennio fa – e il saldo non considera la crescente insicurezza dovuta al rischio di disoccupazione e di perdita della copertura sanitaria, viste le inadeguate protezioni sociali Usa.

La crescente disuguaglianza negli Usa e in molti altri paesi è legata – secondo una Commissione di esperti dell’Onu – all’insufficienza della domanda aggregata globale, che a sua volta è al centro della crisi attuale. In un certo senso, alle classi più povere degli Usa è stato detto di non preoccuparsi della diminuzione dei loro redditi, ma di mantenere i loro standard di vita prendendo a prestito del denaro. Questa politica ha funzionato nel breve periodo, ma era chiaramente insostenibile nel lungo. E sarà difficile ripristinare un robusto e sostenibile livello di consumi senza ridurre le disuguaglianze. Sfortunatamente, le pressioni verso il basso sui salari causate dalla disoccupazione ci portano su una strada opposta, uno degli aspetti che dimostrano che i mercati di per sè non sono stabili.

Per la stessa ragione, gli appelli a una maggiore flessibilità dei salari – che nascondono una riduzione dei salari per i più vulnerabili – finiranno per indebolire la domanda aggregata ed essere controproducenti. Queste richieste sono particolarmente insensate quando siamo di fronte ad una moltitudine di contratti di debito che non sono indicizzati. Salari più bassi renderanno più difficile per i lavoratori ripagare i loro debiti, aggravando il disagio sociale e aggravando l’agitazione di mercati finanziari già molto instabili.

Non sorprende che alcuni paesi con migliori sistemi di protezione sociale abbiano fatto meglio dei paesi che hanno sistemi inadeguati, anche quando hanno affrontato shock esterni decisamente più consistenti. Negli ultimi decenni le cosiddette riforme hanno avuto l’effetto involontario di indebolire gli stabilizzatori automatici dell’economia, diminuendo la sua capacità di recupero. La maggior parte dell’aumento del debito pubblico in molti paesi industrializzati all’indomani della crisi è il risultato del funzionamento di questi stabilizzatori automatici, e sarebbe un errore ridurli.

I conservatori sostengono che in questo momento i tagli alla spesa sono indispensabili, se gli Stati Uniti non vogliono ritrovarsi in una crisi analoga a quella di Grecia e Irlanda. L’Irlanda è andata incontro alla crisi soprattutto perché ha creduto nell’ortodossia del libero mercato: mercati finanziari senza controllo hanno portato ad un rigonfiamento del settore finanziario che ha messo a rischio l’intera economia; mentre i politici si vantavano della crescita (i cui benefici non erano diffusi uniformemente), hanno dato poca importanza ai rischi a cui stavano esponendo l’economia. La lezione fondamentale dell’esperienza irlandese – e di quella degli Usa – è che non è possibile basarsi su mercati incontrollati e autoregolamentati.

Il caso della Spagna fornisce una risposta a chi sostiene che tutto ciò che bisogna fare è rendere più rigidi i vincoli di Maastricht ed evitare che i governi possano aumentare i deficit pubblici. Prima della crisi, la Spagna era in surplus. Il governo spagnolo avevano riconosciuto che i mercati stavano producendo profonde distorsioni nell’economia, ma non ha avuto né il tempo né gli strumenti per intervenire: oggi la Spagna è in forte deficit, con il 20% di disoccupazione e il 40% di disoccupazione giovanile.

E’ singolare come economisti ragionevoli, quando viene assegnato loro il compito di ragionare sulle scelte politiche, perdano rapidamente i loro punti di riferimento. Quando guardano alla salute di un’impresa, considerano cash flow e bilancio, attività e passività. Ma quando passano ad analizzare i bilanci pubblici, si concentrano esclusivamente sulle passività. Non si può fare a meno di pensare che questa cecità sia di natura politica: riducendo il debito sperano di forzare (in tempi come questi) i tagli alla spesa sociale. C’è però una risposta economica più razionale: aumentare gli investimenti, anche se finanziati col debito, può migliorare la solidità complessiva di una nazione e anche ridurre il rapporto deficit/Pil nel medio termine. Per paesi come gli Stati Uniti, con investimenti che non vengono più realizzati da anni e con la possibilità di contrarre prestiti a tassi vicini allo zero, una politica di questo tipo avrebbe risultati positivi: le entrate fiscali aumenterebbero molto più degli interessi da pagare, portando a una riduzione del debito e un aumento del Pil. Con un numeratore inferiore e un denominatore più alto, la crescita economica diventa più sostenibile.

Queste sono politiche “a somma positiva”. Ci sono altre politiche che possono migliorare l’efficienza dell’economia e promuovere una crescita di lungo periodo. Costringere le imprese a pagare i costi che impongono all’ambiente significa eliminare un sussidio distorto, aumentando l’efficienza. Il benessere sociale è stato migliorato dall’introduzione della regolamentazione ambientale, che ha portato a un’aria più respirabile e un’acqua più sicura. Utilizzando incentivi di mercato – tassando le attività “cattive” invece delle “buone”, come il lavoro o i risparmi – è possibile generare reddito e allo stesso tempo aumentare l’efficienza. I titoli finanziari tossici americani hanno inquinato l’economia globale e imposto costi enormi sulle spalle di altri. Esiste un’ampia gamma di imposte sul settore finanziario – compresa la tassa sulle transazioni finanziarie – che potrebbero generare un ammontare considerevole di entrate fiscali e magari portare anche a un’economia più stabile. Allo stesso modo, tasse sui derivati del petrolio e sulle attività che provocano emissioni di carbonio potrebbero incrementare l’efficienza energetica dell’economia, fornendo al tempo stesso le risorse necessarie per ridurre il deficit pubblico.

Infine, ci sono politiche che comportano pesanti trade-off , in cui non tutti hanno benefici nel breve periodo. Se il consolidamento fiscale ci dev’essere, questo non dovrebbe pesare sulle spalle di chi ha sofferto per il malfunzionamento del sistema durante l’ultimo quarto di secolo, ma piuttosto sulle spalle di chi ha beneficiato di questo sistema. Negli Stati Uniti, per esempio, con circa un quarto dell’intero reddito nazionale che appartiene all’1% più ricco della popolazione, moderati incrementi delle tasse sul reddito, sui guadagni in conto capitale e sul patrimonio potrebbero portare grandi entrate fiscali senza compromettere lo standard di vita. Anche una piccola tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe far recuperare grandi risorse.

Il sistema economico è governato da un insieme di regole. Ogni insieme di regole favorisce alcuni giocatori alle spese di altri. E le regole influiscono sul funzionamento dell’intero sistema. Negli ultimi trent’anni, abbiamo cambiato molte regole in modo frammentario, sotto l’influenza di un’ideologia per la quale le regole migliori erano quelle che interferivano il meno possibile con i mercati. Questo, almeno, era ciò che sostenevano i loro difensori. Ma, nella pratica, il loro programma è stato ben diverso. La deregolamentazione, infatti, non ha portato a meno, ma a più interventi sul mercato: c’è stata una minore interferenza negli anni precedenti alla crisi, ma molti più interventi nel periodo successivo. Tutto ciò era prevedibile ed era stato previsto. Ciò che i sostenitori del cosiddetto “libero mercato” stavano creando era un sistema che ho chiamato un “surrogato del capitalismo”, il cui elemento essenziale è la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei guadagni. Questo “surrogato del capitalismo” è strettamente legato al capitalismo delle grandi imprese promosso da Bush e da Reagan. In alcuni casi non c’è trasparenza su chi finisce per pagare i regali fatti alle imprese: alla fine, naturalmente, a pagare sono i cittadini – come consumatori o contribuenti – spesso in modi che non sono facili da riconoscere, per esempio, attraverso la tassazione o l’aumento dei prezzi dei beni acquistati.

Alcune delle modifiche alla legislazione durante gli anni di Bush hanno colpito le persone più vulnerabili. Le norme che hanno reso la vita più difficile alle persone più indebitate – insieme alla mancanza di limiti ai tassi da usura che le banche potevano applicare – hanno reintrodotto negli Stati Uniti vincoli di servitù. Questo ha permesso alle banche di essere più avventate nel concedere prestiti, sapendo che esse avevano una maggiore possibilità di vederseli restituiti, con interessi, non importa quanto oltraggioso fosse il contratto. Si poteva sperare che scrupoli morali potessero prevenire il verificarsi di queste diffuse pratiche predatorie, ma l’avidità ha trionfato; con i regolatori del mercato che andavano a braccetto con le banche o erano accecati dall’ideologia del libero mercato, non c’è stato alcun controllo su tali pratiche abusive. Le banche avevano scoperto che c’era del denaro alla base della piramide sociale e hanno creato tecniche, e un sistema legale, per farlo muovere verso l’alto. Nessuno, guardando a ciò che è accaduto, direbbe che queste transazioni “volontarie” ma spesso ingannevoli hanno accresciuto il benessere di quelli che stavano alla base della piramide. Alla fine, a farne le spese è stato tutto il sistema mondiale.

Quattro anni dopo l’esplosione della bolla speculativa americana sul mercato mobiliare, che ha trascinato nel baratro l’economia globale, il prezzo di questi misfatti non è ancora stato pagato del tutto. La produzione rimane ben al di sotto del suo potenziale in molti paesi industrializzati, con perdite misurate nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari. A queste vanno sommate le perdite dovute alla cattiva allocazione del capitale da parte del settore finanziario e alla cattiva gestione del rischio prima della crisi. A parte i periodi di guerra, nessun governo è stato mai responsabile di perdite cosi ingenti come quelle causate dalla condotta del settore finanziario. E tuttavia, quattro anni dopo, le regole del gioco, le regolamentazioni che il governo impone alle banche, devono ancora essere cambiate. Gli incentivi al rischio e alla speculazione di breve periodo rimangono; il problema dell’azzardo morale posto dalle banche “troppo grandi per fallire” si è aggravato, non si è ridotto. In alcune aree ci sono stati miglioramenti, ma anche in questi casi le leggi rimangono piene di esenzioni ed eccezioni, basate non su ragioni economiche ma sul bruto potere delle lobby.

Ogni società si fonda su un senso di coesione sociale e di fiducia, sul senso di equità. Non dovremmo sottovalutare le conseguenze che la crisi – e il modo in cui è stata affrontata – hanno avuto nello spezzare il contratto sociale e tutti quegli elementi che garantiscono il corretto funzionamento di una società. Che i banchieri abbiano perso la fiducia dei loro clienti è ovvio; una banca che aveva attuato pratiche ingannevoli ha semplicemente sostenuto che prendere precauzioni era responsabilità di altri; le banche di cui ci si possa fidare appartengono chiaramente al passato. La disuguaglianza viene di solito giustificata con il fatto che chi è pagato molto ha reso un maggiore contributo alla società, di cui tutti beneficiamo. Ma quando chi paga le tasse finanzia i bonus dell’ordine di milioni di dollari che vanno ai banchieri – che sono stati responsabili di perdite dell’ordine di miliardi di dollari per le loro aziende, e dell’ordine di migliaia di miliardi per la società – tutto questo non ha più alcun senso. Quando un esponente dell’amministrazione Obama ha annunciato il “doppio standard” – i lavoratori dovevano riscrivere i loro contratti per rendere le imprese dell’auto più competitive, ma i contratti dei banchieri erano sacrosanti e non potevano essere rivisti – anche questo ha mostrato che il sistema è fondamentalmente ingiusto, e che il governo, piuttosto che correggere le iniquità, vuole mantenerle.

Quel che è peggio, ai cittadini è stato chiesto di subire politiche di austerità, maggiore disoccupazione e tagli ai servizi pubblici per pagare i debiti provocati dal comportamento della finanza e in parte per proteggere gli azionisti e i possessori di titoli delle banche.

Un’economia non può funzionare senza la fiducia, e quando le banche insistono a voler tornare ai comportamenti di prima della crisi i cittadini sono giustamente scettici. La fiducia non tornerà fino a quando non saranno introdotte regole buone e rigide, fino a quando non verrà ristabilito un nuovo senso di equilibrio. Il settore finanziario dovrebbe servire l’economia – non viceversa. Abbiamo confuso i fini con i mezzi.

Oggi abbiamo le stesse risorse – in termini di capitale umano e fisico – che avevamo prima della crisi. Non c’è ragione per cui dovremmo aggiungere agli errori che ha fatto la finanza nella cattiva allocazione del capitale prima della crisi, l’ulteriore errore di sottoutilizzare le risorse della società dopo la crisi. La tecnologia moderna ha la capacità di accrescere il benessere di tutti i cittadini – e tuttavia in molti paesi – Stati Uniti inclusi – abbiamo creato un’economia in cui la maggior parte dei cittadini peggiora la propria condizione anno dopo anno. Possiamo anche vantarci dell’aumento del Pil, ma cosa c’è di buono se quest’incremento non si trasforma in benefici per i comuni cittadini? Se la crescita economica non porta a più ampi miglioramenti del benessere? O se questi incrementi sono effimeri e non sostenibili sia dal punto di vista economico che ambientale?

Le sfide che i governi, le nostre società e le nostre economie devono affrontare sono enormi. Forse non siamo più sull’orlo del baratro in cui eravamo nell’autunno del 2008, ma non siamo ancora fuori dai guai. Anche se profitti, bonus e crescita sono tornati, non potremo cantare vittoria fino a quando la disoccupazione non sarà tornata ai livelli di prima della crisi, e fino a quando i redditi reali dei lavoratori non saranno aumentati e non avranno recuperato le perdite subite in questi anni. Possiamo farcela – ma solo se sapremo correggere gli errori del passato, cambiare direzione e tenere bene a mente quali sono i veri obiettivi per i quali dobbiamo batterci.

[Questo testo è apparso come prefazione al volume dell’Istituto Sindacale Europeo-ETUI Exiting from the crisis: towards a model of more equitable and sustainable growth (ETUI, 2011) scaricabile dal sito. Scritta prima del precipitare della crisi dell’estate, l’analisi di Stiglitz presenta le alternative di politica economica per affrontare la crisi]


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MessaggioInviato: 08/03/2012 - 11:34 
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Oggi lo spread è finalmente tornato dove era, sotto i 300 punti.
296, per essere precisi.

Bravo Monti.

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Si vis amari, ama.

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L’Urlo del Quinto Stato contro il Moloch della crisi
di Francesca Coin

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È un libro di poesia e rivolta, quello di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri: "La furia dei cervelli" (Manifestolibri). Un grido ruvido di rabbia e zerbini randagi, un canto di resistenza. Non voglio ripercorrere il testo per intero, voglio soffermarmi su quello che per me è il suo nodo centrale. Il conflitto in corso non è solamente un conflitto contro i nostri corpi. La precarietà ai limiti dell'inoccupazione, l'assenza di garanzie sociali e di reddito, la riforma delle pensioni e del ciclo della vita, lo sfregio continuo del vivere insieme e della tenerezza, non sono semplicemente corollari di uno stato di emergenza che è divenuto permanente. Sono di più: sono i sintomi di un pensiero che in modo sempre più feroce negli ultimi decenni ha sfigurato la vita.

Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri ripercorrono questo processo dall'interno. Guardano, in altre parole, alle modalità con cui la nuova generazione, quella che adesso ha venti, trenta o quarant'anni, si è trovata, a partire dagli anni Novanta, a lavorare in un contesto immateriale caratterizzato dalla crescente autonomia dei processi di valorizzazione sulla produzione. Protagonisti, da allora, non sono più solamente i corpi ma le menti. Travolte in un flusso immateriale incessante nel quale il lavoro intellettuale si snoda, si divarica e si concatena producendo nuove prossimità e nuove soggettività, i lavoratori cognitivi diventano da un lato i funzionari della rendita del neoliberismo, coloro che, attraverso la pubblicità, la moda, la finanza, lo spettacolo, la conoscenza o l'editoria si fanno strumenti di un pensiero affilato; e dall'altro sono fucina di linguaggi, immagini, saperi, informazione, soggettività.

È qui che si colloca l'aporia, intrigante e insidiosa scrivono giustamente gli autori, del lavoro della conoscenza. Mentre l'“oligarchia degli incapaci”, come scrive Sophie Coignard, difende un pensiero tecnico dedito al generale declassamento della vita, i lavoratori cognitivi quali soggetto dell'autonomia creatrice diventano fautori di un'eresia contagiosa che afferma diritti, saperi e universi liberi. È qui che il libro di Ciccarelli e Allegri diventa il grido del nostro tempo.

Lungo l'intero ragionamento di Ciccarelli e Allegri si staglia la stessa aporia, in modo incessante, ossessivo, liberatorio: produrre cultura o divenirne ostaggio, esserne appendici oppure registi, fuggire o scrollarsela di dosso? Ciccarelli e Allegri ci portano nel cuore di questo processo. Dentro un'Italia metropolitana retta quasi esclusivamente dal lavoro cognitivo professionale, tra pubblicitari, informatici, stagisti e tirocinanti iper-specializzati, gli autori insinuano lentamente tra le pagine una domanda: che succede se questa infinita potenza, questo ceto medio dei professionisti istruiti, colonna portante della società, scriveva Ballard, si rivolta? È allora che il testo diventa un fiume in piena che alternando gli odori delle strade alle intuizioni delle menti ci riporta negli anni Novanta, nel magma culturale hip hop e punk che segna la prima forma di ribellione della psiche collettiva alla colonizzazione del tempo.

Ciccarelli e Allegri vedono nel movimento studentesco della Pantera “un vero e proprio sommovimento politico indotto dall'urgenza della presa di parola collettiva” (p. 44), l'inizio di una vera e propria ribellione della psiche che in queste pagine emerge come un processo di ricomposizione delle menti e dei corpi, dei corpi con i corpi. Certo, gli autori sono curiosi e non si accontentano degli anni Novanta, vogliono conoscere i nostri antenati, e dunque ci portano nel 1700, tra i seduttori. Si chiamavano seduttori, allora, “i pensatori eretici e radicali, liberali e proto-comunisti, attori e medici, ottici e alchimisti, professionisti e lavoratori di bottega, folli visionari profeti, aristocratici ripudiati e figli illegittimi, piccole sette para-massoniche che celebravano il “cane Spinoza”, odiavano le corti europee, trafficando dall'alba al tramonto con il popolo e le classi avanzate nei mestieri urbani” (p. 81).

Il libro insegue ferocemente quel desiderio nei secoli e nelle pagine, quel desidero sublime, indomito, maledetto di disprezzare liberamente la mondanità mercenaria per afferrare nello slancio della follia le visioni mai confessate, i sogni mai ammessi di un presente sublime sino ad afferrarli oltre alle stelle in un'insurrezione terrena. Arriviamo qui in uno slalom tra intellettuali alla vaselina e cervelli a cottimo alla messa in scena dell'estasi, all'abbandono delle monete a lungo risparmiate, della competizione che non porta a nulla, di tutto ciò che è utile per l'inutile affermando un'altra vita così, con semplice tenerezza come si trasforma un palcoscenico dismesso nella danza sensuale dei corpi.

Non sono parole al vento, sono fatti: è questa la storia del Teatro Valle Occupato, che dal 14 giugno ha trasformato in arte la vita. È questo il manifesto degli scrittori TQ, che producono immaginario affinchè vi si adegui la realtà. È questo il rovesciamento che ispira gli intermittenti dell'Acta o gli studenti, perchè è la realtà che deve cambiare, non i nostri desideri. Il Quinto Stato è la potenza creatrice che afferma il dovere d'esilio di Moloch dalle nostre vite. È questa d'altro canto per me l'inevitabile colonna sonora del testo: l'Urlo di Ginsberg. Nemmeno a ridosso degli anni Sessanta già Ginsberg percepisce che è in atto una guerra.

“Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, affamate isteriche nude, […] che attraversavano universita' con freddi occhi splendenti allucinando l'Arkansas e la tragedia della Blake-light fra gli studiosi della guerra […] Quale sfinge di cemento e alluminio gli ha spaccato il cranio e ha mangiato i loro cervelli e la loro immaginazione? Moloch! Solitudine! [...] Moloch! Incubo di Moloch! Moloch il senza amore! Moloch Mentale! Moloch il grande giudicatore di uomini! Moloch il carcere incomprensibile! Moloch prigione senz'anima”.

Sono strazianti le parole di Ginsberg ma è con un atto di poesia che Ginsberg umilia Moloch, il complesso di industrie e guerra responsabile di aver stretto l'immaginazione nella sua metallica geometria. L'urlo del 14 dicembre 2010 è un canto d'amore a Ginsberg. È l'eruzione “tre volte maledetta e quattro volte benedetta” dei sogni nelle piazze. È la vittoria dell'anima sull'inutile. L'affermazione ultima, appassionata e resiliente che “questo mondo e questo cervello sono nostri” (p. 71).


INTRODUZIONE (DA "LA FURIA DEI CERVELLI", MANIFESTOLIBRI)

di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri

Non ho tentato e fallito,
nient'altro che questo
per tutta la vita...
eppure non basta...
occorre tentare farlo
di nuovo...e meglio
(Samuel Beckett)

Gli intellettuali sono i primi a fuggire, subito dopo i topi, e molto prima delle puttane. Il verso di Majakovskij è una ragione sufficiente per non parlare di intellettuali, di talenti e della fuga dei cervelli in questo libro. Perché nella desolante, e fondamentalmente ipocrita, formula della «fuga dei cervelli» si riflette la disillusione e la rassegnazione delle classi dirigenti che hanno facilitato, diluito e infine naturalizzato il genocidio delle nuove generazioni.

L’invenzione di questa espressione ha accompagnato la liquidazione dell’università italiana e le lamentazioni funebri sull’eccellenza dei ricercatori, giovani e meno giovani, costretti ad esportare il loro «capitale umano» all’estero, facendo perdere cifre consistenti alla madre patria. Nel 2010 un’indagine commissionata dallaFondazione Lilly e dalla Fondazione Cariplo aveva quantificato la perdita in quasi 4 miliardi di euro. Il dato è stato ricavato dai profitti accumulati in vent’anni dalle 356 domande di brevetti depositate da ricercatori italiani emigrati. A supporto della tesi sono stati citati i dati del rapporto Almalaurea del 2010 secondo i quali i laureati specialistici biennali che lavorano all’estero a un anno dal titolo sono il 4,5% (erano il 3% nel 2009). Il 29,5% provengono dalla facoltà di ingegneria e solo il 12% dal settore politico-sociale. Un neolaureato italiano all’estero guadagna 1568 euro, mentre nel paese d’origine 1054 euro.

Pur così circostanziati, questi dati rivelano un fenomeno assolutamente minoritario e per di più impossibile da quantificare con certezza poiché i registri dell’Aire, l´anagrafe della popolazione italiana residente all´estero, riporta un aumento dei residenti all’estero (da 2.842.450 a 3.443.768 nel 2004), ma non fornisce i dati disaggregati per titoli di studio. Il censimento dell’Istat del 2001 aveva rivelato che i laureati in fuga tra il 1996 e il 2000 erano 2700 all’anno. Una quantità che potrà essere senz’altro aumentata nel frattempo, ma è davvero un mistero capire come la cifra dei «cervelli in fuga» sia potuta arrivare a 2 milioni, come più volte è stato ribadito negli ultimi tempi. È chiaro che l’espressione anglosassone «brain drain» è diventata l’occasione per inventare una realtà parallela che lavora nel torbido, lì dove nasce il tipico sentimento italico dell’autocompatimento e della nostalgia, in un paese dove il futuro non è mai esistito.

In realtà, questa retorica è il risultato della sistematica rimozione delle potenzialità politiche, intellettuali e affettive di tutti i lavoratori, giovani e meno giovani, dipendenti, precari o autonomi, laureati o diplomati nel nostro paese. Ed è anche il risultato di una manipolazione delle analisi sulla produzione immateriale basata sui saperi, la conoscenza e le relazioni, centrata solo su alcuni ambiti della ricerca universitaria (preferibilmente quella medica e quella informatica), a dispetto della più ampia ed articolata economia del «terziario avanzato», del lavoro indipendente e dell’intelligenza diffusa.

Il «cervello» universitario sarebbe dunque l’unico qualificato a fuggire, mentre la maggioranza – soprattutto quella non universitaria – che resta nel paese della vergogna non è meritevole di un riconoscimento postumo, prima dell’apocalisse. Il successo di questo trucco è presto spiegato: esso rappresenta il rovescio del ritornello nazionale sulla precarietà, immancabilmente rappresentata dai sindacati, dai governi e dalle cattedre universitarie come dalle inchieste giornalistiche televisive di maggior successo da dieci anni a questa parte, come una forma di vita povera e sfortunata che, per diventare meno povera e un po’ più «civile», può solo mettersi alla catena di montaggio; sedere nello scantinato di un ministero, in regione, comune, provincia, comunità montana, o in un qualsiasi ente pubblico. Fare il servo conviene, soprattutto quando ministri pensionati, abituati alla vita nobile del parastato, consigliano di smettere di studiare e riscoprire il fascino onorevole di un lavoro da imbianchino. Competenze, ingegno, volontà e disponibilità servono a sposare un miliardario.

Questo libro propone una genealogia antica e contemporanea del Quinto Stato, un concetto che riteniamo sia molto più ampio del lavoro della conoscenza, che ne costituisce una parte importante. La sua andatura evoca cortocircuiti temporali alla ricerca di un nuovo immaginario e azzarda fughe in avanti e ritorni su precedenti sentieri interrotti. A questo proposito ringraziamo Enrico Parisio per avere creato l’immagine della copertina che simbolizza questo movimento nello spazio e nel tempo.

Soprattutto questo libro parla del furore. In primo luogo contro noi stessi. Perché è il furore l’unica matrice del cambiamento, l’inizio dell’autotrasformazione, la liberazione dai peccati degli altri. Il furore non si presenta però solo in una forma intimistica, e tantomeno in una religiosa, come accade nel dionisismo. La sua originaria espressione si oppone ai culti ufficiali, rappresenta l’affrancamento da quell’ordine mostruosamente civile che ha creato il nuovo genocidio italiano.

Noi sappiamo chi sono i responsabili. Noi conosciamo i colpevoli. In questo libro non troverete i loro nomi, perché li conosciamo tutti, uno per uno, ma ne riconoscerete le figure e le loro indegne funzioni. Il furore è l’espressione della rabbia degna e dell’odio contro un mondo organizzato sul principio della disperazione e della perdita di tutto. Ma è anche l’espressione del furore divino in cui Platone riconosceva la vera conoscenza di dio, che per noi è quella del contatto con la vita in comune e delle sue potenzialità. La furia dei cervelli è infine l’espressione di una potenza femminile che non è quella distruttrice di Medea, ma quella della creazione di una nuova conoscenza e di una nuova vita.

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