La Torre della Rosa d'Argento

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MessaggioInviato: 07/08/2011 - 05:53 
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“Rapporto sui diritti globali 2011″: la crisi ha distrutto il welfare e i diritti
di Rosaria Amato, da Repubblica



No, non siamo la Grecia e neanche il Portogallo. Ma dalla crisi non siamo certo passati indenni. E non si tratta solo del Pil che arranca ancora faticosamente o della produzione industriale ben lontana dai livelli raggiunti qualche anno fa. Si tratta di una nuova concezione dello Stato, che lascia indietro i più deboli, le persone senza lavoro, che stentano a pagare l'affitto, sempre più penalizzate dai tagli del welfare. La crisi, insomma, ha segnato la fine dello "stato sociale europeo". E' la tesi conclusiva del "Rapporto sui diritti globali 2011", presentato nella sede della Cgil e promosso, oltre che dal sindacato, da diverse associazioni italiane, tra le quali Arci, ActionAid, Antigone, Legambiente.

Gli Stati europei, si legge nel rapporto, "stanno cercando di liberarsi dagli oneri derivanti dalla protezione degli strati sociali più deboli e dal mantenimento di una serie di servizi pubblici a suo tempo considerati essenziali per promuovere lo sviluppo economico-sociale e oggi ritenuti un fardello". Gli autori del volume citano Luciano Gallino: "Negli ultimi cinquant'anni il modello sociale europeo ha migliorato la qualità della vita di decine di milioni di persone e ha permesso loro di credere che il destino dei figli sarebbe stato migliore di quello dei genitori. Ora il modello sociale europeo è sotto attacco nientemeno che da parte dell'Europa stessa".

La scure sul welfare: spesa tagliata del 78,7%. Un "passaggio epocale", dunque. Che rischia di passare inosservato. E invece i segni per rendersene conto (e per cercare di fermare questa trasformazione che appare ineluttabile) ci sono tutti. I tagli abnormi sulla spesa sociale in Italia, per esempio. Il "Rapporto sui diritti globali" li elenca tutti, sottolineando come "dal 2008 al 2011 i dieci principali ambiti di investimento sociale hanno avuto tagli complessivi pari al 78,7%, passando da 2.527 milioni stanziati nel 2008 ai 538 milioni della legge di stabilità 2011".

Il Fondo per le politiche sociali, per esempio, è passato dai 584 milioni del 2009 ai 435 del 2010 e arriverà nel 2013 ad appena 44 milioni. Il Fondo per la famiglia è passato dai 346,5 milioni del 2008 ai 52,5 milioni attuali (il taglio è del 71,3%). Il Fondo per l'inclusione sociale degli immigrati, finanziato nel 2007 con 100 milioni dal governo Prodi, è semplicemente sparito. Sparito anche il "piano straordinario di intervento per lo sviluppo del sistema territoriale dei servizi socio-educativi per la prima infanzia", che aveva avuto 446 milioni nel triennio 2007-2209. Stessa fine per il "Fondo per la non autosufficienza".

Si è rotta la coesione sociale. Sono tagli "giustificati" in qualche modo dalla crisi? Sorprendentemente, sono in molti a pensarla così, perché "il welfare non è sottoposto solo ai tagli, ma anche a una crisi di consenso", rilevano i curatori del rapporto. Infatti "una quota importante di italiani non vuole che il welfare sia universalistico e che ne possano fruire soggetti 'non meritevoli'". E quindi si ritiene in qualche modo legittimo che dal welfare possano essere esclusi proprio coloro che ne avrebbero più bisogno, ma che meno possono contribuire a sostenerlo.

Poveri e "vulnerabili" in aumento. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma emergono anche dalle fredde cifre, a cominciare da quelle dell'Istat, che rileva la "povertà relativa" e quella "assoluta". La povertà relativa oscilla tra il 10,2% e l'11,4% e negli ultimi anni è stabile. Ma da un lato peggiorano le condizioni dei poveri, la loro "deprivazione", e dall'altro comunque si registra un aumento nel Mezzogiorno. Aumentano inoltre i "vulnerabili", cioè i candidati a diventare i prossimi poveri. Tra loro ci sono i bambini: il 22% dei minorenni vive in condizioni di povertà relativa in Italia e 650.000 (il 5,2%) in condizioni di povertà assoluta.

Questo spesso perché i loro genitori sono cassintegrati: ha figli il 58,3% di chi usufruisce della Cig. Chi perde il lavoro nel 72% è già in una situazione difficile. Ma ci sono anche i "working poor", definizione statistica riferita a chi lavora, ma guadagna troppo poco. L'incidenza della povertà nelle famiglie con persona di riferimento occupata è dell'8,9% con oscillazioni tra il 4% del Nord e il 19,8% del Sud. Gli operai stanno peggio (il 14,9% è working poor). E ci sono persino i lavoratori "poveri assoluti", saliti al 3,6% dal 3,4% del 2008.

La casa sempre più un miraggio. L'Italia, si dice sempre, è il Paese dei proprietari di casa. Lo è infatti l'81,5% della popolazione. Ma quel 17,1% in affitto si trova spesso in grave difficoltà: l'incidenza dell'affitto sul reddito ha avuto una crescita costante e tra il 1991 e il 2009 l'incremento dei canoni di mercato in città è stato pari al 105%. Chi sta in affitto appartiene alle fasce meno abbienti, e quindi in media il canone "brucia" il 31,2% del reddito. Non stupisce che quindi siano aumentati gli sfratti (+18,6% nel 2008 rispetto al 2007): il 78,8% sono per morosità. Spesso, poi, si trova in difficoltà anche chi ha comprato la casa ma deve sostenere il rimborso di un mutuo oneroso: i 10.281 mutui sospesi all'inizio del 2010 a fine anno erano diventati 30.868.

Il Paese delle disuguaglianze. All'impoverimento dei poveri dovuto alla crisi e favorito dal "restringimento" del welfare si contrappone un miglioramento delle condizioni dei più abbienti: l'Italia è al sesto posto nella classifica Ocse della diseguaglianza sociale, ricorda il rapporto Cgil. Che elenca alcune "diseguaglianze tipo": se il salario netto medio mensile è di 1.260 euro al mese, una lavoratrice guadagna il 12% in meno; un lavoratore di una piccola impresa (e in Italia sono la stragrande maggioranza) il 18,2% in meno; un lavoratore del Mezzogiorno il 20% in meno; un immigrato il 24,7% in meno; un lavoratore a tempo determinato il 26,2% in meno; un giovane lavoratore (15-34 anni) il 27% in meno e infine un lavoratore con contratto di collaborazione il 33,3% in meno.

La ricetta finale del Rapporto. Si può imprimere una svolta alla politica economica e sociale del Paese per "tenere sui diritti", come conclude il rapporto? La proposta sembrerà a molti utopistica, e riprende quella della "Finanziaria Possibile" dell'associazione Sbilanciamoci: 40 miliardi di euro per abbattere la povertà, da ottenere da una riforma fiscale che tassi le rendite, diverse tasse di scopo a cominciare da quella sui SUV, tagli alle spese militari ma anche alle "grandi opere" inutili, e in genere da un riequilibrio e da una razionalizzazione della spesa pubblica. Per arrivare a un "basic income", un reddito minimo garantito che garantisca anche la dignità, oltre che salvaguardare "un modello sociale che ambisce alla coesione".

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MessaggioInviato: 28/08/2011 - 04:50 
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Giovani imprenditori in crisi: meno 7.800 imprese in un anno

L'istituto Datagiovani rivela che negli ultimi 5 anni l'imprenditorialità giovanile si è ridotta di oltre il 16%. I dati peggiori arrivano dal Nord: a fare peggio Veneto ed Emilia. "La stretta creditizia delle banche non aiuta"

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MessaggioInviato: 29/08/2011 - 05:45 
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MessaggioInviato: 10/09/2011 - 04:13 
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Società fantasma e un mare di poltrone
L'armata del gettone negli enti locali
Sono oltre settemila le società controllate da regioni, comuni e province. In tutto garantiscono stipendi o rimborsi a ottantamila persone che siedono nei cda e nei collegi sindacali. Per una spesa di 2,5 miliardi. Una parte di questi enti sono del tutto inoperativi


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MessaggioInviato: 21/09/2011 - 04:52 
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Standard&Poor's taglia il rating italiano, come più volte ammonito.
Ora scende da "A+" ad "A" la valutazione della capacità italiana di ripagare il debito pubblico.
Il Tesoro minimizza.
Il premier continua a dire che non è colpa sua.
Stavolta sono i giornali.
Oppure anche a Wall Street si annidano i comunisti.

Resta chiaro che questo è ormai certamente il peggior governo della storia repubblicana, e forse anche quello che distruggerà il paese.
Il tutto per evitare a un uomo pieno di ombre di affrontare i suoi giusti processi di fronte alla Legge.

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MessaggioInviato: 27/09/2011 - 02:16 
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Dopo la sforbiciata al rating del debito sovrano dell'Italia Standard and poor's ha tagliato anche il 'voto' a 11 enti locali, tra cui le citta' di Milano, Bologna e Genova. Secondo quanto precisa una nota, l'agenzia internazionale di valutazione dell'affidabilita' creditizia ha abbassato da A+ ad A, con outlook negativo, il rating dei seguenti enti locali: citta' di Bologna, provincia di Mantova, regione Marche, Provincia di Roma, Regione Sicilia, Regione Emilia Romagna, Regione Friuli Venezia Giulia, Citta' di Genova, Regione Liguria, citta' di Milano e regione Umbria. Per la citta' di Torino, invece, e' stato rivisto da stabile a negativo l'outlook, mentre e' stato confermato ad A il rating sul debito a lungo termine.


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MessaggioInviato: 17/10/2011 - 05:54 
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Crisi: La Cina propone di salvare l'euro

La Cina avrebbe fatto al vertice del G20 di Parigi un'offerta "segreta" per salvare l'euro in cambio di riforme nei bilanci e tagli al settore pubblico nei paesi europei. Lo riporta il "Times" nella sua edizione domenicale. Secondo delle indiscrezioni raccolte dal quotidiano britannico la delegazione cinese avrebbe indicato che Pechino è pronto ad iniettare decine di miliardi nella zona euro attraverso degli investimenti nelle infrastrutture dei paesi flagellati dalla crisi del debito. Le banche cinesi potrebbero inoltre incrementare i loro acquisti di titoli di stato europei. A detta delle fonti citate dal "Times", oltre a chiedere delle importanti riforme, la Cina vorrebbe però anche essere sicura che l'Europa conosca le dimensioni del "buco" e che questo non diventi più grande prima che accetti di riempirlo.

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MessaggioInviato: 17/10/2011 - 05:56 
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Il pianeta è in prognosi riservata


Mi sento solo». L’sms del tostissimo banchiere di Wall Street – che non sapevo capace di sentimenti umani – mi ha colpito. Laconico, malinconico, è il grido di dolore di uno dei milioni di Blackberry-dipendenti privati d’e-mail da un blackout senza precedenti.

Ma nelle circostanze attuali, le parole del finanziere senza cuore colgono perfettamente lo spirito dei nostri tempi, con o senza e-mail. Con gli Usa in difficoltà, l’Europa in crisi e la Cina ed altri Paesi emergenti non ancora in grado di prendere la guida dell’economia mondiale, ci sentiamo tutti soli.

Governi ed altri centri di potere – dalle banche centrali alle chiese – sono stati finora incapaci di fornire soluzioni adeguate, o anche solo di alleviare l’ansia collettiva che accompagna questo malessere economico. Con le istituzioni in latitanza, le risposte ad una crisi che sta attaccando sia l’alta finanza sia l’economia reale devono quindi venire da individui o piccoli gruppi.

Alcuni, come gli indignados europei, ed il movimento «Occupy Wall Street» in America, si mettono a protestare – una reazione legittima e comprensibile che però non porta alla risoluzione dei problemi. Altri si stanno rimboccando le maniche. Sulle due sponde dell’Atlantico, esponenti del mondo aziendale, universitario e della società civile stanno tentando di riempire il vuoto lasciato da governi incompetenti e inattivi.

Incominciamo dall’Unione Europea. Per mesi, un gruppetto di società finanziarie tedesche si è mosso dietro le quinte per promuovere un piano di azione sulla questione del debito pubblico dell’Ue.

Nelle ultime settimane, questo progetto, che fino ad ora non era uscito dai grattacieli di Francoforte, è incominciato a girare nei corridoi di Parigi, Berlino e Bruxelles (e New York, dove l’ho intercettato).

E ieri per la prima volta è spuntato sulle agenzie di stampa, alla fine del summit del Gruppo dei 20 a Parigi, anche se con pochi dettagli. Il problema dei governanti europei è ben noto: non ci sono abbastanza soldi per salvare tutti. I 440 miliardi di euro dati all’European Financial Stability Facility (Efsf)– una nuova istituzione con acronimo scioglilingua – serviranno a poco se Paesi come la Grecia, l’Italia e la Spagna si dovessero trovare sull’orlo della bancarotta.

Un grande banchiere europeo mi ha detto che ci vorrebbero almeno 2 mila miliardi di euro per salvare le banche di quei Paesi, senza contare i miliardi e miliardi di obbligazioni del tesoro emesse dai governi. «Ma lei questo non lo scriva – ha aggiunto -. Perché altrimenti si vede che l’imperatore non ha vestiti». Il piano delle aziende tedesche rivestirebbe l’imperatore, anche se con abiti di taglio teutonico, non proprio all’ultima moda. Funziona così: invece di spendere tutti i 440 miliardi per ricapitalizzare le banche europee o comprare miliardi di obbligazioni senza valore, il denaro verrebbe messo in un fondo d’assicurazione per investitori.

Il patto tra governi ed i mercati sarebbe che, in caso di default da parte di uno dei Paesi membri, l’Ue garantirebbe il primo 15-20 per cento di perdite agli investitori che hanno obbligazioni delle nazioni in bancarotta. Se, per esempio, i buoni del Tesoro greci dovessero scendere del 15 per cento sotto il prezzo a cui sono stati acquistati, gli investitori verrebbero indennizzati dai fondi europei.

Il bello del piano è che permette all’Ue di allungare una coperta troppo corta: garantire il 20 per cento delle perdite significa che i 440 miliardi possono essere utilizzati per coprire più di 2 mila miliardi di obbligazioni. L’altro vantaggio è che le banche europee sono tra i principali detentori di buoni del Tesoro dell’Ue. Indennizzare gli investitori consentirebbe quindi di ricapitalizzare le banche più deboli. Se il piano fosse accettato, lancerebbe una scommessa psicologica tra governi e mercati con in gioco le sorti dell’euro.

La speranza del governo francese e tedesco è che la semplice presenza di un fondo d’assicurazione metterebbe fine alla corsa al ribasso di titoli greci ed affini ed allo stillicidio di paure sulla condizione finanziaria delle banche europee senza spendere nemmeno un euro.
Purtroppo, però, nessuno può dire con certezza se un piano del genere basterebbe a calmare la frenesia dei mercati. E non c’è dubbio che le istituzioni finanziarie che stanno spingendo per questo progetto non lo fanno per altruismo ma perché hanno miliardi di obbligazioni del Tesoro e di azioni di banche europee sui loro bilanci e vogliono ridurne la «tossicità» al più presto.

«Non è una soluzione perfetta ma è molto meglio di quello che abbiamo fatto sino ad ora». mi ha detto uno degli ideatori la settimana scorsa ed è difficile dargli torto. In America, gli sforzi intellettuali sono puntati tutti sulla macro-economia. Con Washington paralizzata dalla campagna elettorale per le presidenziali del novembre 2012 ed un presidente Obama sempre più «anatra zoppa», lo sguardo è rivolto al lungo termine.

Il dilemma economico degli Usa fa spavento: come far crescere l’economia ed allo stesso tempo ridurre la montagna di debiti, pubblici e privati, che hanno provocato la crisi del 2008-2009 e più di recente l’umiliante «downgrade» del debito americano? L’austerità e la crescita non sono compagne di strada e favorire l’una di solito porta alla distruzione dell’altra.

A meno che... A meno che non sia possibile trovare un giusto mezzo tra spendere e spandere e tirare la cinghia. E’ questo l’obiettivo di una nuova proposta presentata da un gruppo di finanzieri ed accademici – tra cui il famoso Nouriel Roubini, questa settimana. Intitolato «Andare Avanti», il piano è metà Franklin Delano Roosevelt e metà Margaret Thatcher. Dal «New Deal» del Presidente americano, la proposta ha preso in prestito l’idea di spendere migliaia di dollari - 1200 miliardi durante cinque anni per essere precisi – per migliorare infrastrutture e servizi pubblici. I lavori di Stato dovrebbero creare più di 5 milioni di nuovi posti di lavoro l’anno, secondo gli ideatori del piano. E dalla lady di ferro, il piano di Roubini ed altri ha copiato delle misure di austerità destinate a ridurre l’indebitamento pubblico e privato – un obiettivo non facile soprattutto senza toccare il tabù della politica americana: alzare le tasse.
In un mondo in condizioni serissime e con la prognosi riservata, nessuna medicina è ideale. Ma parlare di cure con persone razionali ed intelligenti serve almeno a sentirsi meno soli.

Francesco Guerrera

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MessaggioInviato: 18/10/2011 - 04:17 
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Crisi, per l'euro inizia la settimana della passione

La misura del default greco, l’impatto sul sistema europeo, il rating della Francia e le perplessità di Morgan Stanley. Ecco gli elementi che agitano il sonno dei leader europei. Chiamati, il prossimo 23 ottobre, a prendere decisioni non più rimandabili.

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MessaggioInviato: 19/11/2011 - 06:51 
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Bambini pagano prezzo più alto crisi in Italia
Quasi due milioni vivono in povertà

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ROMA - La crisi economica rischia di pesare soprattutto su bambini e adolescenti, in assenza di misure specifiche di tutela. Negli ultimi anni la percentuale delle famiglie a basso reddito con un minore è aumentata dell'1,8%, e del 5,7% quella di chi ha 2 o più figli. Questo rileva l'Atlante dell'Infanzia, diffuso da Save the Children alla vigilia della Giornata dell'Infanzia che si celebra il 20 novembre. Sono 10 milioni 229 mila i minori in Italia: 1.876.000 vivono in povertà e il 18,6% in condizione di deprivazione materiale.
Quello "fotografato" dall'Atlante di Save the children è un pianeta infanzia che in una Italia che invecchia si riduce sempre di più. Napoli, Caserta, Barletta-Andria-Trani sono infatti le uniche province "verdi" italiane, quelle cioé in cui la percentuale dei giovani fino ai 15 anni rimane maggioritaria sugli over 65. "La qualità della vita dei nostri bambini e ragazzi è mediamente incomparabile con quella del secolo scorso - commenta Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia - tuttavia, se non è più la tubercolosi a uccidere, o la guerra, oggi i nostri minori fanno i conti con la povertà, la scarsità di servizi per l'infanzia, le città inquinate, stili di vita insani che conducono all'obesità. Problemi che l'attuale crisi economica rischia di amplificare se non c'è un'inversione di rotta immediata e si pone la tutela dell'infanzia e adolescenza come una priorità delle scelte politiche-economiche, di un paese che finora ha sempre investito molto nelle pensioni e molto meno di quanto avviene altrove per aiutare i minori, i giovani e le famiglie con figli". L'Atlante analizza l'impatto della crisi economica sui bambini e sugli adolescenti, con l'impoverimento delle famiglie con figli; la drastica contrazione della spesa sociale, con drammatiche conseguenze sui minori che vivono al Sud ma anche in alcune aree del Nord Italia: la dispersione scolastica; i servizi per l'infanzia disponibili "a macchia di leopardo", con differenze notevoli da regione a regione. Insomma, un Atlante di un'infanzia sempre più a rischio: oltre 150 pagine e 80 mappe restituiscono informazioni sulla condizione di bambini e adolescenti del nostro paese, insieme all'appello a riportare al centro delle scelte politiche, sociali ed economiche i più piccoli e i più giovani, in un paese sempre più popolato di anziani. Dunque dati, mappe per indicare dove assolutamente bisogna intervenire per impedire che le condizioni dell'infanzia in Italia peggiorino e si deteriorino. L'Atlante mette a fuoco anche la situazione dei minori stranieri, della distribuzione della popolazione minorile tra città e hinterland e si sofferma poi sulla salute dei minori, stimando in 1 milione e 100 mila i bambini sovrappeso, di cui quasi 400 mila obesi. Questa seconda edizione dell'Atlante vede la collaborazione dell'ANSA nel capitolo che riguarda l'informazione e i minori. Inoltre, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dall'unità d'Italia, include anche un approfondimento sui quasi cento ragazzi garibaldini che parteciparono alla spedizione dei mille, un modo anche per confrontare la "giovane Italia" di allora con quella attuale.


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MessaggioInviato: 20/11/2011 - 07:14 
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Ocse: meta' giovani italiani ha lavoro precario
Secondo l'Outlook, il 46,7% dei giovani tra 15 e 24 anni ha lavoro temporaneo


PARIGI - In Italia, il 46,7% dei giovani tra i 15 e i 24 anni che lavorano ha un impiego temporaneo. Lo riporta l'Ocse nel suo Employment Outlook, basato su dati di fine 2010. La percentuale dei giovani precari in Italia, sempre secondo i dati Ocse, è in costante aumento dall'inizio della crisi: 42,3% nel 2007, 43,3% nel 2008 e 44,4% nel 2009. Il balzo avanti è ancora più rilevante rispetto al dato del 1994, quando la percentuale di under 25 italiani con un impiego temporaneo era del 16,7%.

Secondo l'Ocse, in Italia il tasso di disoccupazione giovanile è al 27,9%, ben superiore alla media ponderata dell'area Ocse (16,7%). La quota è in aumento di oltre 9 punti percentuali rispetto all'inizio della crisi, nel 2007, quando la disoccupazione giovanile era il 20,3%. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia, riporta ancora lo studio Ocse, è più alto tra le donne, 29,4%, che tra gli uomini, 26,8%. Entrambi i dati sono superiori alla media dei 34 Paesi membri dell'organizzazione, rispettivamente 15,7% e 17,6%.

Nell'area Ocse a luglio 2011 c'erano ancora 44,5 milioni di senza lavoro, 13,4 milioni in più rispetto al periodo pre-crisi, e il tasso di disoccupazione é rimasto superiore all'8%, e non lontano dal picco dell'8,8% toccato nell'ottobre 2008. Lo riferisce l'Employment outlook dell'organizzazione parigina. La situazione, precisa il rapporto Ocse, è però molto disomogenea. Alcuni Paesi - tra cui Austria, Svizzera, Norvegia, Giappone e Corea - sono riusciti a mantenere la disoccupazione tra il 3,5 e il 5,5%, mentre altri - tra cui i quattro Paesi periferici della zona euro, Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna - fanno ancora segnare un tasso a due cifre. Proprio a quest'ultima spetta il poco ambito primato della percentuale più alta di senza lavoro, con il 21,2%.

Continua a crescere nell'area Ocse il tasso di disoccupazione di lungo termine. Nei 34 Paesi membri, a fine 2010, il 48,5% dei disoccupati era senza lavoro da almeno 6 mesi, contro il 41% dell'anno precedente, e il 32,4% da almeno 12 mesi, contro il 24,2% del 2009. Per quanto riguarda l'Italia, i disoccupati senza lavoro da 6 mesi o più sono il 64,5% (in aumento di 3 punti percentuali rispetto al 2009) e quelli senza lavoro da un anno o più il 48,5% (+4 punti percentuali rispetto al 2009). "Fasi prolungate di disoccupazione - sottolinea l'Ocse nel rapporto - sono particolarmente penalizzanti, perché aumentano il rischio di una marginalizzazione permanente dal mercato del lavoro, come risultato del deprezzamento delle abilità e della perdità di autostima e motivazione".

"Bisogna fare di più per migliorare in modo durevole la situazione del mercato del lavoro per i giovani". E' l'imperativo lanciato dall'Ocse.

"Nel primo trimestre del 2011 - scrive l'organizzazione parigina - il tasso di disoccupazione per i giovani (15-24 anni) era del 17,3% nell'area Ocse, comparato al 7% per gli adulti (oltre i 25 anni)".

GURRIA, 1 GIOVANE SU 8 FUORI DA SCUOLA E LAVORO - Un giovane su 8 tra i 15 e 24 anni nell'area Ocse, il 12,6% non vanno a scuola né lavorano (i cosiddetti 'Neet'). Lo ha affermato il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria, durante la presentazione dell'Employment outlook. Gurria ha poi sottolineato che la cifra, oltre ad essere elevata, "sta aumentando, stiamo andando nella direzione sbagliata". La questione deve quindi passare "in testa all'agenda politica", perché "bisogna recuperare questi giovani", dato che "i Neet corrono un rischio superiore di marginalizzazione durevole nel mondo del lavoro e di povertà". "Affrontare l'ampio costo umano della disoccupazione, soprattuto per quello che non riescono a ed entrare con una posizione stabile nel mondo del lavoro, dev'essere una priorità", ha aggiunto, sottolineando in particolare l'importanza di "raggiungere una migliore corrispondenza tra le competenze che i giovani acquisiscono a scuola e quelle necessarie ne mondo del lavoro".

IN ITALIA, 76,9% LAVORATORI PART TIME E' DONNA - In Italia il lavoratori part time sono donne per il 76,9%. Le lavoratrici part-time rappresentano il 31,1% del totale delle donne occupate, mostrano ancora i dati dell'organizzazione parigina, contro il 6,3% tra gli uomini. Il lavoro a tempo parziale (meno di 30 ore settimanali, secondo la definizione Ocse) rappresenta nel nostro Paese il 16,3% del totale dei posti di lavoro.

SALARIO MEDIO ITALIA 36.773 DLR, SOTTO UE - Il salario medio in Italia nel 2010 é stato di 36.773 dollari (a tasso di cambio corrente), contro una media dell'Ue a 21 di 41.100 dollari e dell'Eurozona a 15 di 44.904 dollari. Lo riferisce l'Ocse nel suo Employment Outlook. Il salario medio italiano è superiore a quelli di Spagna (35.031), Grecia (29.058) e Portogallo (22.003), ma inferiore a Francia (46.365 dollari), Germania (43.352) e Gran Bretagna (47.645). La palma del salario medio più elevato per il 2010 va alla Svizzera, con 80.153 dollari.

IN ITALIA, AMMORTIZZATORI SOCIALI MENO EFFICACI - In Italia il sistema fiscale e di welfare "gioca un ruolo minore nel proteggere le famiglie contro le conseguenze di grandi contrazioni del reddito da lavoro" rispetto ad altri Paesi dell'Ocse. Per gli italiani, spiega l'Ocse, "grandi riduzioni del reddito da lavoro individuale (per esempio in caso di perdita del posto di lavoro) tendono a tradursi in contrazioni del reddito disponibile familiare superiori a quelle osservate negli altri Paesi Ocse", a causa "della limitata azione di assorbimento degli shock operata dagli ammortizzatori sociali". Di conseguenza, conclude lo studio, "lo shock negativo sui redditi da lavoro subito da non pochi italiani durante la crisi si è probabilmente tradotto in un aumento del rischio di povertà e di difficoltà finanziarie, anche se l'aumento massiccio di risorse per la cassa integrazione guadagni ha contribuito significativamente a limitare il numero di lavoratori affetti da tali shock".

"L'impatto della crisi recente sul mercato del lavoro italiano è stato fino ad oggi moderato, ma la ripresa è stata lenta". Il tasso di disoccupazione italiano, spiega l'organizzazione parigina, è cresciuto meno della media Ocse: 2,5 punti percentuali tra il 2/o semestre del 2007 (inizio della crisi) e il 1/o trimestre del 2010 (picco dell'8,5%). Da allora però, "la ripresa occupazionale è stata alquanto moderata", con un calo di "solo mezzo punto percentuale". Inoltre, sottolinea ancora l'Ocse, "il recente rallentamento della ripresa economica nell'area euro suggerisce che la disoccupazione italiana rimarrà al di sopra dei livelli precedenti alla crisi per un certo tempo".


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L’intelligenza collettiva in una “cloud” politica
"L'Eclissi", saggio in forma di dialogo tra Carlo Formenti e Franco Bifo Berardi, è una puntuale critica alla cultura della Rete che offre materiali per affrontare una crisi che ha ormai le caratteristiche della catastrofe.

di Benedetto Vecchi, da il manifesto



Un dialogo tra due studiosi, osservatori, talvolta mediattivisti della Rete, che non concedono nulla al determinismo tecnologico spesso troppo presente nella network culture. Entrambi dichiarano una lettura partigiana di quanto sta accadendo nel web. Il primo, Franco Bifo Berardi, privilegia una prospettiva «antropologica»; il secondo, Carlo Formenti, è un filosofo di formazione. Entrambi però non nascondono che il loro dialogo punta a contribuire a una critica dell'economia politica della Rete. Il libro che hanno mandato alle stampe - L'Eclissi, Manni editore, pp. 96, euro 10 - suscita interesse e anche significativi dissensi, a partire, per esempio, dal diffuso pessimismo antropologico che scandisce il loro dialogo.
L'aspetto tuttavia più interessante del volume è racchiuso nel sottotitolo - «Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica» - perché affronta direttamente molti dei nodi che la crisi globale ha messo in evidenza. In primo luogo che non è congiunturale, bensì mette in discussione proprio una civiltà; che l'uscita da essa può essere immaginata pensando allo sviluppo di forme di vita e di organizzazioni sociali che prendano congedo dal capitalismo; che la Rete è sì un condensato di tutte le tendenze - sociali, politiche, filosofiche - presenti al di fuori dello schermo, ma non ha, va da sé, nessun potere liberatorio. Tanto Formenti che Bifo affermano infatti che la Rete può essere sinonimo di sfruttamento, illibertà, assoggettamento a dispositivi pervasivi e soft di controllo sociale.

Il dominio democratico

Gran parte delle loro tesi sono condivisibili, a partire da come il web non sia quel luogo che consente di sviluppare forme di democrazia reale, come invece sostengono molti dei maître à penser del cyberspazio. Ma ciò che invece non convince appieno è la loro radicata convinzione che il regno del capitale è così potente che l'unica possibilità di sottrazione consiste nell'autorganizzazione sociale di consapevoli minoranze. Esito che Formenti propone timidamente, mentre Bifo ne è fortemente convinto, in particolare modo quando sostiene che la democrazia «reale» non è la migliore forma politica per organizzare la società perché ridotta a dispositivo di controllo e di annichilimento di qualsiasi attitudine critica.

Dunque, fuoriuscire dalla civiltà capitalistica prima che la sua crisi non si trasformi in apocalisse sociale e culturale. Ma come farlo? La strada di una autorganizzazione di minoranze può però portare a vivere in conviviali «riserve indiane» se viene meno un radicamento nei rapporti sociali di produzione. Ed è questo il punto di dissenso rispetto alle posizioni che emergono dal dialogo tra i due autori che chi scrive ritiene due dei migliori studiosi sulla Rete. Sia ben chiaro: se l'intento è quello di porre le basi, meglio, di offrire materiali per una critica dell'economia politica della Rete il discorso deve partire dai rapporti sociali di produzione, d'altronde molto presenti nelle pagine di questo libro. C'è infatti la sottolineatura che il capitalismo contemporaneo ha preso forma dalla critica che i movimenti sociali degli anni Settanta hanno espresso nei confronti di un modo di produzione fondato su gerarchie feroci e sulla riduzione dei singoli a semplici appendici del sistema di macchine. Da quella stagione, le imprese hanno appreso molto, trasformando la loro organizzazione del lavoro in maniera tale che facesse leva invece proprio sulla tensione continua all'innovazione e alla messa a profitto di talenti individuali, conoscenza e, soprattutto, sull'intelligenza collettiva. Ma per esercitare il controllo il capitale ha elevato la precarietà a modello dominante dei rapporti di lavoro, mentre operava affinché la finanziarizzazione della «vita activa» prendesse il posto dello stato sociale.

Carlo Formenti si sofferma a lungo su come la retorica sulla creatività, del talento abbia accentuato le dinamiche di sfruttamento, al punto che anche i forum degli utenti di alcune merci sono diventati forme di lavoro gratuito per le imprese. Con un richiamo esplicito al pensiero marxiano, tanto Formenti che Bifo sottolineano che questa «grande trasformazione» non poteva che investire anche la dimensione politica e la stessa «antropologia». Della democrazia ridotta a strumento di dominio si è già detto; sui mutamenti cognitivi emerge la constatazione di come il tempo di elaborazione dei computer abbia superato le capacità di elaborazione del cervello umano, determinando una distorsione nella percezione della realtà. Inutile ribadire che anche questa parte sia una fotografia che mette bene a fuoco proprio il reale.

Oltre i social network

Di fronte a questa situazione il punto da cui partire sono dunque i rapporti sociali. E dunque dei meccanismi di organizzazione e di conflitto del lavoro vivo che abbiano la capacità di prefigurare relazioni sociali alternative a quelle dominanti. Da questo punto di vista, la rete può essere un terreno di sperimentazione di forme politiche che non ripercorrono strada già battute. Ad esempio, i social network possono essere usati proprio come terreno in cui la condivisione delle informazioni è la leva per forzare i meccanismi di sussunzione ora vigenti se virati come elemento di contraddizione e di irriducibilità a quanto stabiliscono Mark Zuckeberg per Facebook o Larry Page o Sergej Brin per Google.

In altri termini, l'intelligenza collettiva va modulata come un cloud computing politico che metta in crisi quel circolo magico, per le imprese, in cui il lavoro gratuito degli utenti travasa nel lavoro salariato dei produttori di contenuti. Solo così è possibile pensare a forme di vita che si autorganizzano, creando i presupposti per il superamento della «civiltà capitalistica». In altri termini un modello reticolare di organizzazione politica del lavoro vivo assume la Rete non come regno della libertà, ma come contesto in cui esercitare una critica alle forme di sfruttamento che nulla concede a una visione economicista, ma che sappia misurarsi proprio con il «ventre della bestia». Scrivono bene Bifo e Formenti sulla necessità di pensare alla conoscenza come habitat che può prevenire la catastrofe. E dunque come cloud computing politico per trasformare la vita dentro e fuori lo schermo.


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Tra il dicembre 2007 e il giugno 2010, senza che nessuno sapesse niente, cioè segretamente, la Federal Reserve ha tolto dal brago banche, corporations, governi sotto diverse latitudini e longitudini, dalla Francia alla Scozia, e chissà fin dove è arrivata la sua “beneficenza”, con la non modica cifra di 16 mila miliardi di dollari, cioè sedici trilioni di dollari. Tutto questo ben di Dio sarebbe stato collocato sotto la vocina di bilancio di un “programma onnicomprensivo di prestiti”. Ma nessuno, nemmeno il Congresso americano ne è stato informato. Di quei 16 trilioni non un dollaro è ritornato indietro all'economia americana. Eppure sono stati prestati – pensate o lettori ignari – a tasso zero, cioè gratis et amore dei. Per avere un’idea della cifra, se ancora non avete avuto il capogiro, basti pensare che il prodotto interno lordo annuale degli USA si aggira attorno a 14,2 trilioni e che il debito complessivo degli Stati Uniti viaggia sui 14,5 trilioni.

Citigroup: $2.5 trillion ($2,500,000,000,000)

Morgan Stanley: $2.04 trillion ($2,040,000,000,000)

Merrill Lynch: $1.949 trillion ($1,949,000,000,000)

Bank of America: $1.344 trillion ($1,344,000,000,000)

Barclays PLC (United Kingdom): $868 billion ($868,000,000,000)

Bear Sterns: $853 billion ($853,000,000,000)

Goldman Sachs: $814 billion ($814,000,000,000)

Royal Bank of Scotland (UK): $541 billion ($541,000,000,000)

JP Morgan Chase: $391 billion ($391,000,000,000)

Deutsche Bank (Germany): $354 billion ($354,000,000,000)

UBS (Switzerland): $287 billion ($287,000,000,000)

Credit Suisse (Switzerland): $262 billion ($262,000,000,000)

Lehman Brothers: $183 billion ($183,000,000,000)

Bank of Scotland (United Kingdom): $181 billion ($181,000,000,000)

BNP Paribas (France): $175 billion ($175,000,000,000)

E molte altre banche minori che qui non staremo a citare.

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Dall'agenzia di rating Fitch: "una soluzione della crisi nell'eurozona è tecnicamente fuori portata".

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martedì 20 dicembre 2011
ESCLUSIVO - Nigel Farage risponde alle domande di nocensura.com! DA NON PERDERE!
La redazione di nocensura.com ha rivolto alcune domande all'Eurodeputato inglese dell'UKIP, Mr. Nigel Farage, divenuto famoso anche in Italia per il suo duro intervento in europarlamento, a seguito della sostituzione dei governi italiano e greco con quelli che non ha esitato a definire "governi fantoccio". Gli abbiamo rivolto una serie di domande su temi molto importanti - dal "MES" alla democrazia in Europa - alla quale Mr. Farage ha risposto con grande schiettezza, mentre possiamo scommettere che i "nostri" cari onorevoli avrebbero replicato con i classici "convenevoli". Le sue risposte, sono veritiere quanto sconcertanti: il coraggio di quest'uomo - che in passato ha già subito un attentato alla propria vita - è incommensurabile: leggete le sue risposte!
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Carissimo On. Nigel Farage, vorremmo proporLe alcune domande, alla quale i politici italiani non risponderebbero mai, oppure lo farebbero con i classici "discorsi di rito" e convenevoli. L'intervista sarà pubblicata sul libero blog nocensura.com e probabilmente sarà ripresa da molti altri blog liberi italiani.


- Domanda di nocensura.com - Entro la fine dell'anno sarà approvato il trattato del "Meccanismo Europeo di Stabilità" - "MES". Quali conseguenze comporterà questo nuovo organo sovranazionale per i cittadini e le nazioni europee? Perché, secondo lei, hanno protetto questo organo e i membri che ne faranno parte, con un trattato che consente loro di operare al di sopra delle leggi e di ogni controllo?
- Risposta di Mr. Farage - Il MES consentirà a un piccolo gruppo di ministri delle finanze dell'UE di prendere decisioni per conto di governi eletti, riducendo così apertamente quei governi allo status di autorità locali. I Governi eletti sono stati in gran parte ridotti a tale status da molti anni, ma questa riduzione è sempre stata accuratamente nascosta. Da ora in poi, con la gestione centralizzata delle decisioni in ambito finanziario e fiscale, l'UE ha abbandonato ogni pretesa di legittimità democratica, proprio come ha fatto quando ha disposto il collocamento dei non eletti "eurocrati" a capo dei governi italiano e greco. L'immunità e l'esenzione dal controllo sono privilegi standard, conferiti a tutti gli "Eurocrati".


- Domanda di nocensura.com - Quali obiettivi cercherà di conseguire Mario Monti durante il suo mandato di governo? E' sbagliato credere che le manovre finanziarie che sono state imposte agli italiani negli ultimi tempi, siano finalizzate allo scopo di reperire i 125 miliardi necessari per versare la quota di adesione italiana al "MES"?
- Risposta di Mr. Farage - Ovviamente! La chiamano "integrazione". Suona bene, vero? Ma chiamiamola "centralizzazione" (che è molto più appropriato) e non suona così bene. E suona anche peggio, se si considera quanto costerà. La cosa "divertente" è che tutti i programmi dell'UE progettati per creare stabilità finanziaria - o qualsiasi altro tipo di "stabilità" o "integrazione" - risultano sempre più costosi rispetto agli accordi esistenti, e producono una maggiore instabilità. Le reali conseguenze non sono così difficili da capire: avremo un altro strato di irresponsabile, costosa, buro-euro-crazia, che comporterà più corruzione, più sprechi - non è divertente da nessun punto di vista!

- Domanda di nocensura.com - Un numero crescente di italiani vedrebbe di buon occhio l'uscita dall'Euro, nonostante la pressione dei mass media, che sostengono che ciò avrebbe effetti disastrosi. Qual'è la sua opinione?
- Risposta di Mr. Farage - Se questo è quello che pensano gli italiani, hanno ragione. L'intero concetto di "valuta multi-nazionale" è una follia. Ma il progetto degli eurocrati è un altro: loro sanno bene che la valuta multinazionale non funziona, l'obiettivo è abolire le nazioni per creare un impero, con una singola moneta imperiale, qualsiasi sia il prezzo da pagare per i comuni cittadini, in termini di disoccupazione, povertà e privazione dei diritti. In effetti, gli eurocrati pensano che il totale collasso sociale sia necessario, per imporre il proprio (glorioso) progetto per il futuro su di noi. Dal punto di vista degli eurocrati, sta andando tutto molto bene.


- domanda di nocensura.com - I cosiddetti "complottisti" sostengono che gli organi sovranazionali, non solo Europei ma addirittura mondiali, avranno sempre più influenza, e che il loro progetto vada verso una "moneta unica mondiale". Qual'è la Vostra opinione?
- Risposta di Mr. Farage - Sì, penso che sia l'obiettivo della "cricca megalomane", che sta lavorando per creare una Unione Europea in stile dittatoriale, non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Ciò comporterà la soppressione di tutti gli Stati-nazione, e quindi di tutte le valute nazionali.

Intervista concessa in esclusiva per nocensura.com - la diffusione è consigliata! Vi preghiamo però di non alterare nessuna parte del testo.

http://www.nocensura.com/

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