La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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MessaggioInviato: 31/03/2011 - 03:52 
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Ecco dove ci sta conducendo la leadership del piazzista.


Cita:
Economia: Sarkozy vuole Roma fuori dall'euro (MF)

MILANO (MF-DJ)--Parigi, con la complicita' di Berlino, vuole arrivare allo show down finale: l'Italia fuori dalla serie A dell'euro. Quello che sulla carta potrebbe sembrare solo un elemento da spy story finanziaria si comincia a materializzare sulla scrivania di Giulio Tremonti come una concreta possibilita'.

Le ultime uscite aggressive delle aziende francesi, a caccia dei tesori nascosti nella pancia di Edison (Amburgo: EDX.HM - notizie) , Parmalat (MDD: PLT.MDD - notizie) , FonSai, Pioneer (Berlino: PIO.BE - notizie) e persino Generali (Madrid: BASI.MC - notizie) , nascondono, si legge in un articolo di Milano Finanza, un progetto che va anche al di la' del gia' deprecabile evidente intento di far fuori Roma dalle rotte petrolifere della Libia in fiamme: spolpare il cuore dell'economia italiana, conquistarne magari una bella fetta del risparmio e costringere il Belpaese affannato a fare i conti con la possibilita' di cadere nella serie B del futuro euro, tutto a trazione franco-tedesca.

Il tutto condito da un dato ancora oggi molto poco noto: una bella fetta del debito pubblico italiano, 1.700 miliardi, e' in pancia alle banche transalpine, dopo essere stato custodito per decenni nei portafogli dei Bot people e negli ultimi anni da istituti italiani e soprattutto stranieri. red/alb alberto.chimenti@mfdowjones.it


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MessaggioInviato: 04/04/2011 - 07:17 
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Pil, solo 3 regioni italiane
nella classifica europea
Il reddito pro-capite nella Ue è, mediamente, di 25100 euro. Nel 1997 l'Italia aveva ben dieci aree con un valore superiore. Oggi ne abbiamo perse sette e le rimanenti sono nella parte bassa della classifica. "Stiamo scivolando in modo preoccupante verso quei paesi a sviluppo moderato, come Cipro, Grecia, Slovenia, Repubblica Ceca, Malta e Portogallo", sostiene il sindacato


ROMA - Crolla il numero delle regioni italiane nella graduatoria europea delle quaranta regioni con il più alto livello di prodotto interno lordo pro capite. A distanza di undici anni, dal 1997 al 2008, è passato da dieci a tre il numero delle regioni italiane in classifica (la Lombardia, l'Emilia Romagna e la provincia autonoma di Bolzano), mentre quelle del Mezzogiorno - giè ben al di sotto della media europea nel '97 - continuano a perdere posizione.

E' il quadro che viene fuori dallo studio "Il Prodotto interno lordo pro-capite regionale europeo: livelli e dinamiche", condotto dal dipartimento per le Politiche di coesione economica e sociale per il Mezzogiorno su dati Eurostat relativi al Pil pro capite regionale per il 2008, espresso in parità di potere d'acquisto, per le 271 regioni europee.

Dallo studio della Cgil, prodotto per rilanciare le ragioni dello sciopero generale del 6 maggio, emerge che il Pil pro capite medio europeo per il 2008 presenta un valore pari a 25.100 euro e che l'Italia nel giro di undici anni, ha subito un brusco arretramento: nel 1997 rientravano in graduatoria ben dieci regioni: Lombardia (11), Bolzano (12), Emilia Romagna (15), Valle d'Aosta (21), Provincia autonoma di Trento (22), Veneto (23), Lazio (27), Piemonte (31), Friuli Venezia Giulia (36) e Toscana (39). Dieci anni più tardi ne restano solo tre e in posizioni di retrovia: Provincia Autonoma di Bolzano al 23° posto, Lombardia al 28° ed Emilia Romagna al 36°.

Nel 1997, la Lombardia presentava un reddito pro-capite superiore rispetto al dato medio europeo del 161% mentre nel 2008 il dato è arretrato al 134%. Stessa dinamica per le altre due regioni presenti in classifica: la Provincia Autonoma di Bolzano passa dal 159% al 137%, così come l'Emilia Romagna passa dal 152% al 127%.

Il rapporto della Cgil si sofferma poi sui "Mezzogiorni d'Europa", ovvero quelle aree marginali con livelli di reddito inferiori al 75% rispetto alla media europea, presenti in gran parte nelle regioni dei nuovi stati membri dell'Est e in quelle tradizionalmente arretrate di Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, Irlanda, Regno Unito e Francia. L'Italia - al pari del Portogallo - conta quattro regioni: Campania al 66% con 16.400 euro, Sicilia 66% con 16.600 euro, Calabria 66% con 16.400 euro e Puglia 67% con 16.900 euro evidenziando peraltro un rallentamento rispetto al 1997 (Puglia al 77%, Sicilia al 76%, Campania al 74% e Calabria al 73%).

Tra le regioni italiane con il tasso di crescita medio anno più elevato ci sono il Lazio con il 2,1%, le Marche al 2,0%, il Veneto, la Provincia autonoma di Bolzano e l'Emilia Romagna all'1,8% e al Sud si registrano diversi tassi di crescita: Basilicata 0,7%, Puglia 0,8%, Calabria 0,9%, Sicilia 1,2%, Campania 1,3%. Il tutto in un contesto nel quale ben settanta regioni europee hanno registrato tassi superiori al 3,5%.

Il decennio 1997-2008 ha rappresentato per le regioni italiane "un vero e proprio decennio perduto" - conclude lo studio - e sulla base del dato relativo al Pil pro capite 2008, il paese si colloca ancora tra quelli dell'Ue ad alto sviluppo, "anche se oramai stiamo scivolando in modo preoccupante verso quei paesi a sviluppo moderato, come Cipro, Grecia, Slovenia, Repubblica Ceca, Malta e Portogallo".


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MessaggioInviato: 10/04/2011 - 03:23 
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ARRIVA LA STANGATA
Il tasso di riferimento Bce salito all'1,25% avrà conseguenze negative sui mutui. Secondo il Codacons saranno in difficoltà 30mila famiglie in più. Già provate dall'aumento dei prezzi di carburanti, alimentari e abbigliamento. A pesare sono la crisi in Nord Africa, ma anche le scelte del governo.


Per i consumatori italiani il day after della svolta Bce non è certo felice. La Banca centrale europea alza il costo del denaro di un quarto di punto portando il tasso di interesse a quota 1,25%. Una mossa che tutti aspettavano da tempo, ma che secondo le associazioni dei consumatori si tradurranno in un aumento annuale di 204 euro per i mutui a tasso variabile. Mettendo in difficoltà almeno 30mila famiglie. E i rincari per chi ha acquistato casa vanno a sommarsi all'inflazione. Secondo l'Istat a marzo i prezzi al consumo hanno segnato un +2,5% rispetto a 12 mesi prima. La benzina è alle stelle, grano e mais sono ai massimi da sempre. Rispetto ad agosto 2010 il prezzo del cotone è salito del 150% e ora gli aumenti potrebbero essere trasferiti all'abbigliamento low cost, ultimo rifugio per le famiglie con portafogli sempre più magri. A incidere sull'inflazione la crisi in nord Africa e Medio oriente. Ma anche la decisione del governo di introdurre un'accisa di 0,9 euro per litro di carburante, che secondo l'Adoc causerà una spesa aggiuntiva di 200 euro all'anno per ogni famiglia. E se anche Confindustria lancia l’allarme sui costi aggiuntivi del credito alle imprese, significa che la stangata è davvero totale


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MessaggioInviato: 22/04/2011 - 04:16 
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Occupazione e lavoratori stranieri: perché avremo più bisogno di loro
di Gianpiero Della Zuanna, dal Corriere della Sera


Intervenendo a margine del vertice del Fondo monetario internazionale, il ministro Tremonti ha affermato che gli immigrati che vivono in Italia lavorano tutti, che i giovani stranieri non rubano il lavoro ai coetanei italiani, e che non è né possibile né economicamente conveniente bloccare il flusso di nuovi arrivi. Lunedì 2 maggio all’università di Padova verranno presentati i risultati della ricerca Aspetti economici e sociali dell'immigrazione in Italia e in Europa, finanziata dallo Csea (Centro studi economici Antonveneta), e verrà presentato il libro dell’economista Nicola Sartor Invecchiamento, immigrazione, economia.

Questi studi mostrano senza tema di smentita che — effettivamente — nell’Italia del Centro-Nord gli immigrati fanno lavori che gli italiani possono permettersi di non fare. Inoltre, i salari degli operai italiani non sono stati penalizzati dall’arrivo di tanti stranieri. Nel primo decennio del nuovo secolo, senza le immigrazioni, il numero di persone disposte a fare lavori manuali nel Centro-Nord Italia sarebbe drammaticamente diminuito, a causa di un numero di «colletti blu» pensionati molto maggiore rispetto al numero di nuovi lavoratori italiani disposti a fare gli operai. Quindi, l’arrivo di tanti stranieri ha solo permesso di mantenere costante l’offerta di lavoro manuale. Ecco il motivo per cui gli artigiani e gli industriali lanciano continui allarmi sulla difficoltà di trovare lavoratori per certe mansioni. E nei prossimi vent’anni le cose non cambieranno, perché nell’Italia del Centro-Nord, in assenza di immigrazioni, ogni quattro operai che andranno in pensione ci sarà solo un giovane disposto a diventare operaio.

Addossando ai lavoratori stranieri la «colpa» dei bassi salari e della disoccupazione degli italiani, si spara sul bersaglio sbagliato. In Germania gli stranieri sono più che in Italia, ma i salari operai sono di molto superiori, sia per i tedeschi sia per gli stranieri. Ciò accade perché in Germania la produttività è più alta, e quindi è più grande la torta da spartire fra impresa e lavoratori. Al Sud le cose sono diverse. In un’economia più fragile, in larga misura precaria e irregolare, gli stranieri spesso portano via il lavoro agli italiani, perché si accontentano di salari ancora più bassi e accettano condizioni di lavoro ancora più disumane. Si realizza un apparente paradosso con l’ingresso di nuovi immigrati— sia pure in misura molto più contenuta rispetto alle aree ricche del Paese— che fanno lavori manuali, pur in presenza di migliaia di disoccupati italiani con basso titolo di studio. Ciò può accadere anche al Centro-Nord, ma solo in settori marginali del mercato, dove il lavoro è meno tutelato e meno strutturato, come nelle piccole imprese edili e di pulizia.

Le affermazioni di Tremonti vanno però meglio articolate alla luce della crisi economica dell'ultimo biennio. L’Istat mostra che oggi il tasso di disoccupazione degli stranieri è un po’ più alto rispetto a quello degli italiani. In Italia non si è realizzato il dramma della Catalogna, la regione di Barcellona, dove il saldo migratorio con l’estero— positivo di 160 mila unità del 2007 — si è azzerato nel 2009, poiché il blocco dell’attività edilizia ha indotto decine di migliaia di stranieri a ritornare al loro Paese (vedi www.neodemos.it). Tuttavia, gli studi degli statistici Adriano Paggiaro e Anna Giraldo — nell’ambito della citata ricerca Csea— mostrano che anche in Italia la «gelata» del 2009-10 ha creato più disoccupati fra gli uomini stranieri. Infatti— anche se non c’è stata alcuna discriminazione secondo la nazionalità — gli uomini stranieri sono stati licenziati più frequentemente rispetto agli italiani, in quanto impiegati nei settori più colpiti dalla crisi. D’altro canto, le donne straniere spesso debbono restare a casa quando diventano madri, perché raramente hanno una rete familiare di sostegno, e poiché gli asili nido sono pochi e costosi.

Quindi, Tremonti ha torto quando dice che in Italia gli stranieri lavorano tutti. Essi sarebbero disposti a farlo, anche a condizioni meno favorevoli rispetto agli italiani. Ma alcuni di loro sono involontariamente costretti a non lavorare. E per uno straniero perdere il lavoro può essere un vero disastro economico, sociale e giuridico, perché può portare — magari dopo dieci anni di residenza nel nostro Paese— alla perdita del diritto di vivere in Italia. In questi anni di crisi molti stranieri e italiani sono accomunati dal dramma della disoccupazione. C’è da sperare che — anche grazie all’azione del governo e del ministro Tremonti — la crescita riprenda a ritmi simili a quelli della Germania. Solo allora, almeno nel Centro-Nord, la piena occupazione verrà rapidamente raggiunta, sia per gli italiani che per gli stranieri.

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MessaggioInviato: 23/04/2011 - 16:52 
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Si è accesa la spia rossa per le banche globali
di Marco Onado


Il pressing della Banca d'Italia per la ricapitalizzazione delle banche è arrivato a una svolta decisiva, per fortuna in anticipo rispetto agli stress test europei che verranno resi pubblici fra circa due mesi. Se qualcuno ritiene che si tratti di un eccesso di rigore della nostra vigilanza, farebbe bene a leggere con attenzione il recente Global financial stability report del Fondo monetario internazionale.

Il messaggio fondamentale dell'autorevole organismo non lascia spazio a dubbi. Le grandi banche globali sono ancora molto fragili e poiché il patrimonio è la principale difesa contro i rischi, va potenziato (in quantità e qualità) senza indugi. Elementare, Watson.
Il Fondo sottolinea che uno dei problemi fondamentali è l'ingente ricorso dei grandi intermediari globali al mercato internazionale, che - soprattutto da quando serpeggiano dubbi sui crediti sovrani - avviene a costi crescenti, minacciando la redditività bancaria, oltre che sottrarre spazio alle emissioni statali. Ma questo significa anche che le banche sono cresciute troppo (e comunque più della loro naturale fonte di provvista, cioè i depositi) e hanno troppi debiti. Il rapporto ricorda che le banche globali devono rifinanziare una montagna di 3.600 miliardi di dollari e che dall'inizio della crisi quelle europee hanno fatto meno delle altre per ridimensionare il problema. Senza mezzi termini, conclude: «Le banche che non hanno abbastanza capitale, possono essere tagliate fuori dal mercato dei fondi». Dunque, in queste condizioni la patrimonializzazione consente di prendere due piccioni con una fava: riduce il ricorso al mercato e consente di spuntare tassi più favorevoli perché diminuisce il rischio del creditore.

Ma il rapporto del Fondo va anche più in là e sintetizza in un'interessante tabella i vari punti critici del sistema bancario mondiale, prendendo in esame sei indicatori di vulnerabilità sotto il profilo economico, finanziario e patrimoniale. Per ciascun indicatore viene fornito un segnale sintetico di allarme: rosso, giallo o verde. Le indicazioni che emergono sono molto importanti. Primo: ogni sistema bancario fa accendere almeno una spia rossa.
Il problema di Usa e Regno Unito è quello delle perdite potenziali su crediti, collegati ai milioni di mutui ipotecari in cui il valore del debito residuo è inferiore a quello della casa data a garanzia. Un problema gravissimo, anche perché come rivelano i bilanci da poco presentati, oltre Manica le principali banche stanno allegramente continuando ad aumentare i mutui in essere. Va bene evitare il credit crunch, ma è sano che i mutui ipotecari di Hsbc siano aumentati dal 2008 del 31,5% e rappresentino quasi un terzo del portafoglio prestiti?
La seconda considerazione interessante è che due Paesi europei non consentono un giudizio sintetico, ma richiedono ben tre livelli di analisi. La Germania rispettivamente per banche commerciali, Landesbanken e cooperative; la Spagna per banche internazionali, banche domestiche e casse di risparmio. E, guarda caso, le lampadine rosse si accendono come un albero di Natale: quattro per cooperative tedesche e casse spagnole e tre per le Landesbanken. È una chiara indicazione del fatto che i problemi del sistema bancario europeo vanno cercati anche nella ricca e austera Germania e anche di quale prezzo stiamo pagando perché Germania e Francia non hanno saputo fare per tempo una riforma capace di portare istituti pubblici a competere ad armi pari sul mercato. La testardaggine con cui sono stati difesi i privilegi delle Landesbanken comporta oggi costi enormi, che gravano su tutta l'Europa non meno di quelli derivanti dagli eccessi di spesa dei Paesi periferici. Insomma, Achille è un eroe greco, ma il suo tallone arriva fino in Germania.

La terza indicazione importante è che l'unica nota di allarme per le cinque grandi banche italiane considerate dal Fondo viene dal capitale: oltre un terzo del campione presenta un tier-1 inferiore all'8% che il mercato ormai considera come livello di sicurezza. Non solo: la spia rossa, oltre che per le categorie tedesche e spagnole già ricordate, si accende solo per le banche olandesi e portoghesi. Persino greci e irlandesi ottengono valutazioni superiori.
Ovviamente, si tratta di una visione statica, basata su valutazioni separate di indicatori eterogenei, ben diversa da quella degli stress test, che esamineranno congiuntamente l'adeguatezza patrimoniale e la rischiosità prospettica. Ma è più che sufficiente per capire come i margini di vantaggio che il sistema bancario italiano presentava al momento in cui la crisi è scoppiata non possono durare in eterno e vanno prontamente ripristinati. Sarebbe bello se esistessero altre strade, ma la dura realtà è che le banche devono aumentare il capitale se vogliono continuare ad operare in condizioni di redditività ed erogare credito all'attività produttiva. Mario Draghi, a margine della riunione del Fondo, ha detto che le banche si dividono in due categorie: quelle che possono aumentarlo e quelle che non lo possono fare, cioè quelle con eccessiva esposizione al debito sovrano o modelli di business troppo rischiosi. È noto che le banche italiane non hanno né l'uno né l'altro problema, dunque appartengono tutte alla prima categoria. Ma se possono farlo, cioè se sono ancora in grado di rivolgersi al mercato, devono anche farlo subito. Se qualcuno ha ancora dubbi in proposito, guardi bene le spie del cruscotto disegnato dal Fondo monetario internazionale.

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MessaggioInviato: 24/05/2011 - 00:12 
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'Un quarto degli italiani sperimenta la poverta''
Rapporto Istat: con crisi Italia indietro dieci anni


ROMA - In Italia "la crisi ha portato indietro le lancette della crescita di ben 35 trimestri, quasi dieci anni" e l'attuale "moderata ripresa" ne ha fatti recuperare 13. E' quanto si legge nel rapporto annuale dell'Istat, in cui si sottolinea anche che nel decennio 2001-2010 l'Italia "ha realizzato la performance di crescita peggiore tra tutti i Paesi dell'Unione europea, con un tasso medio annuo di appena lo 0,2% contro l'1,3% registrato dall'Ue e l'1,1% dell'Uem".

L'Istat rileva in particolare negli anni "un graduale scollamento della performance italiana rispetto alle altre maggiori economie dell'Unione che è divenuto più evidente nella fase di ripresa 2006-2007 e si è aggravato con la crisi". Inoltre, si legge ancora nel rapporto, "per la sua vocazione produttiva e gli scarsi margini di manovra della finanza pubblica il nostro Paese ha subito la crisi in maniera comparativamente forte e stentato nella successiva ripresa: nel 2010 il livello del pil è risultato ancora inferiore di 5,3 punti percentuali rispetto a quello raggiunto nel 2007, mentre il divario da colmare è del 3,7% nel Regno Unito, del 3% in Spagna e di appena lo 0,8% e lo 0,3% in Francia e in Germania". Tracciando il bilancio della crisi, i tecnici dell'Istat spiegano che "lo stock delle imprese si è ridotto di 43 mila unità, per 363 mila addetti". Tornando ad oggi, aggiungono con riferimento agli ultimi dati sul Pil, "la crescita nel primo trimestre è ancora molto lenta" e "in generale si riapre il divario con l'Europa". Anche per quanto riguarda la produttività del lavoro il recupero non basta a riconquistare il terreno perso, "siamo ai livelli del 2000", avvertono i tecnici dell'Istituto. Inoltre, il rapporto fa notare che "il principale fattore trainante per la ripresa è stata la domanda estera, che comunque era anche stata la componente che aveva guidato la caduta nel corso della recessione". Tuttavia, si legge nel volume, "dopo aver agito da traino nella fase di recupero dell'attività industriale, la componete estera della domanda ha però assunto nel periodo più recente un ruolo frenante: il fatturato realizzato sui mercato esteri, che era in fortissima crescita sino al terzo trimestre, ha registrato nel quarto trimestre del 2010 e ancora all'inizio del 2011 un'evoluzione assai modesta, mentre quello relativo alla componente nazionale ha mantenuto una dinamica più moderata, ma persistentemente positiva". Guardando sempre all'estero, i tecnici dell'Istat evidenziano che "le piccole e medie imprese hanno reagito meglio sia nella fase recessiva che, e sopratutto, in quella espansiva, mostrando la capacità di riposizionarsi sui mercati internazionali. Mentre le grandi imprese rappresentano il segmento più in difficoltà specialmente nei mercati europei".

1 ITALIANO SU 4 'SPERIMENTA' POVERTA',ESCLUSIONE - Circa un quarto degli italiani (il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni) "sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale". Si tratta di un valore - rileva l'Istat - superiore alla media Ue che è del 23,1%.
Il rischio povertà riguarda circa 7,5 milioni di individui (12,5% della popolazione). Mentre 1,7 milione di persone (2,9%) si trova in condizione di grave deprivazione si trova 1,7 milione (2,9%) e 1,8 milione (3%) in un'intensità lavorativa molto bassa. Si trovano in quest'ultima condizione l'8,8% delle persone con meno di 60 anni (6,6% contro il valore medio del 9%). Solo l'1% della popolazione (circa 611 mila individui) vive in una famiglia contemporaneamente a rischio di povertà, deprivata e a intensità di lavoro molto bassa. Nelle regioni meridionali, dove risiede circa un terzo degli italiani, vive il 57% delle persone a rischio povertà (8,5 milioni) e il 77% di quelle che convivono sia col rischio, sia con la deprivazione sia con intensità di lavoro molto bassa (469 mila).

-532 MILA OCCUPATI IN 2009-2010, 501 MILA SONO UNDER 30 - "In Italia l'impatto della crisi sull'occupazione è stato pesante. Nel biennio 2009-2010 il numero di occupati è diminuito di 532 mila unità". I più colpiti sono stati i giovani tra i 15 e i 29 anni, fascia d'età in cui si registrano 501 mila occupati in meno.

1 GIOVANE SU 5 NE' STUDIA NE' LAVORA,SONO OLTRE 2 MLN - Nel 2010 sono poco oltre 2,1 milioni, 134 mila in più rispetto a un anno prima (+6,8%), i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione. Si tratta del 22,1% degli under 30, percentuale in aumento rispetto al 20,5% del 2009. Lo sottolinea l'Istat nel rapporto annuale 2010, in cui esamina il fenomeno dei cosiddetti NEET (Not in education, employment or training). L'incremento riguarda soprattutto i giovani del Nord Est, gli uomini e i diplomati, ma anche gli stranieri. Infatti, nel 2010, sono 310 mila gli stranieri NEET.

EMORRAGIA LAVORO AL SUD, MA E' CRISI ANCHE AL NORD - Nel biennio di crisi economica 2009-2010 "più della metà delle persone che hanno perso il lavoro erano residenti nel Mezzogiorno", dove l'occupazione si é ridotta di 280 unità. E' quanto emerge dal rapporto Istat 2010, in cui si evidenzia però come la recessione abbia colpito fortemente anche le Regioni del Nord, dove si contano 228 mila occupati in meno. "Le Regioni centrali - si legge nel rapporto - sono rimaste invece sostanzialmente indenni dalle ricadute della crisi".

EROSO RISPARMIO FAMIGLIE, ITALIA SOTTO BIG UE - Le famiglie italiane, per salvaguardare il livello dei consumi, hanno progressivamente eroso il loro tasso di risparmio, "sceso per la prima volta al di sotto di quello delle altre grandi economie dell'Uem", ovvero dell'eurozona. L'Istat sottolinea che lo scorso anno la propensione al risparmio delle famiglie si è attestata al 9,1%, "il valore più basso dal 1990".

800 MILA DONNE ESCLUSE DA LAVORO PER NASCITA FIGLIO - Sono circa 800 mila le donne licenziate o messe in condizione di doversi dimettere a causa di una gravidanza. E' quanto emerge dal rapporto annuale 2010 dell'Istat, in base ad un'indagine condotta tra il 2008 e il 2009 sulla vita lavorativa delle madri. Si tratta dell'8,7% delle madri che lavorano o che hanno lavorato in passato e la percentuale sale al 13,1% per le donne giovani nate dopo il 1973. In generale, sottolinea l'Istat, il 15% delle donne smette di lavorare per la nascita di un figlio.

QUASI 2 MLN ITALIANI CON PROBLEMI SALUTE SENZA AIUTO - Quasi due milioni di italiani con limitazioni della salute non sono raggiunti da alcun tipo di sostegno. Si tratta di persone che vivono sole o con altre persone con limitazioni, o in un contesto familiare parzialmente o del tutto incapace di rispondere ai loro bisogni. Il 37,6% di queste persone è residente nel Mezzogiorno. Lo afferma il rapporto annuale dell'Istat. Considerato il mix di più fonti di aiuti (informale, pubblico e privato) sono state sostenute nel 2009 il 27,7% delle famiglie (erano il 16,9 nel 2003), con un valore massimo nel nord-est (32,2%) e minimo nel Mezzogiorno (26,1%) dove però c'é più bisogno. L'Istat rileva più aiuti dove le famiglie sono già sostenute. Nel nord-est, ad esempio, il 19,7% delle famiglie con almeno una persona con più di 80 anni ha ricevuto cura e assistenza grazie al sostegno congiunto di più tipi di operatori o servizi; nelle altre zone i valori sono più bassi, intorno al 13,5%. Nel complesso, nel 2009 gli aiuti informali, pubblici e privati, hanno raggiunto il 36,7% delle famiglie con bambini sotto i 14 anni (30,5% nel 1998); sono risultate in aumento anche le famiglie con bambini aiutate dal settore pubblico (da 3,4 del 1998 a 6,3%), stabili invece i nuclei che si rivolgono a strutture private (11,5%). Gli aiuti sono cresciuti per le madri che lavorano (da 43,1% del 1998 a 48,9% del 2009), comprese quelle single (da 38,1% a 47,1%). Per le famiglie con anziani, il ricorso esclusivo ai servizi a pagamento è più alto nel Mezzogiorno (13,7%), al Centro (13,5%) e nel nord-est (13,4%) rispetto al nord-ovest (10,6%). Nel 2009, l'aiuto economico da altre persone non coabitanti, da Comuni o altri enti pubblici e privati, ha raggiunto appena il 3,4% delle famiglie con anziani contro il 6,3% registrato per il totale delle famiglie. Circa 700 mila famiglie di anziani sono state raggiunte solo da aiuti pubblici (3% della categoria) o da una combinazione di aiuti pubblici con altre fonti di aiuto (4,8%).

DONNE 'CARE GIVER', 2,1 MLD ORE DI AIUTO L'ANNO - La rete di aiuto e cura informale in Italia si regge sulle donne. Sono loro a svolgere i due terzi del totale delle ore svolte, ben 2,1 miliardi l'anno. Emerge dal rapporto annuale dell'Istat, secondo il quale, sono aumentati gli aiuti gratuiti fra persone che non coabitano (care giver): erano il 20,8% nel 1983, sono stati il 26,8% nel 2009. Diminuiscono, però, le famiglie aiutate (dal 23,2% al 16,9%), soprattutto quelle con anziani (dal 28,9% al 16,7%). Sono invece in aumento gli aiuti economici erogati dai care giver, il 19,9% contro il 15% del 1998. Questi aiuti hanno raggiunto il 20,6% delle famiglie (18,9%); i destinatari sono soprattutto famiglie con persona di riferimento disoccupata (67,1%) e quelle con madre sola casalinga (42,7%). Anche se sono il fulcro degli aiuti informali, le donne hanno diminuito il tempo dedicato a questa attività (da 37,3 ore al mese nel 1998 a 31,1 nel 2009) perché hanno sempre meno tempo a disposizione; in calo anche il tempo degli uomini (da 26,4 a 21,5). L'età media dei care giver si è alzata, da 43,2 anni nel 1983 a 50,1 nel 2009. In particolare, sono aumentati soprattutto nella classe di età 65-74 anni (da 20,2% a 32,7%) e fra gli over75 (da 9,3% a 16,3%). Nel 6,6% dei casi i care giver sono volontari e risiedono più frequentemente al Nord (8,1% nel nord-ovest, 7,5% nel nord-est). L'assistenza informale agli adulti è diminuita nel corso degli anni (da 759,3 milioni di ore nel 1998 a 730,5 milioni nel 2009) mentre è aumentata di oltre il 50% quella per i bambini (da 805,5 milioni di ore l'anno a 1 miliardo 322 milioni); in calo le ore dedicate alle prestazioni sanitarie, in aumento quelle per compagnia ed accompagnamento. Le donne sono coinvolte per lo più nelle attività domestiche (84,5%), assistenza di audlti (73%), cura di bambini (66,7%), aiuto nello studio (61,5%). L'Istat lancia un allarme: la catena di solidarietà femminile fra madri e figlie su cui si fondava la rete di aiuti informale "rischia di spezzarsi" perché le donne sono sempre più sovraccariche di lavoro all'interno della famiglia e le nonne sono sempre più schiacciate tra la cura dei nipoti, dei genitori anziani non autosufficienti e dei figli adulti.


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Youtube a gonfie vele, sale occupazione
Il sito per video di Google prevede nuove assunzioni (+30%), anche a Milano

NEW YORK - YouTube, il sito per video di Google, aumenterà la propria forza lavoro del 30% nel 2011. Lo afferma YouTube nel proprio blog. Le assunzioni - riporta la Reuters - saranno concentrate nel quartier generale di San Bruno in California ma anche oltreoceano a Milano, San Pietroburgo, Tokyo e Zurigo.

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Bene qui latuit , bene vixit . ( Ovidio )


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 Oggetto del messaggio: Milano x Milano
MessaggioInviato: 25/05/2011 - 05:16 
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Località: la scala che sale al centro
Leviathan ha scritto:
Youtube a gonfie vele, sale occupazione
Il sito per video di Google prevede nuove assunzioni (+30%), anche a Milano

NEW YORK - YouTube, il sito per video di Google, aumenterà la propria forza lavoro del 30% nel 2011. Lo afferma YouTube nel proprio blog. Le assunzioni - riporta la Reuters - saranno concentrate nel quartier generale di San Bruno in California ma anche oltreoceano a Milano, San Pietroburgo, Tokyo e Zurigo.

Ma finì che chi fa bene a Milano fa bene in tutta Italia ? :(

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MessaggioInviato: 29/05/2011 - 00:15 
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Salario medio sotto 1.300 euro
Rapporto Istat sul 2010. Per donne 20% piu' basso


Lo stipendio netto di un italiano in media non supera i 1.300 euro mensili, una cifra che nasconde, però, la forte differenza che c'é tra uomini e donne, con le lavoratrici che hanno retribuzioni più basse del 20%. Ancora peggio va per gli stranieri, che ricevono una busta paga sotto i mille euro. I giovani, invece, scontano il fatto di essere neo-assunti e nei primi due anni di lavoro il salario medio è di appena 900 euro. E' questa la fotografia scattata dall'Istat sulle retribuzioni nette mensili per dipendente nel 2010. Nel Rapporto annuale sulla situazione del Paese, l'Istituto calcola, infatti, che lo stipendio medio di un cittadino italiano è di 1.286 euro, frutto di una ricompensa di 1.407 euro per i lavoratori e di 1.131 euro per le lavoratrici; in altre parole le donne sono pagate un quarto in meno.

Sugli stranieri la riduzione è ancora più forte, visto che la busta paga si ferma a 973 euro (-24%). A riguardo l'Istat spiega che "in confronto al 2009, lo svantaggio degli stranieri è divenuto ancora più ampio". Oltre al genere e al passaporto, un'altra differenza sul peso delle retribuzioni la fanno gli anni di lavoro: all'inizio della carriera si parte sotto i 900 euro superando la soglia dei mille solo dopo 3-5 anni di servizio e il tetto dei 1.300 compiuti i 20 anni di attività. D'altra parte, emerge sempre dal rapporto annuale dell'Istat, la spesa che lo stato italiano indirizza agli aiuti al reddito é inferiore rispetto alle quote sborsate nel resto d'Europa. Nel volume si legge, infatti, che "l'Italia si colloca all'ultimo posto tra i paesi Ue per le risorse destinate al sostegno del reddito, alle misure di contrasto della povertà o alle prestazioni in natura a favore di persone a rischio di esclusione sociale". Stando a dati del 2008, sottolinea l'Istat, "la maggior parte delle risorse sono assorbite da trasferimenti monetari di tipo pensionistico, mentre quote molto residuali e inferiori alla media Ue vengono destinate alle funzioni dedicate - appunto - al sostegno delle famiglie, alla disoccupazione e al contrasto delle condizioni di povertà ed esclusione sociale". Più in particolare, le uscite per protezione sociale sono assorbite per il 51,3% dalla voce 'vecchiaia', mentre solo il 4,7% va alla famiglia, ancora miniore è la fetta dedicata ai disoccupati (1,9%).


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MessaggioInviato: 26/06/2011 - 16:58 
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MessaggioInviato: 05/07/2011 - 04:53 
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Istat: sempre più bambini poveri
tra i clochard ora ci sono i licenziati
La morte di Devid a Bologna non è che una punta d'iceberg di un fenomeno in preoccupante aumento. I minori italiani che vivono in condizioni di povertà sono 1.756.000. I volontari che portano cibi caldi ai senza dimora incontrano sempre più spesso mamme e papà senza lavoro

di LUCA ATTANASIO

ROMA - Il piccolo Devid, morto di stenti ad appena 23 giorni di vita, lo scorso 5 gennaio a Bologna, in Italia ha un numero incredibile di "fratellini" che vivono in un profondo, drammatico disagio. E se giustamente un'intera nazione si ferma a riflettere commossa sulla storia straziante della famiglia Berghi, il Paese dovrebbe ugualmente meditare di fronte a dati tragici che coinvolgono i minori in tutta Italia.

I numeri. Le statistiche fresche di stampa riguardanti i bambini italiani ci consegnano una fotografia impietosa dello stato sociale dei nostri piccoli. L'Istat ci dice che ben 1.756.000 minori vivono in condizione di povertà relativa, il 22% della popolazione minorenne. Mentre il rapporto della Commissione sulla povertà e l'esclusione sociale, biennio 2009/2010, dopo aver presentato il pesante dato di oltre 3 milioni di persone in povertà assoluta - il cui reddito, cioè, non raggiunge la soglia minima di sussistenza (5,2% della popolazione totale) - spiega che di queste ben 650.000 sono minori.

I nuovi clochard. Insomma, il tessuto sociale italiano sta drasticamente mutando. Cambia anche la vecchia tipologia del classico clochard: i servizi sociali che si occupano dei senza fissa dimora o i volontari che distribuiscono pasti caldi o coperte si trovano sempre di più davanti a mamme, papà licenziati. E tanti bambini.

Le malattie della povertà. L'allarme lo lanciano all'unisono Codacons e Istituto malattie della povertà (Inmp) San Gallicano, di Roma. "Le malattie legate alla povertà - dichiara il direttore generale dell'Inmp Aldo Morrone, specie quando interessano i minori, sono in aumento e hanno una particolare concentrazione nel sud d'Italia, dove investono il 30% delle famiglie". Unicef e Cgil, che ne hanno dibattuto al convegno "Povertà e Infanzia" tenutosi a Roma lo scorso 14 dicembre, esprimono "grande preoccupazione".

Al terzultimo posto. "Registriamo dati di assoluto allarme - dichiara Stefano Taravella, vice presidente Unicef Italia. "Nel nostro paese c'è un impoverimento generale che investe gravemente la porzione di popolazione minore. La classifica che descrive il rischio di povertà per i minori di 17 anni nei 24 paesi dell'Ocse ci vede al terzultimo posto appena prima di Bulgaria e Romania". Quelle donazioni che magari abbiamo fatto anche nel recente Natale all'Unicef che si occupa di bambini, dunque, non vanno più, come immaginavamo, solo ai bambini africani o sudamericani. Da oggi sono destinate anche ai piccoli italiani.

I poveri dei paesi ricchi. L'Unicef si occupa sempre di più di minori di paesi ricchi e tra questi, l'Italia fa una pessima figura. La sua Report Card dice che siamo negli ultimi 3 posti per quanto attiene alle disuguaglianze rispetto a benessere materiale, istruzione e salute. È un problema politico, innanzitutto: se cresce la disuguaglianza vuol dire che non esistono strategie efficaci di chi governa per ridurla". Eppure, esiste un Piano nazionale dell'infanzia che ogni anno il governo dovrebbe assestare e aggiornare, dati alla mano, secondo le nuove esigenze. Ma, stando a quanto dichiarato recentemente dal presidente della sezione italiana dell'Unicef Vincenzo Spadafora a Famiglia Cristiana, il Piano attende invano di essere realizzato.

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MessaggioInviato: 17/07/2011 - 07:05 
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Istat, sono tre milioni i poveri assoluti
NEL 2010. Crescono le famiglie sotto la soglia minima di reddito . Otto milioni gli italiani che vivono con 990 euro al mese
Più in difficoltà i nuclei numerosi, gli anziani e il Sud, i lavoratori pagati poco o con bassa scolarità


ROMA
Novecentonovanta euro al mese per due persone. È così che vivono oltre 8 milioni di italiani, catalogati dall'Istat come «poveri».
Ma, a fronte di 8 milioni 272 mila persone in stato di povertà (il 13,8% dell'intera popolazione) nel 2010, il dato che allarma di più è quello che vede un milione 156 mila famiglie (il 4,6% delle famiglie residenti) in condizione di povertà assoluta, per un totale di 3 milioni e 129 mila persone (il 5,2% dell'intera popolazione): i più poveri tra i poveri. Si tratta di persone che non riescono ad arrivare alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile.
Sebbene il dato sulla povertà relativa risulti sostanzialmente stabile rispetto al 2009, peggiora la situazione delle famiglie di 5 o più componenti (dal 24,9% al 29,9%), di quelle con membri aggregati (dal 18,2% al 23%) e di monogenitori (dall'11,8% al 14,1%).
«C'è un peggioramento delle tradizionali forme di povertà che sono quelle delle famiglie di working poor, per esempio le famiglie operaie in cui lavora uno solo e ci sono i figli da mantenere», ha spiegato Linda Laura Sabatini, direttrice centrale Istat. Soffre «soprattutto il Sud, mentre c'è un miglioramento da parte degli anziani, dovuto a un fattore generazionale perché stanno arrivando anziani più istruiti e più protetti rispetto a quelli del passato».
Dal rapporto emerge che la povertà relativa aumenta nelle famiglie dove la persona di riferimento è lavoratore autonomo (dal 6,2% al 7,8%) o con un titolo di studio medio-alto (dal 4,8% al 5,6%), a seguito del peggioramento osservato nel Mezzogiorno (dal 14,3% al 19,2% e dal 10,7% al 13,9% rispettivamente). Con persona di riferimento diplomata o laureata aumenta anche la povertà assoluta (dall'1,7% al 2,1%).
Ed è proprio nel Mezzogiorno che si trova la situazione più drammatica, dove l'incidenza di povertà relativa cresce dal 36,7% del 2009 al 47,3% del 2010 tra le famiglie con tre o più figli minori: la Lombardia e l'Emilia Romagna sono le regioni con i valori più bassi dell'incidenza di povertà, pari al 4% e al 4,5%, mentre in Basilicata è 28,3%.
Si conferma inoltre la forte associazione tra povertà, bassi livelli di istruzione, bassi profili professionali ed esclusione dal mercato del lavoro.
Peggiora, infine, la condizione delle famiglie di ritirati dal lavoro in cui almeno un componente non ha mai lavorato e non cerca lavoro, si tratta essenzialmente di coppie di anziani con un solo reddito da pensione, la cui quota aumenta dal 13,7% al 17,1% per la povertà relativa e dal 3,7% al 6,2% per quella assoluta.

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MessaggioInviato: 31/07/2011 - 01:17 
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Allarme Central Park, troppi affamati mangiano piante
New York Times lancia allarme, effetto caro prezzi



WASHINGTON - Prima era solo qualche hippy vegetariano, un po' stagionato, a nutrirsi del verde di Central Park. Oggi, pero', con la crisi galoppante, sono in tanti a cercare sostentamento tra le piante del centro di New York.

Al fenomeno in triste crescita a cui le autorita cittadine hanno dichiarato guerra. Un problema che spicca sulla prima pagina del New York Times, con un titolo agro-dolce: ''La citta' dice:'goditi il verde del parco, ma non l'insalata'.

Con le difficolta' a trovare lavoro, e i prezzi sempre piu' cari, sono in tanti, tra nuovi poveri e giovani immigrati, a campare sul Parco.

Torna cosi' lo spettro di 'Hoover Park', com'era chiamata la zona del parco, in cui durante la Grande Depressione del '29, si accamparono migliaia di famiglie di gente che aveva perso lavoro e casa. In altri posti d'America, queste baracche presero il nome di Hooverville, un termine coniato da un democratico per attaccare il presidente repubblicano Herbert Hoover e le sue politiche anti-sociali.


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MessaggioInviato: 07/08/2011 - 05:24 
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Crisi: Usa; S&P taglia rating, salta tripla A

La prima economia al mondo perde la 'Tripla A', il massimo livello di affidabilita' creditizia, che diventa 'AA+'. Per l'agenzia di rating anche l'outlook e' negativo e quindi un altro taglio potrebbe maturare nell'arco dei prossimi 12 o 18 mesi in mancanza di ''correzioni solide''.

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Crisi in Italia, la stampa
estera: "Tutta colpa di B."

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Tutti i giornali stranieri dall'Inghilterra alla Francia, dalla Spagna agli Stati Uniti, fino in Pakistan sono unanimi nel criticare l'intervento del Cavaliere ieri in aula. Un discorso che l'Economist definisce "mediocre"

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