La Torre della Rosa d'Argento

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 Oggetto del messaggio: Un principe e un'idea
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Una vita da principe

di Gianluigi Melega - L'Espresso




L'infanzia cosmopolita. La lotta partigiana. Le avventure editoriali. Le amicizie. Gli amori. La famiglia. La curiosità inesauribile. Il rifiuto della malattia. Gli 83 intensi anni di Caracciolo Io sto benissimo. E te?... Così rispondeva Carlo Caracciolo, sempre, a chiunque fosse abbastanza in confidenza con lui per chiedergli notizie del suo stato di salute. E la risposta secca, accompagnata dal vezzo di deformare aristocraticamente la familiarità del 'tu', le prime volte provocava un impercettibile sconcerto in chi lo ascoltava, così da far accettare senza controbattere la mancanza di informazioni sulla malattia del momento.

Considerava parlare di sé e di qualsiasi propria malattia qualcosa di poco educato. Ne aveva avute tante, e gravi, e averle sempre debellate sembrava avergliele fatte dimenticare. Persino i medici faticavano a fargli ricostruire quel lungo percorso a ostacoli che psicologicamente non aveva lasciato tracce.

Conoscerlo era un privilegio. Molte persone hanno frequentato Carlo Caracciolo in periodi diversi degli 83 anni della sua vita. Alcune lo hanno incontrato casualmente, superficialmente. Altre lo hanno avvicinato in ragione di qualcuna delle tante attività in cui si impegnava: l'editoria, la finanza, la gastronomia, il giardinaggio, il gioco, l'avventura, la commedia umana. Altre ancora, poche, gli si sono affiancate a lungo, più da vicino, per legami di sangue o di amicizia.

Per tutte conoscerlo era un privilegio. Non ce ne fu una, per superficiale o profondo che fosse quel rapporto, che non considerasse qualcosa di misteriosamente affascinante passare un'ora con lui.

Si può cercare di descrivere l'essenza di questo rapporto, sempre un po' sghembo, soltanto per accumulazioni, con la certezza che uno solo degli innumerevoli esempi non può essere sufficiente. A cominciare dalla schiatta: principe di Castagneto, duca di Melito. Ma, per descriversi, lui, che era nato casualmente a Firenze da madre americana, si diceva "napoletano, discendente dell'ammiraglio Caracciolo, repubblicano ribelle ai Borboni, impiccato da Nelson all'albero di maestra della sua nave quando la rivolta venne soffocata". Per ricordare subito dopo, con un sorriso ironico, che "a Napoli Caracciolo e monnezza si trovano a tutti gli angoli delle strade".


Alto, magro, biondo, una buona educazione trilingue e un bel cognome per patrimonio, a 18 anni aveva fatto la scelta più romantica e arrischiata che la vita vera gli aveva messo di fronte: lasciato il liceo di Lugano (il padre, console, rappresentava nel 1943 l'Italia di Vittorio Emanuele III, contro la Repubblica di Salò) era andato a unirsi alle bande partigiane dell'Ossola.

Dei mesi in montagna, anni dopo, ricordava soprattutto la casualità degli avvenimenti: come dei suoi compagni fossero stati uccisi in un rastrellamento a cui era scampato, come non fosse riuscito ad ammazzare una pecora mentre ancora poco prima sparava a un nemico, come fosse stato quasi comicamente arrestato da uomini della X Mas travestiti da partigiani, condannato a morte e contemporaneamente mandato a pulire le latrine ("Se devo morire domani, allora stasera non pulisco i cessi", aveva protestato, lasciando tanto di stucco il comandante fascista da essere lasciato, almeno per quella che avrebbe dovuto essere l'ultima sera, in pace), come avesse poi negoziato la sopravvivenza, promettendo che a guerra finita avrebbe salvato il carceriere repubblichino che lo aveva in custodia (promessa che mantenne).

Il 25 aprile 1945, malvestito e senza un soldo, era arrivato a Milano alla ricerca di un alloggio amico. Non trovando nessuno era entrato al Grand Hotel Milan di via Manzoni e, rivolgendosi al portiere, aveva annunciato: "Requisisco una stanza a nome del Comitato di liberazione nazionale", rilasciando una regolare ricevuta e riuscendo così a dormire in un letto vero dopo molte notti difficili.

Di quegli anni gli erano rimasti attaccati per sempre, ovunque il tempo li avesse dispersi, i compagni di avventura. La notorietà che l'editoria gli avrebbe dato faceva sì che ogni tanto qualcuno di loro si facesse vivo, citando al telefono il nome di battaglia come lasciapassare per un incontro con lui. Ancora poco tempo fa aveva fatto in macchina un giro per l'Ossola con un 'Luciano', che a Cannobio, sul lago Maggiore, nel 1944 aveva nascosto sua madre, venuta di nascosto dalla Svizzera per cercare di incontrarlo.

Laureato, dopo un anno da tirocinante in uno studio di avvocati di New York, era tornato in Italia a cercare una propria strada professionale e quasi per caso aveva cominciato con un 'trade journal', una pubblicazione per imprenditori di imballaggio.

Nello Ajello, che gli ha fatto da spalla per 'Un editore fortunato', la bella intervista-biografia pubblicata da Laterza, ha ripercorso con lui la formidabile carriera che lo portò dal primo 'Espresso' a 'la Repubblica', alla partnership con Carlo De Benedetti prima in Mondadori, poi nel vero e proprio impero attuale (oltre alle due ammiraglie, 15 quotidiani locali, tre reti radio, 'Micromega', 'Limes', reti tv e Internet, la Manzoni , le 'Guide' e un ventaglio di imprese minori), come primo (circa il 10 per cento) degli azionisti di minoranza.

Di questo impero conosceva ogni dettaglio e personalmente molti dei tremila e passa dipendenti. La complessità dell'editoria a quel livello, i rapporti con i produttori di macchine a stampa, con i rappresentanti della pubblicità, con gli editori italiani e stranieri, con i singoli giornalisti e direttori, con gli uomini politici che a ogni livello entravano in contatto con lui, lo affascinavano e lo divertivano come un panorama vivo della commedia umana.

Tutti i direttori delle testate del gruppo, dopo essere stati scelti da lui, erano oggetto di silenziosa e continua valutazione professionale. Al suo fianco aveva voluto e imposto il 'mastino' del Gruppo, Marco Benedetto, amministratore delegato di cui apprezzava ciecamente l'irruenza e la tenacia, anche quando i caratteriali modi bruschi di Benedetto lo inducevano a rammendare le inevitabili tensioni. Con alcuni giornalisti, poi, aveva rapporti personali che cercava sempre di approfondire a ogni occasione di incontro: Bernardo Valli, Piero Ottone, Mario Lenzi, Claudio Magris , Paolo Mieli, Furio Colombo e, naturalmente, il compagno delle grandi avventure editoriali, Eugenio Scalfari.

Aveva votato, nelle diverse occasioni, per repubblicani, socialisti, radicali e comunisti, mai per i democristiani: aveva ovviamente conosciuto tutti i maggiori leader politici laici, ma gli era piaciuto frequentare personalmente don Giussani, di Comunione e liberazione, e monsignor Paglia, della Comunità di Sant'Egidio.

Aveva una predilezione per i bricconi che gli capitava di incontrare, soprattutto se capaci di inventare qualche iniziativa impensata o bislacca: se constatava che l'amicizia sapeva reggere eventuali difficoltà, si compiaceva di una forma spregiudicata, e persino un po' cinica, di reciproca lealtà. Ma chi tradiva l'amicizia era marchiato per sempre.

Così gli capitò di essere ospite d'onore a qualche cerimonia nuziale fascista (con stupore degli altri invitati), di essere comproprietario di cavalli con sardi sospetti di riciclaggio, di ricevere quadri di attribuzione incerta, di continuare a invitare a cena un celebre giornalista dopo averlo licenziato da 'L'espresso' per le sue marachelle: omnia munda mundis sembrava essere il suo motto, anche se sapeva bene di non poter assolvere se stesso così a buon mercato. Ma al mondo bastava.

Così si divertiva, nelle ultime, recenti interviste, ad annunciare che avrebbe votato Pd e al tempo stesso a rivendicare, sorridendo ironicamente, la sua amicizia con 'Peppino' Ciarrapico. Dopo le elezioni a Roma, il neo-sindaco Gianni Alemanno, che aveva conosciuto quando era ministro, gli aveva telefonato, e lui lo aveva invitato a cena. Negli ultimi giorni avrebbe voluto avere a pranzo, per parlare di un'iniziativa Internet, Luca Sofri e Giovanni De Mauro, direttore dell''Internazionale': ma un'altra, purtroppo fatale ospite, gli si è imbucata prima in casa.

Fin dall'adolescenza era stato affascinato dalla varietà e dagli imprevisti della vita. Col padre diplomatico e la madre americana aveva vissuto in Turchia, a Roma, in Svizzera, in Alto Adige, assorbendo sin dai primi anni un esotismo cosmopolita che veniva temperato da una rigida educazione scolastica, con insegnanti come i gesuiti di Mondragone o i professori di Lugano.

Il caso volle che Marella, la sorella di due anni più giovane che per tutta la vita fu la sua familiare prediletta, andasse sposa a Gianni Agnelli, quasi suo coetaneo. L'Avvocato, prima 'principe' e poi 're' di Torino, aveva per i Caracciolo, principi veri, un'invidia affettuosa e gelosa, e per il cognato il desiderio di averlo il più spesso possibile con sé, nelle strepitose avventure che la condizione senza eguali gli permetteva.

Ospite ricercatissimo nelle case più esclusive del mondo, a Parigi, a New York, a Sankt Moritz, Caracciolo si trovò a partecipare a trasvolate intercontinentali, a cacce reali, a scorribande romantiche, a scommesse arrischiate, a regate epiche, a cene o a breakfast con compagni di viaggio come Kissinger o von Karajan, Jeanne Moreau o Gorbaciov, Truman Capote o Edmond de Rothschild. Col passare degli anni, accanto alla galassia del cognato cominciò a formarsene una sua propria, inevitabilmente legata alla crescita dei giornali, primo tra tutti 'L'espresso'.

All'interno della Fieg (la Federazione degli editori) e nel mondo della politica italiana godeva di una stima generale tanto automatica da sembrare quasi ingiustificata: così che spesso riusciva a sedare gli inevitabili screzi tra tante suscettibili personalità in competizione tra loro con suggerimenti presentati con astuzia, garbo e discrezione, ma tali da soddisfare anche i contendenti più rissosi.

Esempio preclaro, quando riuscì a indurre Ciarrapico a negoziare, col beneplacito di Giulio Andreotti, la pace separata tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi che portò alla divisione del colosso Mondadori, con 'Repubblica' e 'L'espresso' da una parte e 'Panorama' e i libri dall'altra. Di Berlusconi, suo rivale nel testa a testa successivo, detestava i metodi di lavoro e le scelte politiche, ma senza astio né tanto meno odio: anzi, in privato, ne parlava con divertita ironia e ammirazione per la sfrontata furbizia.

Viveva le giornate fino in fondo, dall'abitudine alla sveglia mattutina fino a sera. Quando poteva si divertiva al gioco: scacchi, poker o écarté. Detestava perdere, soprattutto quando c'erano poste in palio. E per gli scacchi era pronto a ogni sfida: un anno era andato fino in Islanda per seguire il campionato del mondo tra Spasski e Fischer, negli anni più vicini aveva accettato di partecipare ai tornei casalinghi organizzati da Paolo Fresco, ex presidente della Fiat.

Nelle letture quotidiane dei giornali c'era sempre il problema di scacchi dell''Herald Tribune' e di 'Libération', il quotidiano della sinistra francese di cui, contro l'opinione degli amici prudenti, aveva voluto acquistare un terzo a titolo personale, per riportarlo in attivo: una scommessa che gli stava andando bene. I compagni preferiti al gioco erano Claudio Rinaldi, Jas Gawronski e, finché visse, Cesare Garboli, di cui lo affascinavano la conversazione e gli scritti di critica letteraria.

Negli anni più recenti si era impegnato quasi maniacalmente a perfezionare l'uso del poco suo tempo libero: oltre al giardinaggio, la gastronomia e l'arte. Era orgogliosissimo e fiero delle 'Guide' dell'Espresso ai ristoranti, alle enoteche, ai vini, quasi le avesse scritte lui. Periodicamente Gianfranco Vissani gli arrivava in casa per preparargli qualche piatto speciale. O andava lui, deviando da un viaggio di lavoro, a Padova o a San Vincenzo, per controllare che l'eccellenza dei voti delle 'Guide' fosse sempre meritata.

In arte aveva gusti precisi: grandi tele di Mario Schifano e piccoli capolavori di Osvaldo Licini. Da ultimo, le creazioni in bronzo e vetro di Tristano di Robilant, nipote di un amico fraterno. Negli ultimi anni, per le vacanze, noleggiava un piccolo yacht con cui preferiva bordeggiare tra le Pontine e le Eolie, con una preferenza assoluta per Palmarola, sua meta riservata e felice. Ma era stato entusiasta, qualche anno fa, quando Carlo e Silvia De Benedetti lo avevano ospitato sulla loro grande barca per uno straordinario viaggio in Antartide, tra ghiacci e animali raramente raggiungibili. E l'anno scorso, in occasione della speciale stagione per il centenario mozartiano, era volato a Salisburgo per un'edizione della 'Finta semplice'.

Per tutta la vita, sin da ragazzo, è stato adorato dalle donne: sentimenti che lui ricambiava, ma volgendoli in leggerezza, con ironia beneducata, con affettuosa discrezione. Soltanto con quella che diventò avanti nella vita sua moglie, Violante Visconti, si abbandonò alla felicità piena dell'esistenza quotidiana comune, creando e curando con lei la sua seconda, vera casa, il castello e il parco di Torrecchia, 60 chilometri a sud di Roma, oasi di verde e fiori celebrata dagli esperti di giardini di tutto il mondo, ornata dalle tele e dagli aerei affreschi di Tullio Pericoli.

Prima di Torrecchia, con Marella e l'altro fratello minore, Nicola, aveva trasformato la casa di campagna lasciatagli dal padre, Garavicchio (a pochi chilometri da Capalbio, in Toscana), in una tenuta-santuario per una sensazionale opera d'arte moderna: il 'Giardino dei Tarocchi' di Niki de Saint Phalle: una trentina di grandi statue multicolori, immerse tra gli ulivi, tra profumi di pino e rosmarino, meta di ammiratori ed esperti d'arte di ogni paese.

Garavicchio è oggi il centro della ramificata famiglia Caracciolo. Lì c'è una minuscola cappella, affrescata dalla nipote Margherita, figlia di Marella e Gianni Agnelli. A Garavicchio vivono la figlia Jacaranda, il genero Fabio Borghese e i nipoti Alessandro, Sofia e India. Hanno casa Nicola, sua moglie Rossella Sleiter e i loro figli Marella (sposata con Sandro Chia e con le figlie Costanza e Teodora) e Filippo, destinato a portare il nome della casata, con la moglie Fabrizia. Lì a fianco hanno casa i figli di Violante, Guido, Uberto e Caterina Pasolini.

Così, circondata da questa schiera di consanguinei e di nipoti, nella piccola cappella che guarda il calmo Tirreno, scivolerà adesso la bara di Carlo Caracciolo, avvolto dai ricordi di chi gli fu vicino nel senso di una maturità e di una vita vissute pienamente, fino in fondo.

(17 dicembre 2008)

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Mille sfide di carta

di Nello Ajello - L'Espresso



L'Espresso, Repubblica, i giornali locali. Una lunga avventura iniziata con il mitico Adriano Olivetti e spinta fino alle rive della Senna con Libération Sessanta dei suoi ottantatré anni di vita, Carlo Caracciolo li ha spesi occupandosi di carta stampata. È stata una passione veemente, che sembrava discordare dal suo carattere distaccato e perfino distratto. Ma per cancellare ogni sorpresa bastava ascoltarlo quando parlava di giornali: di come sono fatti, delle ragioni del loro successo e delle zone d'ombra che attraversano.

Che un sentimento tutt'altro che convenzionale legasse all'editoria questo aristocratico noto per la sua ironia sorridente se n'è accorto, nel 2007, il quotidiano francese 'Le Monde'. Carlo gli concesse un'intervista quando, nel gennaio di quell'anno, decise di entrare nella compagine azionaria del quotidiano 'Libération' (ne parlerò più avanti). "L'homme qui n'aime pas voir mourir les journaux", si leggeva in cima a quell'articolo. Un titolo che era un ritratto.

Giornali come creature viventi. Come compagni d'avventura con i quali confrontarsi, divertendosi. Risme di fogli da associare al gusto della scommessa, che del personaggio Caracciolo era tipico.

Brevissimo era stato, subito dopo la Liberazione, il suo apprendistato professionale nel mondo dell'informazione: aveva lavorato come redattore, in politica estera, nell''Italia socialista', il quotidiano romano del partito d'Azione. Poi, dopo una breve permanenza a New York, nel corso della quale tentò invano di farsi piacere la professione di avvocato, la voglia di vivere nei giornali lo riprese, in una forma nuova e un po' balzana, specie per il primogenito d'una famiglia che era politica fin nel midollo. Carlo si diede a stampare annuari e periodici d'impronta tecnica, legati all'industria.

Il 'miracolo economico' era agli albori, e Caracciolo, editore in erba, di miracoli ne sperimentò, a Milano, uno personalissimo.

Riscosse cioè un promettente successo in una specialità editoriale che molti si impegnavano a sconsigliargli. Le pubblicazioni che uscivano dall'arrischiata inventiva tecnico-industriale del venticinquenne Carlo si chiamavano 'Poliplasti', 'Strade e Traffico', 'Imballaggi' o 'Rivista di meccanica', mentre il fascicolo che riassumeva a scadenze precise l'attività degli ultimi dodici mesi nei più svariati campi dell'imprenditoria italiana s'intitolò, abbastanza prevedibilmente, 'L'Anno'.


Di annuario in annuario si arrivò a quello intitolato 'Kompass', che constava in gran parte di tabelle numeriche e statistiche. Gli industriali sembra ne fossero ghiotti. Sta di fatto che dall'annuario Kompass alla società Etas Kompass, da questa alla Publietas, le aziende in cima alle quali Caracciolo regnò fra i venticinque e i trent'anni, si presentavano anche come 'ragioni sociali' con un'aria cosmopolita. Nel raccontare questa fase della sua carriera Carlo indulgeva talvolta all'autosfottò.

Dove però lo scherzo si attenuava era quando si accennava ai collaboratori che egli aveva di volta in volta associato a quelle imprese giovanili. Perché se c'era una vocazione che il principe-editore inclinava a riconoscersi era quella del talent-scout. Qui egli celebrava i propri exploit con ampi sorrisi. Gli tornavano alla mente episodi che lo inorgoglivano. La scoperta e l'acquisizione di Gianfranco Alessandrini, grande esperto di computer in un'epoca pionieristica per l'elettronica. Quella di Lio Rubini, tumultuoso talento in materia pubblicitaria.

Ancora: la scelta del giovane letterato Livio Zanetti (che avrebbe poi legato per tanti anni il suo nome a 'L'espresso') come direttore di 'Poliplasti'. L'essersi giovato - altro esempio - dell'amicizia dell'onorevole Bruno Corbi per contattare provvidenzialmente il potente editore Cino Del Duca, re della 'press du coeur' italiana, in un momento di gravissima crisi della Publietas. Con il salto d'un paio di decenni abbondanti, fu certo un non casuale privilegio della sorte - così Carlo lo valutava - l'aver chiamato al vertice dell'azienda di via Po quel Marco Benedetto che presto divenne un manager solido e invidiato.

La fama di editore "fortunato" non originava, in Caracciolo, che obiezioni occasionali. Ma il fiuto, quello sì, amava gli venisse riconosciuto. Nella vita (e nell'editoria) molto è dovuto al caso, così la pensava. Non tutto, però. Non sempre.

Fu certo un caso la comparsa, decisiva per la vita di Caracciolo editore, di un personaggio come Adriano Olivetti, industriale atipico, affetto a sua volta del mal della carta stampata e in quanto tale proprietario di un settimanale di gran pregio intitolato 'L'Espresso'. Non meno imponderabile fu la circostanza che l'ingegner Adriano si servisse, come suo delegato nel campo dei giornali di Riccardo Musatti, uno dei più cari amici di Carlo. Per sua iniziativa, Caracciolo era stato associato all'impresa giornalistica, sia pure con una piccola quota, coperta con un prestito dell'industriale di Ivrea. Per la neonata azienda romana di via Po il principe-editore, ormai trentenne, si impegnava quasi esclusivamente a raccogliere pubblicità. Di quei primissimi esordi ricordava lunghe riunioni per scegliere il titolo del giornale. Qualcuno si batteva per chiamarlo 'Il Caffè'. Alla fine lo si battezzò 'L'Espresso' sulla scia del successo che stava ottenendo 'l'Express' in Francia.

A poco più d'un anno dalla sua fondazione, Olivetti dové valutare l'impatto che un'impresa giornalistica così combattiva e indipendente esercitava ai danni della sua autorità nell'azienda-madre, a Ivrea. A ciò si aggiunge il fatto che nel primo anno di gestione il settimanale aveva subìto la perdita di circa cento milioni. Il patron delle macchine per ufficio aveva dunque deciso di disfarsi di quel cespite, e Musatti fu lì sollecito a indicare il nome del successore nell'impresa: Caracciolo.

Il quale però non gli nascose una circostanza che gli sembrava decisiva: non aveva una lira. Obiezione raccolta e superata. Dopo essersi consultato con Eugenio Scalfari, che del settimanale diretto da Arrigo Benedetti era vicedirettore, Carlo consentì all'operazione. Essa prevedeva l'acquisizione da parte del giovane editore del 70 per cento delle azioni, mentre il 20 per cento restava nelle mani dello stampatore Tumminelli, e il restante 10 veniva equamente diviso fra Benedetti e Scalfari, con il quale Caracciolo cominciò a stringere quel rapporto a due che avrebbe influenzato a fondo, nel successivo mezzo secolo, le reciproche carriere. Un connubio fraterno, vincente.

'L'Espresso' si avviava a diventare ciò che i lettori conoscono, attraverso vicende professionali e 'proprietarie' che qui è impossibile rievocare. È tuttavia importante pesare l'influenza che, su di esse, ha esercitato Carlo Caracciolo. Con il fiuto che era cosciente di possedere. Con la sua tenacia professionale esente da retorica. Con la personale inclinazione al rischio e il gusto delle sfide. Di rado ci si ferma a riflettere, più in generale, sul fatto che 'la Repubblica' rappresenta un caso forse unico in Europa: quello di un quotidiano partorito da un settimanale, o almeno nato nella stessa sua couche. Secondo una consuetudine di scuola, accade l'inverso.

Anche su questi eventi, che un letterato elencherebbe fra i "disguidi del possibile", l'influsso di Caracciolo è stato decisivo. Lui, allergico a monumentalizzarsi, riconosceva di possedere doti non catalogabili con precisione: "Ho il gusto", diceva, "di inventare iniziative, mettere insieme la gente, agitare l'ambiente".

Gli ambienti in cui Caracciolo inseriva la sua personale avventura di editore erano agitati già di per sé. Anche parecchio.

Sentirlo rievocare certi incontri da lui avuti con Silvio Berlusconi durante la lunga vertenza che negli anni Novanta investì il gruppo L'Espresso-Repubblica (la 'guerra di Segrate' la chiamarono, e vide cimentarsi, accanto a Caracciolo, gli altri generali in capo, da De Benedetti a Scalfari) diventava un'esperienza ilare nella sua drammaticità. E piena di notazioni a loro modo gaie riusciva il resoconto 'd'autore' delle molte traversie che comportò l'assemblamento di quella costellazione di quotidiani locali, sparsi in ogni angolo d'Italia che Caracciolo considerava i propri beniamini.

Inventare iniziative: è il talento che Carlo si riconosceva. Come non parlare dell'ultima? Si chiama 'Libération'. Il quotidiano dell'estrema sinistra francese languiva: nel 2006 aveva perduto 14 milioni di euro. Nel gennaio del 2007, Caracciolo decise - come dire? - di prendersene cura, dopo essersi accertato che si stesse procedendo a una riduzione del personale e averne valutata l'entità. Fu lo stesso quotidiano a darne l'annunzio, compiacendosi di annoverare fra i suoi comproprietari questo "grande professionista". Come dirlo meglio?


(17 dicembre 2008)

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Il Principe e i ragazzi della via Po

di Alessandro De Feo



Olivetti e Benedetti. Scalfari e Agnelli. Andreotti e Fanfani. E Mondadori, Ciarrapico, Berlusconi. Un'intervista di Alessandro De Feo a Carlo Caracciolo del 30 settembre 2005



Il Principe e la Luna formano una bella coppia. Il Principe (ma sì, per una volta chiamiamolo come lo abbiamo sempre chiamato in redazione), 80 anni il 23 ottobre, è Carlo Caracciolo, presidente del Gruppo Editoriale L'Espresso. Impeccabile, con un tocco di educata trasgressione: blazer blu, pantaloni grigi e sobrie scarpe da jogging. Si trascina un pesante valigione. Questa mattina va di fretta. Deve saltare su un aereo a Fiumicino per un weekend di lavoro. Poi, breve crociera settembrina nell'alto Adriatico. Anche la Luna va di fretta. Deve espletare alcune impellenze a villa Borghese. Età e razza indefinibili, orgogliosamente sovrappeso, Luna è una cagnetta tirata fuori con le gambe spezzate da una tagliola per volpi dal suo Principe. E poi curata.

«Bella giornata, presidente», attacchiamo: «Ha visto che luce?».
«I colori di settembre si addicono a Roma. Peccato che domani pioverà. Lo dice "la Repubblica"».

«Sì, presidente, ma anche "Repubblica" qualche volta sbaglia.», azzardiamo.
E lui: «Molto di rado».

Comincia così, alle 7 e mezza di una mattinata romana, il nostro viaggio con Carlo Caracciolo. In auto verso l'aeroporto. Con la memoria nella nostra storia. Allora, Caracciolo, l'attende un mese di festeggiamenti. Emozionato? «Per i miei ottant'anni francamente no. Mi emozionano di più i cinquant'anni dell'"Espresso" e i trenta a gennaio, della "Repubblica"». Quando dalle rotative di Tumminelli uscirono le prime copie dell'"Espresso", nell'ottobre del 1955, lei, con la redazione e alcuni amici, tra cui il direttore del "Mondo", Mario Pannunzio, fece un brindisi: con champagne e bicchieri di carta.

Molto snob e radical chic...
«Snob e radical chic? Sì, così ci chiamavano i nostri nemici. Mi piace, mi ci riconosco. L'essere snob, che è certamente nel Dna del nostro giornale, si può sintetizzare nel non dare mai troppa importanza alle cose che si stanno facendo, purché si facciano al meglio. Un mix di professionalità e disincanto, serietà e anticonformismo».


Lei è un editore affermato. E un giornalista mancato... Come andò? «Verso la fine degli anni Quaranta mi stavo laureando in Legge e, tramite un amico di mio padre, Alberto Cianca, partigiano, poi senatore socialista, andai a fare un po' di pratica nella redazione del "Mondo", un giornale liberal-democratico, che aveva tra i suoi fondatori Giorgio Amendola, e che Cianca dirigeva. Non aveva nulla a che vedere con "Il Mondo" di Pannunzio e durò molto poco».

Che cosa le facevano fare?
«Lavoravo in cronaca: passavo i pezzi e facevo i titoli. Stavo al desk, come si direbbe ora. Il mio maestro era Riccardo Musatti. Quando "Il Mondo" chiuse, Musatti mi portò con sé a "L'Italia socialista", un nuovo giornale che era diretto da Aldo Garosci e Paolo Vittorelli. Musatti era il caporedattore. Io, agli Esteri, unico redattore. Vi rimasi fino alla laurea. Poi andai negli Stati Uniti per seguire un corso di specializzazione e per guardarmi un po' intorno».

Cosa vide?
«Mi colpirono molto alcune pubblicazioni tecniche, specialistiche, un tipo di riviste che da noi ancora non esistevano. Così, quando rientrai in Italia, fondai con un gruppo di amici torinesi una piccola casa editrice, l'Etas, che poi sarebbe diventata l'Etas-Kompass. Stampavamo riviste tecniche, per l'appunto, dalle materie plastiche agli imballaggi».

E com'è finito all'"Espresso"?
«Musatti era andato a lavorare con Adriano Olivetti, a Ivrea. Era una sorta di pivot delle attività extra-aziendali. Quando, nel settembre del 1955, Olivetti decise di fondare "L'Espresso", Riccardo mi invitò a entrare fra i soci. "Ma con quali soldi?", gli chiesi, "non ho una lira.". E lui: "Non ti preoccupare, te li presta Adriano"». Su Olivetti c'è una ricca aneddotica. Si racconta che fosse tanto geniale quanto stravagante. «Ma perché, a modo suo, era anche lui un anticonformista. A prima vista sembrava un profeta ebraico. Poi scoprivi che era serio e attento. Attorno a sé aveva gente di primissimo ordine. A cominciare da Guido Rossi, che allora era un giovanotto».

Si trovò subito in sintonia con Olivetti?
«Assolutamente. Tanto che nel 1957 mi chiamò e mi disse senza tanti preamboli: "Non ce la faccio più, non posso andare avanti con "L'Espresso" che spara a destra e a manca ogni settimana. La Olivetti ne soffre troppo, ovunque ci boicottano. Anche il Comune di Roma, dopo l'inchiesta "Capitale corrotta, Nazione infetta", rifiuta le nostre macchine da scrivere. Se vuole, glielo cedo, per una cifra simbolica". Io, a momenti, non avevo nemmeno quella. Poi ci pensai su qualche giorno, feci due conti, mi consultai con mio padre e gli amici (tutti mi chiedevano se fossi impazzito) e accettai. Sa, l'anno prima il giornale aveva perso 200 milioni di lire d'allora».

Che cosa voleva dire fare l'editore a trent'anni nell'Italia del '57?
«Non era facile, soprattutto con un giornale come "L'Espresso". Ma io amo il rischio, e c'era l'entusiasmo dei trent'anni e un plotone di giornalisti che lavoravano come certosini. Il primo e unico provvedimento che presi fu di aumentare il prezzo del giornale: da 50 a 100 lire. Nel giro di pochi anni raddoppiammo le vendite».

Nel 1953 l'avvocato Gianni Agnelli aveva sposato sua sorella Marella. Qualcuno sostiene che per lei era facile rischiare, avendo le spalle coperte dalla Fiat.
«Quando decisi di rilevare "L'Espresso" non mi consultai con Gianni Agnelli e dalla sua famiglia non ho mai ricevuto mezza lira. A volte Gianni mi chiamava per commentare qualche scoop del giornale o qualche polemica che avevamo lanciato». E mai una critica? «Qualche volte mi diceva che avevamo esagerato. Era molto discreto nei suoi appunti».

Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari guidavano i "ragazzi della via Po", come venivano chiamati i giornalisti dell'"Espresso" per via della sede. Che ricordo ha di Benedetti?
«In privato Arrigo era una persona piacevolissima, un gradevole affabulatore. Poi, quando entrava in redazione si trasformava. Era un professionista serissimo, intollerante di ogni sciatteria, pignolo e infaticabile. Molti giornalisti tremavano quando entravano nella sua stanza per portargli un articolo. Lui non aveva nessuna remora a strapparlo e cestinarlo se non gli piaceva. Si figuri, quando io ed Eugenio gli portammo un nostro studio sulle copertine del giornale, cominciò a strillare: "Ecco, adesso non sarò mai più capace di fare una copertina.!"».

E Scalfari?
«Con lui avevo maggiore affinità e confidenza, anche per via dell'età. Lo avevo conosciuto prima della nascita dell'"Espresso", quando lui lavorava in banca a Milano. Gli offrii la direzione di una rivista tecnica che si chiamava "Rivoluzione industriale", dedicata al metano. Lui rifiutò».

Ha mai litigato con Scalfari?
«Litigi mai. Discussioni, anche accese, tante, per fortuna. Del resto, io mi arrabbio molto raramente».

Ma di persone che le hanno tolto il saluto per via dell'"Espresso" ce ne saranno.
«Sì. A cominciare dal presidente di un circolo milanese, il Clubino, di cui ero socio. Una volta mi chiamò e mi fece: "Senti, mi dispiace dirtelo, ma ci sono molti soci che sostengono che avere un comunista nel Clubino è disdicevole". "Ma perché, io sono un comunista?", protestai: "E poi la stessa obiezione la potrei fare io visto che qui è pieno di fascisti."».

E i politici?
«Amintore Fanfani voleva la mia testa. Arrivò perfino a minacciare Gianni Agnelli: "Noi non aumenteremo mai il prezzo delle automobili!", che all'epoca era bloccato. Fanfani voleva che "L'Espresso" venisse ceduto a un editore gradito alla segreteria democristiana».

"L'Espresso" è stato un giornale liberale, radicale, socialista, maoista... Ma mai comunista.
«Mai. Però all'epoca bastava stare all'opposizione, essere "contro", per venire etichettati come comunisti, ammesso che ci fosse qualcosa di male nell'esserlo».

Quando "la Repubblica" di Scalfari appoggiava il Pci di Enrico Berlinguer e la Dc di Ciriaco De Mita, mentre "L'Espresso" di Livio Zanetti era decisamente filocraxiano, lei per chi faceva il tifo?
«Beh, a seconda dei momenti, per l'uno o per l'altro. E se qualcuno mi obiettava la contraddittorietà della linea editoriale del gruppo, io gli rispondevo: "Vedi, questa è la nostra filosofia. Siamo fedeli ai principi e agli ideali di fondo, ma non chiediamo ai direttori di schierarsi su una linea imposta dall'editore". "L'Espresso" è sempre stato libero di sparare contro chiunque. Anche contro di me o i miei amici».

Allude all'editore Giuseppe Ciarrapico?
«Ciarrapico è molto simpatico e divertente. Quando Giulio Andreotti propose la sua mediazione per risolvere la guerra di Segrate per il controllo della Mondadori, e Ciarrapico trovò una soluzione, io dissi al vostro Comitato di redazione: "Se non siamo stati sconfitti lo dobbiamo a due persone: la prima è Guido Rossi che ci ha difeso con le unghie e con i denti. La seconda è Ciarrapico. E suggerii al Cdr: "Se fossi in voi, farei una colletta e ordinerei una statua di Ciarrapico da mettere all'ingresso della redazione, con sotto la scritta: "A Giuseppe Ciarrapico, il Cdr riconoscente."».

A proposito della guerra di Segrate scoppiata nel dicembre del 1989. La redazione si sentì tradita da lei due volte: quando, nella primavera di quell'anno, lei e Scalfari vendeste le vostre quote alla Mondadori. Poi, quando ci si ritrovò nelle mani di Berlusconi. Si fecero molti scioperi. «Lo capisco, ma tante volte ho spiegato che sia io che Eugenio ci avvicinavamo ai 65 anni, non avevamo eredi maschi (e allora anche questo pesava) e l'offerta ci sembrava buona, tanto più che Mario Formenton, il presidente della Mondadori, la pensava come noi. Poi, mentre Scalfari sarebbe rimasto alla guida di "Repubblica", io sarei stato nominato presidente della Grande Mondadori. Le garanzie c'erano tutte. Invece, Mario Formenton morì all'improvviso e le alleanze si ribaltarono».

E comparve il cavalier Silvio Berlusconi.
«Già. Ma all'inizio sembrava disponibile e propenso al quieto vivere. Diceva che si accontentava anche di sedersi sullo strapuntino... Successivamente, anche per qualche errore nostro, la situazione cambiò radicalmente. E si arrivò allo scontro».

Come Ciarrapico anche Berlusconi risulta molto simpatico.
«Non c'è dubbio. Pecca di un eccesso di barzellette che lo rende ogni tanto fastidioso. Dopo la guerra per la Mondadori lo avrò visto solo una volta. Quando, dopo aver organizzato una intervista con Romano Prodi per i giornali locali del Gruppo, gli rivolsi lo stesso invito».

Chiamò lei Berlusconi?
«No, visto che aveva già funzionato una volta, utilizzai la mediazione di Ciarrapico. Prima Berlusconi rifiutò. Mi riferirono che disse: "Ma perché dovrei mettere la testa nella bocca del nemico.?". Poi invece accettò e l'incontro si fece».
C'è un giornalista che avrebbe voluto portare nel gruppo?
«Sì, Ugo Stille. Lo corteggiai a lungo, invano».

E Indro Montanelli?
«No, Montanelli no».

Ma le piaceva come giornalista?
«Abbastanza. Ci fu un momento, prima della nascita di "Repubblica", che con Scalfari avemmo degli incontri con Montanelli per fare insieme un quotidiano. Non se ne fece nulla».

Lei è alla testa di un grande gruppo editoriale: giornali, radio, agenzie. C'è un progetto che avrebbe voluto realizzare e che un po' le manca? «Un bel quotidiano economico. Anche perché è un controsenso che la proprietà di un giornale economico sia della Confindustria».

Perché, non le piace "Il Sole 24 Ore"?
«Dipende dai direttori. Oggi è un giornale bellissimo e Ferruccio de Bortoli è un ottimo direttore. Ma non sempre, in passato, è stato così».

Recentemente il Gruppo ha rilevato Rete A. Ma nel campo televisivo c'è l'infelice esperienza, assieme alla Mondadori, di Rete 4. Perché quel progetto fallì?
«Si era in un regime di oligopolio che non lasciava spazio ad altre iniziative. E poi ci rendemmo conto che in quel settore Berlusconi era molto più bravo di noi. Ma non ho rimpianti. A me la televisione non è mai piaciuta, non mi diverte e non la guardo».

Caracciolo, come dev'essere un bravo editore?
«Mah, dev'essere attento, presente, muoversi con discrezione. Esprimere sempre con franchezza le sue idee, senza rompere troppo le scatole ai direttori».

Lei che voto si dà?
«Credo di essere stato un bravo editore. E, dunque, un bravo editore dovrebbe avere le mie qualità e i miei difetti».

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daimon

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