La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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MessaggioInviato: 29/08/2013 - 09:11 
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Iscritto il: 27/05/2009 - 15:39
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Le buone notizie volano sui social media
Telegiornali e quotidiani a caccia di drammi e utenti che trasmettono positività. Ma attenti a narcisismo e invidia...
C.L.



I giornalisti lo sanno: il sangue è uno degli elementi che rende una notizia degna di rilievo, e più ne scorre (di sangue) più è facile che l’informazione conquisti il taglio alto della prima pagina. Tutti a caccia, dunque, di omicidi e terremoti, lacrime e dolore. Cinico? Funzionava così, ma ora potrebbe cambiare. Già, perché oggi che le notizie circolano anche, se non soprattutto, attraverso i social media e le e-mail, potremmo incontrare nuove tendenze.

Così la pensano neuroscienziati e psicologi che hanno scoperto che una buona notizia può diffondersi più velocemente e volare più lontano di tragedie e storie lacrimose.

Secondo Jonah Berger, psicologo sociale presso l’Università della Pennsylvania intervistato dal New York Times, la regola del sangue usata dai media funziona per quelli che “Vogliono i vostri occhi e non sono interessati a come vi sentite. Ma quando si condivide una storia con i propri amici e coetanei, ci si cura molto di più della reazione. Se non si desidera essere considerati una persona deprimente”.

I dati sulle mail, sui tweet e sui post erano chiari: good news in vantaggio sulle bad news, ma era possibile che a tante persone capitassero più cose belle che negative?

Il dottor Berger e i suoi collaboratori si sono messi a monitorare come si diffondevano migliaia di articoli sul sito web del New York Times. Prima sorpresa: successo delle notizie scientifiche, soprattutto se in grado di suscitare eccitazione e speranza. E la regola si estendeva agli altri palinsesti: la condivisione scattava più facilmente di fronte a emozioni positive.

Ma il fenomeno è più complesso di quello che sembra, e nasconde anche un retroscena “oscuro”. Un gruppo di neuroscienziati ha osservato il cervello di persone mentre ascoltavano nuove idee. Poi è stato analizzato come le stesse persone hanno riferito ad altri quanto ascoltato. Ebbene, non sono state riferite le informazioni che più avevano attivato e si erano sedimentate nei centri di memoria, che consentono agevole il recupero dei ricordi. La dottoressa Emily Falk con i colleghi dell’Università del Michigan e ricercatori della University of California, a Los Angeles, hanno verificato che le regioni del cervello associate con cognizione sociale, ovvero ai pensieri di altre persone, stimolavano di più la trasmissione di ciò che si era appreso. Insomma, le persone sottoposte a esperimento erano più interessate a cosa sarebbe piaciuto agli altri.

Altruismo? Proprio il contrario.

Questo tipo di coscienza sociale, infatti, entra in gioco quando le persone condividono informazioni sul loro argomento preferito: se stessi.

Precedenti ricerche sulle conversazioni quotidiane hanno dimostrato che un terzo di esse è dedicato a se stessi, ma oggi, grazie ai social media, il fenomeno si è fatto ossessione. I ricercatori della società Rutgers hanno classificato l’80 per cento degli utenti di Twitter come “meformers”, che twittano principalmente su se stessi.
Già nel 2008, il saggista Lee Siegel, tecnologista pentito, nel suo saggio ’Against the Machine: Being Human in the Age of the Electronic Mob’ (Contro la macchina: restare umani nell’età dell’elettronica) ironizzando sul fenomeno del blog sentenziava: “the me is the message”, parafrasando il grande esperto di comunicazione Marshall McLuhan secondo cui “the medium is the message”, vale a dire il mezzo di trasmissione determina il contenuto stesso della trasmissione.

“Nella maggior parte dei colloqui orali, non abbiamo tempo di pensare esattamente la cosa giusta da dire - spiega Berger al Nyt - (...) ma quando si scrive qualcosa, si ha il tempo per costruire e perfezionare quello, quindi si tratta di più di un’auto-presentazione”.

Gli esperimenti confermerebbero che le persone dicono cose più positive quando si rivolgono a un pubblico più grande, piuttosto che a una sola persona, ma forse basterebbe un’occhiata a Facebook e alla magnificazione di cene, concerti, vacanze che vi si trovano per rendersene conto. L’esito paradossale di tutto ciò, tuttavia, è la diffusione di invidia e depressione.

I ricercatori tedeschi del Dipartimento di Sistemi Informativi della Technische Universität Darmstadt e l’Istituto dei Sistemi Informativi della Humboldt-Universität zu Berlin hanno condotto uno studio per valutare i sentimenti delle persone che frequentano Facebook: più di un terzo degli intervistati hanno dichiarato di provare dei sentimenti in prevalenza negativi, come per esempio la frustrazione, forse per i successi degli altri.
Ma niente paura, per tirarsi su di morale c’è sempre qualche tragedia annunciata dai telegiornali. E ci si sente subito meglio...


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MessaggioInviato: 30/08/2013 - 00:07 
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Iscritto il: 19/06/2007 - 07:57
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Ancora una volta è evidente la manipolazione dell'informazione.


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MessaggioInviato: 31/08/2013 - 05:16 
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Io mi accontenterei già di trovarle, di tanto in tanto. Le buone notizie.

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