La Torre della Rosa d'Argento

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 Oggetto del messaggio: Un mondo che corre. A due velocità
MessaggioInviato: 15/05/2014 - 04:27 
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Iscritto il: 01/06/2009 - 06:51
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Catozzella racconta lo scricciolo somalo che non cessava di correre
Dalle strade bianche di un Paese ferito alle Olimpiadi il viaggio “senza paura” di Samia
FABIO GEDA

Immagine

Diciamolo subito. Quella di Samia Yusuf Omar, la storia raccontata da Giuseppe Catozzella in Non dirmi che hai paura, è una storia vera. Quindi non dirò in queste righe come si conclude - potreste scegliere di scoprirlo leggendo il libro - ma ovviamente, se volete, potete andare su internet e farvelo raccontare dai documenti che trovate. Se andate su Youtube, potete vederla correre Samia, questa dolce ragazzina somala, nella batteria dei duecento metri alle Olimpiadi di Pechino, il corpo ridicolmente magro, le gambe secche, che subito scompare alle spalle delle proteiche avversarie. In quella scena c’è ogni atomo della contemporaneità, c’è tutta la realtà che Catozzella ha scelto - con risultati superbi - di scandagliare attraverso i sui libri. Prima con Alveare (Rizzoli, 2011) dove a essere indagato era il dominio invisibile e spietato della ’ndrangheta del nord. Ora con la struggente e intensa storia di un sogno, il sogno di una giovane somala che per lo sport mette in gioco tutto, persino la propria vita. Nella rincorsa disperata di quello scricciolo in seconda corsia, emozionata dal fatto stesso di essere in batteria con il suo idolo Veronica Campbell-Brown, stordita dalla grandiosità dell’aeroporto di Pechino e dal lusso della stanza d’albergo in cui ha trascorso le notti precedenti - «Un armadio per riporre le mie cose. Il letto più morbido che avessi mai provato. Due lavandini meravigliosi» - c’è la fotografia dolorosa di un mondo a due velocità: un mondo B che insegue un mondo A. L’unico elemento discorde è la proporzione: se sulla pista di Pechino c’è solo Samia a inseguire le sette atlete che hanno già negli occhi il traguardo quando lei sta ancora arrancando alla prima curva, sul nostro martoriato pianeta è l’ottanta per cento della popolazione mondiale a inseguire il benessere che il restante venti cerca (tenta, prova) di tenere per sé.

Samia nasce a Mogadiscio nel 1991. Ancora bambina scopre di amare la corsa e corre. Corre tra la polvere, per le strade bianche e ocra della sua città ferita da una guerra cominciata otto settimane prima che lei nascesse. Corre quando la shari’a imposta da Al-Shabaab, il gruppo fondamentalista riconosciuto come la cellula somala di Al-Qaeda, la obbliga a farlo avvolta in burqa - «Correvo con il burqa calcato in testa e sotto la fascia elastica di spugna che s’impregnava di sudore. Inciampavo in continuazione nella gonna, con il calore che si accumulava sotto quell’impalcatura nera rischiavo ogni volta di perdere i sensi». Corre quando, a causa della sua passione eretica per lo sport e quella altrettanto eretica della sorella Hodan per la musica, una delle persone a lei più vicine viene assassinata. Corre allenandosi da sola. E senza allenatore, incredibilmente, si qualifica per le Olimpiadi di Pechino del 2008. E quando si rende conto che non ha senso, come avrebbe voluto, tentare di perseguire il suo sogno professionale in Somalia, continua a correre ad Addis Abeba, in Etiopia. E quando alla fine si rende conto che anche lì non c’è nulla per lei, e che l’unico modo per arrivare preparata alle Olimpiadi di Londra del 2012 è raggiungere l’Europa, trovare un allenatore che la prepari adeguatamente, che la nutra adeguatamente, che la aiuti a conquistare il corpo delle sue avversarie, corre via dall’Etiopia e affronta il Viaggio. Il Viaggio che nel libro è evocato con la maiuscola. Il Viaggio della disperazione insieme a centinaia di altri migranti, attraverso il Sudan, il Sahara, il Mediterraneo. Quel viaggio-incubo che le farà dire, rinchiusa nel carcere di Ajdabiya, in Libia: «A nessuno al mondo, per la breve durata di una vita, dovrebbe essere consentito passare per quell’inferno».

Scrivere è qualcosa che ha a che fare non tanto con il romantico «succhiare il midollo della vita» di waldeniana memoria, quanto con l’estrarlo, l’analizzarlo e il comprenderlo. Ecco cosa fa Catozzella. Con scrittura attenta e partecipe dipinge un affresco storico e umano che non lascia indifferenti, che provoca rabbia, umiliazione e una continua evanescente speranza nel lettore che, con lo scorrere delle pagine, s’immerge in un’esistenza che avrebbe dovuto e potuto essere diversa. Un’esistenza che avrebbe dovuto essere diversa per lo stesso motivo che ha fatto esclamare a Vittorio Arrigoni: restiamo umani; che ha fatto dire a George Carlin nel suo famoso monologo sulla salute del pianeta: come possiamo pensare di prenderci cura della Terra se non sappiamo prenderci cura di noi stessi? Un’esistenza che avrebbe potuto essere diversa, quella di Samia, se uomini e donne (tutti e tutte) fossero liberi di muoversi senza impedimenti attraverso i confini dell’unica nazione che condividiamo: la Terra; se fosse loro concesso di scegliere il luogo da chiamare casa, il posto in cui realizzare il proprio progetto di vita.








Giuseppe Catozzella “Non dirmi che hai paura” Feltrinelli pp. 192, € 15


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MessaggioInviato: 08/07/2014 - 20:43 
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Iscritto il: 15/12/2009 - 00:41
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Avrebbe potuto anche non nascere, se i genitori avessero avuto pietà di lei, come succede ai tanti bambini costretti a morire di fame fra malattie e stenti, perchè i genitori non hanno saputo avere rapporti sessuali protetti, o masturbarsi, o se i padri non avessero violentato le madri.
Bisogna andare a fondo nelle ragioni, non fermarsi lanciando la croce sugli altri, che non c'entrano proprio nulla.


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