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 Oggetto del messaggio: Il chitarrista del diavolo
MessaggioInviato: 05/05/2011 - 03:58 
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Iscritto il: 27/05/2009 - 15:39
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Robert Johnson, il chitarrista del diavolo
Gli Usa celebrano il centenario di un gigante della musica, morto a soli 27 anni in circostanze misteriose

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di Simona Orlando

ROMA - La guida ufficiale 2011 del Mississippi ha in copertina due ritratti, quello di Tennessee Williams e quello di Robert Johnson, dei quali ricorre il centenario, ma nel primo caso i turisti renderanno omaggio in luoghi certi, battuti o descritti dal drammaturgo, mentre nel secondo saranno costretti a ripercorrere una geografia quasi mitologica. Del chitarrista poco si sa, gli studiosi concordano sulla data di nascita, 8 maggio 1911 ad Hazlehurst, e poco più.

Robert Leroy Johnson nasce da una relazione extraconiugale, lavora con la madre nelle piantagioni di cotone e non se la passa bene col patrigno, sin da bambino suona l’armonica, adolescente si appassiona alla chitarra, a diciannove anni sposa la sedicenne Virginia Travis che muore di parto e di lui, stravolto, si perde ogni traccia. E qui la leggenda trova terreno fertile per crescere a dismisura. Nessuno lo vede più, nessuno sa che fine abbia fatto. L’anno dopo, lui che secondo alcuni non riusciva a tirare giù due accordi, torna in città e non c’è niente che non sappia suonare. C’è un solo modo, mormora la gente, che può avergli permesso di ottenere tutto questo: ha venduto l’anima al diavolo.

Il patto faustiano, secondo la tradizione vodoo, si stringeva seguendo regole precise: solo e con il suo strumento doveva raggiungere il crocicchio un po’ prima della mezzanotte, sedersi a suonare finché non arrivava un uomo nero che gli accordava la chitarra, suonava egli stesso un brano e gliela restituiva. Questo aveva fatto Robert Johnson, aveva barattato la morte con l’immortalità, diventando il più grande bluesman della storia. Così ad oggi il luogo di pellegrinaggio è quell’intersezione, più di una in realtà, la più visitata è a Clarksdale fra le Highways 61 e 49.

Analfabeta, donnaiolo, attaccabrighe, bevitore accanito, mani piccole e dita lunghe, Johnson suonava la chitarra come un pianoforte, si dice fosse in grado di riprodurre qualsiasi brano ascoltato distrattamente, nota per nota. Registrò 29 canzoni in poche sessioni tra il 1936 e il 1937, al Gunter Hotel di San Antonio e a Dallas, una manciata di brani come “Sweet home Chicago,” “I believe I’ll dust my broom”, “Hellhound on my trail”, “Crossroad Blues,” che hanno segnato molti artisti a venire, da Elvis Presley, ai Rolling Stones, Hendrix, Dylan, Led Zeppelin, Eric Clapton, che nel 2004 pubblicò il tributo “Me and Mr. Johnson” sostenendo: «Non ho mai ascoltato niente che abbia più anima. La sua musica resta il più potente lamento che si possa pensare di trovare in una voce umana».

Robert Plant ammette: «Ognuno di noi artisti, a suo modo, deve a Robert Johnson la propria esistenza», Keith Richards la prima volta che lo ascoltò si domandò chi fosse il secondo chitarrista poi, scoprendo che era tutta opera di un sol uomo, disse: «Robert Johnson ha portato la chitarra ad altre altezze, suonava come fosse un’orchestra, con costruzioni alla Bach».

La tecnica di Johnson è stata materia di studio, ci si chiedeva come gli riuscisse quel fingerpicking, quel suo modo benedetto o maledetto di muovere le dita sulle corde, e poi la voce, che toccava chiunque la ascoltasse, i temi trattati in maniera del tutto inconsueta.

La zona del Mississippi ha regalato dei giganti come Muddy Waters, Son House, Howlin' Wolf, John Lee Hooker, Bo Diddley, eppure il suo talento aveva un che di soprannaturale, una particella divina o luciferina. Usava le forme tradizionali per comporre in modo moderno, prendeva il blues del Delta, il suono del profondo Sud, un misto di emarginazione e superstizione, la sofferenza fisica del lavoro nei campi, una storia antica di schiavitù e costante esilio, e lo mischiava con il dramma personale, con il blues urbano, il country, la polka, ciò che il suo orecchio raccattava nei vagabondaggi. Tutto lo portava oltre i generi e oltre il periodo a cui apparteneva.

Il suo corpo e la sua mente erano abitati dai diavoli blu e cantava: “Devo andarmene/ devo proprio sbrigarmi/ i blues cadono fitti come grandine/ e il giorno continua a ricordarmi che c’è un mastino dell’inferno alle mie calcagna”. In una parola era l’incarnazione del blues, di cui dava questa definizione “una vecchia malattia di cuore/ come la tisi ti ucciderà lentamente”.

Morì il 16 agosto 1938 a Greenwood, a soli ventisette anni, in circostanze ovviamente oscure. Chi dice che si accasciò sul colpo, chi che se ne andò tre giorni dopo essere stato avvelenato da un’amante abbandonata, chi che il veleno fu messo nel whisky dal gestore del locale la cui moglie flirtava spudoratamente con il chitarrista. Le versioni convergono sul fatto che tutto accadde al Three Forks Store, il locale dove aveva un ingaggio, che si trovava all’incrocio fra le Highways 49 e 82. Lì il diavolo riscosse la sua parte.

Robert Johnson fece la fame e non la fama, rimase dimenticato fino ai ’60 e fu riscoperto dal grande pubblico solo nei ’90. Il luogo della sua sepoltura non è meno misterioso. Sono tre i siti in cui è posta la lapide, il più accreditato è il cimitero di Little Zion Missionary Baptist Church e lì suo nipote Steven, 51enne predicatore e membro della Robert Johnson Grandson Band, domenica condurrà la funzione.

Da oggi negli States iniziano le celebrazioni, i dibattiti, la mostra al Cottonlandia Museum, il gran concerto al Whittington Park e a Roma, il 13 maggio alle 21, la Casa del Jazz gli renderà omaggio con il Reading in dodici battute a cura di Alberto Castelli accompagnato dal duo Cross Dog – Robert Johnson Session.

La scorsa settimana è stato pubblicato “Robert Johnson: The complete original masters centennal edition”, un cofanetto contenente provini delle due registrazioni, canzoni di artisti che con lui hanno suonato, e un dvd documentario. Continuerà ad esercitare un gran fascino la sua storia intrisa di magia nera, ma stavolta il mito rischia di essere riduttivo rispetto alla realtà di un eccezionale musicista.


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 Oggetto del messaggio: Re: Il chitarrista del diavolo
MessaggioInviato: 22/12/2011 - 17:23 
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Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
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Storia impressionante, mi ha fatto ricordare il film Angel Heart - Ascensore per l'Inferno.

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Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


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