La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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MessaggioInviato: 08/12/2008 - 17:31 
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giaguaro ha scritto:
maldiluna ha scritto:
Uffa... 'na volta lo dissi e mi cazziarono... mettetevi d'accordo... :(

:wink:


Leggi che meraviglia che ho trovato cercando 'e spingule:



Cita:
Autore Renato de Falco
Titolo Del parlar napoletano
Edizione Colonnese, Napoli, 2007


Pagina 13
PRESENTAZIONE



È d'obbligo, all' incipit di un itinerario che non ha altra pretesa se non quella di evidenziare alcune specifiche peculiarità del nostro parlato, la formulazione di una doverosa premessa: il suo fine prescinde da ogni velleità campanilistica o autocelebrativa, limitandosi alla sola proposizione di un dato inoppugnabilmente sussistente, incentrato sulla multiforme realtà e la originale struttura del lessico napoletano.
Al riguardo risulta superflua ed ininfluente l'accademica e tanto vexata quaestio circa l'attribuzione allo stesso della qualifica di lingua o di dialetto: si tratta di una mera etichettatura che nulla aggiunge alla valenza di un «parlare» provvisto di proprietà e caratteristiche tutte proprie. La madrelingua resta e deve restare la più totalizzante prerogativa di una Nazione: Nazione, a dirla col Manzoni, che non può non essere «una d'armi, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor»... Poco conta che, per l'Italia, sia assurto a lingua nazionale un... superdialetto, nella specie quello toscano: sta in fatto che gli idiomi locali, anche se al presente vittime di un declino e di uno stemperamento ormai generalizzati, non cessano di costituire la più diretta attestazione delle radici, della storia e della cultura delle relative territorialità, e che agli stessi va riconosciuto l'innegabile ruolo di serbatoi di alimentazione della lingua, nonché – quanto ai fruitori – quello di immediata identificazione, di solidale aggregazione e di efficace recupero del «privato».

Sempre, in ogni caso, rilevante l'attenzione riservata ai dialetti: già nel lontano 1563, la 22a Sessione del Concilio di Trento autorizzava Vescovi e Parroci a spiegare i Sacramenti «etiam lingua vernacula», e G.B. Vico nella 17a «Degnità» della Scienza Nuova affermava che «i dialetti sono i più gravi testimoni degli antichi costumi». Dal suo canto il Croce non esitava ad ammettere che «molta parte dell'anima nostra è dialetto»; più di recente il Migliorini ha accreditato che «la lingua ha bisogno dei dialetti», mentre non può non riportarsi la sorridente boutade del nostro Libero Bovio: «I dialetti sono eterni. Gesù parlava in dialetto. Dante scriveva in dialetto. Il Padreterno, in cielo, parla in dialetto».

Duole però rilevare che tali veicoli primari della trasmissione del pensiero, queste voci genuine del sangue e più immediate creature semantiche risultano, oggi come oggi, segnate da una ingenerosa decadenza al punto da non venire più usati da circa l'85% delle popolazioni e da perdere progressivamente, per obsolescenza, sempre più fonemi o locuzioni. Le cause sono da ricercare, oltre che nella omologazione di una cresciuta acculturazione e di una sempre più ampia penetrazione degli anemici e sterilizzanti mass-media, nella diffusa remora ad adoperarli in quanto gratuitamente ravvisati alla stregua di emblemi di sottosviluppo e subalternità (è sempre ricorrente la proterva intimazione del «Parla bene!» o «Parla italiano!» rivolta da genitori di vista corta al figlio che si esprima in dialetto, quasicché questi farfugliasse o adoperasse un idioma straniero...). Il fenomeno ha assunto proporzioni molto più ampie ed esasperate nel Sud dove, a seguito dell'Unificazione, alle parlate locali venne riservato una sorta di vero e proprio ostracismo, supportato da discutibili normative che, con comminatoria di sanzioni, erano mirate ad osteggiarne (quando non addirittura a bandirne) l'uso, determinando specie fra le classi più evolute una sorta di rimozione nei confronti di quello che era stato fino ad allora l'amato parlar nostro, indiscriminatamente adottato da tutti i ceti sociali.

E dire che la parola «dialetto» deriva dal greco dià-legomai (parlare insieme, discorrere, conversare) che ne sottolinea il ruolo di piano e colloquiale dialogare e che lo stesso nella denominazione di «volgare» rimanda alla genuinità del parlare propria di quel vulgus che ne è il più esclusivo depositario (quante volte a chi ostenta un linguaggio raffinato o toscaneggiante si eccepisce: Parla comme t'ha fatto mammeta!), mentre l'appellativo di «vernacolo» si rifà al precario e talora sconcio ma pur sempre agglutinante intendersi dei vernae, cioè dei figli degli schiavi ormai dimentichi dei linguaggi proprii e non ancora avvezzi a quelli dei padroni...

Sulla scorta di quanto precede, appare dunque opportuno incoraggiare ogni iniziativa tesa alla salvaguardia, alla tutela e al recupero dei dialetti perché nel cuore di ognuno di essi alberga tanta parte della nostra storia, dei nostri costumi, del nostro stesso modo di essere: ed a questo punto il discorso non può non prendere corpo e dimensione napoletana, dal momento che quello di Napoli – come conferma il Galiani – è il più antico dei patrii idiomi e l'immediato epigono del declinato latino. Esso risulta infatti il più «parlato» e più esteso d'Italia, quello più facile ad essere compreso e a venire imitato o addirittura adottato: si pensi alla tipica cadenza tutta meridionale con cui, dopo solo qualche anno di permanenza negli States, i nostri emigrati sono soliti esprimersi indipendentemente dalla loro provenienza territoriale.

Non è poi trascurabile la circostanza che il primo documento «ufficiale» della lingua italiana – quel Placito Cassinese o Carta di Capua, giurato nel 960 da tre religiosi benedettini avanti a Landolfo Principe di Capua in favore dell'Abate Aligerno – appare redatto in una forma sostanzialmente coincidente con il dialetto napoletano: «Sao... ko kelle terre... le possette...», dove il sao risulta vicinissimo al nostro saccio, l'omofonia di kelle con chelle è del tutto scontata ed il possette riproduce alla lettera l'analogo perfetto napoletano dei verbi della seconda coniugazione (dicette, facette, tenette, ecc.). D'altro canto Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia attribuiva alle parlate meridionali – fra le quattordici all'epoca vigenti – la specifica qualifica di lingua intermedia fra il sermo rusticus e il sermo illustris.



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Pagina 27
LA RICCHEZZA E LA FANTASIA



Il parlare di Napoli ha tanti vocaboli e frasi che se alcuno volesse un vocabolario formarne non so se mai compirlo potrebbe.
V. Oliva, Grammatica della lingua napoletana (1728)




Estesissima la dimensione del parlar napoletano, capace di concretizzare la più ampia delle sinonimizzazioni sia in funzione della ricchezza terminologica che della fervida creatività concettuale.

Siamo stati in grado di definire in ben centocinquantotto diverse maniere — da abacucco a zucannoglia — l'individuo sciocco o sprovveduto; di aver dato nome, corpo e struttura ad oltre ottantacinque specie di percosse manuali, da alliccamusso a zuco d'agresta, contro la ventina della lingua patria; di denominare il danaro con più di sessanta suggestivi appellativi, da abbrunzo a zannette; di descrivere il corpo umano con circa duecento lemmi originali, da arche d' 'e ciglia (sopracciglie) a zezzeniello (ugola), escludendo dal novero gli oltre trenta sinonimi dell'organo genitale femminile e la ventina di quello maschile. Nel rimandare chi volesse a nostre specifiche pubblicazioni, ci limitiamo a proporre i sedici (finora accertati) «nomi propri» riservati alla banale ed asettica ernia della madrelingua: guàllara, 'ntoscia, paposcia, burzone, contrapiso, quaglia, zeppula, appesa 'e Pererotta, polletra, scesa tonna, mellunciello, allentatura, pallone, richignenzia, muscesia e (dulcis in fundo) pallera...

Quanto alla fantasia, essa è riscontrabile nella sterminata messe dei nostri modi di dire oltre che in quelle pittoresche espressioni – assolutamente non catalogabili e spesso di immediato conio estemporaneo – che momento per momento fioriscono sulle bocche napoletane... Si ponga mente a plastiche locuzioni quali: Tene' 'a capa sulo pe' spàrtere 'e recchie, Essere chiù fesso 'e l'acqua caura e chiù spuorco 'e na recchia 'e cunfessore, Vule' bene comm'a na scarpa vecchia, 'A capa 'e l'ommo è na sfoglia 'e cepolla, 'A soccia mana sta 'int' 'e Guantare, Tene' 'a neva 'int' 'a sacca, Pare ca s' 'o zùcano 'e scarrafune, Vuttarse 'int' 'a vraca, Zompa 'o cetrulo e va 'ncul' 'o parulano o a icastiche definizioni del tipo Madama senza naso (la Morte), 'o tale e quale (lo specchio) 'a tale e quale (la fotografia), 'o tram a muro (l'ascensore) 'o senzapière (il sonno), 'a mamma e figlia (le antiche due bustine per la preparazione della Idrolitina), 'e lente 'e Cavour (le manette nel linguaggio malavitoso), 'a santacroce (il sillabario), 'o cappotto 'e lignamme (la bara), 'o janco e niro (il pianoforte), 'o cap' 'e fierro (il treno), 'o segno 'e corda (il telegramma), 'a ting-tang (la bicicletta), e via dicendo.

Vastità semantica rispecchiata fedelmente nell'ambito paremiologico, che annovera oltre seimila tra proverbi e wellerismi (la monumentale raccolta del Giusti compilata nel 1873 non superava i tremila, riportandone solo poco più di duecento relativi alla donna contro i circa settecento napoletani) e qualcosa come all'incirca quattromila modi di dire... Diretta testimonianza di tanta ricchezza espressiva è fornita dal numero dei Vocabolari dialettali che ammontano ad oltre cinquanta e che includono Dizionari botanici, zoologici, ornitologici, onomatopeici ed addirittura trilingui!

Figlia non degenere della fantasia è da ritenere altresì la straripante ampiezza della mimica nostrana, densa di oltre cinquecento gesti, la cui ratio – oltre che nel temperamento solare ed estroverso delle popolazioni del Sud – è da collegare primariamente alle complesse vicende storiche dapprima cennate: il breve succedersi delle dominazioni, quasi tutte di lingua differente, non consentiva il pur limitato apprendimento dei fonemi essenziali alla sopravvivenza; di qui la necessità di fornire alla ridotta possibilità di esprimersi e venir compresi un valido supporto gestuale, rivelatosi efficace cerniera di trasmissione e di intelligibilità anche in funzione della straordinaria e geniale comunicatività della nostra gente.



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Pagina 71
DERIVAZIONI FRANCESI



La «presenza» francese a Napoli – tra l'Angioina e quella degli Orléans e dei Napoleonidi – assomma a circa duecento anni. Scontate allora le sue tracce sia nel nostro parlato che in tanti toponimi: tra i quali quelli di Piazza Francese, del Ponte dei Francesi, di Via Renovella (Rue nouvelle), di Rua Francesca, delle non più esistenti Rubattina (o Rua Rubertina, in onore di Roberto d'Angiò), Rua Provenzale e della Acquaquiglia che finiva per dar nome a tutta la malfamata zona compresa tra il Mandracchio e la Dogana del Sale, intitolandosi alla antica Fontana della Quaquiglia (o della Maruzza, in francese coquille). Un cenno a parte merita la persistente Cupa Lautrec (generalmente chiamata 'O Trirece, Lo Trecco o 'O Trivio) derivante l'appellativo da quell'Odetto de Foix Visconte di Lautrec che cinse d'assedio Napoli nel 1528 morendovi avvelenato dall'acqua che lui stesso aveva ordinato di inquinare – remoto esempio di guerra batteriologica – meritandovi tuttavia onorata sepoltura nella Chiesa di Santa Maria La Nova.
Diffusi i francesismi nell'àmbito della nostra gastronomia, anche se vittime di amene storpiature e sempre graficamente resi alla napoletana: si pensi a bombò, bignè, briosce, buatta, crocchè, dessert, filoscio, franfellicche (da fanfreluches, ciondoli, minuterie – da noi... dolcificatisi – graditissimi a Goethe e definiti da Emanuele Rocco «monumento gastronomico»; e come non rammentare al riguardo lo scanzonato ma tremendamente icastico mottetto settecentesco «Napule è bella assaje, pare nu franfellicco: ognuno vene, allicca, arronza e se ne va»...), fricassè, gattò, genovese (Genova non c'entra affatto: la derivazione è da genevoise (ginevrina) essendo in uso a Ginevra, come in tutta la Svizzera francese, la cottura della carne con le cipolle), grattè, mignon, monzù, 'nnoglia (il più povero degli insaccati – 'a sasiccia d' 'e puverielle – da andhouje), parfè, patè, pummarola (da pomme d'amour), ragù, roccocò (delizia del Natale, la cui remota forma non proprio rotonda richiamava la barocca rocaille, conchiglia), sartù, sciù, sotè, sufflè e (vedremo perché) zoza. Per non tacere dello 'nfrancesarse (contrarre il temuto «morbo celtico», pervenuto proprio dai Francesi di Carlo VIII e gratuitamente definito «morbo napoletano»), delle spingule francese (ricorrenti nel canto popolare pomiglianese che Salvatore di Giacomo trasfuse negli agili versi dell'omomina canzone stupendamente musicata da Enrico De Leva nel 1888), del fa' 'o francese (mostrare di non comprendere o fare lo gnorri) e di quel tirabusciò (cavatappi) che ispirò il «nome eccentrico» della Niny immortalata nel 1911 da Califano e Gambardella. Era poi abituale costume delle classi medioelevate infiorare di francesismi – o pseudo tali – il loro discorrere a (pretesa) conferma di un'élitaria acculturazione: via libera allora per i diffusi aplomb, argent, c'est la vie, lieu d'aisance, arriére - pensée, comme-il-faut, fané, pendentif, sans façon, surmenage e via francesizzando.

Ecco ora una limitata rassegna di vocaboli di matrice francese trasfusi nel nostro parlato:




Accatta': comprare, acquistare, da acheter, da cui l' accàtteto, cattivo acquisto, spesa inutile e dannosa.

Ammilocca: busta per lettere, da enveloppe (e riaffiora la sissantina 'e vase che l'estensore della Digiacomiana Lettera amirosa voleva imprimere attuorno attuorno all'ammilocca 'nchiusa).

Ammurza': stringere con una morsa, trattenere, invischiare, da amorcer, prendere con l'esca: nel gergo dei barbieri, tipico delle forbici che s'ammorzano al contatto di capelli unti e bisunti.

Argiamma: corruzione di argent, uno degli oltre sessanta sinonimi del danaro, forse quello per antonomasia, presente nel remoto adagio «Quatto li cose a 'o munno ca fanno cunzula': 'a femmena, l'argiamma, lo suonno e lo magna'...».

Arrangiarse: da arranger, sistemare alla meglio, rabberciare. Ma che da noi diviene emblema dell'arte della sopravvivenza...

Arrassusia: lontano sia (ricalca il longe a nobis del Petroniano Satyricon), non sia mai, che riteniamo derivante – più compiutamente che dallo spagnolo arradar – da arrière-soit-il.

 bonora: faustamente, felicemente, da bonheur.

Bello e buono: di punto in bianco, all'imprevisto: è la versione nostrana del bel et bien.

Bisciù: gioiello di minute proporzioni e di scarso valore, ma anche vezzoso complimento a persona amata o ammirata, da bijou.



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Pagina 85
DERIVAZIONI SPAGNOLE



Quella spagnola è stata, fuori dubbio, la più prolungata delle presenze straniere: sommando infatti il periodo aragonese a quello viceregnale si perviene ad un totale di oltre duecentocinquanta anni. Essa ha fortemente inciso sulla mentalità napoletana, che ha molto assorbito del «naturale» iberico, come attestato – oltre tutto – da espressioni tipo «Fa' 'o grand' 'e Spagna», «Spagna pava»; «'A carità spagnola» (quella fatta con tasche altrui...).
In ordine al parlato, occorre ridimensionare l'adusato luogo comune della pretesa semi-identità tra lo spagnolo e il napoletano. Sta in fatto che una limitata rassomiglianza è riscontrabile solo a livello di pronunzia, come per l'apocope dei verbi all'infinito e dei sostantivi al vocativo (trattandosi di diretta eredità catalana) e per una certa consonanza di termini. Attribuire peraltro al detto idioma un effetto determinante sul nostro eloquio è pura petizione di principio: trattandosi di lingua neo-latina, gran parte dei lemmi ispanici sono di derivazione latina o greca e ben pochi fra quelli autoctoni sono stati, come vedremo, recepiti nel nostro dialetto.

Estesi i riferimenti toponomastici connessi alla dominazione spagnola: dalla pulsante arteria per antonomasia – la Via Toledo che quel Don Pedro nel 1536 volle «scavata nel sole» – ai Quartieri, «acquartieramenti» militari; dal Ponte di Tappia a Piazza Carlo III; da Rua Catalana (dove il Boccaccio ambienta la Decameroniana novella di Andreuccio da Perugia e che con deformazione gergale era detta «aria catalana») alla Vicaria e a Piazza San Ferdinando; dal Conte di Mola (Simon Vaez) a Taverna Penta; dal Piliero al Mandracchio; dalla seicentesca Port'Alba (voluta dal Viceré Antonio Alvarez duca d'Alba) alle vie Alfonso d'Aragona e Ferrante Loffredo; dalla Maddalenella degli Spagnoli al Largo Ferrandina; da Via Nardones a Via Miradois; dalla non più esistente Via Baglivo Uries a Via Conte Olivares e al Supportico Lopez; da Santa Teresella degli Spagnoli alla Trinità degli Spagnoli, non ignorando il Palazzo San Giacomo e Via Cervantes, il drammaturgo, poeta e romanziere che definì Napoli «gloria d'Italia e ancor del mondo lustro, madre di nobiltade e di abbondanza, benigna nella pace e dura in guerra»...

Ed ora la consueta scelta di lemmi autenticamente spagnoli accolti nel nostro parlato:




Abbusca': guadagnare modestamente, trarre un limitato profitto, procacciarsi qualcosa – con tutta l'aleatorietà e la precarietà che il verbo sembra includere – ma anche, per antifrasi, prendere botte e minacciare di darne. Da buscàr, cercare, buscare, arrangiarsi.

 bona 'e Dio: letterale trasposizione della frase-auspicio dei naviganti all'inizio della traversata (A la buena de Dios) richiamante il latino Deo adiuvante.

Ammuina: chiasso, confusione, scompiglio, «affaccendamento disordinato e scomposto» (Andreoli), «cura soverchia» (annotava il De Ritis nel suo monumentale Vocabolario napoletano lessigrafico e storico, 1845, purtroppo incompleto): ma una agitazione e uno strepito che a nulla approdano e niente concludono, conseguendo addirittura un risultato opposto a quello sperato. Deriva da mohinar, molestare, infastidire, confondere, che dà l'esatto senso del disturbo, del disagio e della rabbia ingenerati da chi fa ammuina o s'ammuina.

Anema 'e Dio: solidale appellativo per creature indifese e abbisognevoli di aiuto, teneramente inserite nell' alma de Dios.



:D

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MessaggioInviato: 08/12/2008 - 17:34 
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Ammartenàto: con "ammartenato" si indica una persona che si atteggia a spavaldo con gli altri. Deriva dal "Martino" che nel gergo malavitoso indica il coltello. Il perche' si chiami cosi' il coltello, molto probabilmente lo si deve alla presenza della spada che di S.Martino ha con se. Si puo' anche indicare, al femminile, una donna, in genere del popolo, che vuole prevalere sulle altre vuoi per bellezza vuoi per possibilita' economiche.

Annécchia: l'annecchia e' la giovenca la cui eta' non va oltre un anno. Dal latino "Niculus" che indica, appunto, un anno nel senso anagrafico. Data la bonta' del taglio di carne, si usa anche per indicare qualcosa di buono.

Bizzòca: la bizzòca (o bizzuòco se riferito ad un uomo) e' la bigotta. E' chiaramente un termine dispregiativo. Per quanto riguarda l'origine etimologica ci sono tesi controverse. I piu' dicono che e' sconosciuta mentre alcuni la vogliono derivante dal latino Bicjus (bicio) dal colore degli abiti di una setta di frati minori condannati da Bonifacio VIII, detti anche Bizocìos.

Cacatrònole: il cacatrònole e' quel fastidioso personaggio che ha per abitudine l'espulsione di sonori peti senza alcun rispetto per le persone che lo circondano. Questi peti sono tali da emulare le trònole (tuoni) che si sentono nelle piovose giornate d'inverno. L'espellere tuoni attraverso l'orifizio anale e' quindi il significato del termine.

Calìmma: chi non ricorda il grande Eduardo quando nella celebre "natale in casa Cupiello" dice di aver passato una nottata sveglio perche' non riusciva a prendere calìmma? Bene, si indica con questo termine quel particolare stato di torpore, di caldo che si prova stando a letto. Deriva dal latino Calina che vuol dire, appunto, calore.

Centrélla: molto interessante ed antico il vocabolo "centrella", e' una specie di chiodino che serve ai calzolai per riparare le scarpe. Il napoletano fa riferimento alla "centrella" per indicare una preoccupazione, un pensiero assillante. La derivazione etimologica la si trova nel greco KENTRON che vuol dire CHIODO. Quindi la centrella e', in pratica, un CHIODO fisso, na' fissazione.

Scippacentrèlla: la caduta, la malattia, la caduta involontaria e' chiamata anche scippacentrèlla. E' composta da scippà (tirar via, strappare) e centrèlla (i chiodi delle scarpe) e si usa proprio per indicare un'ipotetica rottura delle scarpe dovuta alla caduta rovinosa. Nel senso che riesce a tirar via i chiodi dalle scarpe.

Farenièllo: si dice fareniello a persona smanciosa oltre ogni limite di decenza, intrigante senza ritegno, cascamorto fuori misura, bellimbusto che crede, con il suo comportamento, di apparire persona spiritosa, ma risultando poi estremamente antipatica. E' interessante conoscere l'origine di questo vocabolo. Dovete sapere, ma molti di voi gia' lo sanno, che durante le rappresentazioni teatrali c'era il personaggio dell'amatore che doveva essere, per esigenze di copione, sempre di aspetto giovanile. Il carattere ed il comportamento da DonGiovanni, lo facevano ardente amatore ed instancabile conquistatore di cuori femminili. Per l'attore che interpretava la parte, andava bene finche' era giovane ed aitante. Quando queste qualita' venivano ad appiattirsi ed inesorabilmente eliminarsi con il trascorrere degli anni, il povero ex-giovane attore doveva in qualche modo evitare che il pubblico vedesse sul suo volto i segni del tempo. Allora si spargeva sul volto quantita' enormi di farina (antesignano del collagene). Cosi "infarinato" l'attore poteva mascherare l'eta' e continuare ad interpretare l'amatore. Da qui' l'origine di farenièllo o farinèllo, cioe' di persona che vuole apparire cio' che non e' affatto.

Nnacchennèlla: molto piu' offensivo del farenièllo, nnacchennèlla e' colui che, per la sua inconsistenza, irrita fino ai limiti della tachicardia, e il cui volto puo' essere, se proprio insiste, bersaglio di qualche volontario e quanto mai causale sonoro e doloroso incontro-scontro con il palmo della nostra mano. L'origine e' tutta francese, infatti deriva da "n'a qu' un oeil" che significa "vedere con un occhio solo". Si, signori lo nnacchennèlla e' quell'antipatica persona che vede le cose con un solo occhio: il suo.

Chiachiéllo: molto piu' offensivo di Farenièllo e 'Nacchennella, il "Chiachiello" oltre ad avere tutte le caratteristiche negative dei primi due, manca di serieta' ed e' di scarsissima intelligenza. E', dei tre, il personaggio piu' insopportabile, piu' antipatico e piu' imbecille. Sulle origini si sono fatte piu' ipotesi: 1) dal greco Blakikos (indolente,codardo); 2) Qualqhier (tipo qualunque); 3) origine onomatopeica da Clacc- come in Chiafeo (stupido,sciocco) derivato dall'incrocio di Clacc- con Babbeo. A voi la scelta. Resta comunque il fatto che oggi, purtroppo, i chiachielli ne sono parecchi.

Chiattìllo: e' la classica piattola, il piattolone che si attacca addosso e produce fastidiosi pruriti. Si indica, in ambito scolastico, il secchione che vuole assolutamente partecipare alle lezioni anche nel caso in cui l'istituto scolastico vada deserto. Deriva dal latino "Plattillum" dalla forma appiattita del corpo del chiattillo.

Cuffià: quando si ha un atteggiamento da schernitore che spesso si prende beffa delle persone, si dice che si cuffèa. Si hanno un paio di riferimenti. Nel latino troviamo cùfiu e nel greco kùpios che si traducono in stolto com'e' l'atteggiamento di taluni personaggi. I gufi non c'entrano nulla.

Franfellìcche: con "franfelicche" o "fanfrellicche" si indicano i ninnoli, i zuccherini ed i particolari dolcetti di zucchero tipici a Napoli. Deriva dal francese "fanfreluche" con cui si indica la stessa cosa. Interessante l'origine dello stesso "fanfeluche" dal latino "famfeluca" ottenuto dalla modifica del greco "pompholyx".

Jammòne: ci sono molti vocaboli napoletani di cui se ne e' perso l'uso, ed addirittura molti non sanno menneno cosa vogliano significare. Tra questi "Jammone" e' sicuramente quello che in questi ultimi anni ha fatto la sua ricomparsa grazie anche ad una canzone del celebre Pino Daniele. Si indica con "Jammone" una persona molto grossa di presenza.

Luméra: indica sia la miccia che la donna volgare. Infatti per accendere un lume bisogna dar fuoco alla miccia. E basta una piccola fiammella per accenderla. Anche per accendere le volgarita' ci vuole poco. Basta una miccia, un nonnulla.

Mùmmara: tutti, o quasi, sanno cosa e' una mùmmara (detta anche Mòmmara o Mòmmaro): e' quell'anfora in terracotta in cui veniva mantenuta l'acqua in ambienti freschi. In particolar modo sono famose le Mùmmare che le bancarelle, addobbate con limoni, vendevano colme di acqua ferrata delle sorgenti del Monte Echia (ll'acqua e' mummare). L'origine e' greca prima che latina. Infatti la "bòmbylos" greca e la "bombyla" latina si traducono in vaso. In senso traslato, e scherzosamente, il popolo napoletano indica anche gli avvenenti seni di una donna. Quindi la frase "guarda che pare 'e mummare" di sicuro non si riferisce ad eventuali vasi in creta traspostati sulla testa, come si faceva un tempo, da procaci signorine. Lo sguardo va spostato leggermente piu' in basso.

Paraustiéllo: quando una persona cerca motivazioni pretestuose ad un suo scorretto comportamento attraverso ragionamenti contorti, si dice che sta cercando un paraustiéllo, una scusa, un aggrapparsi sugli specchi. Deriva dallo spagnolo para ustead (per voi) come ad indicare un modo furbesco di rivolgersi ad una persona.

Pirchipètola: si indica la donna becera, una donnaccola. E' composta dal latino "perchia" che vuol dire donnaccola pettegola, a da "petula" che vuol dire pettegolare, chiacchierare. Un riscontro lo troviamo anche nella nostra madre lingua in "petulare" che vuol die pettegolare, chiacchierare.

Pruàsa: (anche privasa o prevasa) indica la latrina, il gabinetto oppure, in senso offensivo, una prostituta o donna volgare da cui il "si comme na pruasa". Deriva dal francese "privaise" che a sua volta viene dal latino "privatia" (ques'ultima derivazione e' incerta) ed indica la stessa cosa.

Puntunéra: molto interessante la richiesta perche' e' un vocabolo usato sempre meno spesso dai napoletani che preferiscono usare altri vocaboli molto piu' offensivi e volgari. Dunque, la "puntunera" detta anche "pontonera" e' la prostituta, di quelle che si mettono all'angolo delle strade esponendo la "mercanzia" ed aspettando clienti. L'origine e' quasi intuitiva: dal "puntone" che in italiano si traduce in "puntone" (si, e' uguale!) indica l'angolo, lo sperone la punta che sporge. Bene, la posizione della prostituta all'angolo delle strade ('o puntone 'o vico) fa assumere alla signora anche il termine di "pontonera" cioe' di persona che si trova spesso al "pontone" delle strade.

Quaquàrchia: si indica una donna brutta e spregevole. L'origine deriva da "quaquiglia" con cui si indica una conchiglia ('o scunciglio). Infatti spesso si dice anche "si brutta comme nu scunciglio". La quaquiglia deriva, a sua volta, dal francese "coquille" che viene dal latino "conchylia". Un'altra ipotesi vuole l'origine da "quaquina" o "gavina" con cui s'indica una donna bassa e deforme.

Quèquero: il quèquero e' quella persona vestita in modo trasandato, che si rende ridicolo agli occhi degli altri nell'atteggiamento molto spesso goffo. Deriva dal sostantivo quacchero riferito al modo trasandato con cui i quaccheri andavano in giro.

Scapuzziàre: quando si avverte quel leggero senso di torpore che ci induce ad abbandonare le membra per un meritato riposo, ma non e' il luogo e il momento adatto, allora la testa declina su di un lato oppure cade in avanti non piu' sostenuta dalla vigile volonta'. Questo "scapuzziare" e' talmente dolce e sereno che verrebbe voglia di abbandonarsi in un comodo letto per proseguire il sonno. L'origine si trova nel sostantivo latino "capitium" con cui si indicava, appunto, capo, estremita', testa.

Scazzamaurièllo: termine difficile da trovare nel linguaggio parlato di oggi, e' il personaggio caratterizzato dalla figura gnomesca, di folletto, diavoletto. E' una parola composta dai termini "scazza'" (schiacciare) e "mara" che vuol dire fantasma.

Sciammèria: con il termine "sciammèria" principalmente si indica una lunga giacca con coda, una gentiluomo, ma anche l'atto sessuale. Deriva dallo spagnolo "chamberga" poiche' durante il Risorgimento a Benevento il partito della "giamberga" era quello degli aristocratici mentre quelli della "giacchetta" erano i rivoluzionari. Quindi da allora per indicare coloro che si atteggiano da signori si dice che indossano una "sciammèria". La connessione con l'atto sessuale la si puo' trovare, appunto, nella baldanza e nel vanto di una "sciammeria" che alcuni uomini si "fanno".

Sciucquàglio: e' uno di quegli oggetti preziosi tanto amati dalle donne con cui si odornano le orecchie ed il collo. Infatti gli orecchini ed i pendenti in genere vengono identificati in sciucquaglie. Il termine e' di indubbia derivazione spagnola. Lo "chocallos" vuol dire, appunto, pendente prezioso.

Seretìccio: e' il pane raffermo, stantìo, duro ma anche, in modo translato, la persona il cui carattere non e' "malleabile" ma molto orgoglioso. Deriva dal latino sertus che significa tardo riferito all'intrattabilita' sia del pane duro che del carattere di una persona "difficile".

Spantecà: lo spantecàre e' lo spasimare ma anche il morire. Uno spànteco e' soprattutto d'amore. Deriva dal Pantecà con cui si indica anche il perdere i sensi, svenire. Deriva dal latino ex-pantecare o panticàre dal sostantivo pantex che vuol dire pancia. Infatti lo spànteco parte come una sensazione di malessere che parte dal pacco intestinale. Si trovano corrispondenze nel provenzale pantajiar e nel catalano pantexar.

Sprùceto: lo sprùceto e' la persona scontrosa, intrattabile e di carattere molto aspro. Deriva dal latino asprugo, asperugo che indicava un particolare tipo di cicoria dalle foglie ruvide, aspre proprio come lo sprùceto.

Stùppolo: e' il tappo, o stoppaccio fatto, appunto, di stoppa. Puo' anche avere altre indicazioni: lo stoppaccio usato dai cacciatori, il torso su cui sono sono attaccati i semi del mais ed anche una persona a noi non gradita per le sue intemperanze.

Trappàno: indica il cafone e piu' generalmente uno zoticone, villano e si puo' ricondurre a varie origini. Dal francese "trappe" che indica la trappola, quindi colui che si lascia facilmente intrappolare; sempre dal francese "trapu" e "trape" che indicano un personaggio tozzo, corto; dallo spagnolo "trapajoso" che indica la persona cenciosa.

Varvànte: e' il sapientone, colui che sa tutto. Da cio' si presume che sia una persona avanzata con l'eta' e con tanto di barba bianca. La barba, appunto, e' la radice di questo termine che da varva (barba in napoletano) deriva.

Vrènzola: o vrènzula si puo' indicare brandello di stoffa, cencio (qualcosa, insomma, ridotta male) e si puo' indicare, con tutto il riferimento alla simbolica poverta' che rappresenta, persona ridotta in pessimo stato, povero, straccione. Si puo' altresi' indicare, in modo squisitamente offensivo, persona meschina, avara. La derivazione probabilmante viene proprio dall'italico brandello trasformatosi in vrenzola dalle mutazione BR in VR (vruoccole, broccoli)e D in Z tipiche del dialetto napoletano. Altri riferimenti: Na vrenzola 'e sole : sottile raggio di sole. Na vrenzola 'e parola: poche parole.

Zandràglia: o Zantràglia e' altamente offensivo se rivolto ad una donna. Infatti la si ritiene cianciosa, volgare, romorosa, sgradevole... Si puo', con lo stesso termine, indicare anche una moltitudine di persone rumorose, sgradevoli... Due sono le possibili origine etimologiche. Una la vuole originaria dallo spagnolo "andrajo" che vuol dire cencio, straccio. L'altra, molto piu' complessa, fa riferimento al tempo in cui al Maschio Angioino c'era il Re. Dai balconi del castello volavano spesso gli avanzi dei lussuosi pranzi reali. L'incaricato gettava i resti gridando "Les entrailles" (riferendosi alle interiora degli animali). Al grido, il popolo affamato accorreva tra urla e schiamazzi: faceva Zandraglia.

Zèza: e' uno di quei vocaboli presi in prestito dal teatro (vedi Farenèlla). Infatti Zèza e' il diminutivo di Lucrezia, che nel teatro napoletano e' la moglie di Pulcinella. Questa riempiva di moine e cianci il marito, che a malapena riusciva a contenere. Quindi con "fa' 'a zèza" si indica una persona che continuamente fa smorfiette, vezzi perlopiu' inutilmente. Si e' anche rapportato al sesso maschile con "fa' 'o zèzo" inteso come cascamorto o donnaiuolo inutile che fa vezzi inutili quindi molto dispregiativo.

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E comunque, il testo della canzone " 'E spingule frangese" è nientemeno che di Salvatore Di Giacomo, cosa che non sapevo... :shock:

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Ecco....leggere il testo della canzone in napoletano è come leggerne uno in inglese....anzi, quello lo capisco meglio.. :evil: .


spigola...spingole.....fiammiferi francesi... :shock: :? :lol: :lol: :smak:

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...non fiammiferi ma spille da balia..... :shock:


p..s.

quel testo lunghissimo me lo leggo con calma.... :P

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ossidianarosa ha scritto:
Ecco....leggere il testo della canzone in napoletano è come leggerne uno in inglese....anzi, quello lo capisco meglio.. :evil: .


spigola...spingole.....fiammiferi francesi... :shock: :? :lol: :lol: :smak:



...'spè... pare significhi "spille", non "fiammiferi"... :D

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