La Torre della Rosa d'Argento

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 Oggetto del messaggio: Trieste
MessaggioInviato: 09/06/2014 - 05:13 
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Località: La Città Eterna
Trieste, un mondo al soffio della bora
L’antico porto asburgico amato da Joyce ha un fascino che lega memorie del passato e nuove architetture
ROBERTO DUIZ

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Piazza dell’Unità è elegantemente adornata su tre lati e impudicamente spalancata sul mare. L’idea urbanistica che l’ha concepita ha ritrovato il senso pieno da quando Trieste è tornata ad affacciarsi alle sue Rive, riconciliandosi con l’originario baricentro della sua passata grandeur per decenni rinnegato.

La degradata Cittavecchia, celata alla vista dal mare da una scenografica teoria di palazzoni asburgici e che già nella progettazione urbana fascista avrebbe dovuto essere rasa al suolo in quanto «quartiere di malfattori e puttane», non solo si è salvata dalle ruspe demolitrici ma ha ripreso a vivere prima di ridursi a un mero mucchio di rovine, dopo una ristrutturazione intensiva partita vent’anni fa. La fatiscenza fa ancora capolino, a spicchi, tra una facciata e l’altra degli edifici proletari cui sono stati restituiti gli originali colori pastello e la dignità. E i lavori sono ancora in corso, costringendo a slalom talvolta spericolati nei vicoli che si arrampicano sul colle di San Giusto. Ma la vita è tornata a fluire, in un’atmosfera understatment da città vecchia, appunto, che non ambisce al rango di Centro Storico. Negozi senza griffes, vecchie trattorie e nuovi atelier, locali moderatamente trendy inclusi in quello che viene chiamato Triangolo delle Bevude, che ha al centro piazza dell’Unità. Al cui lato opposto, in buona parte anch’esso pedonalizzato, il Ghetto si è fatto chic, i «strazarioi» si sono evoluti in antiquari, ma le vecchie osterie come Marino, bancone di botti e buon vino del Carso, prosciutto a coltello e tavoli di legno, pareti di mattoni tappezzate di bottiglie polverose, resistono con inaudita tenacia e con rinnovata clientela. Come Pepi, dalla parte opposta di piazza della Borsa, il buffet più celebre della città, la cui storia è stata romanzata da Fulvio Tomizza in Gli sposi di via Rossetti e dove il ricambio generazionale nulla ha tolto alla qualità dei bolliti di maiale.

E da lì è subito Ponterosso, dove ogni volta si incrocia il cittadino onorario James Joyce in versione bronzea, svagatamente diretto verso una delle sue amate osterie di Cittavecchia, presumibilmente, dove ordinare il suo prediletto Opollo, vino bianco dell’isola di Lissa, che non esiste più ma è sostituito da altri che non lo fanno troppo rimpiangere. All’imbocco del Canale, che Ponterosso attraversa e che penetra in città come una lama liquida, si ritrovano le Rive. Il molo Audace si allunga a dismisura sul mare quasi a volerlo attraversare. La Diga si mette di traverso tra quello e il Porto Vecchio, «la città proibita», i cui mille progetti di rivalorizzazione sono stati inghiottiti da una melma di reciproci ostruzionismi politici e lobbistici sintetizzati in un sempiterno «no se pol», non si può, diventato refrain popolare. Dietro il Molo IV e il Magazzino 26, uniche strutture restaurate per fare da paravento, si intuisce un mondo off limits di archeologia industriale incastonata nelle pendici del roccioso altopiano carsico e che si allunga fino a Barcola, ruggine e storia, archi e colonne che si sbriciolano, finestre senza occhi di begli edifici di pietra corrosa, rotaie divorate da erbacce e che non conducono più da nessuna parte, strumenti di lavoro e mobili ancora giacenti nei magazzini da decenni abbandonati.

«La rive e i moli – scriveva Giani Stuparich – hanno sempre significato per me i tratti più sensibili della fisionomia della mia città, forse perché il mio sangue è venuto dal mare». Contemporaneamente, e in involontario contrappunto, il coetaneo Scipio Slataper scriveva Il mio Carso.

Mare e altopiano, un’anima divisa in due che si rinsalda in occasioni come la Barcolana, la regata più affollata d’Europa e forse del mondo (oltre duemila partecipanti, professionisti e amatori tutti nello stesso percorso che sfora in acque slovene) che da 45 anni, quest’anno, va in scena ogni seconda domenica di ottobre, preceduta da una settimana di mini eventi e «regatine». Il mare è il palco e l’altopiano gli spalti. Stesso vino nelle damigiane dei partecipanti amatoriali e nelle «osmizze» carsiche che gli spettatori affollano. Roccia e grotte lassù, muretti a secco, doline e boschi di latifoglie fatte piantare da Maria Teresa d’Austria perché il paesaggio le sembrava troppo arcigno e disperato. Prepoto è «l’eldorado del vino carsico», Terrano, Malvasia e Vitovska. La Strada Napoleonica, che solca il ciglione da Opicina a Prosecco lungo pareti verticali di roccia liscia è la tribuna ideale per lo spettacolo migliaia di vele spiegate nel golfo. Il Timavo, che scorre nelle tenebre e si offre alla luce solo quando va a morire in mare, funge da metafora del legame sotterraneo tra naviganti e arrampicatori, sub e speleologi, scialacquoni di riva e parsimoniosi d’altopiano, ognuno per sé e tutti nella stessa bora.

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