La Torre della Rosa d'Argento

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 Oggetto del messaggio: Sulla lava dell’Etna
MessaggioInviato: 25/05/2014 - 00:18 
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Iscritto il: 23/08/2009 - 19:56
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Passeggiate lunari sulla lava dell’Etna
Ottima la vista che si gode dalla funivia che sale fino al cratere
Per i golosi c’è il pane dolce cotto nei forni a legna di Zafferana
LUCA BERGAMIN

Immagine

Mungibeddu o ’a Muntagna (così i siciliani chiamano familiarmente l’Etna), compare tra i noccioleti selvatici di Castiglione di Sicilia, un paese abbarbicato sopra una roccia che pare uncinare le nuvole sopra il Castello Normanno e la chiesa bizantina della Cuba, appena superate le Gole dell’Alcantara, come se si alzasse un sipario. Lo spettacolo del vulcano formatosi nel Quaternario, il più attivo ed esteso del Vecchio Continente (45 km di diametro), alto 3343 metri sul livello del mare, inserito il 21 giugno scorso nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, solo apparentemente sonnacchioso come un gatto, è infatti teatrale. E può dar spettacolo, senza preavviso o prevendita, da un momento all’altro. Nel 2002, quando avvenne l’ultima più spaventosa e spettacolare eruzione, il fronte lavico si spinse sino a 5 km da Linguaglossa: come un domino, la striscia bianca del magma solidificato e delle sue grigie ceneri ha tracciato sopra la verde abetaia una linea tra la vita e la morte del bosco. Da una parte gli alberi verdi, dall’altra gli scheletri bianchi, rivestiti solo parzialmente dal giallo dei fiori di ginestra, quasi creature fantascientifiche, dall’altra gli esemplari fulminati dalla lava incandescente.

Incanto, paura, forza e rassegnazione sono del resto i sentimenti dei siciliani che abitano i «coraggiosi», incoscienti paesi belvedere sorti alle pendici di questo cono a scudo in cui secondo la leggenda Eolo avrebbe imprigionato i venti. A cominciare da Zafferana Etnea, famosa per il pane condito e dolce cotto nei suoi antichi forni a legna, e il miele di castagna di cui odorano in autunno i capelli delle donne. Vitaliano Brancati la sceglieva sempre per le vacanze. «È un paese con poche migliaia di abitanti, con una piazza intonacata di bianco, dalla quale partono, come ali di corvo da un petto di colomba, file di case nere fabbricate con pietra lavica. A seicento metri sopra le falde dell’Etna, s’affaccia sul mare da cui vede scivolare fuori, gonfio, rapido e color rosa, il sole del mattino», scrive nel romanzo Paolo il caldo. Franco Zeffirelli fu entusiasta di girarvi molto scene di Storia di una capinera. Lo sfondo dell’Etna, dunque, anche set cinematografico, e persino motivo di ispirazione per i cantautori. A Milo, altro avamposto alle falde del vulcano, la cui Chiesa Madre dedicata al Patrono Sant’ Andrea, è stata eretta con le pietre fatte rullare sin quasi all’ingresso del borgo dalle eruzioni terribili del ’50 e del ’51, ha scelto di rifugiarsi ad esempio Franco Battiato che si è fatto costruire la stanza da letto in un antico palmeto. E Pippo Baudo, che dalla sua Militello ogni estate raggiunge a ’Muntagna quando sostiene che «la vista dal Cristo del Corcovado di Rio de Janeiro non è nulla se paragonata a quella che si gode dal capriccioso Etna. Si vedono le Eolie, la costa ionica e anche Reggio Calabria».

Anche Nicolosi è stata più volte seppellita dalle sabbie eruttive sputate dal cratere, che si sono «mangiate» il Monastero benedettino di San Nicola, mentre nel 1883 il paese fu graziato in extremis: la lava si fermò a cento metri dalle prime case, trasformando il suo territorio in uno scenario lunare. Che oggi attrae turisti da tutto il mondo, per sciare in inverno, e soprattutto per salire a piedi oppure con la funivia panoramica sino quasi al cratere vulcanico dal quale la Sicilia sembra una stella a tre punte col mare azzurro capovolto a fare il cielo.

Sino ad ottobre, partendo da Piano Provenza, sul versante nord, a quota 1.800 metri, a bordo di bus quasi «corazzati» 4x4, imboccando tornanti di cenere e lava solidificata che da brava scultrice ha plasmato figure anche delicate, si raggiunge il Cratere Centrale Bocca Nuova a quota 3300. E da lì, scortati e istruiti dalle guide (http://www.guidetnanord.com) si compie un trekking quasi marziano nella fantasmagorica Valle del Leone, lambendo il cratere Nord Est, sino all’Osservatorio vulcanologico Pizzi Deneri – le capre arrivano sin quassù! -, per poi ridiscendere alla volta di Portella Giumenta passando per il Canalone Quarantore. Ed è avventuroso anche andare alla scoperta delle tante grotte scavate dalla lava a quote più basse, penetrare nei canaloni come quello a due livelli del Cornuccio, addentrarsi nelle foreste sempreverdi di caducifoglie, quali il Bosco di Malabotta coi cerri alti sino a trenta metri, i faggi, le querce dai tronchi muschiati, le betulle bianche e i pini neri: sembra che Federico II di Svevia si coricasse per ore tra le sue felci per curare la gotta. Il turismo sull’Etna, del resto, è iniziato molto presto. Il poeta greco Pindaro, già nel V secolo a.C., lo descriveva così: «Etna fumoso, colonna del cielo, perenne nutrice di fulgida neve, tra le cui latebre rigghiano fonti purissime d’orrido fuoco».


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