La Torre della Rosa d'Argento

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Sui luoghi del Principe nella Firenze di oggi
I 500 anni dalla pubblicazione del testo di Machiavelli l’occasione per riscoprire il fascino della capitale medicea
GIANNI RANIERI

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Il sipario si leva sullo spettacolo del Cinquecento e un grande protagonista appare al centro del palcoscenico. Si chiama Niccolò Machiavelli. Ha 31 anni. È un intarsiatore di teorie tattico-strategiche, un indoratore di pillole politiche, maestro nel far cambiare idea alle persone. Un tipo di quel calibro, al quale l’amico Leonardo, l’avesse dipinto, avrebbe donato un sorriso non meno ambiguo di quello imposto alla Gioconda, un uomo di tal cervello fosse vissuto ai nostri giorni traboccanti di schermi al plasma, avrebbe dovuto generare la sua più celebre creatura, De Principatibus, in volgare Il Principe, rosicchiando spazi di tempo tra un talk-show e l’altro. Il fiorentino Machiavelli difficilmente avrebbe potuto sottrarsi alla caccia dei ballarò e dei porta a porta. Scoccano roventi sfide elettorali e chi non sarebbe andato in brodo di giuggiole all’idea d’un duello televisivo tra lo sviolinatore di Cesare Borgia e Silvio Berlusconi. Uno dei due ne sarebbe uscito pazzo. Machiavelli, naturalmente. Il Principe (1513), il libro italiano piú tradotto nel mondo insieme a Pinocchio, compie cinquecento anni.

L’ineguagliabile Firenze onora in questi giorni con una superba messa in scena di mostre, recite e convegni l’opera e l’autore. La Firenze celebrante è molto diversa dalla Fiorenza del celebrato? Vediamo un po’. Al posto del sindaco Renzi, c’é il centro-destra dei Medici inguaiato e cancellato da Carlo VIII e sostituito dalla repubblica rigorista di Girolamo Savonarola e poi dalla repubblica un po’ meno piagnona del gonfaloniere progressista Pier Soderini. Il cancelliere Machiavelli comincia di lí la sua carriera di ministro degli Esteri e della Difesa, lavoro che in italia e in Europa gli metterá a punto lo straordinario motore delle sue circonvoluzioni cerebrali. Al ritorno dei Medici, colpevole d’aver collaborato con i repubblicani, viene messo prima in galera e poi spedito in esilio a Sant’Andrea in Percussina, luogo dei natali del Principe e della Mandragola. Grazie al fascino delle sue teorie e al peso delle sue meningi, Machiavelli finí per rimettersi in carreggiata. Ma i Medici nel 1527 furono di nuovo cacciati e lui davanti agli ultimi padroni venne accusato di collaborazionismo (e dái!) mediceo e messo definitivamente in disparte. Intanto, Firenze ammira se stessa attraverso i capolavori di Brunelleschi, Donatello, Masaccio, Alberti, Giuliano da San Gallo, e si prepara ad ammirare Michelangelo, Cellini, Leonardo.

Davanti al Palazzo della Signoria non passeggiano giovinette in minigonna con una fetta di mutande fuoriuscente dal giro di vita debitamente abbassato. Già il non allegro Savonarola era stato chiaro: nessuna donna sia sorpresa ad esporre in pubblico le mele, che nel linguaggio non usato dai petrarchisti erano, e per i fiorentini sono ancora, le natiche. In quanto agli uomini, nessuno si infila i pantaloni con il cavallo all’altezza del marciapiede. Si possono ammirare madonne in gonna lunga arricciata e corpetto attillatissimo con ampia scollatura quadrata e maniche splendidamente ricamate e prodighe di tagli per mettere in mostra fodere di colore contrastante. Su pettinature leggere e semplici le signore posano squisite reti di perle. I messeri ostentano non senza vanità calzoni cortissimi a forma di cocomero con molti tagli anch’essi, e uomini e donne indossano calze di seta e guanti profumati con tanti anelli sovrapposti. Il miracolo è che, abiti a parte, quella Firenze c’è ancora. Neppure le amministrazioni comunali più stravaganti sono riuscite a far fermare il tram dentro Santa Maria del Fiore o a scavare un posteggio sotto il campanile di Giotto. E, per quanto gli yankees possano offrire, nessun McDonald’s prenderà mai il posto della Galleria degli Uffizi.

La Firenze di oggi ha i problemi che più o meno assillano ogni grande città. Ma quale rigenerante conforto è ritornare ogni tanto a Piazzale Michelangelo per fare con un lento sguardo il ripasso delle meraviglie. Partite da Santa Maria Novella, raggiungete attraverso Via Tornabuoni Piazza S.Trinita, scendete sul Lungarno Acciaioli sino al Ponte Vecchio, entrate in via Guicciardini, rasentate Palazzo Pitti e poi su per Via Romana, il Giardino di Boboli, i Viali Machiavelli e Galilei, la visione alta di San Miniato. E siete a un passo da quel balcone impareggiabile. Allungate un braccio e toccate la cupola del Brunelleschi. E’ soltanto un inizio. Scendete lungo Viale Michelangelo, a sinistra il Ponte alle Grazie vi attende per indicarvi la strada che conduce a Piazza Santa Croce e con una breve svolta e un dietro-front recatevi al cospetto di Palazzo Vecchio. Qui riposatevi dieci minuti a un tavolo del caffé Rivoire, se trovate posto. C’é ancora mezza Firenze da vedere. E non dimenticate il compleanno di Giovanni Boccaccio, nato nel 1313. Questo significa che andrete a portare un bacione anche a Certaldo. Esiste una vacanza piú bella?

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