La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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 Oggetto del messaggio: Le Storie di Daimon
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L'ultima risposta

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Vagava insonne nelle stanze della sua anima, arredate con gusto classico, sobrio, così come era proprio del suo equilibrio spirituale, quello dei “tempi normali”.
Vi vagava, e quasi gli pareva di non riconoscerle… anzi, di non averle conosciute mai.
Tutto era uguale, e tutto diverso, ciascun oggetto, meticolosamente disposto con la cura che solo anni e anni di una mente disciplinata possono donare, gli sembrava ora appannato d’un sottile velo di polvere.
Un raggio di sole immaginario, o forse il fascio di luce di una piccola lampada, proveniente da un angolo di nulla, improbabile in quell’ora notturna, giocava col pulviscolo sospeso.
Il piccolo quadro virtuale, appena dipinto, pareva osservarlo sorridendo alla luce debole del monitor.
Bevve altro caffè, ma il rombo dell’alcool nelle vene non voleva placarsi.
Ancora una volta, la sera prima aveva ceduto alla debolezza, insita ed immanente, del corpo, che anelava ormai al riposo fisico e a un minimo di sollievo psichico… ma era deciso a non concederselo. Non ancora.
Conosceva bene gli effetti potenziali del cocktail di medicinali ed alcolici cui si stava sottoponendo, ma sapeva altresì che il rischio gli era in fondo poco importante… nessuno dovrebbe vivere per sempre, e nessuno dovrebbe vivere in ginocchio. E c’era qualcosa che lui voleva fare.
Il caffè forte, bollente, sferzò i suoi nervi, e gli permise di ritornare all’immagine che gradatamente gli si formava nella mente… lentamente, con il metodo disciplinato che gli era proprio, dopo gli anni della meditazione orientale, costruì l’immagine, prima per grandi linee, poi aggiungendo i particolari, sempre più infinitesimi, sempre più dettagliati e vividi, così da rendergli la scena reale e vera.
Osservò il risultato, compiaciuto che, nonostante tutto, la sua mente rispondesse, come sempre, in maniera così perfetta… vedeva ora ogni dettaglio della piccola stanza un po’ malridotta dall’uso e dalla vita, l’angolo con il blocco cucina e la finestra, e poi la zona notte, e la tv, e la piccola scrivania con l’onnipresente computer… e poi i pelouches, gli abiti sparsi, e il disordine, drammatico ma in fondo allegro, delle mille cose che invadevano il pavimento, ritagli di un’esistenza che lui pure aveva conosciuto, toccato, ma che non era più sua.
Nell’entrare nell’immagine, accarezzò con lo sguardo ogni particolare, con affetto, con una nostalgia dolce ma dolorosa, e ripose il tutto nell’ennesimo cassetto ben ordinato del suo cervello, analitico nonostante tutto, ché non gli fuggisse via col tempo.
Si concentrò invece sulla linea morbida delle spalle di lei, curve, appena delineate dalla luce aggressiva, persino violenta, della lampada da tavolo.
Lei aveva assunto, e anche questo come sempre, quella posizione sua tipica, un po’ ingobbita, raccolta, e pensava, chiusa in se stessa, intensamente ma allo stesso tempo vagamente distratta, il mento un po’ all’insù, a quanto stava creando.
Stava dipingendo il piccolo quadro che lui aveva già visto.
Lui sapeva che esisteva un’incongruenza temporale in ciò, ma non se ne chiedeva mai il perché… gli bastava sapere di riuscire a far cose che erano assai insolite, giocando a piegare il tempo e lo spazio nella sua stranissima mente, e lasciava i perché al riguardo nell’angolo delle cose superflue del pensiero, quelle che non si buttano ma nemmeno si adoperano, eppure stanno lì, per sempre, ad osservarci criticamente a loro volta.
Notò pigramente l’usuale e metodica lentezza di lei, ogni gesto già catalogato dall’esperienza, e cominciò a considerare la parte di quel viaggio che in cuor suo temeva fin dall’inizio…
Prese a muoversi nella stanza, leggero, silenzioso, avvicinandosi con una sorta di disagio al momento topico, quello in cui l’avrebbe potuta osservare in viso.
Forse quella volta anche lei lo avrebbe visto, o forse ancora una volta no.
Lei dipingeva il suo quadro immaginario con le dita rapide, e il pensiero lento, chè correva troppo sovente ad altro, e lui sapeva bene a cosa.
Lo percepiva, vago ma distinto, quel filo di fumo di un pensiero che cercava, senza trovarlo, un fantasma… che pure era lì, alle sue spalle, sfocato e indistinto, ma invisibile a quasi tutti.
Si appoggiò alla parete, le spalle rilassate, eppure percependo vividamente la sua propria tensione, mentre il sangue, goccia a goccia, gradatamente si raffreddava nelle sue vene… questi suoi viaggi erano pericolosi, e chiedevano sempre molto al corpo e alla mente, ma ora questo non importava.
Sollevò infine lo sguardo, piano, l’indecisione che lottava con la necessità, impellente e furiosa, del suo desiderio, e la scrutò…
Restò sorpreso, inorridito quasi, quando si rese conto che non riusciva a visualizzare il viso di lei.
Eppure mai aveva dubitato di questa parte dell’esperienza sensoriale, mai aveva pensato che proprio quel particolare gli sarebbe stato così facilmente ed incredibilmente precluso.
Ripensò alle tante foto che aveva di lei, alle mille cose fatte insieme, ai giorni e alle notti rubate al fiume del tempo delle loro vite, ma invano… Nulla, non vedeva il suo volto, esso sfuggiva alla sua mente.
Deluso, addolorato, con un senso di ineluttabile fallimento addosso, comprese alla fine quale era il messaggio che questa esperienza gli stava trasmettendo.
Con lentezza, l’istintiva, irata e vana ribellione diede luogo ad una sorta di serenità rassegnata, all’accettazione del già accaduto, del non più modificabile…
Volò quindi via da lì, e ritornò in sé.
Sui monitor, sia nella piccola casa di lei che nell’enorme abitazione di lui, persisteva l’immagine del quadro… ed era il volto di lei, sempre e comunque bello, ma sconvolto, oltre ogni umana comprensione, come in un quadro di Munch…
Lui osservò quel monitor, che rispondeva alla sua ultima domanda, e fece scattare il cane della piccola rivoltella.
Non fece nemmeno in tempo ad udirne lo scoppio.

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LA SALAMANDRA
(dedicato a chi confonde la psiche umana con le scienze esatte)



Solone trovava sempre difficile credere che potessero esistere altri capaci di trascorrere del tempo in letizia, scherzando, ridendo e giocando.
Amaro della sua cruda essenza di uomo incattivito dagli anni e dalle malizie, sue proprie più che altrui, riteneva quasi di poter procedere nella vita senza rispetto alcuno per il prossimo, poiché s’era ormai da tempo autoconvinto di aver subito in passato chissà quali torti.
In realtà, spesso e volentieri era stato egli per primo a maltrattare l’altrui sensibilità, ma tale consapevolezza sembrava scorrergli via, lasciando dietro di sé quella cupa rabbia, quell’astio contro tutto e tutti che ancora e solo lo alimentava nella faticosa battaglia giornaliera che, isolato dal mondo e nel mondo, da tempo conduceva.
Viveva di sensazioni strane, sentendosi disperatamente solo in luoghi affollati e pieni di vita, e di converso al centro di un gran ballo quando invece si muoveva in una sala vuota.
E peraltro neppure era il peggiore…
Questo la pigra salamandra, erede preistorica di una strana forma di saggezza, semplice ma a suo modo profonda, ben lo sapeva, e quindi osservava tranquilla dal suo angoletto, Solone come altri personaggi della tragicommedia, attendendo che, come polpi del mare, cocessero nei loro propri umori, gravidi di cattive pulsioni, e pertanto per essi stessi velenosi.
Il tempo scorreva, e come fa sempre, aggiungeva nuove e sorprendenti prospettive alla visione del piccolo rettile, esso guardava, e vedeva cose ancora di là da venire.
Ciò mai finiva di sorprendere quell’anima strana da rettile… più osservava l’uomo, più si sentiva stranamente lieta d’esser nata animale, e questo era quanto dire…
Solone continuava a vagare, quale cieco nella mente, finendo per inciampare in un corpo d’uomo ebbro, crollato riverso da una seggiola ormai vuota tra i tavoli della grande sala.
Lo osservò, perdendone rapidamente interesse… solo un’altra comparsa fuggevole sul palcoscenico della sua vita.
Solone vagava, disperatamente solo…la grande sala affollata, per lui un deserto.
Non poteva saperlo, ma il nome della salamandra era Prometeo.




SALA...TINI

"...e camminerà dunque Saulo nella polvere, sulla via di Damasco?"
La bambina se lo chiedeva con insospettabile gravità, osservando pigramente la madre impegnata a lavar le robe al fiume.
Il sole pareva donare inattesi barbagli di luce a tutte le cose, quasi a mondarle dell'umana sciatteria, ma ella non lo notava, o forse vedeva oltre anch'essa, coi suoi occhi quasi ciechi.
In lontananza, i rumori e gli odori di un gregge trasmettevano segnali di assurda normalità, ma la bambina rettile sapeva che ciò non poteva essere, poichè Saulo era lì, indeciso al crocevia più importante della sua intera vita.
Ifigenia pensò, d'un pensiero languido e furente, a Prometeo, e al suo punto privilegiato d'osservazione.
Solone era certo più facile da seguire che Saulo, ma in fondo assai noioso, ripetitivo, prevedibile.
Saulo almeno le stava provocando un brivido... "imboccherà la strada?", si chiese ancora, questa volta quasi distrattamente.
La madre lavava e stendeva i suoi panni, che brillavano al sole...
Altrove, Solone sbocconcellava dei biscotti salati, alquanto stantii, rinvenuti su uno dei tavoli della grande sala.



L'UOMO DIVISO (o pensieri metafisici in libertà)


Non vi è nulla di più difficile che tentar di aprire una porta spalancata.
Un vuoto immenso ci attende, e molti sembrano incapaci di trovare la maniglia ove maniglia non c'è.

Una stilla di rugiada brilla al sole... solo una piccola goccia, o un caleidoscopio di mille universi?
Come sempre, dipende da quale punto di visuale si assume...

Capire le cose semplici è impresa ardua, quasi impossibile, per coloro adusi a cercare sottintesi e malizie in ogni cosa.

Pennellate di rorido rosso feriscono il bianco abbacinante della tela.
Il quadro, pieno di forma nella mente immaginosa dell'artista, resta immoto e desolato nel mondo reale, ove non ci sono colori a sufficienza.

Il clangore dei due eserciti che si scontrano è cosa nulla nel vuoto assoluto della loro impresa.

L'arco scocca la tartaruga, poichè la freccia ormai rifiuta ogni ruolo di para-dosso...

Para-digmi?

Un computer innestato in un uomo ne detta i tempi della vita. Vi è qualcosa di stupefacente in simile mostruosa oscenità, una bellezza laida e senza tempo che trascende la semplice comprensione.
Dunque rifiutiamoci di capire.

Il bambino vide con occhio semplice e obiettivo la verità del mondo e di tutte le cose.
Gli uomini lo ascoltarono, e quando finalmente compresero, impazzirono...

Il sale era una grande ricchezza. Monopòli o Monòpoli?




Seguono dieci riflessioni, più o meno ermetiche, o magari chiarissime…


Prima riflessione ermetica

Dimensioni varie e variabili,
nello spaziotempo della mente,
riverberano scintille di pensiero,
fulminei squarci di coscienza appesi
al gancio del macellaio critico,
che assurto al ruolo di giudice inflessibile,
cerca nel mio cervello spazi liberi,
ove proporre nuove idee, non mie.
Mi rinchiudo lentamente
in spazi sempre più angusti,
ove quell’energia vitale della mente,
paradossalmente ritrova se stessa,
e lancia guanto di sfida.
Lanciato dunque l’amo,
acqua tranquilla di coscienza s’increspa,
abbocca un macellaio assai sorpreso,
la mente libera vola ancora via.


Seconda riflessione ermetica

Pensiero rubato.
Cicerone e Catilina mille volte si scontrano nel cranio rimbombante,
corruschi riflessi della lotta riverberano a un livello di coscienza
che non sempre mi appartiene, sfuggente e lancinante
come una fitta di emicrania improvvisa.
Pigramente mi chiedo fino a quando la battaglia verbale
potrà aver luogo, e soprattutto,
fin quando riscuoterà l’interesse d’una mente torpida,
che vorrebbe riposare, dormire, sognare, dimenticare…
Ma parlano, parlano e parlano, e mi sento naufragare,
nel mare delle parole insignificanti,
tante, troppe, travolte e travolgenti…
E’ inutile, è tutto inutile.



Terza riflessione ermetica

Coscienza disperata del vano,
sfonda la porta aperta del pensiero vitale,
ne assorbe l’energia, pure la sugge,
la sputa, e ciò che resta sono io.



Quarta riflessione ermetica… o il pensiero di Brescia

Hobbit obsessed observes abstinence.
Absence of observation of the abyss
Banalizes Banana splits in my brain,
The beast is there, obscure signal
Of a bastardized flower, or flour.
Baby "bear" ( ) with me, bones break,
Bristol sits in the dark, and
The beast is there, obsessive, again.



Quinta riflessione ermetica

Basto d’asino opprime la groppa,
specchio s’infrange su pazienza,
mai troppa, che termina di scatto
con lo schiocco della serratura
della cantina della mia anima.
Fugge il cuore, incatenato
di catena alcuna, e il mostro ride.




(continua)

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Sesta riflessione ermetica, in rima baciata.

Sogno, e nel sognar quel sogno mi desto,
aria m’opprime il cuor, che passi presto,
chè prima di morir tanto da fare resta,
scende la sera, passata è la festa…

E cuore, batticuore, e anche l’amore,
maledizione, fan rima con dolore,
che prende e soffoca anima ferita,
soffio di vita scivola, tra le sudate dita…

Nel peso del pensier che pure opprime,
danzano fate e gnomi, tra le rime,
di una mente che rassegnar non vuole,
render le armi, umor sotto le suole…

Scorre tempo drenato e infecondo,
alle radici stesse d’inverecondo mondo,
tempesta furibonda in un bicchiere,
passano i giorni, mi restan le sere.



Settima riflessione ermetica

Un pensiero spirato,
barlume d’un’idea mai vista a luce,
fiammella languida e sofferente,
al ricordare doloroso induce
la mente dolorante anch’essa,
oppressa da pensieri discontinui,
eppur ripetitivi, maledetti,
della follia che ne governa il cursus.
Siediti idea, restiamo qui a parlare,
non andar via, non mi lasciare solo
in questa scatola d’osso, una prigione,
da cui soltanto uscir si può da morto.
Fluttuante fugge, ridendo scappa via,
resta un’immagine sbiadita,
vivida eppur morente,
specchio dell’anima mia.



Ottava riflessione ermetica

Avello del pensier,
sopita danza di ombre
riprende corpo sull’ipotetico monte,
calvo di nome,
cui tanto s’ispirò
compositore.
Mille fantasmi in fior,
ghignano tra la folla deserta,
ove pensier d’avello fuggito,
il perché si domanda,
senza trovar risposta.


Nona riflessione ermetica

Bastarda di derisione,
fugge non più compagna
l’ispirazione al poeta,
lasciando dietro sé,
in affollata danza,
un deserto di idee,
la lieta fine.




Decima, e ultima, riflessione ermetica

Finisce fine finemente finale, finalmente.
Spazio ristretto, entropia della mente.
Sollievo sollevato al cuor si sente,
scrive parola fine, e non si pente,
il poeta prosciugato, inconcludente,
da queste contorsioni della mente,
a questo squarcio intimo e immanente,
grato per il dolor, rugge furente…



Mumble......

Cos'è che viene catturato dallo specchio ogni qual volta in esso ci specchiamo?
Quanta parte non ritorna indietro?
Riflessione ( ) o piuttosto Rifrazione, incomprensibile alla mente sempre a caccia del tutto razionale, ma ovvia alla mente stupita che osserva il mondo con occhio scevro da condizionamenti?
E dunque, cosa vede il bambino nello specchio?
Forse un altro bambino...

Troppi collegamenti, troppe catene e lucchetti in quanto scritto finora, la mente, libera dalle catene che pure la appesantiscono, riesce davvero a comprendere ogni interazione, ogni clik che i pensieri, allegri ed ebbri di quella libertà inaspettatamente acquisita, le propongono in teoria infinita?
Vedi cosa accade a esplorare quest'angolo buio?



Mille piccoli fiori nucleari allegramente sbocciano sul volto rugoso d'età del mondo...
Un coniglietto rosa muore, ma che importa, lo scarafaggio lilla sopravvivrà...
...e la ruota riprende a girare...
pigre volute di vapore primigenio s'innalzano in un'alba nuova, la cosmèsi dell'eterno riprende il suo sempiterno ciclo, l'afrore di ciò che fu si dissolve nell'orribile profumo di ciò che è, nell'attesa di ciò che sarà, se mai dovesse essere.

Amare gli altri fu forse una colpa?
Credere nella bontà innata dell'uomo un atto di ingenuità imperdonabile?
Continuo a credere di no, ma quei laidi fiori continuano a moltiplicarsi, e lo scarafaggio, stolido e indifferente, attende il suo momento...



Bere alla fonte dell'innocenza fu fatale a Prometeo.
Egli aveva sete, e bevve, noncurante della targhetta con le istruzioni... "agitare bene prima dell'uso"... il gorgoglìo del liquame nell'esofago cantava un carme di morte...
la bambina, osservando lo specchio ormai infranto, crepato, irrimediabilmente incrinato nella sua stessa intima essenza, pensò a Saulo in cammino, a Solone svagato e perduto, e rise.
Le lagrime sgorgarono finalmente libere da quegli occhi oscurati, dedicando una piccola ode a ciò che finiva e a ciò che iniziava.
Il vuoto si riempì, mentre il mondo si svuotava e spariva, e














Personaggi e interpreti:

Prometeo, la salamandra saggia, che commise un solo errore, ma bastò

Solone, avvolto irrimediabilmente nelle sue dubbiose certezze

Ifigenia, la bambina che osservò con occhi feriti, e rise e pianse, ma infine non fece nulla

Saulo, che forse cammina ancora

lo Specchio, che fece ciò che gli specchi in genere fanno, riuscendo perfino a rompersi alla fine, ma senza poter donare i canonici sette anni di guai, perchè non c'erano più anni

Chiavi, Catene e Lucchetti per i pensieri, che ora non servono più

Daimon, la voce narrante, che testimoniò tutto questo in un altro spaziotempo e volle registrarlo

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http://www.youtube.com/watch?v=KZrMwX6b ... ed&search=



Una storia (forumista, di scritti e idee) si chiude. Una nuova si apre. Qui.

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...dovevano stare nelle Storie del demone

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Tu vedi cose che esistono
e ti chiedi: perché?

Io sogno cose mai esistite
e mi chiedo: perché no?

(G.B.Shaw)


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Grazie, fantasmina... come sempre, son proprio belle... :D :D :D

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Shangri-la


Non credeva più in nulla.
Se ne accorgeva solo ora, alla ennesima grande svolta di un percorso di vita, spirituale e materiale, che lo aveva condotto praticamente ovunque.
Non credeva più in nulla, poiché troppo aveva visto nel corso del tempo, e troppe volte era stato deluso dalle azioni degli uomini.
Ora, mentre varcava quel grande portale, cercato ansiosamente tutta la vita, comprendeva quanto fosse ormai tardivo quel ritrovamento, che solo pochi mesi prima gli sarebbe apparso come il fulcro intero della sua esistenza.
Camminava, svuotato di ogni emozione, umana o divina, gli scarponi che risuonavano sull’antico selciato, tra le rovine del grosso complesso archeologico, soffocato dalla giungla ma ancora maestoso e “vivo”… a suo modo.
Eppure, in quel momento così magico, non poteva non pensare che, anziché essere proiettato all’esterno, ad assorbire ogni dettaglio dell’incredibile visione che gli era apparsa innanzi, il suo animo era tutto rattrappito su se stesso, incurante infine della magia del luogo.
Si perse sempre più in se stesso, continuando a camminare come un automa.

Sotto i suoi piedi nudi, i petali dei fiori sparsi sul suo cammino emanavano ancora un lievissimo profumo.
Ma lui non lo sapeva più.


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Storia minima



-La vita dà, la vita prende!- mormorò pensieroso l'anziano principe di Rockenhausen -E Dio solo sa quanto io abbia dato, senza mai prendere... quando mai verrà il mio momento di godere di qualcosa di bello dell'esistenza?-

Una goccia di vino di Pandu schizzò via dal calice debolmente agitato dalla mano vizza dell'uomo, atterrando sul tappeto ormai liso dai passi di mille generazioni di Rockenhausen.

La gatta magica distesa dinanzi al camino si stiracchiò, i riflessi delle braci a riverberare sull'insolito ed inquietante pelo violaceo.

Aprì un solo occhio, quello maculato d'oro, e rispose:
-Continuerai a dare finchè avrai respiro.-

Rockenhausen chiuse gli occhi e... vilmente... spirò.

Il resto del vino raggiunse la goccia sul tappeto.

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Pensazioni

Un mattino domenicale in cui la cattiveria di alcuni è eclissata dalla dolcezza infinita di altri.

E poi noti che anche quella cattiveria in fondo non è così cattiva, forse perchè è il tuo cuore che non sanguina più.

E inizi il giorno con un sorriso.

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daimon ha scritto:
Pensazioni

Un mattino domenicale in cui la cattiveria di alcuni è eclissata dalla dolcezza infinita di altri.

E poi noti che anche quella cattiveria in fondo non è così cattiva, forse perchè è il tuo cuore che non sanguina più.

E inizi il giorno con un sorriso.


Un Bacio.

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Renato Brunetta: mens NANA in corpore NANO!


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giu-ni ha scritto:
daimon ha scritto:
Pensazioni

Un mattino domenicale in cui la cattiveria di alcuni è eclissata dalla dolcezza infinita di altri.

E poi noti che anche quella cattiveria in fondo non è così cattiva, forse perchè è il tuo cuore che non sanguina più.

E inizi il giorno con un sorriso.


Un Bacio.


Un sorriso. :)

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sollievo...


come il cubetto di ghiaccio sulla schiena...


in quest'afa terribile....


sollievo...


il tuo sorriso...

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Σ'αγαπο

- disse -


(...Amore mio, Amore mio, Amore mio...)


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Ofelia ha scritto:
sollievo...


come il cubetto di ghiaccio sulla schiena...


in quest'afa terribile....


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il tuo sorriso...




Ti voglio bene.

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L’ultimo viaggio di Daimon in Altroquando

(dal “De Daemone” di Merlin, il mago, che il Daimon conobbe come nessuno, poiché, si dice, avessero legami di sangue)




Prologo

Un demone ha mille poteri.
Può fare mille cose, per sempre e da sempre negate ad altri, che solo possono sognarle.
Quando poi a detti poteri si aggiunge una conoscenza dell’arcano millenaria, si può ben immaginare cosa sia effettivamente nella disponibilità di un simile essere.
Eppure, un demone ha un limite che lo fa soffrire, e lo fa sentire inferiore a qualsiasi altra entità del Creato, e anche dell’Increato: un demone non può morire.
In genere, un demone non desidera affatto morire, tutt’altro.
I millenni gli hanno donato saggezza, conoscenza, anche ricchezze materiali, esperienza.
E’ forte, molto forte, e arcanamente bello, ancorché oscuro ed inquietante in qualche modo, e molto gli è consentito che agli Angeli, ad esempio, pur potentissimi, sarebbe negato.
Egli può vagare libero per tutti i mondi di Altroquando, senza limiti di tempo e di spazio, e conoscere e sperimentare ogni cosa, libero e senza autorità alcuna su di sè.
Un punto debole cui un demone mai dovrebbe soggiacere è il legarsi agli umani e alle loro umane cose.
L’umano passa nel tempo di un respiro, e un demone può sentire duramente la solitudine incipiente e la sensazione della perdita.
Sarebbe dunque meglio, per un demone, rimanere sempre supremamente indifferente e altero delle cose umane, e molti demoni praticano assai bene quest’arte, usando l’umanità come giocattolo, oggetto della loro insondabile, raffinata crudeltà.
Ma vi è un demone che il suo mestiere di demone pare conoscerlo assai poco.
Da sempre, fin dal termine della Guerra Antica, e praticamente da subito dopo la Caduta, questo demone pervicacemente ha attraversato i mondi di mezzo, assumendo inizialmente la forma umana di un giovane poeta guerriero, poi vagabondo, poi mago e negromante, “umanizzando” se stesso oltre la misura che la buona ragione vorrebbe per un demone.
Molto ha vissuto tra gli umani dei vari mondi di Altroquando, molto ha amato, e odiato, e vissuto, combattuto, sofferto e gioito, eterno nel suo non poter sparire nei meandri polverosi della memoria e del tempo, e molte cicatrici questa scelta gli ha lasciato sull’anima, chè questo demone particolarissimo pare abbia perfino un’anima, incredibile ma vero.
Il demone di mezzo, il Daimon di questa nostra storia, ha dunque caratteristiche, dettate da qualità intrinseche e da sue scelte strane ed unicissime, certamente insolite per un demone.
Io ho conosciuto questo demone, gli sono stato amico e nemico in molti tempi e luoghi di Altroquando, lo ho amato e lo ho odiato, ma sempre ne ho rispettato la dolentissima unicità.
Molte sue vicende sono state narrate dal Daimon stesso, e molte ancora da altri in Altroquando, altri che ebbero modo di assistere o partecipare ad alcune delle sue avventure, delle sue pazze imprese, o che ebbero modo di testomoniare delle sue passioni e dei suoi dolori.
Pur tuttavia, ora che egli ha deciso di scomparire da Altroquando, ora che nessuno in Altroquando saprà più, dopo millenni, ove egli sia e cosa stia facendo, finalmente Merlin e Daimon si sono rivisti, e dopo moltissimo tempo hanno parlato, non da nemici, ma come due commilitoni stanchi, e il demone mi ha raccontato una storia, che fisso ora su carta, perché questa mia vacillante memoria di vecchio non mi tradisca, e perché si sappia infine cosa del demone in conclusione è avvenuto.
Mi ha chiesto inoltre di ritrovare e contattare Maia, la fantasima mutante che per lungo tempo ha vissuto nelle tante materializzazioni della Torre della Rosa d’Argento, la casa del demone che ora sembra non esista più in nessuna realtà di Altroquando, perché curasse la pubblicazione di questo racconto e resoconto, cosa che ho fatto.
In cambio, ricevo infine il suo demoniaco perdono e, almeno io, al completamento di questo mio ultimo lavoro, potrò finalmente morire.




Capitolo I. La strana visita di un vecchio amico.

Si deve sapere che anch’io, Merlin di Brittany, sono vecchissimo, innaturalmente vecchio, e per volere del demone, che lunghissimo tempo addietro mi punì con lo strale dell’eterna memoria, dell’eterno pentimento, per la mia colpa leggera che generò una delle mille sue dolorosissime e gravissime colpe, un fardello che ho notato, con sorpresa, egli ancora porta, con dolente dignità, su di sé.
Egli mi aveva donato il potere della magia del Fare, unico tra tutti gli uomini, e io ne feci cattivo uso, per amore, consentendo così al male di fare un suo corso che mille ferali conseguenze apportò ad Altroquando, e il demone stesso perse molto di ciò che gli era caro per sanare, dopo secoli, e almeno in parte, le cicatrici che il mio gesto insano aveva generato in Altroquando.
E quindi mi punì, nel modo contorto e inumano dei demoni, in modo che mai potessi sfuggire a ciò che avevo commesso, tradendolo, io, il più privilegiato tra gli umani.
Non posso dire di non aver tratto buon frutto dal suo dono maledetto, poiché negli anni lunghissimi sono divenuto uno studioso insigne ed apprezzato della Storia dei mondi di Altroquando, oltrechè notissimo mago io stesso, e dunque, anche secondo le ultime parole del demone, ampiamente ho espiato, di fronte a dei e uomini, il male che scioccamente commisi, con molte altre azioni in favore e lode della Luce e dell’Ordine e del Bene, e quindi ora, con il suo perdono, mi accingo finalmente a morire sereno.
Ma prima questa storia, come ho promesso, e poi la fine.

Vivo da anni in Aliland, dove abito una casa molto elegante, quantunque austera, in pieno centro di questa bellissima ed antichissima capitale dei mondi di mezzo, in posizione non lontana dal Castello.
Sono vecchio, e assai stanco e annoiato delle cose della vita del mondo, e dunque la sera tendo a ritirarmi presto, per leggere, studiare o dormire.
Naturalmente, come tutti i maghi di Altroquando, sono sempre attento a quanto il Daimon combina nei vari mondi del multiverso, poiché spesso le sue imprese profondamente incidono sulle vite di tutti noi, maghi e non, in molti modi che non sto qui a spiegare, chè non mi è dato né è qui utile al procedere della storia.
Tuttavia, essendo da moltissimo tempo che non lo vedevo né se ne sentiva parlare e raccontare, quale fu la mia sorpresa quella sera in cui, a ora già tarda, sorpreso dal rumore del pesante battente della mia porta, andai ad aprire, ritrovandomi di fronte a un’immagine inalterata nel tempo, l’immagine di un cavaliere tutto vestito di nero, di età apparentemente non superiore alla quarantina, con una rosa d’argento a fermare il mantello, una bisaccia e due spade, una argentea e luminosa, l’altra enorme, nera e trasudante malvagità.
Naturalmente il demone indossa un’armatura completa, seppur del tipo leggero, fornita di pugnali ed altre armi, e buon per lui che la sua forza innaturale e demoniaca lo sostiene nel portarne il peso, che non deve essere poco, ma ogni volta che mi accade di vedere quella spada nera tutto il resto perde di impatto visivo.
Essa è viva, e potente almeno quanto lui, e forse anche di più… essa pare assorbire la luce intorno a sé, e “beve” le anime dei suoi nemici, e le cristallizza prigioniere in sé, per sempre intrappolate in quella lama istoriata di rune, ove per sempre esse si dovranno dolere della feroce compagnia del demone inferiore che alberga nella spada stessa.
Non una lieve condanna per chi attraversa la strada del demone nero di Altroquando.

Mi salutò, con quella voce profonda, innaturalmente armoniosa, che ricordavo così bene, e con quei suoi occhi, scuri e penetranti, sardonici ma anche sempre un po’ perduti nel vuoto oltre l’interlocutore, e mi chiese, disinvolto, se nella mia casa c’era qualcosa per alleviare il tedio del viaggio a un viandante.
Annuii, troppo sorpreso per replicare, ben sapendo che non era certo la fame a ricondurlo da me, e gli feci cenno di entrare.
Con un gesto magico, accesi le lampade della sala grande, quella del camino, situata al piano inferiore della grande magione, ed il camino stesso, che avevo già soffocato, apprestandomi ad andare a letto.
Il demone si guardò intorno e sorrise, poi col solo pensiero spense di nuovo tutte le luci tranne una, lasciando tuttavia che il camino continuasse a fornirmi il sollievo della sua luce e del suo calore.
Non dissi nulla, rispettando il suo desiderio di penombra, e sempre in silenzio gli servii del pane, del formaggio e del vino rosso delle colline meridionali di Aliland, un vino forte, sincero, generoso, assai apprezzato e rinomato, che viene prodotto in una mia fattoria poco fuori della città.
Mi rivolse un sorriso vago, di ringraziamento, e mangiò in silenzio, senza calar l’attenzione, veloce e circospetto come un lupo, ripulendo in breve ogni cosa.
Lui mi ha sempre ricordato un lupo, nell’economia frugale dei suoi gesti, nei suoi sguardi acuti, che sembrano bruciarti l’anima, e in mille altre sue piccole movenze e caratteristiche.
Al termine del pasto, si accese una sigaretta di quelle dei mondi del sud, una di quelle vegetali, aromatiche e potenti, senza offrirmene, giacchè sapeva che non fumo ma che la cosa non mi disturba e, in un solo movimento fluido ed elegante, si allungò su una delle poltrone di fronte al camino.
Io mi sedetti sull’altra assai più lentamente e stancamente, come purtroppo è aduso a noi vecchi, girando al largo dal divano dove aveva appoggiato casualmente le sue poche cose, compreso l’orribile spadone nero.
Trascorremmo alcuni minuti a conversare del più e del meno, come due conoscenti qualunque, e poi infine mi svelò il motivo della sua visita.
-Sto per lasciare Altroquando, Merlin- mi disse con cautela- l’intero continuum, e forse non vi farò ritorno mai più. Altroquando deve cambiare, e la presenza del demone, dopo l’ultima battaglia che ho combattuto, non è più utile al progresso di questi mondi… anzi, forse ne costituisce freno.
Temo che sia giunto il tempo in cui molti, troppi degli uomini hanno dimenticato come amare il demone.
Ma prima voglio raccontarti questa storia, e desidero che essa sia resa nota.-
Annuii, in silenzio, già sapendo che non gli avrei mai negato nulla. Tale è, nonostante tutto, l’amore che gli porto.
Parlò a lungo, e infine, quando già albeggiava, si sollevò dalla poltrona, lasciandosi dietro un posacenere colmo di quelle bizzarre cicche di sigarette profumate, un bicchiere da cognac vuotato e riempito più volte e un senso di gelo.
Io non mi alzai, ancora stranito da tutto quanto avevo ascoltato, ma lo udii reindossare rapidamente le sue cose, poi il rumore dell’uscio che si chiudeva, poi più nulla.
Da allora non lo ho più visto, né ho sentito o saputo più nulla di lui e, quando avrò finito di redigere questa storia, finalmente morirò, almeno io.
Il demone, chissà…







Capitolo II. La battaglia con il Monaco Nero di Waisen.

Da sempre è noto che la Congrega dei Monaci Neri di Waisen è contraria ed invisa al demone di Altroquando.
Paradossalmente, la Congrega da tempo immemorabile vuole mantenere il mondo in un oscurantismo religioso ossessionato dalle proprie regole ferree e inflessibili, ove ogni dettame del Monaco Nero deve essere rigorosamente osservato, senza domande, da tutti, e sovente fa uccidere coloro che si oppongono a tale terribile stato di cose, utilizzando la Congrega degli Assassini a Contratto di Aliland o sicari suoi propri.
Paradossalmente, dicevo, il demone ha sempre opposto al buio di tale visione teosofica del mondo la luce della fiammella del progresso del pensiero umano.
Che il demone rappresenti in ciò la Luce è paradosso lungamente discusso e meditato da filosofi e storici, eppure ciò fa parte completamente della dualità del demone stesso, a metà tra Ordine e Caos, tra Paradiso e Inferno, tra Superstizione e Ragione, o comunque vogliate chiamarli.
Da sempre ogni bravo storico di Aliland sapeva in cuor suo che prima o poi il demone e il Monaco Nero a capo della congrega, uno stregone di grande potenza, si sarebbero scontrati in un confronto finale.
Bene, ora che so che ciò è avvenuto, ve lo racconto brevemente, come richiestomi dal Daimon.


In una sera brumosa e fredda di dicembre un uomo a cavallo giunse in vista del Monastero di Waisen, che incombe minaccioso e tetro,dalla prospicienza della rupe più alta, sulla vallata ove sorge Aliland.

L’uomo, alto e robusto, era tutto intabarrato in un pesante mantello nero, con una rosa d’argento come fermaglio, i lunghi capelli neri ondeggianti nel vento gelido.
Anche il destriero era nero, con bizzarri occhi, rossi e luminosi, e grande, innaturalmente grande, e una enorme spada nera gli pendeva dalla sella.
Non appena la strana apparizione, che incuteva di certo timore, fu a portata d’occhio del monastero-fortezza, delle piccole luci presero freneticamente vita sugli spalti dello stesso.
Dal loro movimento si intuiva che nel Monastero fervevano improvvise attività e un certo nervosismo.

Il cavaliere giunse di fronte al grande portale della costruzione, scese da cavallo e prese la grossa spada in spalla.
Indifferente e inarrestabile come il destino si avvicinò ai massicci battenti di legno pesante e ferro nero, li osservò per un attimo interminabile, poi vi poggiò una sola mano, come volesse spingerli ad aprirsi, e mormorò qualcosa.
Dalla sua mano parve scaturire una fiammella azzurra, e la enorma porta incredibilmente parve raggrinzirsi su se stessa, spezzandosi di netto e crollando.
All’interno, un folto gruppo di Monaci Neri, armati come di certo non si conviene a uomini di Chiesa, arretrarono verso il centro della corte interna.
Il demone, poiché di lui si trattava, oltrepassò i rottami della porta, e snudò la lama nera.
Il combattimento di uno contro molti, ove però, come consueto, era l’uno a essere maledettamente in maggioranza, ebbe inizio.
Il rumore dei colpi e le urla affogate nel sangue dei monaci facevano solo da pallido sfondo all’empio canto metallico della grande spada infernale, e in breve il demone si aprì la strada combattendo, su per le scale, fino all’ingresso del palazzo vero e proprio.
Solo quando l’ultimo dei monaci spirò, soffocando e mormorando maledizioni nel proprio sangue, gli occhi dilatati dall’orrore della comprensione del proprio destino, per sempre prigioniero della lama nera, il demone varcò infine la soglia del palazzo, entrando in breve nella grande sala centrale, quella delle tristemente note Udienze del Monaco Nero.
All’altro capo della vasta stanza, il Monaco in persona lo attendeva, con in mano il suo famoso bastone di magia, l’Ukeòs, che già crepitava di fiamma arcana.
La spada nera mugolò, riconoscendo nonostante tutto un confratello.

In realtà il combattimento fu breve, e solo qualche lampo di luce che saettava dall’uno all’altro dei due grandi negromanti ne fu testimonianza visibile.
Tuttavia, le conseguenze di quello scambio di colpi furono devastanti per i mondi di mezzo.
Quella notte, molti pacifici abitanti, di Aliland e di altri luoghi, morirono a causa di quel confronto, la loro energia vitale bruciata nelle potenti contorsioni degli strali magici dei contendenti.
Molti altri sopravvissero, ma impazzirono al cospetto dell’energia malvagia dei mille e mille demoni che quella notte per un po’ pazzamente infestarono i mondi di mezzo, liberi da ogni controllo.
Io stesso sopravvissi solo grazie alle magie di protezione che nel tempo ho costruito intorno a me e alla mia casa.
Quella notte non sapevo cosa stesse accadendo… ora lo so, e sono grato alla mia sapiente preveggenza per avermi protetto.
Alla fine il Monaco Nero consegnò la sua nera anima alla spada del demone e il mondo, esausto e prostrato, finalmente di nuovo conobbe pace e silenzio.
Nessuna pace vi era tuttavia per il demone, troppo fortemente addolorato dal rimorso che la necessità indifferibile di porre fine alla follia del Monaco Nero gli aveva scaricato addosso.
Aveva vinto, ma ad un grave prezzo per quei mondi e quelle genti che tanto aveva amato e curato.
E sapeva che il ringraziamento di molti sarebbe stato gravido di incomprensione, e di maledizioni mormorate al suo nome.
Il demone, dunque, completata la sua opera, si allontanò in un silenzio greve dal monastero, e giunse in una radura poco distante.
Qui, con la lama bianca della Luce, pose fine all’esistenza del suo diavolesco cavallo , recuperandone l’anima nella lama del Drago.
Quindi, misteriosamente scomparve.



Capitolo III. Epilogo.

Daimon riapparve alla porta della mia casa, ove accaddero i fatti che ho narrato in precedenza e dove mi svelò un incredibile segreto.

Nei suoi viaggi nei vari tempi e luoghi in Altroquando, in un mondo del multiverso futuro, il Daimon aveva fatto costruire una nave stellare, la “Daimon-grave”, un vascello capace di volare incredibilmente via da Altroquando.
Ciò in previsione di quegli accadimenti.
Quella sera mi spiegò anche che per i mondi di mezzo era ora di cambiare, di passare dall’oscurità favolesca della magia all’illuminismo della scienza, e che dunque personaggi come me, e soprattutto lui stesso, dovevano sparire tra le ombre del passato, per sempre.
Mi comunicò il suo perdono, e mi informò che di lì a breve sarei morto, cosa che sono certo accadrà tra poco.
Aggiunse anche una frase strana. Si chiese, certo retoricamente: - Ho sempre, per tempo lunghissimo, osteggiato la follia del divino, e cercato invece di curare, tutelare e comprendere la bizzarria dell’umano, le pieghe di quelle loro coscienze tormentate, controverse, irrazionali. Ora, a tavoli invertiti, chi mai potrà e vorrà perdonare me?-
Poi, lasciata la mia casa, si mosse nel tempo, credo, verso il futuro, raggiunse la sua nave e partì, lasciando il Continuum di Altroquando.

Io concludo, qui e ora, il mio impegno nei suoi confronti, lasciando questa storia a chi, per volere del demone, ne curerà la pubblicazione, e lascio anch’io questa sfera dell’esistenza, con la consapevolezza di essere finalmente accolto tra le anime della Luce.

Addio, mio amatissimo demone, e buona fortuna a te, tra le stelle.


FINE

_________________
Si vis amari, ama.

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