La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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MessaggioInviato: 20/05/2009 - 17:09 
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eh no, fior d'ibisco! non puoi dirmi questo! :evil: lo facevo solo per il tuo bene :P ...
cosa intendi per "vuoto pneumatico"?? :shock: :shock:
guido da tanto, ma non parlarmi di meccanismi e marchingegni :? che divento cozza, non più s......a!!! :tvb:

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Località: milano ognuno.è.solo.sul.cuor.della.terra trafitto.da.un.raggio.di.sole ed.è.subito.sera
giuditta ha scritto:
eh no, fior d'ibisco! non puoi dirmi questo! :evil: lo facevo solo per il tuo bene :P ...
cosa intendi per "vuoto pneumatico"?? :shock: :shock:
guido da tanto, ma non parlarmi di meccanismi e marchingegni :? che divento cozza, non più s......a!!! :tvb:


:lol: :lol: :lol:

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BARUMINI




E fu così che si decisero a partire.
Un’estate torrida come quella era da tanto che non si vedeva, si sentiva sulla pelle. Avevi appena finito di rinfrescare il cortile, le piante, i piedi al getto della pompa del giardino che, nonostante l’ultima doccia appena fatta, eri già fradicio di sudore! Del resto, non c’era niente in programma, per quel ferragosto, se non le teglie preparate dalla sera prima: pasta al forno e tortino di zucchine, due classici per chi non sa cucinare! I bambini stavano nuovamente litigando con le code dei gatti, pronti a scapicollarsi nella stradina sterrata davanti alla casa, e lei…lei no! Non aveva nessuna intenzione di trascorrere un’altra giornata a rincorrere i due infanti, tantomeno a pulire, arieggiare
( e con quale aria? quella del fuoco?!), lavare, con gli occhi rivolti alle colline vicine a controllare, inquieta, segnali di fumo che svelassero l’ennesimo, tremendo bruciare di macchia e boschi.
Partiamo! Disse sicura e nessuno oppose resistenza.
Del resto, i bambini non capirono, per loro partire significava mollare i gatti ed intraprendere l’ennesima battaglia con qualsiasi forma di vita, solo Giovanni, dalla sua placidità d’uomo seduto all’ombra del grande albero, osò chiedere: E dove si va?. Ovunque, rispose lei, pur di non passare un’altra giornata a bruciarsi lentamente i neuroni a casa!
Non c’è problema disse lui, con calma. Si avviò verso casa, alla libreria e tirò fuori uno dei suoi tanti libri sulla Sardegna..Oddio, pensò lei, un altro nuraghe no! E neanche l’ennesima tomba dei giganti…ci morirei dentro!!
Un attimo di silenzio, anche i gatti non si sentivano più miagolare disperati, e la parola risuonò forte, baritonale, fra le pareti, rotolando sul selciato, girando intorno all’albero per finalmente arrivare alle sue orecchie: BARUMINI!
Elena rimase sospesa tra parola e pompa dell’acqua, incollata alla terra già asciutta dove radicavano i suoi piedi, fermi nello stupore…BARUMINI?! disse con cipiglio: ma sai quanto ci vuole ad arrivarci? Ma sai che ore sono? Ma sai che il nostro catorcio non ha l’aria condizionata??!
Era sua abitudine fare domande a raffica, senza attendere risposte; per fortuna, questo suo trillare veloce si esauriva in fretta, lasciandola esausta, così da permettere all’altro di rispondere.
Vuoi andare in un posto che conosci a memoria oppure scoprire luoghi di cui vai orgogliosa senza averli mai visti? E poi, cosa ci vorrà mai? Ci fermiamo per strada a mangiare qualcosa, i bambini si portano dietro i loro giochi ed i libretti da sfogliare, e pian piano si arriva lì…cosa c’è di così complicato? Giovanni sapeva bene che, usando un tono indifferente, Elena si sarebbe rilassata ed avrebbe detto…e va bene, metto i sandali e si va dove dici tu!
Il caldo delle dieci, i sedili bagnati che trasmettevano alla schiena ulteriore bollore, le labbra chiuse nel tentativo di tenere incorporati i pochi liquidi disponibili, i bambini storditi ed esausti dopo l’ennesimo battibecco…Elena aveva terrore della superstrada, quella a scorrimento veloce dove, che fosse estate o inverno, si aggiungevano mazzolini di fiori di plastica, a ricordo di chi ultimò il suo viaggio prima del previsto.
Giovanni sapeva. Per questo motivo prese la provinciale, più lunga, più tortuosa, come montagna russa di giostre isolane, ma lei ne fu felice e giurò a se stessa di tacere, qualsiasi cosa andasse storta!
Si accomodò la cintura che le torturava il seno, chiudendo gli occhi, rassicurando i piccoli con la frase consueta: vedrete, sarà una meraviglia, questa gita! I pargoli, ignari, almeno si acquietarono tra un pisolino ed un strappo al libretto di turno.
Hai visto? Disse l’uomo di casa..Siamo già al centro di Laconi, guarda che boschi, respira quest’aria, purificati dai cattivi pensieri! E guarda che parco..ci fermiamo qui per mangiare? Del resto è ora di farlo, siamo tutti affamati!
Ridestandosi dal torpore Elena, nel pieno della sua poca praticità e della tendenza a contraddire il prossimo, non trovò di meglio che cinguettare: ma figurati se gli alberi finiscono qui! Andiamo ancora avanti, così si guadagna tempo e finalmente vedremo stagliarsi all’orizzonte la reggia nuragica!
Appena lo disse, si accorse di aver infranto il giuramento del silenzio, avrebbe voluto ringoiarsi le parole ma il catorcio proseguì, col suo carico di neuroni fritti. Una curva, gli occhi ancora colmi di verde ed i polmoni rinfrescati, che si aprì alla loro vista un enorme vuoto, campi giallo ocra riarsi dal sole, terra apertasi in crepe profonde, ciuffetti di rovi, nessuna oasi, nessun posto ombroso dove ripararsi.
Lui guardò di sbieco verso il sedile del passeggero e con una calma urticante…: ecco, questo è il Campidano, in piena estate! I colori sono belli, un po’ troppo omogenei, ma che sfumature!
L’ironia era palpabile, lei ne fu investita come da un calorifero in una giornata di neve.
Non perdiamoci d’animo, ferma dovunque ci sia un luogo che TU ritieni adatto, frenando la linguetta e cercando di recuperare stima agli occhi del compagno.
Qualcuno li vide, qualcuno passò in quell’arida landa, e magari rise.
Mangiarono sul solito tavolino da campeggio la pasta al forno ed il tortino, scolandosi le bottiglie d’acqua fresca, osarono persino sdraiarsi sulle stuoie da mare, giusto un po’, i bambini gioivano appena si misero a petto nudo, levandosi le magliette da strizzare. Sembrava un quadretto di serenità, se non fosse che l’unico riparo lo trovarono sotto una fila di eucalipti piantati sul ciglio della strada, a ridosso di uno sterminato campo in fermo biologico, totalmente concimato a letame!
Che importa, pensò Elena, è tutto Natura!! Cercando di non ascoltare i lamenti dei figli che grazie proprio a quella natura possedevano un ottimo olfatto, provò a scindere mentalmente sapore da odore, cosa alquanto difficile da farsi, perché si sa, i sensi vanno insieme e di fretta, non si fanno cortesemente strada uno all’altro ma si tengono per mano insieme!
Ormai col caldo era evaporata qualsiasi ostinata resistenza: l’ultimo sforzo per rimettere al loro posto le carabattole e il catorcio ripartì, sofferente e ansimante ma deciso nell’allontanarsi da quel riparo ingrato, inospitale, puzzolente, in tutta fretta, ingranaggi permettendo!
Le tre del pomeriggio, ormai.
D’improvviso un cambiamento nella linea continua piatta e noiosa, un sospiro di incerta soddisfazione animò i sedili, le voci dei bambini…uno scambio di sguardi, finalmente complici, riportarono Elena e Giovanni ad un’intesa, che se pur magra e sudata, affannava nell’aria meno pesante…..le prime avvisaglie di muri, massi granitici che definivano spazi di antichissime abitazioni, perfetti nel loro crescere verso il cielo, al posto degli alberi.
E, come ruvida carezza, sotto le nuvole, la fierezza delle torri, delle cinta murarie, non più crespi arbusti ma erbetta verde a cingere gli sguardi spalancati su quella sofferta bellezza: il castello nuragico d’immemore storia, l’imponenza preziosa di un popolo di abili costruttori, di leggende e magie tramandate da madre in figlio, testimone inquieto di un passato lontano ma codice genetico ancora frullante nelle vene dell’isola, nei suoi monti, nelle sue coste levigate e nel mare aggrappato a strapiombi con incredula superbia; così amata l’isola, così desiderata in ogni dove per i suoi profumi e colori, inganno per viaggiatori e radici profonde ed inesorabili per i suoi abitanti.
Le sfumature erano adesso marcate, tra terra e cielo, tra pensiero e sogno, tra meraviglia e orgoglio,
tra desiderio e realtà. Erano arrivati, rilasciando sudore per assorbire l’antico e….con vilipeso stupore, mentre lo sguardo ne seguiva i contorni, scoprirono proprio a fianco della fiera fortezza
un modernissimo BARISTORANTEPANINOTECAENOTECAPRODOTTIARTIGIANALI sfacciatamente sbattuto in faccia ad una moltitudine di turisti che, come tante formiche ordinate e precise, facevano la fila al chiosco dopo il parcheggio per acquistare i biglietti e varcare la soglia di quell’immane zona archeologica!
Elena, con la bocca sorpresa, infastidita da tanta dissacrante presenza, posò gli occhi a terra e scoprì il motivo del prato inglese, paradossale : un impianto d’irrigazione esageratamente perfetto, d’ultima generazione, ingegneria automatizzata, nulla d’umano!!
Socchiudi le labbra, le suggerì Giovanni, parcheggiando nello sterrato vicino ad un cassonetto stracolmo. Potresti ingoiare gli insetti.
I bambini rotolarono fuori … biglie felici come pasque..il gelato, mamma! Il gelato!!
Fu l’unica prospettiva che intuirono ed Elena non poté far altro che farsi trascinare da loro sino ai gradini del bar, si voltò giusto un attimo per urlare a Giovanni: comincia a metterti in fila per i biglietti! Ma lui era già incollato alla coda di gitanti, facendo ombra, con la sua mole, ad un piccolo
signore completo di mappa, borraccia, cappello con visiera, occhialini da miope. E sandali da francescano.
Va bene, affrontiamo anche questo, lei pensò, e si produsse in effusioni da grande madre mediterranea, coi suoi pargoli, finalmente seduta sotto frasche , divorando il suo gelato nella speranza di recuperare le forze gocciolate via col sudore.
Guardandosi attorno, eliminò mentalmente il brusio continuo e fastidioso, concentrò tutta la sua immaginazione sull’enormità dei massi che le si paravano davanti, riempì i polmoni dell’aria che proveniva dal basalto lavorato da vento e sole , e si sentì trasportare in un altro tempo…lei, che aveva nel sangue l’eredità dei popoli che lì costruirono e vissero, aveva molecole che metabolizzarono in un attimo il suo viaggio a ritroso sentendo, toccando, vedendo la loro vita oltre i libri e le testimonianze tramandate, la vita di tutti i giorni e gli allarmi di guardie alle torri quando arrivavano nemici furiosi e la corsa di tanti, dal villaggio vicino, a cercare protezione all’interno della fortezza.
Sentì qualcuno che la chiamava..un fromboliere, forse, od un arciere che la sollecitava a porsi al riparo..no, era Giovanni che gesticolava ed urlava il suo nome: dai, muovetevi! Tocca a noi!
Si ritrovò in educata fila, lei teneva la mano al caschetto vivace, Giovanni stringeva quella del piccolo riccio, più sicuro che mai nel suo ruolo di padre, di guida, di saggio dei tempi andati..
Venti persone, non una di troppo, tutte vicine alla guida, una giovane ragazza che ad ogni frase, faceva la traduzione in inglese, francese, spagnolo….sardo no, eh?
Non conosceva la sua lingua, pensò Elena, troppo giovane, si è persa nei decenni da coloni, e poi, in fondo, parlare in sardo per chi? Solo per loro, considerando che erano gli unici indigeni del luogo presenti? E si iniziò il pellegrinaggio, immersi di colpo in un buio profondo, come profondi erano gli spazi, stanze grandissime ad ogive alte e perfette, rientranze in ogni dove, cunicoli che portavano ovunque. E lei tornò dea mater, ritrovò la sua dimora, il grande cortile interno dove si trascorreva la giornata intorno a focolari o accanto alle porte che comunicavano con gli altri piani.
Le feritoie, numerose, erano distribuite regolarmente su tutti i muri del perimetro; le scale, ripide e scivolose da passaggi millenari si distinguevano in budelli di penombra.
Luogo di culto, abitazione, di studio dei fenomeni celesti, di alta cultura e maestosità. O solo rifugio, nelle alte mura, alle incursioni provenienti dal mare?
Elena non sapeva, non poteva distinguere o valutare tutto quello che aveva saputo di quel luogo. Semplicemente ne era avvolta, immersa nello sfiorare la pietra, il muschio cresciuto verso nord,
gli angoli e gli anfratti, disorientata e padrona al tempo stesso di quegli attimi che erano sfuggiti alla memoria della sua gente. Seguiva gli altri ma non li vedeva, cinta com’era da corona di bronzo,
un braccialetto tintinnava di continuo alle caviglie…quante volte in quello spicchio d’ombra del pozzo il suo suono si era interrotto, nell’abbraccio del suo amato?
Fu un attimo, l’immagine di quella fusione di corpi si stemperò nella sua mente, qualcosa la riportò di colpo al reale, strappandole di dosso l’abito antico, la corona, ogni ornamento, le braccia dell’amante, il suo petto, il suo calore, l’umidità del pozzo…
Forte, sordo, penetrante come fitta di lama, il dolore si unì al rumore, rotolò per le scale e si espanse fra i muri, penetrò le fessure, s’infranse nelle cupole per precipitare fuori dalle feritoie, nello spazio aperto, nel giallo ocra di campi intorno. Elena aprì gli occhi, senza respiro, inconsapevole di sé e degli altri, se non della faccia allampanata del piccolo signore miope che stava all’ingresso, chino su di lei, preoccupato..: Signora, si è fatta male? Ha bisogno di una mano?
Vedendo porsi domanda e dita segnate dall’artrite, si riprese del tutto nel terrore che sì, era proprio successo: svolazzando coi pensieri e nel sogno, non si era accorta della possente architrave che si abbassava su un tratto del percorso. Aveva sbattuto la testa talmente forte da fare un suono spaventoso, od era il dolore ad esserlo?
Si fermarono tutti. Le sembrò un’eternità, prima di sentire la sua stessa voce dire: no, NO!! La ringrazio, non è successo nulla!
I bambini erano in salvo col padre, lei si liberò dallo sguardo miope che le indagava anche i battiti del cuore e, con dignità ancora principesca incontrò lo sguardo di Giovanni che si avvicinò lentamente e le disse, col suo solito pacato tono di voce:
Avevi intenzione di demolire tutto quello che né invasioni né millenni sono riusciti neanche a sfiorare?! E menomale che siamo i padroni di casa!!
Non rispose se non con uno sguardo indefinito. Il colpo era stato forte, la fronte pulsava, l’orgoglio scemava in rivoli di sudore freddo.
Si ritrovò fuori, nello spiazzo del ristorante, seduta su una sedia di plastica,a sorseggiare da un bicchiere, anch’esso di plastica, qualcosa di fresco, forse acqua.

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Una farfalla nera, una pietra sorgente dal nulla, e tanto mare.

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si, a prescindere dal fatto che mi è accaduto sul serio.

ti, vi saluto tutti, api.

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Sempre in fuga. :(

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Località: la scala che sale al centro
forse ho imparato ( da me' non direi) a parlare alla persona giusta

non posso leggere ciò che so come finisce
che mi fa pena
tu odi la normalità
e ti ci identifichi solo in forme, stagioni definite

ma non ti fai aiutare
cosa c'è di speciale in te '
cosa senti, che vuoi dire ?
va bene le tue storie
alla fine, non sono i libri che fai leggere agli altri, ciò che puoi dare a un altro mentre non c'era e tu sì, che ti hanno formata

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sì qualità, la qualità delle abitudini


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Località: ...la Camera Tonda in cima alla Torre...
Cita:
i sensi vanno insieme e di fretta



...bellissimo...

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...panta rei

La vita è il tempo di una scelta - Ofelia

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-Ci sono donne che conoscono l’autunno al primo manifestarsi: l’aria fresca, foglie che volano in planate tenui al terreno…abitini da acquistare all’ultimo momento perché, si sa, le vecchie stoffe non rigenerano l’anima seccata al sole estivo.
La stessa dei miei giorni contrari. Colore che rende misteriosi i loro abituali nascondigli all’occhio di desideranti aspettative…atteggiamenti, posture, curve da seguire con le dita della mente, non importa se da altri decise. Quello che importa è colmarne la vista, gratuitamente, sentendosene appagate. A volte, vien voglia di vedere queste donne ricoperte di foglie, le stesse che cadono dando pensieri malinconici a chi le calpesta indifferente. Spoglie di tutto, queste donne, nelle loro tonalità spente, cercando una luce che magari non sia di lanterna notturna ma luccichio silenzioso, feroce ed intestardito nell’animo, senza urlo. All’inizio di ottobre, urlare non è permesso: così ci raccontano le stagioni. Ci sono stagioni che mentono, altre disorientano. Altre ancora fanno male, con i loro monti bruciati ed azzurrognoli, le loro pietre immobili a delimitare cieli e nuvole ed ancora, violenti rumori di temporale su mare cinereo, rabbioso, eterno. Perchè non sono come queste donne? Perché mi sento foglia secca, falena bruciata da luce d’inganno, nocciolo denso, nodo non sciolto…nemmeno da mani sapienti e braccia d’alberi che ora rinfrescano questo corpo!
- E’ il tutto che pensa, Anna, ora che cammina nella stradina che come lingua si srotola dall’edificio al bosco. Parla a voce alta, Anna, attorcigliandosi addosso il maglione che le ho appena dato. Tremava tutta, dopo essere corsa via dall’ospedale: non avevamo neanche finito il solito incontro mensile che l’ho vista volar via dalla sedia ed andare, spalancando porte e scivolando leggera sui gradini, verso il parco. -

-Un odore strano, diverso da quello particolare e pregnante degli altri reparti: aggressivo, rumoroso, in quell’andito largo! Perché oggi mi ha voluta incontrare qui?
Mi viene vicina una bambina di tredici, forse quattordici anni, sembra straniera. Assente, totale assenza sul viso, solo gli occhi fissi che mi guardano, grandi, belli. Le stringo la mano e le faccio una carezza. Niente. Non mi fa passare.
Arriva un ragazzo un po’ più grande, al contrario è lui a tendermi le mani, mi dice ciao.
La dottoressa mi chiama – “dai, andiamo, stai tranquilla”.- Io sono tranquilla, ma è lui che non vuole lasciarmi la mano. Entriamo in una stanza, chiude a chiave. Anche prima, quando guardavo negli occhi quella bimba, ho sentito il rumore della serratura. Porta chiusa. Siamo in psichiatria.
Chiacchiero, chiacchiero molto, accentuo il mio solito gesticolare. So che lei lo nota ed infatti ce lo diciamo, sorridendo. Schizofrenica… ecco come mi sento, ma non è quello.
Solo nervosa, non ho mangiato niente tutto il giorno. Stanca, sudata, piena di lividi, fuori e dentro. E’ un periodo in cui l’altalena non sale, rimane ancorata al terreno come filo a piombo, come panico che mi blocca: non mi fa respirare, mi ritrovo sola, immobile nell’angoscia.
Non riesco a far nulla, quando sono così. Non varco neanche la soglia della camera, non so spostare un cuscino da un lato all’altro del divano. Ma cosa sto facendo? Parlo da sola! No, lei è davanti a me, sento le sue parole, quasi mi accarezza con la voce..
-Troppi carichi sulle spalle, cara mia, troppi. Stai pasticciando anche coi farmaci!
Devi darmi ascolto, devi fare quello che dico io.-
Ora, qui, sto tremando. Nell’andito grande no, perché non mi ha lasciata star lì?
Avrei potuto coccolarmi la bimba, in attesa che mi dicesse una parola, che smuovesse un filino del suo viso, le avrei fatto la treccia sui capelli raccolti in malo modo, l’avrei fatta ancora più bella!
Ed il ragazzo…alto, chiaro che mi stringeva la mano senza lasciarla.
Sarei scappata ? Avrei rotto la serratura, questo si, ma non so se stando dentro o fuori…

- Ora la seguo e ne ascolto il gomitolo di parole che le sfugge, tra un passo e l’altro, lungo il sentiero…Lo so, ho sbagliato a farla venire qui, me ne rendo conto solo ora: stupidamente mi sono dimenticata di quanto Anna sia carta assorbente ma…sottile, trasparente e ruvida. Riuscirò a rimediare al mio sbaglio? Riuscirà a perdonarmi, questa donna dalle ginocchia sbucciate, dai graffi nell’animo? -
La sento dietro di me, mi segue tranquilla, ho il suo sguardo inchiodato al corpo. Avrà capito, ora, che voglio aria che mi scompigli pensieri e non altri muri intorno? Avrà sentito l’odore di animale braccato che mi porto addosso e dentro la borsa, a proteggere bottigliette conservate in anni di luce accecante ed accecata? Mi fermo, ad occhi chiusi, sento il calpestare ritmato dei passi…percepisco la sua incerta voglia di abbracciarmi. Ho bisogno di abbracci.
Mi fermo, si, l’aspetto.

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Che intensità!

Ho riletto: sento l'anima turbata come da situazione vissuta!

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(EmmaE detta Emmina)


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grazie per la tua parola: intensità.
a volte, molte volte, ultimamente vorrei essere più leggera, meno densa, fluttuante quasi, ma la terra, il suo richiamo è più forte.

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giuditta ha scritto:
grazie per la tua parola: intensità.
a volte, molte volte, ultimamente vorrei essere più leggera, meno densa, fluttuante quasi, ma la terra, il suo richiamo è più forte.



Si avverte nettamente. E come ti capisco!

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La signorina Giuditta si schermisce e fa la modesta, ma secondo me ogni suo scritto, sia esso in versi o prosa, merita grandissima attenzione.
Senza piaggerie, e sapete che non mi appartengono, ho la sensazione che se pubblicasse Giuditta inocontrerebbe successo senza difficoltà.

Per quanto mi riguarda, complimenti sinceri, affettuosi ed ammirati. :)

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Sono d'accordo con te, Martin. E' davvero bravissima. :)

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Località: ...nel cielo...
E' brava Giuditta...riesce a trasmettere sensazioni ed emozioni a chi legge, senza voli pindarici...e non è cosa da molti...

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...vivi di più, chiediti di meno...

A volte è giusto fare cose sbagliate . . . come a volte è sbagliato fare cose giuste.


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