La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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MessaggioInviato: 12/10/2009 - 23:39 
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Località: la scala che sale al centro
la diversità di due ambienti, di due sessi
di due mondi che non si fondono non solo perchè uno è abbandonato e un altro non ancora popolato
è al contrario di come la vivono
si dice che il fiume sia dipendente dai fatti fisici
e invece è il mare a soffrire di questo: teme sempre che il suo potere finisca, ciò che ha da dare, mentre il fiume sarà sempre pronto ad accoglierlo, benchè questa prontezza e questo spazio del fiume, di trasformare di creare non sia per sempre, e al contrario questo timore maschile marino di non avere sempre qualcosa da dare, che condiziona il suo agire come se già non lo dà, è da parte di un corpo che ha facoltà di non fermarsi, sconfinatezza di tempo e di non perdere i suoi agenti
il mare non accoglie non popola, e dice: "allora, tu sei la mia ricchezza
ti si trova altrove ? questo è l'unico mezzo ed è meglio che sia l'unico"

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Michela e il blu

I genitori se ne accorsero già da quando era piccola: non era una personcina malleabile, come gli altri figli che eseguivano puntualmente e con precisione le disposizioni della famiglia.

Pensavano che, essendo l’unica femmina fosse stata viziata più dei fratelli, un po’ da tutti: loro stessi, il fratello maggiore che andava e tornava dalle campagne, in veste di padroncino; dalle zie, le sorelle del padre che, entrambe signorine, seguivano la casa, esercitando il loro potere di quasi proprietarie, nei confronti di una servitù frastornata e spremuta fino all’osso spinta all’estremo tra pulizie, rammendi, cottura del pane. Un po’ meno tzia Amelia, più sensibile e cagionevole di salute.

Michela no: era estranea ai loro modi di essere padroni di tanche e bestiame.

Già da bambina pretendeva, sbattendo i piedi nelle scarpette di vernice, di recarsi col fratello in campagna. Voleva sempre assistere ed aiutare le donne nel loro impastare ed infornare il pane.

Pretendeva persino di salire sul carro dei buoi insieme all’altro fratello che si recava quotidianamente nella zona degli orti e dei campi coltivati a grano. Lui a controllare che i contadini non si portassero via niente di più di quel che li spettava, Michela a gironzolare in mezzo ai campi, accarezzando le spighe quasi mature, a rincorrere grilli e coccinelle da tenersi in tasca, da portare a casa e posarle sugli alberi della corte, con grande fastidio di sua madre, che per lei immaginava un futuro da donna Michela, non certo l’andirivieni identico ai bambini scalzi e polverosi che si dibattevano per i vicoli del rione.

E così, tra un rimprovero ed un rincorrerla, cercando di farle indossare abiti adatti al suo ceto, portandola a messa linda e maestosa nel costume delle feste, Michela crebbe, osservata e circondata da mille preoccupate attenzioni.

Ma non cambiò, se non in altezza e lunghezza di capelli. Diventò una bella ragazza che portava con eleganza blusa e fardetta, e la crocchia sulla nuca faceva immaginare la cascata brillante e folta della sua chioma. Andava in giro con piccole scarpe nere e tacchetti bassi, che percuotevano il selciato con un ritmo vivace, allegro.

Così la sentivano arrivare ovunque, sia che fosse per andare in chiesa, sia che si dirigesse al solito viale per la sua passeggiata serale, da sola, con grande disappunto dei suoi.

Avevano anche tentato di tenerla in casa, tra un ricamo e l’altro, ma lei sfuggiva all’ago come ad uno sciame di vespe e la ritrovavano in cucina nel chiacchericcio delle donne che impastavano,

ridendo e ciabattando tra un pettegolezzo e l’altro, felice con le mani sporche di farina ed il viso arrossato dal calore del forno. Allora, il pane si faceva tutti i giorni, nelle case padronali: almeno le donne meno fortunate potevano portarne a casa, perché quella era la loro paga.

Si usava portare il pane appena sfornato ed ancora caldo ai parenti. In genere questo incarico era affidato alle stesse donne che lo preparavano, ma Michela era la prima a proporsi di farlo e non c’era verso di farle cambiare idea.

Così una mattina, ancora presto, si diresse con la canistedda in equilibrio perfetto sulla testa, e le mani poggiate sui fianchi, verso la casa di una sorella di suo padre, vedova e senza figli, che abitava alla fine del viale. La tensione del corpo, il suo camminare ticchettante, la grazia dei fianchi che offrivano appoggio alle mani, le davano un fluire per la strada imperioso ed elegante.

In quel periodo il paese s’ingrandiva: gente d’altri luoghi decideva di venirci ad abitare, gente che si era arricchita nei loro paeselli e voleva in questo modo dimostrare di aver raggiunto una stato di grazia economico e sociale costruendo le loro case nel paese più grande, dove si trovavano gli uffici più importanti, le botteghe più fornite, l’ambiente facoltoso e privilegiato a cui aspiravano. Quello di Michela, per intenderci; la madre, in gran segreto, cominciava a chiedere informazioni sulle famiglie dei nuovi ricchi appena arrivati, col desiderio di accasare la sua unica figlia femmina, così ribelle e particolare, che le dava solo preoccupazioni.

Andava, Michela, col suo incedere leggero, verso la casa della zia.

Intorno il frastuono di martelli, picconi, pietre scaricate dai carri coprivano il rumore dei suoi passi; i muratori lavoravano di fretta, con precisione, dando ordini frettolosi ai manovali sulle impalcature di assi e travi di legno. Manodopera a basso costo, visto che erano tutti di fuori, la maggior parte servi pastori che stanchi della solitudine delle notti sui monti, avevano preferito andare sotto altri padroni pur di non stare soli a badare greggi, sempre all’erta, sempre tesi a qualsiasi rumore che la notte portava.

Michela li osservava, incuriosita da tanto baccano, dai movimenti veloci degli attrezzi, ammirata dalla sicurezza delle braccia di quegli uomini su impalcature precarie e, a suo avviso, instabili. E fu allora che lo vide, o meglio, fu in quel momento che i loro occhi s’incontrarono. Lei col viso ombrato dal cesto, seminascosto. Lui con un berretto calato sul volto a riparare gli occhi dalla polvere. Si era chinato ad impastare con la paletta altro cemento e vide la sagoma di Michela procedere nella via. Si fermò a seguirne i passi, il movimento e lo sguardo raggiunse quello della ragazza. Un attimo ed entrambi non respirarono, un attimo e, scoprendosi uno dentro gli occhi dell’altra, nacque il patto, il legame, il sospiro di una promessa. Ne rimasero entrambi stupiti per la fretta, l’immediatezza, l’intesa che il solo guardarsi regalò alle loro vite. Malvolentieri, nonostante nessuno dei due si fosse fermato, proseguirono, Michela nel camminare, lui nel cementare le fessure delle pietre, sollecitato dal mastro che da sotto le travi controllava, ossessivo, il lavoro dei manovali.

Era sconvolta, ma non lo dava a vedere: la ragazza non aveva mai provato quella sensazione,

quel tumulto dentro, neanche quando da piccola, conservava di nascosto ai suoi le pietre e le foglie raccolte nei vicoli, insieme ai ragazzetti che giocavano con la terra ed il fango.

Arrivò dalla zia muta e pensierosa, consegnò il pane appena sfornato, salutando frettolosamente e cambiò strada, nella speranza di tener nascosto il suo nuovo e sorpreso stato d’animo.

Da quel giorno, Michela si ritrovò ad essere sempre più distratta ma, allo stesso tempo, silenziosa e solitaria più di prima; ragazza sempre attiva e in movimento… i familiari la trovavano seduta sotto il mandorlo della corte, pensierosa ed assente. Sorpresi dal suo cambiamento, i genitori si convinsero pian piano che la loro figlia finalmente avesse maturato la sua condizione di donna da marito, di privilegiata, tanto che sua madre continuò nella cerca dell’uomo adatto a rendere la figlia signora, donna, madre.

Alla ragazza sfuggivano tutte le manicherie della madre, lei continuava ad aver dentro di sé quello sguardo, quel movimento, quella complicità durata un attimo.

Dovunque andasse, ormai accompagnata da una zia o da una domestica, lei lo vedeva in ogni angolo di stradina, in ogni piazza, davanti a sé od al suo fianco, discosto. Non era la sua immaginazione. Lui era davvero lì, a cercarla; appena finiva il lavoro rifiutava l’invito dei suoi compagni che si rifugiavano nella prima osteria che trovavano e se ne andava in giro per il paese, a cercarla. Capì subito che lei apparteneva ad una famiglia facoltosa, irraggiungibile per il suo stato, e per le sue tasche. Ma questo non gli impediva di cercarla e trovarla, seguirla da lontano, cosa di cui Michela era consapevole e che la rendeva ancor più incerta e sofferente.

Del suo strano modo di fare e del ragazzo che, curiosamente, incontravano sempre nelle loro passeggiate, la prima ad accorgersene fu una delle zie nubili che abitavano con lei: era anziana, succube della cognata ma non aveva perso la voglia di sognare, d’immaginare un’altra vita fuori dalle mura della casa che l’aveva accolta ma che, allo stesso tempo, le rimarcava di continuo la sua condizione d’inferiorità, essendo una donna sola mantenuta dal fratello e da sua moglie, presuntuosa e pedante, nel suo modo di fare. Tzia Amelia era rimasta, in fondo, una bambina sognatrice al contrario della sorella come lei nubile e ormai vecchia inacidiva: ogni giorno passava tra sue fisse ed i rancori per un’esistenza, a suo dire, sprecata.

Ecco da chi aveva preso Michela! La zia l’aveva osservata crescere, ammirandone il carattere forte ed indipendente, sognatore, soddisfatta di come la cognata tentasse, fallendo, di rimettere in riga la figlia!

Capì subito quello che era accaduto a Michela e ne era felice. Sua nipote si era innamorata di uno sconosciuto! Un ragazzo che non aveva nessuna possibilità di raggiungerla nell’alto della sua condizione! Ma Amelia era una signorina romantica, la sua stessa vita aveva fatto crescere in lei il sogno impossibile di un amore dolce e sincero. Decise così di seguire Michela nel suo desiderio, d’incoraggiarla anche solo con la sua presenza, accompagnandola nelle passeggiate serali che la ragazza faceva nella speranza d’incontrare ancora quello sguardo. Non diceva nulla, Amelia, né a Michela tantomeno agli altri parenti; semplicemente, e con pudore, appoggiava la nipote e, allo stesso tempo, rifletteva su Michela tutti i suoi sogni, le sue speranze, sentendosene appagata.

Fu una sera d’autunno che accadde tutto.

Tzia Amelia si sentiva poco bene, mali di stagione. Ma Michela non poteva, non voleva restare a casa. Sapeva che lo avrebbe incontrato; forse, essendo sola, avrebbero potuto persino rivolgersi la parola, guardarsi a fondo fino a capire quella sensazione indefinita che il solo vederlo le procurava.

Ed uscì, con la madre indignata e delusa, e la minaccia del ritorno del padre che avrebbe posto fine, una volta per tutte, alle stramberie della figlia.

Michela camminò a lungo, prima d’incontrarlo. Era alla fine del viale, appoggiato al muro di una vecchia casa. Non ci fu bisogno di parlare; si accostarono, timorosi, l’uno all’altra, impauriti da ciò che sentivano dentro, nel profondo del loro animo. I corpi non sentivano ragione, volevano sfiorarsi, conoscersi, poggiarsi con delicatezza e fretta per poter finalmente comunicare i pensieri di entrambi. Ma non lo fecero. L’unica cosa che Michela riuscì a dire fu:

-Lo farò stasera-. E lui capì.

- Aspetterò- rispose , con un sorriso che fece sciogliere qualsiasi dubbio alle intenzioni della ragazza.

Si avviò verso casa, con passo deciso, veloce, era ritornata la ragazza col cesto in testa, e l’incedere elegante, regale. Nell’entrare sull’uscio incontrò lo sguardo di tzia Amelia, che l’attendeva nonostante il malessere, per avvertirla del rientro del padre. Michela non si scompose, appoggiò lo scialle sulla sedia dell’ingresso ed entrò sicura nella stanza dove la sua famiglia si riuniva per la cena. Il fuoco nel camino sfrigolava, il suo rumore copriva anche i respiri dei presenti, il padre, a capotavola, i fratelli, la vecchia zia inacidita e la madre, cupa e nervosa in piedi, in attesa. Amelia alle sue spalle.

Fu il patriarca a parlare per primo. A lui spettava il compito di gestire la vita di tutti, a maggior ragione quella dell’unica figlia femmina, in età da marito.

- Bene, ti sei decisa a rientrare, finalmente! Questa storia delle passeggiate deve finire, non sta bene ad una donna della mia famiglia, tantomeno ad una ragazza che fra poco dovrà sposarsi!!-

- Sposarmi?- disse Michela, sorpresa ma non meno sicura di sé – E con chi avete deciso di farmi sposare, si può sapere?-

Fu la madre a rispondere, non vedeva l’ora d’intervenire!

- Abbiamo trovato l’uomo giusto per te, almeno la finirai di fare stranezze e ti comporterai da signora quale sei!-

- Ma io il mio uomo l’ho già scelto!- rispose Michela serena e sorridente.

Il fuoco non si sentiva più, ammutolito anch’esso alle parole della ragazza. Solo il suo riflesso si proiettava negli occhi di tutti. Gli sguardi dei genitori divennero fiammeggianti, quelli dei fratelli sorpresi ed indignati da tanta mancanza di rispetto, la vecchia zia acida si mise una mano sul cuore, tzia Amelia decise di sedersi, con calma, sulla poltroncina vicino al camino, per gustarsi al meglio l’evolversi della situazione.

- Tu, tu, avresti già il tuo uomo?! Ma come parli, disgraziata?! – dissero padre e madre, accavallandosi con le parole, quasi balbettando…- Come sarebbe? Quando? E chi è di grazia, questo disgraziato tale quale a te?!- proruppe il fratello maggiore.

- E’ un manovale che lavora qui vicino, di un altro paese, e non nessuna intenzione di rinunciare a lui, tantomeno di sposare chiunque abbiate scelto per me!- rispose la ragazza, tranquilla, facendo nascere un sorriso sulle labbra sottili di Amelia.

- Un manovale? Ma sei impazzita? E dove l’avresti conosciuto? Ti rendi conto di quello che dici?! Un manovale! Nella nostra famiglia? Noi ti abbiamo trovato un signore, non un manovale! E tu, con tanto disprezzo, lo rifiuti per un poveraccio!! E con quale arroganza! Dopo che ti abbiamo cresciuto nel velluto e nelle sete, unica figlia femmina, per giunta ingrata e pazza!- esplose la madre furente per tanto azzardo, confusa e indignata per le parole che la figlia osava pronunciare.

- Non importa se non capite, non cambio idea, amo quel ragazzo e non intendo rinunciarvi, qualsiasi cosa voi pensiate. Ormai ho deciso così, nessuno mi farà cambiare idea .-

La madre sentì il bisogno di sedersi, il padre invece si alzò dalla sua sedia di padrone e tuonò:

- E quando l’avresti conosciuto, si può sapere? Chi è, questo farabutto che ti ha circuito? Dimmi subito il suo nome, che io e i tuoi fratelli risolveremo subito questa immonda faccenda!-.

- Ma non conosco il suo nome, non me lo ha mai detto! E se vi preoccupate per la mia illibatezza, state pure tranquilli, non ci siamo mai sfiorati!-. rispose Michela, con le mani sui fianchi, ed il viso teso, lo sguardo determinato.

- Come è possibile, una cosa del genere? Come pensi che ti possa credere? Non sai il suo nome, non ti sei mai data a lui, e lo vuoi sposare? Come ti possiamo credere, ingrata? Come,dico, come puoi affermare di volerlo se neanche lo conosci? Cos’è quest’altra pazzia?

Tu vuoi rovinare la nostra famiglia! Il nostro buon nome! Un manovale…e cosa mai ti avrà colpito tanto, in lui, per farti uscire così fuori di senno?- continuò il padre fremendo di rabbia.

- Oh, ma questo è semplice! Credetemi se vi dico che non conosco il suo nome, e neanche il luogo da dove proviene. Non ci siamo mai sfiorati, se è questo che vi spaventa….ma non posso cambiare idea! Appena vidi i suoi occhi…ah, i suoi occhi su di me, color del mare, del cielo, i suoi occhi blu di malva! Me ne innamorai subito, e per sempre! –

Così dicendo, Michela era in un’altra dimensione, era persa nel suo sogno, nella sua emozione.

Tutto il corpo le luccicava di bagliori che nascevano dal profondo, era immersa nello sguardo dell’amato, nella curva della sua schiena appoggiata al muro, nelle sue mani sporche di cemento, accarezzava piano le ciglia e le guance mai sfiorate. Sentendosi leggera come un sospiro, non si accorse del gelo che avvolse la stanza. Ammutolirono tutti, il padre crollò sulla sedia, la madre implose in una terribile meraviglia, i fratelli strinsero entrambi i pugni, la zia inacidita dal tempo poggiò anche l’altra mano sul cuore, come per non farlo schizzar via dal corpo. Il fuoco si spense.

Amelia, seduta sulla poltroncina, nell’angolo più caldo della stanza, si appoggiò allo schienale, rassettandosi la gonna, sorridendo compiaciuta.

-otto marzo duemilanove-

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questa non è una favola. anche se l'ho 'colorita' notevolmente.
accadde davvero, tanto tempo fà. fu mia nonna a raccontarmela...
ai bimbi racconto poche brevi cose che so gradiscono...altrimenti manco mezz'ora! e son già tutti a scorrinzolare ovunque :wink:

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giuditta ha scritto:
questa non è una favola. anche se l'ho 'colorita' notevolmente.
accadde davvero, tanto tempo fà. fu mia nonna a raccontarmela...
ai bimbi racconto poche brevi cose che so gradiscono...altrimenti manco mezz'ora! e son già tutti a scorrinzolare ovunque :wink:



...si infatti intendevo dire che se qui - nella Torre - hai per noi storie così belle,certamente avrai favole immaginifiche e divertenti per i tuoi bimbi adatte ai loro cuori e ai loro tempi... :)

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giuditta ha scritto:
questa non è una favola. anche se l'ho 'colorita' notevolmente.
accadde davvero, tanto tempo fà. fu mia nonna a raccontarmela...
ai bimbi racconto poche brevi cose che so gradiscono...altrimenti manco mezz'ora! e son già tutti a scorrinzolare ovunque :wink:


E' davvero bello questo racconto....mi ha tenuta lì.... incollata a leggerlo...ma il finale?
Poi che succede?.....non mi vorrai abbandonare così!!!!??? :cry:
La tua nonna...poi che fece?

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Finalmente il sole.........


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 Oggetto del messaggio: Re: Dallo scoglio, racconti.
MessaggioInviato: 16/12/2011 - 20:28 
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Su richiesta di Giuditta, che da oggi in poi preferisce mettere i suoi scritti solo in SegretiZZima, lucchetto questo thread, anche se spero che prima o poi Giudi cambi idea.

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Si vis amari, ama.

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