La Torre della Rosa d'Argento

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 Oggetto del messaggio: Cos’è la ricerca in filosofia?
MessaggioInviato: 17/05/2014 - 09:48 
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Cos’è la ricerca in filosofia? Riflessioni su un libro recente
di Roberta De Monticelli

Alcuni di noi – filosofi, fenomenologi, insegnanti o ricercatori – credono di sapere che cosa sia ricerca. A tutti consiglio uno spaesante e avvincente esercizio di dubbio riguardo a questo sapere. Un libro di vera ricerca – dal quale si esce un po’ cambiati, e soprattutto dolorosamente coscienti di quanto poca ne abbiamo fatta, di vera ricerca, per tutta la nostra vita. E’ il libro di Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio – Storia di una strage impunita, Einaudi 2013.

Ricerca. Qualcuno penserà – che c’entra, è un libro sulla strage di Piazza della Loggia, Brescia 28 maggio 1974. Strage impunita, appunto, ancora più impunita, se si può dire, di quella di Piazza Fontana – là esistono certamente con nomi e cognomi i colpevoli, ma non i condannati, qui c’è la conoscenza di quasi tutti i fatti rilevanti, accumulati da tre gradi di processo e relative indagini, e soprattutto dall’infaticabile lavoro dei congiunti e amici delle vittime (anzi dei “caduti”, secondo l’esatta dizione che l’Associazione si è data: non sono morti per caso, curando affari propri, ma perché manifestavano in piazza, con poche altre migliaia di persone, con il Pci di allora e con i sindacati). Un libro scritto dalla figlia di Walter Tobagi, assassinato il 28 maggio del 1980 da un gruppo terroristico di estrema sinistra; un libro che appartiene a quella letteratura dell’arca – per usare la bella immagine che chiude il libro, l’arca della memoria e dell’esile filo di speranza che il semplice tener memoria comporta – prodotta in primo luogo dai figli e dai congiunti di coloro che morirono negli anni della strategia della tensione, dello stragismo nero e protetto – è storia, ormai – dai vertici stessi del potere democristiano di allora, e poi negli anni di piombo del terrorismo rosso.

E invece è proprio questo il punto che vorrei chiarire. Questa è una ricerca che dovrebbe far invidia – e servire di stimolo, profondo – ai filosofi (del resto Benedetta Tobagi è laureata in filosofia, oltre che D.Phil student di storia). Non semplicemente perché è una ricerca storica – appartiene a quel genere di storia cui hanno dato tanto materiale, dai processi di Norimberga in poi, le indagini giudiziarie e i processi. Lo è senz’altro, e anzi giunge a conclusioni che gli esperti sapranno certo valutare meglio di chi scrive: per il lettore comune, conclusioni illuminanti per quanto riguarda i fatti, che vengono mostrati e nei limite del possibile dimostrati ma soprattutto ordinati, sistemati in un quadro coerente e tragico della storia d’Italia fra il dopoguerra e il cosiddetto avvento della cosiddetta seconda Repubblica.

Fatti da cui emergono significati: dimostrata senza ombra di dubbio la responsabilità delle organizzazioni eversive neofasciste nell’ideazione ed esecuzione materiale, e il collegamento con gli autori della strage di Piazza Fontana; dimostrate anche le differenze rispetto a Piazza Fontana, in particolare nel ruolo piuttosto omissivo che attivo dei vertici dei servizi segreti e di conseguenza dei governi da cui dipendevano per le decisioni ultime – una differenza rispetto a Piazza Fontana, dove il ruolo di Giannettini, agente segreto, fu attivo e cruciale; provata la responsabilità non solo delle organizzazioni neofasciste extraparlamentare, ma dello stesso MSI che protegge, sostiene, contribuisce ai depistaggi, e riammette il filonazista Pino Rauti nei suoi ranghi, mandandolo in Parlamento per garantirgli l’impunità; sottilmente denunciato l’uso auto-giustificatorio, da parte neo-fascista, e poi da parte della maggioranza che ha sdoganato e riciclato tutto, dai neo-fascisti ai piduisti ai mafiosi, della tesi “strage di Stato”, che è a lungo servita a scaricare su Nessuno – cioè sul “potere” – responsabilità penali e personali; accertata anche l’indubbia connivenza-indulgenza-passiva riscossione di vantaggi politici derivati, da parte dei governanti democristiani, da Mariano Rumor fino ad Andreotti; ridimensionata, anche per quanto riguarda Piazza Fontana, la responsabilità dei servizi segreti americani o della geopolitica e della guerra fredda – altre entità sfortunatamente troppo impersonali per poter essere utilmente imputate in sede giudiziaria. E qui si tocca con mano l’abitudine inveterata al ragionamento deresponsabilizzante: quel “tutto si decide altrove” che anche oggi imperversa nell’analisi del disastro italiano, oggi naturalmente con riferimento ai “poteri forti” dell’economia e della finanza e non più alla CIA, ma il meccanismo logico e la fallacia etica sono assai simili.

C’è anche una scoperta ulteriore, una scoperta “normativa”: che, come sempre avviene quando i fatti sono carichi di valori positivi e soprattutto negativi – trae dalla conoscenza dei fatti e dei valori una “lezione” su quello che dovremmo fare. Dalla prima all’ultima pagina questo libro indica la necessità inderogabile di una riflessione autocritica da parte di tutti noi, “discendenti” delle forze ideologiche in gioco e in lotta in quegli anni, insieme più spietati, apparentemente più feroci, e tuttavia meno disperati dei nostri anni, meno insensati o cinici (non un ombra di rimpianto, ciononostante) di quelli venuti dopo. Dopo Tangentopoli, dopo l’ultima fiammata di speranza che una qualche catarsi, che un po’ di verità e un po’ di giustizia fossero possibili. Non purtroppo rispetto ai fiumi di sangue versato prima, ma rispetto almeno alla corruzione profonda, non soltanto economica ma di costume e di mente, in cui agonizzava la democrazia italiana. Che oggi è in coma profondo, a quanto pare: un’immagine resterà di questa evidenza dell’oggi, particolarmente didascalica nella sua crudezza. I maiali a Roma, che si aggirano nell’immondizia distesa a cielo aperto.

Alcuni anzi vedranno il maggior merito di questo bel libro forse proprio in questo aspetto della nostra storia (chi meglio di Benedetta Tobagi poteva illuminarlo): la dimostrata impossibilità di ricostituire, con una memoria condivisa, una vita civile degna del nome, senza due condizioni. La prima è la ricerca e l’accertamento definitivo – ma anche l’insegnamento, la divulgazione - della verità storica dove non è più accertabile quella giudiziaria – e la verità storica non è più imprecisa, non ha meno di quella giudiziaria le facce e le azioni, le scelte e i pensieri o le omissioni e le rimozioni delle persone. Non è fatta di forze impersonali ma semmai di risposte personali a queste forze che l’agire intrecciato degli uomini provoca, oltre le loro intenzioni. La seconda condizione però è appunto, finalmente, la mai troppo tardiva disponibilità ad ascoltare le ragioni degli altri, di quelli che furono i “nemici”, magari dei padri: a riconoscere, anche, la parte d’ombra che in ogni appartenenza rinsaldata dall’opposizione a un “nemico” cresce, a mettere in questione la propria identità morale e politica, dove si creda di averne ancora una. Anche il credere di non averne più alcuna, del resto, è il risultato di rimozione e oblio, di ignoranza e menefreghismo, cioè di conti mai fatti col proprio passato: perché anche proprio è il passato del paese in cui si vive, il passato degli sconciati paesaggi, delle ingiuste città che abitiamo.

Avrà ragione, chi vedrà in questa lezione il contributo più importante di questo libro. Ma in questi appunti io vorrei andare oltre questa lezione appresa – a quella ancora non appresa, che ancora cerco di formulare: che cosa, in profondità, posso imparare da questa ricerca? Che cos’è questo, che esemplifica in modo quasi lancinante (per un filosofo, per l’acuto sentimento delle proprie omissioni e rimozioni di filosofo) l’Idea di ricerca? Sì, questa parola, quasi ossessiva, continua a ritornarmi in mente, proprio come faceva durante la lettura di un libro uscito invece ormai molti anni fa, ma altrettanto importante e coinvolgente anche oggi, Il vizio della memoria di Gherardo Colombo: un uomo in ricerca, questo il pensiero che ad ogni pagina si levava in me, un pensiero che accennava a qualcosa di cercato oltre (ma non senza) la verità dei fatti e quella dei significati.

Storia anche lì, la nostra storia. Ma oltre la nostra storia ancora qualcosa, qualcosa che per il momento riesco a dire con lo strano verso di Mario Luzi, che mi torna alla mente incongruamente: “e ancora/sopravanzano le cose i loro nomi”. Notate la perfetta ambiguità di questo verso. C’è un’eccedenza di senso non formulato nelle parole intelligenti che descrivono i fatti, i loro nessi, quando si tratta di azioni ed omissioni umane. Ma c’è anche un’eccedenza di realtà, fattuale e valoriale, che le cose hanno rispetto a quello che siamo finora riusciti a saperne e a dirne, e chiede di essere catturata in proposizioni, in immagini, in qualunque forma che ne faccia senso. Qualcosa che tutti possono percepire, e che è probabilmente all’origine della filosofia: di questa forse incongrua estrapolazione dell’interrogativo sull’umano, sulla sua essenza, da tutte le frasi che contengono domande, di questa ricerca di senso che assurdamente viene separata dalla ricerca sui fatti, ogni volta che la filosofia acquista, nelle diverse epoche, una sua tecnicità di lessico e di problemi. Come è difficile allora mantenere l’equilibrio fra definitezza concettuale e metodologica e contenuto vivo, come è difficile non scadere da un lato nel bizantinismo, e dall’altro nella tuttologia. Oggi siamo in uno di questi periodi. Parliamo di filosofia in inglese, come un tempo in latino, ma facciamo fatica a tenere insieme rigore e vita, capacità di dire qualcosa che possa anche essere confutato e capacità di parlare a tutte le persone che hanno a cuore il senso della vita propria e di quella associata, di incidere nella loro formazione, di tener viva la loro mente in ogni occasione problematica dell’esistenza. Perché una filosofia che rinunci alla vocazione socratica cos’è? A cosa serve?

Vorrei proporre un’ipotesi, che orienti il nostro pensiero in una direzione invece che in un’altra. Saremo ormai forse d’accordo che un libro di storia contemporanea, e così immerso come quello da cui siamo partiti nella questione tanto dolorosa e attuale della giustizia negata, dovrebbe sconcertare e risvegliare ogni filosofo proprio ricordandogli che dei fatti della storia non può disinteressarsi – anche se gli abusi della filosofia della storia, gli storicismi di ogni specie e i residui relativismi e determinismi che ancora allignano nella filosofia postmoderna spiegano gran parte della nostra diffidenza.

Ecco l’ipotesi: l’eccedenza di senso non formulato allo stato attuale della conoscenza e delle domande, la filosofia la raccoglie in questioni che non cercano la spiegazione di ciò che è accaduto, ma la giustificazione possibile delle azioni ed omissioni che stanno alla base dell’accaduto. Non voglio dire che non si possa cercare anche la spiegazione. Ma nella prospettiva di prima persona in cui il filosofo si colloca, questa ricerca non è molto diversa da un domandare agli altri le loro ragioni. Perché? A quale scopo? In vista di quale valore? Come si può, ad esempio, rubare o uccidere senza altro scopo che procurarsi denaro, come può ogni cosa che pareva mezzo – denaro, potere, partiti, istituzioni, economia, politica – diventare fine a se stesso e alle persone cui doveva semplicemente servire, in vista dei loro fini e valori?

Nel caso di Gherardo Colombo, mi fu subito chiaro su cosa verteva la ricerca – anche lì, con la storia di tutti sapientemente intrecciata con la sua, dove gli squarci di memoria dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza, ritmati dalla trasformazione dei paesaggi, dal tempo misteriosamente altro delle “vacanze” – danno lo spessore del tempo vissuto, della realtà – non quella del cronista o del giornalista, ma quella che i libri di vero respiro riescono a evocare, come fanno i romanzi e i poemi. La domanda che attraversa quelle pagine è una sola: unde malum? Troncata della sua premessa classica – si deus est – non è meno ardua, perché, Dio o no, la caratteristica più spiccata del male morale, di quello solo bieco, ladro e truffaldino, come di quello truculento e omicida, è l’inspiegabilità. Si usano di solito parole-mantra per spiegarlo, denaro e potere – ma sono pseudo-spiegazioni, precisamente perché non c’è niente di più insensato dei mezzi che diventano fini, e schiavizzano anche chi li persegue. L’agostiniano peccata enim quis intelligit? - resta ancora la formulazione più chiara dello status quaestionis, quello che da sempre induce i filosofi a rappresentarsi il male come non essere, niente, vuoto che divora.

Ma se la nostra ipotesi è corretta, ogni interrogazione essenzialmente filosofica, si trovi in un libro di memoria, di storia o di filosofia, si trova necessariamente a fare i conti con l’enigma del male, ogni volta che o nella misura in cui non riesce a trovare la giustificazione possibile di un’azione o di un’omissione. Così facendo scopre. Scopre sempre nuovi aspetti dell’ingiustificabile, e anche nuovi aspetti del giusto, che sono stati volati.

Anche Una stella incoronata di buio ha forse questa domanda – unde malum - come filo conduttore. Ma questa domanda prende qui una forma più specifica. Perché questo male così specifico di questo paese, la resistenza insormontabile alla scoperta e diffusione del vero – quando si tratta di riconoscimento di responsabilità? Dai vertici del potere politico a quelli del potere militare, alle organizzazioni politiche coinvolte agli uomini che hanno ideato e materialmente eseguito una strage: anche quando non rischiano più (perché non più giudicabili, o perché espatriati, o perché non personalmente ma solo indirettamente coinvolti): tutti coloro che potrebbero contribuire a questa forma fondamentale di giustizia che è l’accertamento della verità e delle responsabilità – non lo fanno, e al contrario contribuiscono tenacemente a rimuovere, occultare, distruggere ogni traccia. Tre gradi di processo, quarant’anni di indagini, di scoperte, la situazione internazionale e nazionale tanto cambiata – e infine, la sentenza definiva: assoluzione per tutti.

“L’amarezza è maggiore nel rendersi conto che né la caduta di un vincolo internazionale, né l’ondata di rinnovamento innescata dalla stagione di Mani pulite sono bastate a creare le condizioni perché si facesse piena luce sul passato. I vincoli resistono, caduto l’alibi dell’anticomunismo resta la determinazione di alcuni centri di potere a proteggere se stessi e la propria reputazione…. La percezione di un passato irredimibile che ritorna, senza possibilità di scampo, è soffocante” (378)

Una grande immagine improvvisamente apre uno squarcio di metafisica indifferenza quasi a illuminare beffardamente questa angoscia: l’affresco che decora la sommità della Torre dell’orologio in Piazza della Loggia, proprio al di sopra di una colonna scarnificata dalla bomba. Scoperta, notata alla fine di questa lunga ricerca: Saturno divoratore, con falce e clessidra. Il Tempo, che tutto cancella. Che tutto muta perché niente muti. Come fosse la sola risposta – già racchiusa, scopre l’autrice, nella tesi di laurea di Livia, la giovane insegnante morta nella strage, insieme agli amici del circolo politico e culturale cui apparteneva anche Manlio Milani, il marito sopravvissuto, che ha speso il resto della sua vita a cercare la verità sulla strage. Era una tesi sul Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, una tesi dunque che racchiudeva misteriosamente il senso desolato anche di questa storia, di tutta la nostra storia collettiva. Quando noi filosofi ne renderemo ragione? Perché è questa, da sempre, la nostra storia?

E poi un’altra immagine, quella finale. Filosoficamente, tutta questa ricerca si svolge all’ombra di una delle poche, grandi scoperte filosofiche del Novecento: il fenomeno del male banale, del male senza radici di coscienza, di rivolta, di luciferina perversione, un male che non è più quel “male radicale” la cui possibilità sembrava almeno condizione anche del bene, perché esercizio di libero arbitrio. Ma il male banale, ottusamente inconsapevole di sé, sembra fatto da mani di burattini, e tutto l’immenso sanguinoso teatro sembra un meccanismo di automi, senza burattinai. Chi sono, allora, questi automi spirituali? Perché così Leibniz chiamava gli uomini, la cui vita si svolge come girando sugli ingranaggi della loro oscura sostanza.

L’immagine viene dal Libro dei morti dell’antico Egitto, il manuale di istruzioni per l’anima dopo la morte.

“Accederà alla salvezza della vita eterna colui il cui cuore sarà più leggero di una piuma. Il cuore puro di un innocente, penso. Invece, mi sbaglio di grosso….L’orizzonte retributivo ebraico e l’immagine del Dio giudice capace di penetrare i segreti dell’anima del peccatore, anche se questi rifiuta ogni addebito di responsabilità, come fece per primo Caino nei confronti di suo fratello, sono di là da venire. Il tribunale delle anime egizio esibisce nella sua feroce nudità un meccanismo psicologico assai più realistico, e inquietante….Il cuore, infatti, leggo nei pannelli esplicativi, potrebbe parlare, ma la formula rituale del Libro dei morti garantisce che esso si tratterrà dal rivelare fatti che potrebbero compromettere il suo proprietario” (416).

Si tratterrà, dal rivelarli anche a se stesso. E qui intravedi un’ipotesi di ricerca che forse vede solo il filosofo, eppure spiegherebbe perché questo libro sembra sempre lì sul punto di offrirti – svoltate ancora poche pagine, una vera scoperta filosofica.

L’immagine del Dio giudice. O la rocca trascendentale della giustizia, l’inferno dantesco. La millenaria efficacia di questi Novissimi non dipende dalla loro realtà – ma dalla loro idealità. Sono l’Idea stessa della giustizia morale come verità finalmente rivelata e piena, e a tutti resa nota. “Universale”, il giudizio: di tutti i tempi, per ogni tempo, per ogni e qualunque coscienza. Ci eravamo abituati a credere che non ci sia bisogno di religione per vivere sotto la norma di questa idea – come facciamo anche solo per constatare quanto poco trovi applicazione, questa idea, perfino ai suoi livelli più basilari, quelli della giustizia penale. Ma un residuo di religione lo conserviamo ancora tutti, se crediamo che l’eredità ebraica o quella cristiana o quella kantiana, solo perché sono confluiti nella nostra storia, siano delle acquisizioni garantite anche per l’avvenire. Che le grandi scoperte di valore restino con noi, siano conservate nell’essenziale anche quando “superate”, è una forma di fede nella provvidenza, anche se in una provvidenza hegeliana più che cattolica.

Non c’è bisogno di aspettarsi il Giudizio Universale per credere che nessuna riconciliazione e ricostruzione di una memoria condivisa sarà mai possibile senza una forma di catarsi. Questo è vero, io credo, della storia italiana, ma dev’essere vero della storia delle comunità umane tutte, se l’immagine del Giudizio Universale serba ancora un senso. E io credo che oggi ne serbi uno, profondo, soprattutto in quanti di noi non credono affatto né che un Dio provveda nell’al di là né che un momento storico verrà in cui tutto sarà chiaro e giustizia sarà fatta.

Questa idea ha come corrispettivo quella della coscienza morale, cioè del giudice in noi – giudice non in quanto punisca, ma in quanto giudichi il vero, non lo ignori. Il cuore “non può” ignorare ciò che uno ha fatto – perfino Hannah Arendt pensa alla coscienza morale come all’impossibilità di convivere con un assassino – o con un ladro.

Hannah Arendt aveva riscoperto questo modo dell’ignorare che già Caino opponeva all’accusa di Dio, e ne aveva descritto la fenomenologia, riaprendo il dibattito sulla questione morale e sulla sua unità profonda con la questione politica, oltre la loro ovvia distinzione, su cui si reggono le democrazie. Il fatto è che le democrazie si reggono tanto su quell’ovvia distinzione, per la quale nessun legislatore può ergersi a giudice morale di un altro uomo, quanto su quella profonda unità – per la quale ogni democrazia degenera in qualcos’altro se le virtù della cittadinanza, che sono aspetti di moralità delle persone, non sono di continuo alimentate dall’interno, dall’anima di ciascuno dei “sovrani” – soprattutto di quello che don Milani chiamava “i sovrani di domani”.

Ma l’immagine del Tribunale dei morti dell’antico Egitto scuote l’ultimo residuo di fede nella provvidenza della storia. Credo che a tal punto sia indovinata, quell’immagine, perché dà forma a un dubbio muto: l’antico Egitto, siamo noi. Non c’è storia e memoria che tengano, non c’è progresso morale – se non c’è qui ed ora chi rinnovi, con l’esperienza del male subito, la cognizione del dolore, da cui quella del valore è inseparabile. L’idea di catarsi, e con essa l’idea del giudice in noi stessi, sono queste persone a tenerle in vita – non certo l’esserne culturalmente eredi. Dunque abbiamo una sola risorsa: l’ingiustizia sofferta o veduta infliggere, in quanto sappiamo trarne una più profonda conoscenza di cosa sia giustizia. Ogni lavoro, ogni pensiero, ogni ricerca in questa direzione è parte di una battaglia che si svolge in ogni presente. L’antico Egitto non è all’origine, è il fondo immobile dell’incoscienza sempre presente, con la quale in realtà ciascuno di noi può convivere. Forse il prossimo passo è capire che la parola “valori” è stata la maggiore vittima degli storicismi. Valore non è convinzione che si tramanda ma dato d’esperienza viva che chiede parola nuova, pensiero chiaro. La ricetta egizia non rivela soltanto “un meccanismo psicologico assai più realistico e inquietante” (415) degli imperativi kantiani. Indurre il proprio cuore all’omertà del silenzio è la vera formula dell’indifferenza. E’ il nome del fondo pre-umano al quale, con tutta la nostra scienza e la nostra tecnologia, rischiamo ogni giorno di tornare.


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 Oggetto del messaggio: Re: Cos’è la ricerca in filosofia?
MessaggioInviato: 04/06/2014 - 03:02 
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Iscritto il: 15/12/2009 - 00:41
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Il pre-umano è sempre con noi.
E' sepolto sotto la materia grigia, nell'amigdala, al pre-umano dobbiamo anche la nostra sopravvivenza attuale.

« Se Dio esiste, da dove [viene] il male? E se non esiste, da dove [viene] il bene? » (Boezio)

Alla domanda non può rispondere alcuna ricerca filosofica, e la dimostrazione ce la dà proprio questo scritto, nel quale c'è di tutto, una marmellata appiccicosa, dove ciascuno può imbrattarsi le gote, ma è fuori strada, perchè la risposta l'ha già data la scienza.
Il bene ed il male non esistono; sono categorie morali create dall'uomo.
Chi sopravvive sta nel giusto.
Da questa selezione, dopo milioni di anni, si è sviluppato l'uomo, capace anche dei ragionamenti dell'autrice del libro.
La filosofia può stare tranquilla, basta a se stessa e a null'altro, è servita fintanto che l'uomo non aveva abbastanza conoscenze per dare risposte ai tanti interrogativi quotidiani.
Nulla impedisce ai filosofi di fare le loro ricerche, che servono soltanto a loro. Il libro della De Monticelli è ad uso e consumo dei filosofi, nessun'altro lo leggerà, al più qualche vecchia capra di partito.
Ma veniamo al tema del libro che è estremamente polarizzato, illustrando unicamente i punti di vista della sinistra sugli attentati.
Ora, giustamente, la presentatrice del libro dichiara di tenere in giusta considerazione il dubbio sulle proprie dichiarazioni, come è costume fra i filosofi, sennonchè, costantemente, costoro, ritengono sempre di avere ragione, di essere il faro dell'umanità.
Con una mano mettono e con l'altra tolgono.
Insomma, soltanto perchè tengono il dubbio nella giusta considerazione, pretendono di essere incoronati.
Ma, allora, a che serve tanta falsa modestia, se poi, alla fine, si comportano esattamente come gli altri uomini?
Entriamo nel merito della sentenza, che lascia tutti liberi.
Qualcuno, proprio in questo forum, si dichiara grato alla giustizia italiana per avergli dato ragione in certe sue denunce, affermando, sostanzialmente, che la giustizia, alla fine, fa il suo mestiere, si dimostra saggia ed equa, seppur lenta.
Nel caso in questione, invece, si è sommamente insoddisfatti, insinuando il dubbio che nella stessa magistratura ci siano state deviazioni, inquinamenti che hanno impedito di giungere alla verità.
Possiamo semplicemente concludere che i giudizi della magistratura sono sempre sindacabili, perchè "errare è umano". Come vedete, l'ho detto senza ricorrere al latino.
I magistrati non sono sopra le parti, perchè sono uomini fallaci, corruttibili, pazzi, a volte, perchè studiare giurisprudenza può portare alla follia, intendendola come un limbo fuori dalla realtà.
Questa, spesso è l'impressione che hanno i comuni cittadini, i quali, dotati di buon senso, capiscono quando il giudice sbarella.
E' normale, quindi, che la gente abbia una pessima opinione della giustizia e dei giudici.
La giustizia, in Italia, semplicemente non esiste, neanche per i quesiti più stronzi.
Purtroppo dobbiamo sopportarla e pagare i lauti stipendi dei giudici, pagare gli avvocati - si sostengono a vicenda - che campano, come i preti, sulle spalle di chi lavora sul serio: la gente, il popolo.
Posso dare un contributo alla ricerca filosofica, richiamando i filosofi alla realtà.
C'è stata una guerra civile in Italia, che ha fatto molti morti: circa ottantamila e cinquantamila feriti (come spesso accade nelle guerre civili, ci sono più morti che feriti) la maggior parte proprio fascisti e nazisti.
Sia chiaro, chi ha ucciso di più nella seconda guerra mondiale sono stati proprio i vincitori, necessariamente, perchè per vincere bisogna ammazzare e distruggere. Che nessuno si senta santo.
A scatenare la guerra civile fu il partito comunista, ricostituitosi dopo l'armistizio.
In un altro thread ho pure fornito un articolo di Wikipedia, dove venivano riportate le dichiarazioni di guerra al termine di una riunione fra i capi delle varie cellule terroriste.
La guerra consisteva in agguati, sabotaggi, attentati, portati a termine dalle pattuglie partigiane nei confronti delle truppe fasciste e naziste, le quali, all'inizio hanno solo subito l'iniziativa dei terroristi.
Dopo l'azione terrorista, il gruppo fuggiva lontano, inafferrabile, fra monti e foreste.
Non potendo combattere un nemico invisibile, i nazifascisti reagivano con rastrellamenti catturando e torturando i sospetti. E, quando la rabbia era particolarmente viva, fucilavano le famiglie dei partigiani.
C'è un detto greco o latino che illustra questa situazione? Se tu non avessi fatto del male, non l'avresti ricevuto di ritorno, magari maggiorato.
Cercate e fatemi sapere.
Nulla di diverso, comunque, da quanto è accaduto in tutte le guerre successive, in tutto il mondo, particolarmente in Iraq e Afghanistan.
Sapete perchè i partigiani appesero testa in giù Mussolini, l'amante e altri gerarchi fascisti fucilati?
Volevano rendere la pariglia per alcune decine di partigiani fucilati per rappresaglia ed appesi proprio a piazzale Loreto, giorni o settimane prima.
Perchè questo era accaduto?
Perchè i partigiani avevano preso a mitragliate soldati tedeschi che distribuivano cibarie alla popolazione, senza alcuna giustificazione.
Questo era il tipico modo di agire del partigiano.
Ciò scatenò una rabbiosa rappresaglia.
Ricordo un episodio narrato in TV nel programma "la Storia siamo noi" dove il commentatore riportava il caso di un partigiano che, atteso all'uscita un soldato tedesco in libera uscita, gli andava dietro e gli sparava alla nuca.
Questa la mentalità dei partigiani: fascisti e nazisti non erano esseri umani ma bestie da ammazzare come vitelli al macello.
Inevitabile che i nazifascisti si comportassero di conseguenza.
Tutte le stragi nazifasciste della guerra civile furono originate proprio dal desiderio truce dei compagni, di darsi onore e gloria nella liberazione dell'Italia con la guerra civile, da loro stessi dichiarata.
Esemplificando: non vi sarebbero state le fosse Ardeatine se non ci fosse stato l'attentato di via Rasella.
Furono i compagni, i capi comunisti, che, dopo aver ammazzato circa quaranta persone (alcuni morirono in ospedale i giorni seguenti) e ferite altre decine di riservisti tedeschi, causarono la morte per rappresaglia dei prigionieri catturati dai tedeschi.
Dobbiamo ancora attendere chissà quanti anni, perchè la verità venga ricostruita, ma possiamo fin d'ora affermare che la guerra non fu abbreviata di un giorno per il contributo partigiano, gli alleati non avevano bisogno di loro.
La potenza di fuoco degli eserciti alleati era migliaia di volte superiore, furono loro a liberare l'Italia. I partigiani causarono solo altre vittime, in una guerra civile sanguinosa.
I partigiani avrebbero dovuto sedere vicino ai criminali di guerra e processati, per tutti i delitti che hanno commesso.
Le fucilazioni alle Ardeatine avvennero a marzo, ma i partigiani sapevano che già a gennaio era avvenuto lo sbarco di Anzio, di lì a poco Roma sarebbe stata liberata, proprio all'inizio di giugno del '44. A che pro quell'attentato?
Nessuno che ponga in evidenza questo gravissimo errore dei partigiani, e, in generale, tutta la loro azione.
Per questo non merita attenzione la storia narrata sui libri di scuola e, naturalmente, le riflessioni in questo testo di ricerca filosofica.
E' chiaro, i partigiani volevano occupare un posto nella storia, sulla pelle della gente.
E pensare che hanno pure ricevuto la medaglia d'oro, per quella vigliaccata.

I partigiani sapevano che le rappresaglie sarebbero state inevitabili, sapevano anche che queste avrebbero fatto nascere odio verso fascisti e nazisti.
Loro, i compagni, ammazzavano. I nazifascisti si vendicavano poi su coloro che stavano intorno. Tanto peggio, tanto meglio. Delitti premeditati, ferocemente, vergognosamente, criminalmente.
Un disegno cattivo, feroce, quello dei compagni comunisti, degno delle peggiori SS.
Quello che voglio affermare è che i partigiani non furono certamente migliori dei peggiori nazisti.
Tutti sullo stesso piano.
Oggi, invece, i partigiani, l'ANPI, si pongono dalla parte dei buoni, del bene, mentre il fascista è il cattivo, il male.
I filosofi avrebbero molto da ricercare, ma mettono la testa sotto la sabbia, e, quando la tirano fuori, indossano i paraocchi equini.
Lo dimostra proprio questo libro e la sua recensione... sono andati a scovare pure il libro dei morti e le varie divinità. Cosa c'entra tutto ciò?
E' per questo che la mia stima verso i filosofi resta a zero.
Sono parolai, presuntuosi, degli azzeccagarbugli che usano le lingue morte per darsi importanza rendendosi incomprensibili, nelle loro torri d'avorio in buona compagnia con altri imbecilli di caste affini.
Il filosofo, oggi, non serve a nulla, meglio farebbe a studiare la scienza.

Perchè, dunque, gli attentati di allora?
Perchè i compagni hanno seminato tanto odio durante la guerra; non solo, perchè la filosofa non si ricorda dei ventimila morti delle vendette comuniste a guerra finita.
Perchè la filosofa non ha letto "il sangue dei vinti" e tutti gli altri libri di Pansa, che narra delle malefatte dei partigiani?
Perchè tutti quei delitti non furono perseguiti.
Quanti figli di quelle vittime dei partigiani si sono poi arruolati nei movimenti eversivi?
Morale: chi semina sangue raccoglie bombe.
Proprio per il fatto che i filosofi non hanno saputo voltarsi indietro, togliendosi i paraocchi, per vedere tutto il male che è stato fatto proprio dai fondatori del cosiddetto "stato democratico", che sono superati, meno che mai adatti a studiare il mondo che cambia.


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