La Torre della Rosa d'Argento

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Diamond: “Tutti a lezione dai parenti ancestrali”
Dai “primitivi” una logica di comportamento che funziona anche nel XXI secolo
GABRIELE BECCARIA

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Togli le metropoli e le macchine, cancella i governi e le leggi e, al di là di una patina a volte brillante e a volte spaventosa, c’è quasi tutta la nostra storia, priva di scrittura ma ricca di memoria, organizzata in tribù, piccole eppure incredibilmente sofisticate. Millenni e millenni da scoprire e riscoprire, se vogliamo capire il nostro io.

Con «Armi, acciaio e malattie» aveva sbriciolato lo stereotipo della superiorità occidentale, rivelando il peso dell’ambiente rispetto alla fragilità dei neuroni, mentre con «Collasso» aveva portato alla luce le capacità autodistruttive delle civiltà. Adesso con «Il mondo fino a ieri», pubblicato da Einaudi, Jared Diamond intreccia antropologia, biologia evoluzionistica e autobiografia per raccontarci che cosa siamo stati prima di trasformarci in ambiziosi «weird», acronimo anglosassone che sta per «occidentali, educati, industrializzati, ricchi e democratici»: portando alla luce le innumerevoli invenzioni del passato ancestrale e le tante sopravvivenze del presente globalizzato, il celebre antropologo-geografo della University of California spiega che cosa significa l’avventura della vita per «tipi strani», come i cacciatori della Guinea, gli inuit del Polo, gli indios dell’Amazzonia, i san del Kalahari e tanti altri popoli che frettolosamente (e con senso di colpa) bolliamo con l’etichetta di «primitivi».

Se un baratro ci divide da quegli uomini e quelle donne, c’è ancora una ragnatela di esili fili che ci collega a loro e Diamond ha deciso di provocarci un’altra volta, spiegando cosa abbiamo perso, cosa sopravvive e cosa potremmo recuperare.

Professore, lei è appena tornato dalla Papua Nuova Guinea, un luogo simbolo che lei studia da decenni e dove, appena un’ottantina di anni fa, è avvenuto il primo e sconvolgente contatto tra un gruppo di australiani e i nativi, un popolo fermo all’età della pietra: che ricordo ha portato con sé stavolta?
«E’ difficile dire quale sia il ricordo più vivido, perché ogni ora di ogni giorno in Papuasia è vivido. Ma, se dovessi sceglierne uno, è questo: un pomeriggio, sul limitare della foresta dove avevamo installato un accampamento, mettersi a osservare un acquitrino di 500 metri di diametro, circondato da colline di calcare, in un terreno così difficile che in otto giorni non siamo mai riusciti a scalarle, guardando il sole e le nuvole, ascoltando il canto degli uccelli, fissando le oche e i tuffetti, respirando l’aria cristallina, non sentendo un solo suono prodotto dagli umani. E sperimentando un’intensa bellezza».

Gli ultimi scampoli di società tradizionali che lei descrive nel saggio stanno svanendo: pensa che ci sia qualche possibilità che sopravvivano nel XXI secolo?
«Non c’è alcuna possibilità che sopravvivano immutate al XXI secolo. Molte società tradizionali, però, sopravviveranno con una serie di cambiamenti. Non c’è dubbio che quei popoli vogliano ombrelli, fiammiferi, strumenti d’acciaio, vestiti, farmaci e anche telefonini. Ma molti conserveranno la loro lingua e tanti aspetti della loro cultura. Penso a un esempio: sono trascorsi 159 anni da quando le flotte occidentali “spalancarono” il Giappone e tuttavia lì si continua a parlare giapponese, a scrivere in Kanji e c’è la cultura più specifica del Primo Mondo».

Lei sostiene che le culture tradizionali sono più ricche - in termini di «esperimenti sociali» - rispetto alla società globalizzata, dal modo di concepire l’amicizia all’amore: se stiamo perdendo la creatività più profonda di specie, qual è la sua ricetta per tentare di rallentare il processo?
«Quando scrivo che le culture tradizionali sono più ricche “socialmente”, voglio dire che i rapporti di amicizia sono più importanti, intimi e duraturi e che gli individui trascorrono più tempo a comunicare, parlandosi direttamente e fissandosi negli occhi».

Esattamente il contrario di quanto siamo abituati a fare noi, vittime dell’iper-tecnologia.
«Nella società globalizzata le nostre comunicazioni sono indirette, via e-mail e con i messaggini. Se dovessi pensare come invertire il processo - in quanto americano - risponderei così: “Trasferitevi in Italia!”. Ho sempre la sensazione che i miei amici italiani trascorrano molto tempo a parlarsi, specialmente durante i vostri lunghi pranzi che durano anche due o tre ore, mentre noi americani inghiottiamo tutto in 15 minuti, tenendoci stretti i nostri cellulari».

C’è, però, anche un lato oscuro di violenza e intolleranza nell’universo dei cosiddetti «primitivi» e lei lo racconta: perché, allora, è tanto diffuso e persistente il mito del «buon selvaggio»?
«Ci sono molte ragioni per cui si tende a ignorare il tasso di violenza nelle società tradizionali. Una è legata alla difficoltà, oggi, di assistere a una guerra tribale: i governi le hanno pressoché soppresse. Perfino nelle aree della Nuova Guinea e dell’Amazzonia dove ancora scoppiano dei conflitti si può verificare un unico “raid” nel corso di diversi mesi e una battaglia ogni anno o due e, così, è difficile che un antropologo impegnato in una missione-tipo possa assistere a uno di questi eventi. E d’altra parte quelle popolazioni sanno bene che gli occidentali disapprovano la guerra ed è quindi difficile che invitino uno studioso a seguirli, mentre vanno a uccidere un vicino. Una seconda ragione è la forza della tradizione, iniziata 250 anni fa con il filosofo francese Jean Jacques Rousseau: fu lui a dare origine al mito del buon selvaggio, basato però su un totale vuoto di informazioni, Eppure molti preferiscono continuare a credere a quella leggenda piuttosto che alla cruda realtà. Una terza ragione è che molti antropologi “liberal” tendono a negare la stessa violenza: temono che trasformarla in un tema di discussione possa servire ai governi da pretesto per perseguitare ed espropriare le popolazioni tribali, sebbene proclamare l’idea della pace ancestrale sia un terribile errore: la verità emerge comunque».

Lei analizza la «paranoia costruttiva» dei primitivi: sono attenti a segnali per noi insignificanti e stanno sempre sul chi vive, ben sapendo che la vita è un bene fragile. Dobbiamo riscoprire quell’antico atteggiamento se vogliamo tentare di risolvere i problemi di un pianeta iper-sfruttato e sempre più inquinato?
«Sì. Dovremmo avere un atteggiamento simile in modo da affrontare meglio i pericoli delle società contemporanee, a cominciare da quelli della guida, dello scivolare nella doccia e sulle scale o dell’ubriacarci. Trascorriamo troppo tempo a preoccuparci del terrorismo e degli incidenti aerei, che in realtà uccidono molti meno italiani e americani dei piccoli incidenti quotidiani. Quando spiego i rischi della doccia, mi sento rispondere: “Ma Jared, le chances sono appena una su mille!”. Ma, visto che ho 75 anni e possono aspettarmi di vivere fino a 90, ciò significa che, se faccio una doccia al giorno, ne devo prevedere altre 5475: quindi, nonostante le mie attenzioni, ma dando retta alla statistica, rischio di uccidermi cinque volte prima di raggiungere i 90 anni. Basta leggere le necrologie di qualunque giornale per rendersene conto».

Religione e guerra, amore ed economia: i nostri antenati hanno affrontato ogni aspetto della vita con intelligenza e fantasia e a volte anche con una brutalità che ci fa orrore. Quali sono le lezioni che dobbiamo recuperare dalle nebbie di una storia durata 100 mila anni?
«La lezione principale che dovremmo ricavare dal passato ancestrale è che non c’è una singola lezione, ma decine e decine! Le società tradizionali rappresentano, infatti, decine di migliaia di esperimenti su come risolvere problemi umani universali, come allevare i bambini, affrontare la vecchiaia, mantenersi in salute, seguire la religione, costruire linguaggi e amministrare la giustizia. Molte società hanno affrontato queste realtà meglio di noi e noi non siamo affatto costretti a continuare con tante delle nostre peggiori abitudini: possiamo imparare nuovi comportamenti a partire da ciò che è già stato fatto».

_________________
Bene qui latuit , bene vixit . ( Ovidio )


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