La Torre della Rosa d'Argento

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 Oggetto del messaggio: Filosofia delle serie tv
MessaggioInviato: 27/05/2013 - 01:07 
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Iscritto il: 16/08/2009 - 10:30
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Anche il Dr. House ha un’ontologia
Filosofia dei serial tv
di MASSIMILIANO PANARARI

Immagine

Ontologia del Trono di Spade. Epistemologia di CSI. Gnoseologia del Dr. House (ispirata al metodo «abduttivo» caro alla strana coppia di Conan Doyle, il duo Holmes-Watson). Fenomenologia di Gossip Girl. E si potrebbe continuare a lungo, ma, giustappunto, sempre a ragion veduta secondo Luca Bandirali ed Enrico Terrone, autori di Filosofia delle serie tv. I più critici potranno facilmente notare che la «popsophia» (nelle sue innumerevoli varianti) continua la propria inarrestabile avanzata trionfale (e hanno molte buone ragioni in materia). Nella fattispecie, però, i serial angloamericani (a proposito dei quali Aldo Grasso ha parlato di feuilletton della nostra epoca postmoderna), col discorso filosofico, per alcuni versi, c’entrano proprio in virtù del loro essere portatori di una singolare e completa esperienza del mondo (e dei mondi), dalla scena di un crimine sino alle lotte dinastiche più o meno veritiere dei Tudor, o totalmente fantasy del Trono di Spade. Universi fittizi e narrativi che presentano aspetti e invarianze che rimangono validi nel mondo reale, e in questo pongono, come scrivono Bandirali e Terrone, una serie di interrogazioni di natura filosofica.

E c’è, tra le altre, una cartina al tornasole che lo mostra in maniera ineffabile: lo «spoiler» che rimanda al gesto «proditorio» di svelare i colpi di scena o il finale di una serie. La durezza e l’indignazione effettuali con cui i fan reagiscono allo «spoilerare» ci dice molto del contributo di questi prodotti dell’immaginario alla costruzione e configurazione della realtà sociale.

Il genere ontologico dei serial è il medesimo dei film, dal momento che sempre di immagini in movimento si tratta, ma se la forma visiva accomuna, sono le proprietà relazionali a distinguere i due «oggetti» (ossia la concezione che ne hanno autori e registi e l’uso che ne fanno gli spettatori), aggiungendo un pizzico (e forse più) di quell’epica tipicamente romanzesca che ne fa delle «opere mondo» e dei cronotopi (come li avrebbe chiamati Michail Bachtin). Le serie rappresentano (ed è questa la loro novità «rivoluzionaria») non più soltanto un medium tecnologico, ma in tutto e per tutto artistico, dotato di un peculiare sistema di rappresentazione e comunicazione che, come mai prima d’ora, permette un’identificazione di esperienza tanto completa tra i suoi realizzatori e il pubblico – in primo luogo sotto il profilo della condivisione del tempo, che punta, in taluni casi, all’approssimazione integrale al tempo vissuto (come hanno fatto 24, Mad Men e Deadwood ). D’altronde, i serial televisivi oltre a essere, eminentemente, l’arte dei nostri tempi, nei confronti del tempo manifestano una sorta di vera e propria magnifica ossessione; e non è un caso che il viaggio nel flusso temporale rappresenti un indiscusso Leitmotiv delle serie fantascientifiche (da Lost a Life on Mars, da Heroes a Misfits), e sia presente, sotto forma degli episodi-flashback, anche in quelle di ambientazione più realistica. E, così, la prossima volta che ci siederemo un poltrona sarà bene farlo attrezzandosi con un certain regard philosophique.


Luca Bandirali Enrico Terrone “Filosofia delle serie tv” Mimesis, pp. 218, € 16


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 Oggetto del messaggio: Re: Filosofia delle serie tv
MessaggioInviato: 17/06/2013 - 04:25 
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Iscritto il: 15/12/2009 - 00:41
Messaggi: 1015
Film, telefilm, serial, più ancora di giornali e libri, sono in grado di condizionare molto le menti degli spettatori, specie quando non richiedono particolare impegno intellettivo, pensare, confrontare, riflettere.
Ora ci sono anche serial gay, di provenienza USA, ma presto ce ne saranno di nostra produzione.
Molti film hanno aperto la strada all'epopea dell'omosessualità nella quale oggi siamo immersi, cominciando da "Una giornata particolare" o "Riflessi in un occhio d'oro", ma ce ne sono decine, quando l'omosessualità era ancora da nascondere, figuriamoci oggi.
Sempre più frequentemente, registi come Almodovar, nei cui film non c'è traccia di sessualità normale, sana; hanno preparato il terreno sociale alla decadenza della civiltà occidentale.
Oggi siamo pronti a sorbirci qualsiasi porcheria gli autori, pungolati dagli sponsor pubblicitari, vogliano somministrare alle nostri menti, sempre più passive e bovariche.
I serial italiani, poi, sono terribili, ridondanti, noiosi, con attori presi dalla strada, senza preparazione, assolutamente non in grado di competere con quelli USA, tecnicamente perfetti, senza parole superflue, giusti nei tempi.
Rivedo qualche volta puntate di vecchi sceneggiati italiani, dove almeno gli attori erano attori, non deficienti che parlano in romanaccio.
Ma ce ne sono quelli in napoletano, come "Un posto al sole", in voga dai primi anni novanta. Il protagonista ha oggi i capelli bianchi; aveva iniziato quando si radeva i primi peluzzi sul mento.
Per dire, ci sono attori che partono dalla fanciullezza, crescono, sposano, figliano e muoiono, tutti all'interno di uno stesso serial.
Credo che Beautiful abbia raggiunto le cinquantamila puntate, alcuni dei suoi protagonisti sono morti, altri in restauro permanente dal chirurgo estetico.
C'è lo scrittore Camilleri, secondo solo a Liala, in fatto di romanzi cretini, che ha dato il via al serial del commissario Montalbano, così anche il dialetto siculo è adeguatamente rappresentato.
E' uno di quei serial che, se la produzione fosse in difficoltà, riceverebbe dalla mafia adeguati finanziamenti. Come per "La piovra", tiene alta la reputazione mafiosa degli italiani nel mondo.


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