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Razzismo: il riconoscimento negato alla diversità umana
di ROSALBA MICELI



Ognuno di noi è un individuo, con caratteristiche uniche ed irripetibili, e non un membro di un’astratta categoria razziale all’interno della quale tutti sarebbero pressoché uguali. Il concetto di «razza», che trae origine da una arbitraria classificazione degli esseri umani in base ad alcune caratteristiche somatiche, ha condotto inevitabilmente alla rappresentazione mentale del «diverso», dello «straniero», a tentativi di dimostrare la presunta superiorità di alcune razze rispetto ad altre, istigando odio, violenza, separazione, giustificando una logica di potere e di sopraffazione, fino agli esiti tragici della pulizia etnica, dello sterminio programmato.

Il concetto tradizionale di razza ha perso consistenza alla luce degli studi recenti di genetica,
non rappresentando una descrizione soddisfacente della diversità umana. Le razze umane non esistono, di fatto. Sono un’invenzione, un costrutto sociale. E allora, se è fuorviante classificare i nostri simili in base a categorie razziali, perché questi concetti continuano a incontrare una certa, sorda resistenza? Il razzismo nasce dall’incontro/scontro con la diversità, l’alterità irriducibile dell’altro, ed è un problema complesso, in cui si intrecciano dinamiche personali, culturali e sociali.

È anche un problema che si ripresenta continuamente, talvolta anche abbandonando il riferimento forte al fondamento biologico della razza, riproponendolo, nelle pratiche sociali, in termini di differenze etniche o culturali o sociali- spingendo ad etichettare come inferiore o non degno di valore ciò che è diverso o non conforme alla propria cultura di appartenenza - e appare particolarmente attuale alla luce delle problematiche connesse ai processi di globalizzazione che hanno accelerato i contatti tra culture diverse e acutizzato le istanze di riconoscimento che i vari gruppi, spesso di minoranza, avanzano all’interno delle società multiculturali contemporanee.

Dal punto di vista pedagogico-educativo si pone subito una questione: è possibile, agendo sulle rappresentazioni mentali e culturali, superare la diffidenza, il sospetto, l’avversione verso ciò che è diverso? Finanche «disimparare» il razzismo? Appare semplicistico il tentativo di risolvere il problema dell’incontro con l’altro affermando: «Se lo conosci forse puoi imparare ad apprezzarlo», perché ci si può trovare davanti ad un rifiuto totale: «Non voglio conoscerlo». Ovvero non voglio fare esperienza diretta e concreta dell’altro, preferisco giudicarlo in base all’idea, alle credenze che ho su di lui.

«Non lo voglio conoscere» equivale a dire «non lo voglio ri-conoscere». Quali sono le dinamiche che ostacolano o negano il processo di riconoscimento? E in che modo il dolore per una forma di misconoscimento può spingere gli individui alla lotta per il giusto riconoscimento? Il concetto hegeliano «di lotta per il riconoscimento» (la dialettica servo-padrone in La fenomenologia dello spirito, nella quale la lotta per il riconoscimento viene limitata alla sola funzione di formazione dell’autocoscienza) è stato ripreso in una teoria organica dal filosofo tedesco Axel Honneth, erede della Scuola di Francoforte, direttore dell’Institut für Sozialforschung, ed esposta nel testo La lotta per riconoscimento (Il Saggiatore, 2002).

Nel suo nucleo centrale, la teoria sociale del riconoscimento si propone di concettualizzare le lotte contemporanee intorno ai temi di identità e differenza, sottolineandone la centralità della dimensione morale: le lotte sociali che avvengono sotto la spinta di motivazioni morali, sono relative all’identità personale che può essere seriamente minacciata da esperienze di misconoscimento (una qualsiasi forma di misconoscimento che veicola una immagine dell’altro in qualche modo inferiore o semplicemente diverso - e dunque estraneo - può essere interiorizzata da questi e danneggiarne in modo più o meno grave la relativa identità).

Come già intuito da Hegel, il processo di riconoscimento ha una natura dinamica e reciproca perché costituito al suo interno da una relazione reciproca, per quanto asimmetrica. Reciprocità non è da intendersi nel senso di uguaglianza: si tratta di una reciprocità conflittuale, in cui si innescano lotte per negoziare i criteri di reciprocità e per stabilirli come criteri di uguaglianza. Secondo il pensiero di Renate Siebert, professore ordinario di Sociologia del mutamento presso l’Università della Calabria, autrice del volume Il razzismo. Il riconoscimento negato (Carocci, 2003), affinché ci sia lotta, dialettica e tensione per il riconoscimento, è indispensabile che i due soggetti si riconoscano come esseri umani a pieno titolo.

Ci può essere - e ciò alimenta la tensione - disuguaglianza: servo e padrone, pur essendo molto diversi rispetto al ruolo sociale sono uguali in quanto esseri umani e potenzialmente possono entrare in una dinamica di riconoscimento poiché l’uno presuppone dell’altro che abbia la capacità della coscienza di sé, dell’autocoscienza. Ben diversa è la situazione dello schiavo, considerato un oggetto, come non-umano, o sub-umano. In quest’ottica le varie forme di razzismo rendono inferiori in modo forte coloro che vengono «razzializzati», negando loro lo status di esseri umani a pieno titolo e cercando di estrometterli dalla possibilità di una relazione che consenta la dialettica del riconoscimento.

Il riconoscimento mancato, o peggio, negato, può giungere fino a non riconoscere il diritto all’esistenza dell’altro, con conseguenze estreme: se tu (persona/popolo) non riconosci il mio diritto all’esistenza, la mia dignità di persona (o di gruppo o di popolo) può divenire quasi inevitabile che io, per reazione, per certi versi consapevole della mia dignità, tenti di ribaltare la situazione e sviluppi una identità personale (o sociale) forte (o, che a mia volta ti riconosca come un nemico da abbattere).

Esiste anche un altro tema che indaga la sofferenza - spesso insanabile e devastante - dei «dannati», di coloro che, umiliati, offesi e non rispettati, non sono riusciti ad entrare in una lotta per il riconoscimento. Quali sono i rapporti tra razzismo e genesi dell’alienazione, tra politiche coloniali e senso di inferiorità, tra sofferenza individuale e rapporti economici, storici, sociali? Con questi interrogativi, negli anni tra il 1951 e il 1961 si confrontò lo psichiatra martinicano Frantz Fanon, osannato come profeta della liberazione del Terzo Mondo, attivo sulla scena intellettuale e politica dell’Occidente, allora alle prese con la ribellione delle proprie colonie.

A più di cinquant’anni di distanza, molti di quegli interrogativi non hanno perso la propria attualità. Può essere interessante, dunque, ritornare a confrontarsi con la figura di Frantz Fanon e, in particolare, con la sua professionalità di psichiatra, integrandone alcuni significati alla riflessione attuale sulla salute e la malattia nei contesti in corso di mutamento a seguito dei fenomeni migratori: «... In un’epoca come la nostra, in cui i rapporti di potere si mimetizzano sempre più subdolamente con il volto dolce e paternalistico delle istanze umanitarie o con quello apparentemente cristallino del sapere medico-scientifico, essi tornano a far vibrare un inderogabile e ruvido appello a tutte le discipline, tutte le istituzioni, tutte le persone che si occupano della salute e della libertà degli esseri umani» (Mauro Semenzato, La follia dei dannati. Frantz Fanon e la psichiatria tra potere e dolore, cura e rivoluzione , IPOC).

«Le questioni coloniali, rispetto a cinquant’anni fa, sono oggi profondamente mutate; trasfigurate e riordinate lungo processi che garantiscono in continuità accumulazione, interessi e poteri. Questioni che si sono parallelamente depositate nelle vicende di popolazioni e di gruppi, nelle rappresentazioni e nelle biografie di molti di coloro che fuggono, che giungono anche in Italia con un’aspettativa, con domande, debolezze e vitalità - scrive Ivan Carlot nella prefazione al libro di Mauro Semenzato -. Spesso si tratta di una richiesta di riconoscimento: parola centrale e problematica nel discorso di Fanon. Il riconoscimento è in grado di essere ancora la conferma della (relativa) libertà concessa al negro, la ripetizione delle dinamiche di dominio e schiavitù; oppure essere un articolato percorso di rimeditazione e rimedio delle ingiustizie, un conoscere nuovo l’altro attraverso e oltre le maschere, conoscere altro dell’altro».


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