La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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 Oggetto del messaggio: Wittgenstein
MessaggioInviato: 04/06/2012 - 08:46 
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eugenio ha scritto:
MyrrdinWilt ha scritto:
Io ci sono per te senza che tu abbia bisogno di essere con me


Pensiero molto gentile, MyrrdinWilt, la disponibilità verso gli altri è assai rara, paraocchi permettendo.

è l'ammissione di una diversità: la frase di Myrr parla meglio di altre perchè tende, divarica i due estremi, io e te ( ma forse sarebbe il caso di parlare di due soggetti )
'per' non è 'con': e nessuno, vuole essere come, vero Myrr ?

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 04/06/2012 - 13:41 
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Gottfried Wilhelm v. Leibniz - Il tempo è della natura delle verità eterne

“ Filalete – All’estensione corrisponde la durata. Una parte di questa, nella quale non notiamo alcuna successione d'idee, fa ciò che chiamiamo istante.

Teofilo – Questa definizione d’ istante si deve intendere, a quanto mi sembra, dell'idea volgare, come quella che si ha comunemente del punto. Giacché, parlando rigorosamente, il punto e l'istante non sono né parti del tempo né dello spazio, né sono distinguibili in parti. Son soltanto estremi.

F. – Non è già il movimento, sibbene una continuità costante d’idee che ci dà l’idea di durata.

T. – Una continuità di percezione ci suggerisce l'idea di durata, ma non la costituisce. Le nostre percezioni non hanno mai una continuità tanto costante e regolare da equivalere a quella del tempo, che è un continuo semplice ed uniforme come una retta. Il mutamento delle percezioni ci dà occasione di pensare al tempo, e questo si misura per mezzo di cambiamenti uniformi; ma, quand’anche non vi fosse nulla di uniforme nella natura, il tempo non sarebbe meno determinato, come non sarebbe meno determinato il luogo, quand’anche non vi fosse nessun corpo fisso o immobile. Infatti, conoscendo le regole dei movimenti difformi, si può sempre stabilire il loro rapporto a movimenti uniformi intelligibili, e prevedere con questo mezzo ciò che risulterà dall’unione dei movimenti differenti. In questo senso il tempo è la misura del movimento, cioè a dire il movimento uniforme è misura del movimento difforme.

F. – Non si può certo determinar con sicurezza l’eguaglianza di due parti di tempo; e bisogna riconoscere che le nostre osservazioni in proposito non si potrebbero spingere se non ad una certa approssimazione. […] La nostra misura di tempo sarebbe più esatta, se si potesse prendere un giorno passato come termine di confronto per i giorni avvenire, a quel modo che si conservano le misure dello spazio.

T. – In luogo di ciò, siamo ridotti a prender per fondamento e misura i corpi che compiono i loro movimenti in un tempo approssimativamente eguale. Del resto, non si può dire che una misura di spazio, come per esempio una canna, che si conserva in legno od in metallo, permanga perfettamente la stessa.

F. – Dal momento che tutti gli uomini, com’è palese, misurano il tempo per mezzo dei movimenti dei corpi celesti, è ben singolare non si desista dal definire il tempo misura del movimento.

T. – È vero che Aristotele dice che il tempo è numero e non già misura del movimento. Può dirsi, infatti, che la durata si valuti mediante il numero dei movimenti periodici uguali, dei quali l’uno comincia quando l’altro finisce; per mezzo cioè d’un certo numero di rivoluzioni terrestri od astrali.[…]

F. – Si può intendere il principio del movimento, ma non si può ugualmente capire il principio del tempo, preso in tutta la sua estensione. E così si posson dare limiti al corpo, ma non allo spazio.

F. – Come ho detto, ciò dipende dal fatto che il tempo e lo spazio implicano possibilità di là dal presupposto di esistenze. Il tempo e lo spazio son della natura delle verità eterne, che riguardano ugualmente il possibile e l’esistente.”

GOTTFRIED WILHELM von LEIBNIZ (1649 – 1716), “ Nuovi saggi sull’intelletto umano “, trad. it. Emilio Cecchi, Mondadori 2008, libro II , ‘ Delle idee ‘, capitolo XIV ‘Della durata e dei suoi modi semplici ‘,§10 - 26, pp. 229 – 231.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 04/06/2012 - 15:49 
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Platone - Fantasia: un pittore artefice nelle nostre anime

“ SOCRATE A me pare che l’anima nostra assomigli ad un libro.

PROTARCO Come?

SOCR. La memoria, che opera in coincidenza colle sensazioni, e a quelle affezioni che si verificano in tale processo paiono a me in tale occasione quasi scrivere nelle nostre anime dei discorsi; e quando questo complessivo processo di affezioni scrive il vero allora ne risultano in noi opinioni vere e discorsi vari ma quando un tale interno scrivano scrive il falso ne risulta l’opposto della verità.

PROT. Pare assolutamente così anche a me e accetto ciò che tu hai affermato in questi termini.

SOCR. Accetta allora anche questo: in tali circostanze v’è nelle nostre anime anche un altro artefice.

PROT. Quale?

SOCR. Un pittore, il quale dopo lo scrivano disegna nell’anima rappresentazioni delle cose dette.

PROT. Come e quando dobbiamo dire che operi questo nuovo artefice per parte sua?

SOCR. Quando qualcuno avendo allontanato dalla vista o da qualche altro senso gli oggetti delle opinioni e dei discorsi di allora, in se stesso contempla in qualche modo le rappresentazioni di ciò che fu opinato e detto. Forse che ciò non avviene in noi?

PROT. Moltissimo avviene.

SOCR. Ma le rappresentazioni degli oggetti delle opinioni e dei discorsi veri non sono forse vere, false quelle delle opinioni e discorsi falsi?

PROT. Senza eccezione.“

PLATONE (428/427 – 347 a.C.), “ Filebo “, trad. it. di Attilio Zadro, in PLATONE, “Opere “, Laterza, Bari 1966, 2 voll., vol. I, XXIII, 38e - 39c, pp. 618 – 619.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 05/06/2012 - 18:58 
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Stalin - Idee e teorie

Le idee e le teorie sociali possono essere di vario tipo. Vi sono idee e teorie vecchie, che hanno fatto il loro tempo e servono gl'interessi delle forze sociali in declino. La loro funzione sta nel fatto che esse frenano lo sviluppo della società, il suo progresso. Vi sono idee e teorie nuove, d'avanguardia, che servono gl'interessi delle forze d'avanguardia della società. La loro funzione sta nel fatto che esse agevolano lo sviluppo della società, e il suo progresso; esse acquistano inoltre tanto maggiore importanza, quanto più riflettono fedelmente le esigenze dello sviluppo della vita materiale della società.
Le idee e le teorie sociali nuove sorgono solo quando lo sviluppo della vita materiale della società pone di fronte alla società compiti nuovi. Ma, sorte che siano, diventano una forza estremamente importante, che agevola l'adempimento dei nuovi compiti posti dallo sviluppo della vita materiale della società, che agevola il progresso della società. Ed è proprio allora che si rivela la grandissima importanza della funzione organizzatrice, mobilitatrice e trasformatrice delle idee nuove, delle nuove teorie, delle nuove concezioni, delle nuove istituzioni politiche. Certo, se delle idee e teorie sociali nuove sorgono, ciò avviene appunto perché esse sono necessarie alla società, perché senza la loro azione organizzatrice, mobilitatrice e trasformatrice, è impossibile la soluzione dei problemi urgenti posti dallo sviluppo della vita materiale della società. Suscitate dai nuovi compiti posti dallo sviluppo della vita materiale della società, le idee e le teorie sociali nuove si aprono il cammino, diventano patrimonio delle masse popolari, le mobilitano, le organizzano contro le forze morenti della società, e facilitano, in tal modo, l'abbattimento di queste forze, che intralciano lo sviluppo della vita materiale della società.
Così avviene che le idee e le teorie sociali, le istituzioni politiche, suscitate dai compiti urgenti posti dallo sviluppo della vita materiale della società, dallo sviluppo dell'essere sociale, agiscano, a loro volta sull'essere sociale, sulla vita materiale della società, creando le condizioni necessarie per condurre a termine la soluzione dei compiti urgenti posti dalla vita materiale della società e per rendere possibile il suo sviluppo ulteriore.
E' a questo proposito che Marx dice: "La teoria diventa una forza materiale non appena conquista le masse".

Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico, settembre 1938 - Questioni del leninismo (Edizioni Rinascita, 1952), pp.658-659

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 Oggetto del messaggio: la "gloria" della bella ambrosia
MessaggioInviato: 23/06/2012 - 21:49 
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Ottobre ha scritto:
Platone - Fantasia: un pittore artefice nelle nostre anime

“ SOCRATE A me pare che l’anima nostra assomigli ad un libro.

PROTARCO Come?

SOCR. La memoria, che opera in coincidenza colle sensazioni, e a quelle affezioni che si verificano in tale processo paiono a me in tale occasione quasi scrivere nelle nostre anime dei discorsi; e quando questo complessivo processo di affezioni scrive il vero allora ne risultano in noi opinioni vere e discorsi vari ma quando un tale interno scrivano scrive il falso ne risulta l’opposto della verità.

PROT. Pare assolutamente così anche a me e accetto ciò che tu hai affermato in questi termini.

SOCR. Accetta allora anche questo: in tali circostanze v’è nelle nostre anime anche un altro artefice.

PROT. Quale?

SOCR. Un pittore, il quale dopo lo scrivano disegna nell’anima rappresentazioni delle cose dette.

PROT. Come e quando dobbiamo dire che operi questo nuovo artefice per parte sua?

SOCR. Quando qualcuno avendo allontanato dalla vista o da qualche altro senso gli oggetti delle opinioni e dei discorsi di allora, in se stesso contempla in qualche modo le rappresentazioni di ciò che fu opinato e detto. Forse che ciò non avviene in noi?

PROT. Moltissimo avviene.

SOCR. Ma le rappresentazioni degli oggetti delle opinioni e dei discorsi veri non sono forse vere, false quelle delle opinioni e discorsi falsi?

PROT. Senza eccezione.“

PLATONE (428/427 – 347 a.C.), “ Filebo “, trad. it. di Attilio Zadro, in PLATONE, “Opere “, Laterza, Bari 1966, 2 voll., vol. I, XXIII, 38e - 39c, pp. 618 – 619.


non conosce la fantasia di chi lo raccoglie, il frutto dalla bella gota

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Ultima modifica di piuma n.5 il 26/06/2012 - 21:28, modificato 1 volta in totale.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 24/06/2012 - 00:26 
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Emil M. Cioran - Stanco della cultura, della storia

“ Non capisco perché dovrei continuare a vivere nella storia, condividere gli ideali della mia epoca, preoccuparmi della cultura o dei problemi sociali. Sono stanco della cultura come della storia; ormai mi è quasi impossibile partecipare ai tormenti del mondo storico, agli ideali e alle aspirazioni terrene. La storia va superata. E ciò è possibile non appena il passato, il presente e il futuro non hanno più la minima importanza, e diventa indifferente sapere ‘quando’ e ‘dove’ si vive. Perché sarebbe meglio vivere oggi, piuttosto che nell’Egitto di quattromila anni fa? Siamo sciocchi a compiangere la sorte di quanti sono vissuti in epoche che non ci piacciono, ignare del cristianesimo o delle scoperte invenzioni della scienza moderna. Se il tempo non fosse irreversibile, non mi dispiacerebbe vivere in un qualsiasi periodo storico, giacché nessuno è migliore di un altro. In mancanza di una gerarchia delle concezioni della vita, tutti hanno ragione e nessuno. Le epoche storiche rappresentano forme di vita a sé stanti. Chiuse nella certezza del loro valore definitivo, fino a che il dinamismo e la dialettica della storia approdano ad altre forme, altrettanto insufficienti e limitate, come tutto ciò che passa sotto il sole. La storia, nella sua totalità, mi sembra a tal punto priva di significato che trovo sorprendente come taluni possano occuparsi esclusivamente del passato. Quale interesse può avere lo studio degli ideali trascorsi, delle credenze dell’umanità o delle contorsioni di certi sifilitici? Le creazioni umane saranno senz’altro grandi, ma non mi interessano. La contemplazione dell’eternità non mi procura forse una serenità ben più grande? Non uomo e storia, ma uomo ed eternità: ecco un rapporto plausibile in un mondo che non merita neppure che vi respiri. Nessuno nega la storia per un capriccio momentaneo, ma sotto la spinta di grandi tragedie di cui pochi hanno il sospetto. La gente penserà che si sarà riflettuto in astratto sulla storia, prima di negarla attraverso un ragionamento, mentre in realtà questa negazione nasce da un estremo abbattimento. Quando nego l’intero passato dell’umanità e mi rifiuto di prender parte alla vita storica, sono preso dallo sconforto morale, terribilmente doloroso. Potrebbe darsi benissimo che questi pensieri abbiano solo fatto emergere ed esacerbato una tristezza latente. Sento in me un sapore acre di morte e di nulla, che mi brucia come un potente veleno. Sono così triste che ormai tutti gli aspetti del mondo non riescono ad avere per me il minimo pregio. Come potrei ancora parlare di bellezza, fare considerazioni estetiche, quando sono triste da morire? Ho perduto un’altra parte di esistenza: la bellezza. È così che si arriva a perdere tutto…
Non voglio sapere più niente. Superando la storia si realizza la sovra coscienza, indispensabile per l’esperienza dell’eternità. Essa conduce in una regione dove le antinomie, le contraddizioni e le incertezze del mondo non hanno più alcun valore, dove non si sa più di esistere né di morire. È la paura della morte a muovere coloro che perseguono l’eternità. L’esperienza di questa ha un unico scopo: far dimenticare che si è destinati a morire. E quando si ritorna dalla contemplazione dell’eternità?”

EMIL M. CIORAN (1911 - 1995), “Al culmine della disperazione“ (“Pe culmile disperării“, Fundaţia pentru literatură şi artă "Regele Carol II”, Bucureşti 1934), trad. it. F. Del Fabbro, C. Fantechi, Adelphi, Milano 1998, ‘ Storia ed eternità ‘, pp. 80 - 81.

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MessaggioInviato: 22/09/2012 - 00:33 
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Bertolt Brecht - L'ignorante politico

Il peggior analfabeta è l'analfabeta politico. Egli non sente, non parla, né sìinteressa per gli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell'affitto, delle scarpe e delle medicine, dipendono dalle decisioni politiche. L'analfabeta politico è talmente somaro che si inorgoglisce e si gonfia il petto nel dire che odia la politica. Non sa, l'imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, il mafioso, il corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 23/10/2012 - 23:47 
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Friedrich W. Nietzsche - Individualismo, socialismo, anarchia. Libertà, potenza, giustizia -

“ L’ ‘individualismo’ è una forma modesta e non ancora consapevole di <volontà di potenza>; qui al singolo sembra già sufficiente il ‘liberarsi’ dalla strapotenza della società (sia quella dello stato sia quella della Chiesa…). Egli ‘non’ si contrappone ‘come personalità’ ma solo come individu
o; rappresenta tutti gli individui contro la collettività. Ossia si pone istintivamente come ‘uguale ad ogni altro individuo’; ciò che lottando consegue, lo consegue per sé come ‘individuo’ contro la collettività.
Il ‘socialismo’ è solo un ‘mezzo d’agitazione dell’individualista’: esso comprende che, per raggiungere qualcosa, ci si deve organizzare per un’azione generale, ci si deve organizzare come <potenza>. Ma ciò che esso vuole, non è la società come fine dell’individuo, bensì la società come ‘mezzo per rendere possibili molti individui’. – Questo è l’istinto dei socialisti, su cui spesso essi si ingannano (prescindendo dal fatto che, per affermarsi, devono spesso ingannare). La predica morale altruistica al servizio dell’egoismo individuale: una delle più abituali falsità del ‘diciannovesimo’ secolo. L’ ‘anarchia’ è a sua volta solo un ‘mezzo di agitazione del socialismo’; con quella, esso fa paura e con la paura comincia ad affascinare e a terrorizzare; soprattutto trae dalla sua parte i coraggiosi, gli arditi, anche nella mente.
Con tutto ciò: l’ ‘individualismo’ è il grado PIÙ MODESTO della volontà di potenza.
Una volta che si sia raggiunta una certa indipendenza, si vuole di più: viene fuori la ‘separazione’ secondo il grado di forza; l’individuo non si pone più senz’altro come uguale, ma ‘cerca i suoi simili’ – si differenzia dagli altri. All’individualismo segue la ‘formazione di membra’ <e> ‘organi’: le tendenze affini si raggruppano e si mettono in moto come potenze; tra questi centri di potenza c’è attrito, guerra, riconoscimento delle forze dell’uno e dell’altra parte, compensazione, avvicinamento, determinazione di uno ‘scambio di prestazioni’. Alla fine una gerarchia.
NB. 1. Gli individui si rendono liberi;
2. entrano in lotta, concordano sull’ <uguaglianza di diritti> (<ingiustizia>) come meta;
3. quando si è ottenuto ciò, le effettive ‘disuguaglianze di forza’ esercitano un’ ‘azione potenziata’ (perché nel complesso regna la pace e molte piccole quantità di forza costituiscono già differenze, mentre prima queste erano quasi uguali a zero). Ora gli individui si organizzano in ‘gruppi’; i gruppi lottano per i privilegi e il predominio. La lotta, in forma più mite, si scatena nuovamente.
NB. Si vuole la ‘libertà’ finché non si ha ancora la potenza. Quando si ha la potenza, si vuole il predominio; se non lo si consegue (se si è ancora troppo deboli per esso), si vuole la <giustizia>, ossia una potenza pari.”

FRIEDRICH W. NIETZSCHE (1844 – 1900), “Frammenti postumi 1887 – 1888”, versione di Sossio Giametta, in “Opere di Friedrich Nietzsche”, ed. it. diratta da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, Adelphi, Milano 1979, vol. VIII, tomo II, testo critico originale stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, ‘Autunno 1887’, (202) 10[82], pp. 148 – 150.

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MessaggioInviato: 26/10/2012 - 21:02 
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Richard Rorty - L’idea di studiare la conoscenza è senza speranza-

“ L’epistemologia sembra attraente solo se pensi che ci sia un soggetto chiamato conoscenza la cui natura può essere studiata. L’idea è che una volta conosciuta questa natura, puoi capirla più di prima. Solo chi pensa che la conoscenza abbia il suo fondamento nella percezione, o nella ragione pura, o in una divina rivelazione, o
n qualcosa, considera seriamente l’idea di studiare la conoscenza, la sua natura e i suoi limiti. Penso all’ ‘olismo’ semplicemente come a quel modo d vedere le cose per cui la gente modifica i propri giudizi al fine di renderli più coerenti con altri propri giudizi, per dare una sorta di equilibrio ai propri desideri e alle proprie convinzioni – e questo è praticamente tutto quello che va detto sulla ricerca della conoscenza. Non ci sono regole per determinare quali convinzioni debbano essere sacrificate per far posto ad altre convinzioni, quali desideri si possano cambiare per conciliarli con delle mutate convinzioni. Dal momento che non c sono regole, di conseguenza non ci sono metodi da studiare per migliorare il modo in cui raggiungiamo questo equilibrio. L’intera idea di studiare come cambia un giudizio è abbastanza senza speranza. È un processo troppo olistico per essere oggetto di uno studio vero e proprio.”

RICHARD RORTY (1931 - 2007), “Verità e libertà”, a cura di Eduardo Mendieta, pref. di Ganni Vattimo e Santiago Zabala, trad. di Barbara Amali, Transeuropa, Massa 2008, 11. ‘Parole o mondi a parte? Conseguenze del pragmatismo per gli studi letterari’, p. 119.

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Ottobre ha scritto:
Richard Rorty - L’idea di studiare la conoscenza è senza speranza-

“ L’epistemologia sembra attraente solo se pensi che ci sia un soggetto chiamato conoscenza la cui natura può essere studiata. L’idea è che una volta conosciuta questa natura, puoi capirla più di prima. Solo chi pensa che la conoscenza abbia il suo fondamento nella percezione, o nella ragione pura, o in una divina rivelazione, o
n qualcosa, considera seriamente l’idea di studiare la conoscenza, la sua natura e i suoi limiti. Penso all’ ‘olismo’ semplicemente come a quel modo d vedere le cose per cui la gente modifica i propri giudizi al fine di renderli più coerenti con altri propri giudizi, per dare una sorta di equilibrio ai propri desideri e alle proprie convinzioni – e questo è praticamente tutto quello che va detto sulla ricerca della conoscenza. Non ci sono regole per determinare quali convinzioni debbano essere sacrificate per far posto ad altre convinzioni, quali desideri si possano cambiare per conciliarli con delle mutate convinzioni. Dal momento che non c sono regole, di conseguenza non ci sono metodi da studiare per migliorare il modo in cui raggiungiamo questo equilibrio. L’intera idea di studiare come cambia un giudizio è abbastanza senza speranza. È un processo troppo olistico per essere oggetto di uno studio vero e proprio.”

RICHARD RORTY (1931 - 2007), “Verità e libertà”, a cura di Eduardo Mendieta, pref. di Ganni Vattimo e Santiago Zabala, trad. di Barbara Amali, Transeuropa, Massa 2008, 11. ‘Parole o mondi a parte? Conseguenze del pragmatismo per gli studi letterari’, p. 119.

già: a differenza dei fatti naturali, la conoscenza è basata sul "così e basta"

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Ottobre ha scritto:
Friedrich W. Nietzsche - Individualismo, socialismo, anarchia. Libertà, potenza, giustizia -

“ L’ ‘individualismo’ è una forma modesta e non ancora consapevole di <volontà di potenza>; qui al singolo sembra già sufficiente il ‘liberarsi’ dalla strapotenza della società (sia quella dello stato sia quella della Chiesa…). Egli ‘non’ si contrappone ‘come personalità’ ma solo come individu
o; rappresenta tutti gli individui contro la collettività. Ossia si pone istintivamente come ‘uguale ad ogni altro individuo’; ciò che lottando consegue, lo consegue per sé come ‘individuo’ contro la collettività.
Il ‘socialismo’ è solo un ‘mezzo d’agitazione dell’individualista’: esso comprende che, per raggiungere qualcosa, ci si deve organizzare per un’azione generale, ci si deve organizzare come <potenza>. Ma ciò che esso vuole, non è la società come fine dell’individuo, bensì la società come ‘mezzo per rendere possibili molti individui’. – Questo è l’istinto dei socialisti, su cui spesso essi si ingannano (prescindendo dal fatto che, per affermarsi, devono spesso ingannare). La predica morale altruistica al servizio dell’egoismo individuale: una delle più abituali falsità del ‘diciannovesimo’ secolo. L’ ‘anarchia’ è a sua volta solo un ‘mezzo di agitazione del socialismo’; con quella, esso fa paura e con la paura comincia ad affascinare e a terrorizzare; soprattutto trae dalla sua parte i coraggiosi, gli arditi, anche nella mente.
Con tutto ciò: l’ ‘individualismo’ è il grado PIÙ MODESTO della volontà di potenza.
Una volta che si sia raggiunta una certa indipendenza, si vuole di più: viene fuori la ‘separazione’ secondo il grado di forza; l’individuo non si pone più senz’altro come uguale, ma ‘cerca i suoi simili’ – si differenzia dagli altri. All’individualismo segue la ‘formazione di membra’ <e> ‘organi’: le tendenze affini si raggruppano e si mettono in moto come potenze; tra questi centri di potenza c’è attrito, guerra, riconoscimento delle forze dell’uno e dell’altra parte, compensazione, avvicinamento, determinazione di uno ‘scambio di prestazioni’. Alla fine una gerarchia.
NB. 1. Gli individui si rendono liberi;
2. entrano in lotta, concordano sull’ <uguaglianza di diritti> (<ingiustizia>) come meta;
3. quando si è ottenuto ciò, le effettive ‘disuguaglianze di forza’ esercitano un’ ‘azione potenziata’ (perché nel complesso regna la pace e molte piccole quantità di forza costituiscono già differenze, mentre prima queste erano quasi uguali a zero). Ora gli individui si organizzano in ‘gruppi’; i gruppi lottano per i privilegi e il predominio. La lotta, in forma più mite, si scatena nuovamente.
NB. Si vuole la ‘libertà’ finché non si ha ancora la potenza. Quando si ha la potenza, si vuole il predominio; se non lo si consegue (se si è ancora troppo deboli per esso), si vuole la <giustizia>, ossia una potenza pari.”

FRIEDRICH W. NIETZSCHE (1844 – 1900), “Frammenti postumi 1887 – 1888”, versione di Sossio Giametta, in “Opere di Friedrich Nietzsche”, ed. it. diratta da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, Adelphi, Milano 1979, vol. VIII, tomo II, testo critico originale stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, ‘Autunno 1887’, (202) 10[82], pp. 148 – 150.

interessante l'idea della giustizia come una volontà di potenza imperfetta, o lì da farsi, anche se la disparità delle potenze prese come pluralità poggia su due nature che evolvono appunto binariamente ( essendo la parità che veicola il suo diverso, secondo una specie di creazione o uguaglianza naturale ). Io l'accetterei a patto di leggere anche la volontà di potenza come costruzione ( si sa che Nietzsche fu violentato in tenera età )

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
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Chomsky: i nostri padroni temono libertà e democrazia


«Tutto per noi stessi e nulla per le altre persone»: in ogni età del mondo, sembra sia stata proprio questa «la ignobile massima dei padroni del genere umano». Così la pensava Adam Smith, «un conservatore vecchia maniera, con principi morali», pensando al suo paese, l’Inghilterra, che allora era padrona del pianeta: sono i produttori di merc
i e i mercanti, diceva Smith, a plasmare la politica secondo i loro interessi, «per quanto sia doloroso l’impatto sugli altri, compreso il popolo inglese» o magari quello indiano, vittima di una «ingiustizia selvaggia» da parte degli europei. E’ la legge del più forte: quella che ancora oggi, secondo Noam Chomsky, guida la supremazia dell’Occidente. Una leadership declinante ma spietata, che – nel resto del mondo – teme una cosa su tutte, la democrazia: guai se i “sudditi” si ribellano alle dittature filo-occidentali, reclamando diritti.
Erede dell’impero inglese, la superpotenza americana ha sperimentato nel 1945 una dimensione globale di dominio e di ricchezza senza precedenti nella storia. Nella conferenza “Chi possiede il mondo?”, tenutasi il 27 settembre ad Amherst in Massachusetts, Chomsky rivela che i pianificatori di Roosevelt si incontravano durante la Seconda Guerra Mondiale per disegnare il mondo del dopoguerra: «Volevano assicurarsi che gli Stati Uniti avrebbero controllato quella che chiamavano una “grande area” che avrebbe incluso sistematicamente l’intero emisfero occidentale, tutto l’Estremo Oriente, l’ex Impero britannico di cui gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo, e il più possibile dell’Eurasia – cosa di importanza cruciale – i suoi centri di commercio e di industria in Europa occidentale». In quest’area, gli Usa avrebbero mantenuto un potere indiscutibile con una supremazia militare ed economica, «assicurando nello stesso tempo la limitazione di qualunque esercizio di sovranità da parte di Stati che potessero interferire con questi disegni globali».

Durante la guerra, gli Stati Uniti avevano guadagnato moltissimo: la produzione industriale era quasi quadruplicata e i competitori erano stati rovinati o seriamente indeboliti. Occasione d’oro per dominare il mondo: «In effetti, le politiche che erano state delineate sono ancora valide». Quello che oggi chiamiamo “declino”, dice Chomsky, è solo la diminuzione della capacità di attuarle, quelle strategie imperiali. Anche perché «il potere si sta spostando verso la Cina e l’India, che sono le due potenze in ascesa e che saranno gli Stati egemonici del futuro», benché attualmente ancora molto poveri: nell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, la Cina è solo novantesima e l’India al 120esimo posto. «La Cina è un grande centro manifatturiero, ma in realtà è soprattutto un impianto di assemblaggio». I cinesi assemblano parti e componenti realizzare in paesi tecnologicamente più avanzati: Giappone, Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Stati Uniti, Europa. Pechino salirà nella scala della tecnologia, ma ci vorrà tempo. E gli Stati Uniti faranno di tutto per rallentare la sua corsa: ancora oggi, è generalmente chiamata “la perdita della Cina” l’indipendenza politica raggiunta dalla Cina di Mao nel 1949.

«Era la perdita di un enorme pezzo della vasta area asiatica – dice Chomsky – ed è diventata un problema fondamentale nella politica americana», che dal 1950 prova a recuperare terreno per l’egemonia nel Sud-Est asiatico, dando il via alle «peggiori atrocità» a partire dall’Indonesia, la nazione più ricca, massacrata nel 1965 dal golpe di Suharto. Per il “New York Times” fu «una sconvolgente strage di massa» a trasformare il paese in una colonia. «L’euforia in occidente era così enorme, che non si poteva contenere», osserva Chomsky. Che ricorda che James Reston, il principale intellettuale liberale del “Times”, salutò quel genocidio come «un barlume di luce in Asia». Anni dopo, lo stratega McGeorge Bundy, consigliere per la sicurezza nazionale di Kennedy e Johnson, suggerì di porre fine alla guerra in Vietnam, che «contrariamente a tante illusioni», è stata combattuta per evitare che il Vietnam indipendente potesse diventare un “virus” pericoloso, un modello di autonomia per tutta la regione. E’ la stessa mentalità esibita da Kissinger in Cile, nel progettare il golpe di Pinochet contro Allende: impedire la diffusione del contagio della libertà.

Il modello-Indonesia funzionò: i massacri bastarono a dissuadere le popolazioni dei paesi limitrofi, messe al guinzaglio da analoghi regimi. «Gli Stati Uniti hanno avuto dittature in ogni nazione di quella zona: Marcos nelle Filippine, una dittatura in Thailandia, Park Chun nella Corea meridionale. Non c’erano problemi per l’infezione». Il declino però continua, e negli ultimi dieci anni gli Usa hanno perso il controllo egemonico dell’America Latina: i nuovi governi – Brasile e Argentina, Ecuador e Bolivia, fino al Venezuela di Chávez – hanno liquidato le vecchie élite parassitarie foraggiate da Washington e sfrattato persino le basi militari statunitensi. Poi è arrivata la “primavera araba”, la rivolta popolare nel forziere petrolifero del pianeta, cioè «uno dei maggiori tesori materiali nella storia del mondo», secondo il Dipartimento di Stato. Giovani in rivolta contro i regimi filo-occidentali: ma «la minaccia è stata contenuta». Nelle “dittature del petrolio”, «le più importanti per l’Occidente», ogni tentativo di unirsi alla “primavera araba” è stato stroncato con la forza,dall’Arabia Saudita al Bahrein: «Siamo riusciti ad assicurare che la minaccia di democrazia venisse schiacciata, nei luoghi più importanti».

Un caso a parte l’Egitto, piccolo produttore di petrolio ma fondamentale come nazione nella geopolitica araba. Al Cairo, secondo Chomsky, gli Usa hanno seguito una “procedura operativa standard”, quella che scatta «quando uno dei vostri dittatori preferiti si mette nei guai». Ovvero: «Prima lo si appoggia il più a lungo possibile, ma se diventa davvero impossibile – per esempio, se l’esercito si rivolta contro di lui – allora gli si dà il benservito e si fa in modo che la classe degli intellettuali rilasci risonanti dichiarazioni sul proprio amore per la democrazia, e poi si cerca di restaurare il vecchio sistema il più possibile». Procedura standard, appunto: «Ci sono una serie di casi di questa strategia: Somoza in Nicaragua, Duvalier ad Haiti, Marcos nelle Filippine, Chun nella Corea del Sud, Mobutu in Congo. Ci vuole del genio per non accorgersi di tutto ciò. Ed è esattamente ciò che si è fatto in Egitto, e ciò che ha cercato di fare la Francia in Tunisia non proprio con lo stesso successo». Insomma: se il futuro resta incerto, perlomeno «la minaccia della democrazia finora è stata contenuta».

Sulla Terra, naturalmente, incombono altri pericoli: quello climatico e quello nucleare. Sul clima, la campagna elettorale americana è sconfortante: i repubblicani negano l’esistenza del problema, mentre Obama si limita ad ammetterlo ma senza muovere un dito. L’allarme scientifico è fortissimo: si teme che l’Artico possa subire lo scioglimento dei ghiacci entro il 2020, anziché entro il 2050, ma Romney se la prende con gli scienziati – chiede di metter fine al finanziamento pubblico della ricerca – e sostiene la necessità di trivellazioni nella regione artica, in cerca di altro petrolio, per trarre vantaggio – letteralmente – da «tutte le risorse americane che Dio ci ha concesso». Mettersi contro Dio? Obama non ci pensa nemmeno, anche lui auspica l’accesso a nuove riserve e sogna «cento anni di indipendenza energetica». Per Chomsky, significa «accelerare la catastrofe». Un atteggiamento che «dimostra una straordinaria volontà di sacrificare la vita dei nostri figli e nipoti a favore di guadagni a breve termine». Obama? Neppure lui si chiede «come cosa sarà il mondo fra cent’anni». Fra lui e Romney, le uniche differenze riguardano «il livello di entusiasmo con cui i pecoroni dovranno marciare verso il precipizio».

Per non parlare, naturalmente, del rischio di una guerra nucleare: pericolo vicinissimo, ma sempre oscurato dai media. Obiettivo, l’Iran: a cui viene negato il diritto di arricchire l’uranio – diritto perfettamente garantito, invece, a tutte le altre nazioni che hanno firmato il trattato di non-proliferazione degli arsenali atomici. Secondo il generale Lee Butler, ex capo del Commando strategico degli Stati Uniti che controlla armamenti e strategia nucleare, è «estremamente pericoloso» che in Medio Oriente «una nazione debba avere armamenti nucleari, poiché potrebbe ispirare altre nazioni a fare lo stesso». Il generale Butler, chiarisce Chomsky, non si riferiva all’Iran, ma a Israele, cioè «il paese che è ai primi posti nei sondaggi europei come nazione più pericolosa del mondo». In Medio Oriente, a dichiarare di temere l’Iran sono le dittature, non le popolazioni. «Al contrario dell’Iran, Israele rifiuta assolutamente le ispezioni, rifiuta di aderire al Trattato di non-proliferazione, ha sistemi avanzati di lancio. Inoltre ha un lungo curriculum di violenza e repressione. Si è annessa e si è istallata in territori conquistati in modo illegale, in violazione degli ordini del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha fatto molte azioni di aggressione – cinque volte soltanto contro il Libano».

Il professore considera «un miracolo» che finora sia stata evitata una guerra nucleare, quando India e Pakistan ci sono arrivati vicino molte volte, mentre anche negli anni ’80 – senza che i media ne parlassero – le difese atomiche americane e russe sono state spesso sul punto di entrare in azione. Sono gli stessa media che hanno totalmente ignorato il vertice dei paesi non-allineati appena svoltosi a Teheran, e che si guardano bene dal dare risalto a certi sondaggi. L’ultimo, effettuato in Israele, rivela che la popolazione israeliana è favorevole alla creazione, in Medio Oriente, di una “zona libera”, senza più armi nucleari. C’è in programma una conferenza internazionale, ma Israele ha già annunciato che non parteciperà e che non considererà la questione fino a quando non ci sarà una pace generale nella regione. E Obama «prende la stessa posizione». Morale: «Gli Stati Uniti e Israele possono rimandare indefinitamente la pace nella regione. Lo hanno fatto per 35 anni per la situazione di Israele e Palestina», mentre ora le nubi si addensano sull’Iran.

Contro Teheran «c’è una guerra in corso, che include terrorismo, uccisione di scienziati nucleari: una guerra economica». Gli Usa, aggiunge Chomsky, stanno attuando apertamente una vasta guerra cibernetica contro l’Iran, e il Pentagono «la considera equivalente a un attacco armato», che fa il gioco dell’élite militare israeliana. «L’arsenale letale di Israele è enorme: comprende sottomarini all’avanguardia, forniti di recente dalla Germania». Sommergibili in grado di trasportare fino nel Golfo Persico i missili a testata nucleare: anche con queste armi, «Israele procederà nei suoi piani di bombardare l’Iran» o cercherà di «creare condizioni per le quali gli Stati Uniti lo faranno». Nel 1962, durante i 13 giorni più “lunghi” della storia dell’umanità – la drammatica “crisi dei missili” a Cuba, con Usa e Urss sull’orlo del conflitto atomico – fu il leader sovietico Khrushev, all’ultimo minuto, a trovare il coraggio di tirarsi indietro: «Ma il mondo – dice Chomsky – non può essere sicuro che questa ragionevolezza ci sia per sempre».

http://www.libreidee.org/2012/11/chomsk ... emocrazia/


piuma n.5 ha scritto:
( si sa che Nietzsche fu violentato in tenera età )

Mai sentito.

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gli ingredienti sono: Nietzsche quindicenne, una contessa, un rapporto sessuale
da cui deriva che un baffone quindicenne non poteva volere

PS: che John Wayne fosse gay è divertente, al di là del fatto se fosse gay o no: è proprio il personaggio che ispira un sacco di minchiate ( tempo fa ascoltai uno affermare con proprietà di linguaggio che John Wayne è morto nel 1964, e non nel 1979 )

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piuma n.5 ha scritto:
gli ingredienti sono: Nietzsche quindicenne, una contessa, un rapporto sessuale
da cui deriva che un baffone quindicenne non poteva volere

E la fonte qual è? L'unica cosa del genere che ho sentito è la possibile contrazione della sifilide in un bordello. O è uno dei tuoi soliti giochi di parole e mi stai prendendo per il culo? (scusa il termine ma viste le circostanze ci sta a pennello :mrgreen: )

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
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Spinoza - La glandola pineale

“ Certo non so meravigliarmi abbastanza che un filosofo [Cartesio], che fermamente aveva stabilito di non dedurre niente che non percepisse in modo chiaro e distinto, e che tante volte aveva biasimato gli scolastici, perché avevano voluto spiegare le cose oscure mediante occulte qualità, assuma un’ipotesi più occulta di ogni occulta qualità. Che cosa intende, di gr
azia, per unione della mente e del corpo? Quale concetto chiaro e distinto ha, dico, del pensiero unito strettissimamente a una certa porzioncina di quantità? Avrei in realtà voluto che la spiegasse, codesta unione, mediante la sua causa prossima. Ma egli aveva concepito la mente distintissima dal corpo, che non poté assegnare nessuna causa singola né a questa unione né alla stessa mente, ma gli è stato necessario ricorrere alla causa di tutto quanto l’universo, cioè a Dio. Poi vorrei sapere quanti gradi di moto può la mente comunicare a codesta glandola pineale, e con quanta forza può tenerla sospesa. Infatti non so se questa glandola sia fatta ruotare dalla mente più lentamente o più velocemente che non dagli spiriti animali, e se i moti delle passioni, che abbiamo congiunto strettamente con fermi giudizi, non possano venirne di nuovo disgiunti per cause corporee; da cui seguirebbe che, sebbene la mente avesse deciso fermamente di andare contro il pericolo, e avesse congiunto a questa decisione i moti dell’audacia, tuttavia alla vista del pericolo la glandola si disporrebbe in modo che la mente non potrebbe pensare ad altro che alla fuga. E certo, non essendoci alcun rapporto della volontà con il movimento, non v’è neanche alcuna possibilità di paragone fra la potenza o le forze della mente e quelle del corpo; di conseguenza, le forze di quest’ultimo non possono mai essere determinate dalle forze di quella. A ciò si aggiunga che né si è trovato che questa glandola sita in mezzo al cervello in modo possa essere fatta ruotare tanto facilmente in tanti modi, né tutti i nervi si protendono fino alle cavità del cervello. […] Dunque, poiché la potenza della mente è definita dalla sola intelligenza, allora i rimedi degli affetti, che io credo tutti conoscano per esperienza, ma non tutti osservino accuratamente né distintamente vedano, li determineremo con la sola conoscenza della mente.”

BENTO de SPINOZA (1632 - 1677), “Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico”, trad. it. di Sossio Giametta, Boringhieri, Torino 1973 (I ed. 1959), Parte quinta ‘La potenza dell’intelletto, ossia la libertà umana’, ‘Prefazione’, pp. 295 – 297.

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