La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 21/04/2012 - 19:00 
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Platone - Il legislatore quando mette i nomi

SOCRATE. Non di ogni uomo, dunque, o Ermogene, è mettere nomi, bensì di colui ch’è artefice di nomi. E costui, come pare, è il legislatore; che, in verità, degli artefici, è il più raro a trovarsi fra gli uomini.

ERMOGENE. Pare.

SOCRATE. Ebbene, considera ora, a che cosa guarda il legislatore quando mette i nomi. E considera muovendo dagli esempi di prima. A che guarda il falegname quando fa la spola? Non forse a qualche cosa che si diceva atto per sua natura a tessere?

ERMOGENE. Senza dubbio.

SOCRATE. Bene, se la spola, nel farla, gli si spezzi, egli ne rifarà un’altra guardando alla spola che gli si è spezzata, o a quella idea cui guardava anche prima, quando fece la spola che gli si spezzò?

ERMOGENE. A quell’idea, mi sembra.

SOCRATE. E codesta non sarebbe giustissimo che la chiamassimo ‘ la spola in sé ’ ?

ERMOGENE. Mi pare di sì.

SOCRATE. Orbene, se è vero che a tesser vesti o leggiere o grosse o di lino o di lana o di qualsiasi altra specie, bisognano spole, bisogna pure che tutte queste spole abbiano l’idea della spola; e che quella particolar natura di spola che si riconobbe la meglio adatta per ogni tessuto, codesta natura bisogna che il tessitore di spole renda all’opera sua tutte le volte che fa una spola. Non è così?

ERMOGENE. Sì.

SOCRATE. Anche per altri strumenti è lo stesso: una volta scoperto lo strumento che per natura sua è atto a un dato lavoro, bisogna che chi lo fa riporti codesto strumento in quel materiale di cui appunto lo fa, non già in un materiale qualunque a capriccio, bensì in quello ch’è richiesto dalla natura dello strumento medesimo.
[…]

SOCRATE. Dunque, ottimo uomo, anche il nome, ch’è atto per sua natura a un dato lavoro, bisogna che quel nostro legislatore sappia farlo di suoni e di sillabe; e, guardando a ciò stesso ch’è il nome in sé, faccia e ponga tutti i nomi, se egli vuol essere un autorevole istitutore di nomi. Che se poi ogni legislatore non adoperi le medesime sillabe di un altro, non bisogna perciò rimanere perplessi, perché neppure ogni fabbro adopera lo stesso ferro, pur facendo lo stesso strumento e per lo stesso scopo; e comunque, pur che dia a codesto strumento la forma ideale che gli spetta, o lo faccia in un altro ferro, o lo faccia qui in Grecia o tra genti straniere, sarà pur sempre codesto lo strumento che va bene. Non è vero?

ERMOGENE. Ma certo.

SOCRATE. E così dovrai giudicare anche del legislatore, o greco o straniero che egli sia: il quale, pur che renda l’idea del nome che conviene a ciascuna cosa, quali siano le sillabe che adopera, non è affatto peggiore legislatore se di Grecia o di altro luogo qualunque.

ERMOGENE. Certo.

PLATONE (428/427 – 347 a.C.), “ Cratilo”, trad. it. di L. Minio-Paluello, in PLATONE, “Opere “, Laterza, Bari 1966, 2 voll., vol. I, VIII 388 e – IX 390 a, pp. 200 – 201.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 27/04/2012 - 16:03 
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Friedrich Wilhelm Nietzsche - L’apparenza della realtà: un sintomo di vita declinante -

“ Si avrà per me della riconoscenza, se considererò in quattro tesi un così essenziale e nuovo approfondimento conoscitivo: rendo così più agevole la comprensione, sfido a contraddirmi.
‘ Prima proposizione ‘. Le ragioni per le quali <questo > mondo è stato definito apparente ne attestano piuttosto la realtà – una specie ‘diversa’ di realtà è assolutamente indimostrabile.
‘ Seconda proposizione ‘. Le caratteristiche che si sono attribuite all’ <essere vero> delle cose sono le caratteristiche del non-essere, del ‘nulla’ – si è costruito il <mondo vero> sulla base della sua contraddizione col mondo reale: è infatti un mondo apparente, in quanto è una mera illusione d’ ‘ottica morale’.
‘ Terza proposizione ‘. Favoleggiare di un mondo <altro> da questo non ha il minimo senso, ammesso, che non sia preponderante in noi l’istinto di denigrare, immeschinire, disprezzare la vita: in questo ultimo caso noi ci ‘vendichiamo’ della vita con la fantasmagoria di un’ <altra> e <migliore> vita.
‘ Quarta proposizione ‘. Separare il mondo in un mondo <vero> e in un mondo <apparente>, sia alla maniera del cristianesimo, sia alla maniera di Kant (in ultima analisi, uno ‘scaltro’ cristiano), è soltanto una suggestione della ‘décadance’ – un sintomo di vita ‘declinante’… Che l’artista poi stimi maggiormente l’apparenza della realtà, non è un’obiezione contro questo principio. Infatti, <l’apparenza> significa, in questo caso, ‘ancora una volta’ la realtà, nell’ambito, però, di una scelta, di un rafforzamento, di una correzione… L’arista tragico ‘non’ è un pessimista – egli dice precisamente ‘sì’ anche a tutto quanto è problematico e orrido, egli è ‘dionisiaco’…”


FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE (1844 – 1900), “Crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello ”, in “Opere di Friedrich Nietzsche”, testo critico originale stabilito e ed. it. diretta da G. Colli e M. Montinari, vol. VI, tomo III, versione di Ferruccio Masini (III ed. 1986), ‘ La <ragione> nella filosofia’, 6, pp. 73 – 74.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 27/04/2012 - 17:35 
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Località: Provvisoriamente definitiva: la terra di Arlecchino e dei Tasso
... queste tue citazioni sollecitano riflessioni che aiutano per un po' a scavalcare i grandi e piccoli problemi della quotidianità e della grave situazione socio-poliitica.

Ed è un momento di ristoro intellettuale!

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 30/04/2012 - 19:48 
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unlucano ha scritto:
... queste tue citazioni sollecitano riflessioni che aiutano per un po' a scavalcare i grandi e piccoli problemi della quotidianità e della grave situazione socio-poliitica.

Ed è un momento di ristoro intellettuale!

Ti ringrazio, è proprio lo scopo che mi ero prefisso :)



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Friedrich Nietzsche. Una lettura ‘diversa’ della genesi del socialismo

“ È singolare che la soggezione a potenti persone che incutono timore se non addirittura orrore, a tiranni e condottieri d’eserciti, non è di gran lunga sentita in maniera così penosa quanto questo assoggettamento a persone sconosciute e non interessanti, quali sono i magnati dell’industria: d’ordinario il lavoratore vede nel datore di lavoro solo un cane scaltro, che succhia il sangue e specula su ogni necessità degli uomini, e del quale gli sono del tutto indifferenti nome, persona, costumi e reputazione. Probabilmente fino ad oggi sono troppo mancati agli industriali e i grandi imprenditori commerciali tutte quelle forme e quei segni distintivi della ‘razza superiore’, che sono i soli a rendere interessanti ‘ le persone’: se essi avessero nello sguardo e negli atteggiamenti la distinzione di un tratto di nobiltà di nascita, non ci sarebbe forse il socialismo delle masse. Queste, infatti, sono in definitiva disposte alla ‘schiavitù’ di ogni specie, premesso che chi sta in alto sopra di loro mostri costantemente – attraverso la nobiltà della forma – i titoli della sua superiorità, della sua ‘innata’ destinazione al comando! L’uomo più comune sente che la nobiltà non può improvvisarsi e che egli deve onorare in essa il frutto di lunghe età; ma l’assenza del tratto superiore e la famigerata volgarità degli industriali dalle rozze mani grassocce fanno nascere in lui il pensiero che solo caso e fortuna abbiano messo qui l’uno al di sopra dell’altro: suvvia – conclude tra sé – tentiamo un po’ il caso e la fortuna! Proviamo a gettare il dado!... e ha inizio il socialismo.”

FRIEDRICH NIETZSCHE (1844 – 1900), “ La gaia scienza “, in “Opere di Friedrich Nietzsche”, ed. it. diretta da G. Colli e M. Montinari, vol. V, t. II, versione di Ferruccio Masini, Adelphi, Milano 1965, libro I, 40. ‘ Della mancanza di nobiltà nella forma ‘, pp. 67 - 68.

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 Oggetto del messaggio: un pelo massonico nel tuo vasto pube
MessaggioInviato: 18/05/2012 - 09:55 
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Località: la scala che sale al centro
Ottobre ha scritto:
unlucano ha scritto:
... queste tue citazioni sollecitano riflessioni che aiutano per un po' a scavalcare i grandi e piccoli problemi della quotidianità e della grave situazione socio-poliitica.

Ed è un momento di ristoro intellettuale!

Ti ringrazio, è proprio lo scopo che mi ero prefisso :)



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Friedrich Nietzsche. Una lettura ‘diversa’ della genesi del socialismo

“ È singolare che la soggezione a potenti persone che incutono timore se non addirittura orrore, a tiranni e condottieri d’eserciti, non è di gran lunga sentita in maniera così penosa quanto questo assoggettamento a persone sconosciute e non interessanti, quali sono i magnati dell’industria: d’ordinario il lavoratore vede nel datore di lavoro solo un cane scaltro, che succhia il sangue e specula su ogni necessità degli uomini, e del quale gli sono del tutto indifferenti nome, persona, costumi e reputazione. Probabilmente fino ad oggi sono troppo mancati agli industriali e i grandi imprenditori commerciali tutte quelle forme e quei segni distintivi della ‘razza superiore’, che sono i soli a rendere interessanti ‘ le persone’: se essi avessero nello sguardo e negli atteggiamenti la distinzione di un tratto di nobiltà di nascita, non ci sarebbe forse il socialismo delle masse. Queste, infatti, sono in definitiva disposte alla ‘schiavitù’ di ogni specie, premesso che chi sta in alto sopra di loro mostri costantemente – attraverso la nobiltà della forma – i titoli della sua superiorità, della sua ‘innata’ destinazione al comando! L’uomo più comune sente che la nobiltà non può improvvisarsi e che egli deve onorare in essa il frutto di lunghe età; ma l’assenza del tratto superiore e la famigerata volgarità degli industriali dalle rozze mani grassocce fanno nascere in lui il pensiero che solo caso e fortuna abbiano messo qui l’uno al di sopra dell’altro: suvvia – conclude tra sé – tentiamo un po’ il caso e la fortuna! Proviamo a gettare il dado!... e ha inizio il socialismo.”

FRIEDRICH NIETZSCHE (1844 – 1900), “ La gaia scienza “, in “Opere di Friedrich Nietzsche”, ed. it. diretta da G. Colli e M. Montinari, vol. V, t. II, versione di Ferruccio Masini, Adelphi, Milano 1965, libro I, 40. ‘ Della mancanza di nobiltà nella forma ‘, pp. 67 - 68.

è come chiedere a chi impone il suo aiuto se per questo si ritiene più elevato

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 18/05/2012 - 14:31 
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Nietzsche, dal punto di vista politico, era piuttosto ingenuo. Eppure in queste sue parole c'è un'ombra del contrario, di quel futuro culto della personalità tanto caro al Novecento.




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Hannah Arendt. Lavorare, operare, agire

“ Con il termine ‘ vita activa’, propongo di designare tre fondamentali attività umane: l’attività lavorativa, l’operare e l’agire; a ciascuna di esse corrisponde infatti una delle condizioni base cui è sottoposta la vita dell’uomo sulla terra.
L’attività lavorativa corrisponde allo sviluppo biologico del corpo umano, il cui accrescimento spontaneo, metabolismo e decadimento finale sono legati alle necessità prodotte e alimentate nel processo vitale della stessa attività lavorativa. La condizione umana di quest’ultima è la vita stessa.
L’operare è la prassi che corrisponde al momento non-naturale dell’esistenza umana, che non è assorbito nel ciclo vitale sempre ricorrente della specie e che, se si dissolve, non è compensato da esso. Il frutto dell’operare è un mondo <artificiale> di cose, nettamente distinto dall’ambiente naturale. I confini di questo mondo comprendono ogni vita individuale, mentre il significato dell’operare sta nel trascendere quei limiti. La condizione umana dell’operare è la sfera mondana.
L’azione, la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione umana della pluralità, al fatto che più uomini, e non l'Uomo, vivono sulla terra. Anche se tutti gli aspetti della nostra esistenza sono in qualche modo connessi alla politica, tuttavia questa pluralità è specificatamente la condizione – non solo la ‘conditio sine qua non’, ma la ‘conditio per quam’ – di ogni vita politica. Così il linguaggio dei romani, forse il popolo più dedito all’attività politica che sia mai apparso, impiegava le parole <vivere> ed <essere tra gli uomini> ( ‘ inter homines esse’), e rispettivamente <morire> e <cessare di essere tra gli uomini> ( ‘ inter homines esse desinere’ ) come sinonimi.”

HANNAH ARENDT (1906 – 1975), “ Vita activa “, trad. it. S. Finzi, Bompiani, Milano 1964, I ‘ Vita activa e condizione umana’, pp. 13 – 14.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 26/05/2012 - 03:02 
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Ottobre ha scritto:
Platone - Il legislatore quando mette i nomi

SOCRATE. Non di ogni uomo, dunque, o Ermogene, è mettere nomi, bensì di colui ch’è artefice di nomi. E costui, come pare, è il legislatore; che, in verità, degli artefici, è il più raro a trovarsi fra gli uomini.

ERMOGENE. Pare.

SOCRATE. Ebbene, considera ora, a che cosa guarda il legislatore quando mette i nomi. E considera muovendo dagli esempi di prima. A che guarda il falegname quando fa la spola? Non forse a qualche cosa che si diceva atto per sua natura a tessere?

ERMOGENE. Senza dubbio.

SOCRATE. Bene, se la spola, nel farla, gli si spezzi, egli ne rifarà un’altra guardando alla spola che gli si è spezzata, o a quella idea cui guardava anche prima, quando fece la spola che gli si spezzò?

ERMOGENE. A quell’idea, mi sembra.

SOCRATE. E codesta non sarebbe giustissimo che la chiamassimo ‘ la spola in sé ’ ?

ERMOGENE. Mi pare di sì.

SOCRATE. Orbene, se è vero che a tesser vesti o leggiere o grosse o di lino o di lana o di qualsiasi altra specie, bisognano spole, bisogna pure che tutte queste spole abbiano l’idea della spola; e che quella particolar natura di spola che si riconobbe la meglio adatta per ogni tessuto, codesta natura bisogna che il tessitore di spole renda all’opera sua tutte le volte che fa una spola. Non è così?

ERMOGENE. Sì.

SOCRATE. Anche per altri strumenti è lo stesso: una volta scoperto lo strumento che per natura sua è atto a un dato lavoro, bisogna che chi lo fa riporti codesto strumento in quel materiale di cui appunto lo fa, non già in un materiale qualunque a capriccio, bensì in quello ch’è richiesto dalla natura dello strumento medesimo.
[…]

SOCRATE. Dunque, ottimo uomo, anche il nome, ch’è atto per sua natura a un dato lavoro, bisogna che quel nostro legislatore sappia farlo di suoni e di sillabe; e, guardando a ciò stesso ch’è il nome in sé, faccia e ponga tutti i nomi, se egli vuol essere un autorevole istitutore di nomi. Che se poi ogni legislatore non adoperi le medesime sillabe di un altro, non bisogna perciò rimanere perplessi, perché neppure ogni fabbro adopera lo stesso ferro, pur facendo lo stesso strumento e per lo stesso scopo; e comunque, pur che dia a codesto strumento la forma ideale che gli spetta, o lo faccia in un altro ferro, o lo faccia qui in Grecia o tra genti straniere, sarà pur sempre codesto lo strumento che va bene. Non è vero?

ERMOGENE. Ma certo.

SOCRATE. E così dovrai giudicare anche del legislatore, o greco o straniero che egli sia: il quale, pur che renda l’idea del nome che conviene a ciascuna cosa, quali siano le sillabe che adopera, non è affatto peggiore legislatore se di Grecia o di altro luogo qualunque.

ERMOGENE. Certo.

PLATONE (428/427 – 347 a.C.), “ Cratilo”, trad. it. di L. Minio-Paluello, in PLATONE, “Opere “, Laterza, Bari 1966, 2 voll., vol. I, VIII 388 e – IX 390 a, pp. 200 – 201.


C'è molto materiale da cui pescare, ne prendo uno a caso.
Non funziona così.
Ugh! Ha parlato Toro seduto, al solito con lingua biforcuta.
Chi lavora dà il nome alle cose che usa, il legislatore ne prende atto, anche perchè a lui che "deve magnà e deve comannà" poco gli frega da dove vengano i soldi, basta che gli arrivino e che chi lavora stia sotto.
Proprio nullafacenti questi filosofi in agorà, tutto il giorno.
Discutono sui massimi sistemi ma di lavoro niente, solo la lingua muovono.
Poi le parole le hanno sempre usate per fottersi chi sta sotto, non certo per farsi capire.
Che modo barbaro di esprimersi, ma davvero parlavano così? O è solo una pessima traduzione?


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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 26/05/2012 - 09:50 
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Ludwig Wittgenstein. L'idealismo porta al realismo

“ 15. 10. 16.
Su ciò, che non si può pensare, neppure si può parlare. [Cfr.5.61.]
<Significato> le cose acquistano solo per il loro rapporto alla mia volontà.
Ché <Ogni cosa è ciò che è, e non un’altra cosa>.
Un’idea: Come, dalla mia fisionomia, posso concludere al mio spirito (carattere, volontà), così posso concludere, dalla fisonomia di una cosa, al ‘suo’ spirito (volontà).
Ma posso ‘concludere’ dalla mia fisionomia al mio spirito?
Questo rapporto non è puramente empirico?
Il mio corpo esprime realmente qualcosa?
È esso stesso l’espressione interna di qualcosa?
La faccia cattiva, ad esempio, è cattiva in sé o solo poiché empiricamente connessa con il cattivo umore?
Ma è chiaro che il nesso causale non è affatto un nesso.[Cfr. 5.136.]
È allora vero che il mio carattere (secondo la concezione psicofisica) s’esprime solo nella struttura del ‘mio’ corpo o del mio cervello e non nella struttura di tutto il resto del mondo?
Ecco un punto saliente.
Questo parallelismo dunque sussiste realmente tra il mio spirito, cioè lo spirito, e il mondo.
Rifletti solo che lo spirito del serpente, del leone, è il ‘tuo’ spirito.
Ché solo movendo da te tu conosci lo spirito.
Ed ora la questione è, perché io abbia dato al serpente proprio questo spirito.
E la risposta a ciò può risiedere solo nel parallelismo psicofisico:
Se io avessi l’aspetto del serpente e facessi ciò che esso fa, sarei così e così.
Lo stesso con l’elefante, con la mosca, con la vespa.
Ma vien da domandarsi, se anche qui il mio corpo non stia su uno stesso livello con quello della vespa e del serpente (e certo è così), cosicché io non abbia concluso né da quello della vespa al mio, né dal mio a quello della vespa.
È questa la soluzione dell’enigma, perché gli uomini abbiano sempre creduto che ‘uno’ spirito fosse comune al mondo intero?
E certo esso sarebbe allora comune anche alle cose inanimate.
La strada che ho percorso è questa: l’idealismo separa dal mondo, come unici, gli uomini, il solipsismo separa me solo, ed alla fine io vedo che anch’io appartengo al resto del mondo; da una parte resta dunque ‘nulla’; dall’altra, unico, ‘il mondo’. Così l’idealismo, pensato con rigore fino in fondo, porta al realismo. [5.64.]”

LUDWIG WITTGENSTEIN (1889 -1951), “Quaderni 1914-1916”, in “Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914- 1916“, a cura di Amedeo G. Conte, Einaudi, Torino 2009, pp. 231 – 232.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 27/05/2012 - 02:42 
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Cita:
SOCRATE. Non di ogni uomo, dunque, o Ermogene, è mettere nomi, bensì di colui ch’è artefice di nomi. E costui, come pare, è il legislatore; che, in verità, degli artefici, è il più raro a trovarsi fra gli uomini.

Non fu così che nacquero i nomi, il linguaggio si sviluppò lentamente e artefici non furono i "legislatori" (bisogna vedere cosa intende Socrate con questo nome, quelli dovrebbero fare ben altre cose che inventare parole) bensì gli esecutori del lavoro, i quali inventarono i nomi degli attrezzi e dei materiali che usavano.
Successivamente qualcuno estese il significato a lavori e attrezzi analoghi, cambiandone la radice o la desinenza.
Tornando a tempi più recenti, già in possesso di una lingua bene organizzata ed evoluta, Linneo - medico e naturalista svedese - passò la maggior parte del suo tempo a raccogliere e studiare vari tipi di piante, quindi era anzitutto uno studioso, che "stava sul pezzo" uno scienziato non un filosofo o, peggio, un legislatore:
http://it.wikipedia.org/wiki/Linneo
Infatti, cosa fecero i legislatori? (il caso Linneo cade proprio "a cecio" per porre in evidenza l'ottusità dei legislatori, che non inventano alcunchè ma distruggono, semmai).
Cita:
Ancora studente, giunto alla convinzione che gli organi riproduttivi delle piante, ovvero le parti del fiore (petali, stami e pistilli) potessero essere utilizzati come base per la loro classificazione, scrisse un breve trattato sull'argomento, Preludia Sponsaliorum Plantarum ("Nozze delle piante"), che gli fece ottenere ancora durante gli studi la posizione di docente presso il giardino botanico. Ciò gli procurò, purtroppo, anche una condanna: poiché ebbe l'imprudenza di basare la classificazione su quello che osò chiamare "il sistema sessuale" delle piante, esaminando i loro "organi riproduttivi". Ebbene, per questo ebbe una denuncia dallo stato svedese per "immoralità" e la condanna della Comunità luterana per "sospetto di libertinismo".

Linneo fu precursore di Darwin e, come ogni scienziato che si rispetti, degno di questo nome, studia la natura e poi scrive, impone nomi e fa deduzioni. E' creatore di conoscenza, sempre tratta dalla natura perché la sola in grado di insegnarci qualcosa.
Cita:
Nel 1731 l'Accademia delle Scienze di Uppsala finanziò la sua spedizione in Lapponia, in quanto Linneo era in ristrettezze economiche. Scrisse il resoconto della sua spedizione etnografica e botanica nell'opera Lachesis lapponica (pubblicata postuma nel 1811); nel 1734 organizzò un'altra spedizione nella Svezia centrale. I risultati scientifici furono illustrati nell'opera Flora Lapponica Exhibens Plantas per Lapponiam Crescentes, secundum Systema Sexuale Collectas in Itinere Impensis[1] (1737). Nel 1735 si trasferì in Olanda e terminò i suoi studi di medicina all'università di Harderwijk. Successivamente però si iscrisse anche all'università di Leiden per continuare i propri studi. In questa fase della sua vita la sua reputazione di botanico era già ampia ed affermata. Nel 1738 tornò in Svezia dove iniziò a esercitare la professione di medico, dedicandosi principalmente alla cura della sifilide. Nel 1739 fu uno dei fondatori dell'Accademia Reale Svedese delle Scienze. Nello stesso anno sposò Sara Morea, figlia di un medico. Due anni dopo, nel 1741, ottenne una cattedra presso la facoltà di medicina all'università di Uppsala ma l'anno successivo la scambiò con la cattedra di botanica, dietetica e materia medica (che conservò fino alla morte). A Uppsala restaurò il giardino botanico, disponendo le piante secondo il suo ordine di classificazione. Linneo continuò a organizzare spedizioni in tutto il mondo, con il fine di scoprire e classificare tutti gli esseri viventi e i minerali della Terra. Molti dei suoi studenti presero parte alle spedizioni ed alcuni addirittura perirono durante i viaggi. Nel 1758 acquistò l'azienda di Hammarby dove creò un modesto museo destinato ad accogliere la sua collezione privata. Nel 1761 il re Adolfo Federico di Svezia gli conferì un titolo nobiliare a seguito del quale Linneo convertì il suo nome in Carl von Linné. I suoi ultimi anni di vita furono caratterizzati da un crescente pessimismo e dalla depressione; nel 1774 fu colpito da una serie di piccoli infarti e morì nel 1778.

Il filosofo, invece, usa solo il suo cervello che, se non confortato continuamente dalla realtà delle cose, finisce per creare mostruosità, come le religioni, per esempio o tante altre forme di filosofie in contrasto fra loro.
La filosofia, quindi, non porta alla verità ma a formulare sfondoni, come quello di:
Cita:
Raffaele Simone - Riflessioni di Platone sulla scrittura

Platone sbagliò completamente le sue previsioni - la realtà di oggi ne è testimone - egli fu vittima del suo orgoglio, della gelosia del suo sapere, volendo esserne l'unica fonte (qualcosa di simile ai "diritti d'autore" di oggi). Certo, voleva diffondere il suo pensiero ma desiderava che fosse solo lui a farlo e non aveva torto.
Con la comunicazione della sola lingua parlata, i concetti cambiano, si deformano via via che passano di bocca in bocca.
Uno parla di fischi e l'altro capisce fiaschi, dopo tre o quattro passaggi, ben poco rimane del concetto iniziale.
Lo scritto, invece, è immutabile; vale l'adagio:
“Le parole volano gli scritti restano”.
Concludendo: il filosofo è troppo preso dai suoi umani difetti per produrre vera conoscenza; viceversa, lo scienziato si confronta sempre con la realtà, che rimane tale e accessibile a tutti, si corregge quando sbaglia; questo è il primo comandamento dello scienziato.
E' comprensibile che chi abbia passato tanti anni sui testi classici, poco si rassegni a farne un pacco e metterlo da parte:
"È andata male, ricominciamo daccapo, con un altro metodo di analisi del mondo, quello scientifico”.
Sono scelte difficili da fare, specialmente se ti danno pure uno stipendio per diffondere tanta paccottiglia inutile e dannosa, ma c’è la solidarietà di tanti colleghi, i quali, “se vieni dal classico” ti accolgono assai volentieri nella loro casta.
Si sa, i professori universitari vengono tutti dal liceo classico, è evidente che considerino più preparati gli studenti che hanno compiuto il loro stesso percorso.
E’ uno dei tanti difetti dell’università - non del saper in sé - ma dell’umana vanità, che pure lì alberga alla grande, anzi!
Nella mia azienda (ovvero nell’azienda dove lavoravo) c’era una certa rivalità fra ingegneri formatisi nel liceo classico e quelli provenienti dallo scientifico, o dall’istituto tecnico. I primi si ritenevano più preparati e facevano casta a sé… cos’è questa se non una dimostrazione di ignoranza?
Certamente avevano più proprietà di linguaggio, ma l’orgoglio di sentirsi superiori li danneggiava nella carriera, finivano più spesso nei servizi o diventavano capi (orrore!).
Chi può inventa, scopre, chi non può insegna o comanda.
E’ lecito, quindi, diffidare di chi si sbroda in frequenti latinismi (non dico grecismi perché se ne sentono pochi, troppo difficile il greco, per giocarci su), da appiccicare ovunque, ogni volta che possono: “Altrimenti che l’ho studiato a fare?”.
Le parole… sono strumenti, di per se non sono cultura, conoscenza.
Puri se non purissimi accidenti, cioè determinate dal caso, inventate.
Il linguaggio è un codice, un supporto per portare qualcos’altro: l’informazione, la conoscenza.
Purtroppo tante persone, che si ritengono colte, sono in realtà ignoranti, perché usano la parola per truffare il prossimo.
I nomi nascono da chi lavora e Socrate chiacchierava, più che altro.
In ogni caso ha sbagliato, come il suo collega Platone, ed è bene interrompere un errore in qualsiasi momento quando ci si accorge di esso, fosse pure dopo millenni.
Socrate, fatti un bevuta, che ti si è seccata la gola.


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MessaggioInviato: 31/05/2012 - 08:37 
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David Hume - L'impostura, l'inganno e l'ignoranza

“ Fu una saggia astuzia quella di quel falso profeta, Alessandro*, che, per quanto ora dimenticato, fu un tempo così famoso, di scegliere come primo teatro delle sue imposture, la Paflagonia, dove, come racconta Luciano, il popolo era estremamente ignorante ed ottuso, e pronto ad ingoiare anche il trucco più grossolano. Popoli distanti e arretrati che sono deboli quanto basta per pensare che questi fatti non meritino affatto d’esser oggetto di ricerca, non hanno modo di ricevere più adeguata informazione. I racconti giungono a loro ingranditi da centinaia di circostanze. Gli sciocchi sono attivi nel propagare l’impostura mentre le persone sagge e colte si accontentano, in genere, di deridere la sua assurdità, senza informarsi dei fatti particolari coi quali la si potrebbe confutare punto per punto. E così l’impostore ricordato sopra, avendo incominciato coi suoi ignoranti paflagoni, poté continuare ad arruolare seguaci, perfino tra i filosofi greci e fra uomini della più eminente condizione e distinzione in Roma; anzi, poté attrarre l’attenzione del saggio imperatore Marco Aurelio al punto da fargli riporre la fiducia nelle sue ingannevoli profezie per il successo d’una spedizione militare.
I vantaggi del diffondere un'impostura in mezzo ad un popolo ignorante sono così grandi che, anche se l’inganno risultasse troppo grossolano per imporsi alla grande maggioranza (‘ il che, per quanto raramente, talvolta avviene’), essa mantiene una molto maggiore possibilità di riuscita in paesi lontani, che non se dovesse esordire in una città famosa per arti e per cultura. Il più ignorante e barbaro di questi barbari ne recherà notizia fuori del paese. Nessuno dei suoi concittadini ha una larga corrispondenza o sufficiente credito ed autorità per contraddire e per cercare di ridurre la frode. L’inclinazione degli uomini al meraviglioso ha pertanto un’occasione eccellente di sfogarsi. Così un racconto che viene disprezzato da tutti nel luogo dove si è formato, passerà per cento a mille miglia di distanza.”

*[cfr. LUCIANO di Samosata, “Alessandro o il falso profeta ”(ΛOYKIANOY (II sec. d.C.), Ἀλέξανδρος ἢ ψευδόμαντις) Adelphi, Milano 1992]

DAVID HUME (1711 - 1776), “ Ricerca sull'intelletto umano “, trad. it di Mario Dal Pra, introd. di Eugenio Lecaldano, Laterza, Roma-Bari 2012(IV ed.), Sezione decima ‘Dei miracoli’, parte seconda, pp. 187 e 189.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 31/05/2012 - 23:27 
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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
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MyrrdinWilt ha scritto:
Io ci sono per te senza che tu abbia bisogno di essere con me


Pensiero molto gentile, MyrrdinWilt, la disponibilità verso gli altri è assai rara, paraocchi permettendo.


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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 01/06/2012 - 10:50 
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MyrrdinWilt ha scritto:
Io ci sono per te senza che tu abbia bisogno di essere con me

grazie! :mrgreen:

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 03/06/2012 - 11:07 
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Giordano Bruno - L'immagine fantastica ha la sua verità

“ L'immaginazione senza verità può vincolare veramente, imbrigliare davvero il destinatario del vincolo per via immaginaria. Posto anche che non esista inferno, la credenza immaginaria nell'inferno senza fondamento di verità produce veramente un vero inferno: l'immagine fantastica ha la sua verità, con la conseguenza che essa reagisce realmente e realmente e potentemente resta imbrigliato chi si lascia vincolare e il tormento infernale si fa eterno con l'eternità della convinzione di fede; e l'animo, pur spoglio del corpo, conserva tuttavia il medesimo aspetto e nonostante tutto persevera con esso infelice nei secoli, anzi ancor più potentemente talvolta per indisciplina o diletto o acquisite parvenze. Che i volgari filosofanti non si capacitino di questo e distribuiscano insulse condanne sulla base di quella dottrina da ignoranti, non ci turba più che tanto: eravamo bambini ed inesperti quando padroneggiavamo queste dottrine, più di quanto possano mai padroneggiarle essi, esperti e vecchi. Ma noi perdoniamo loro invecchiati in questo sentire, non meno di quanto riteniamo si debba perdonare alle nostre credenze di quando eravamo bambini.”

GIORDANO BRUNO (1548 - 1600), “ De vinculis in genere “ (1589 – 1591), trad. it. F. Tocco, E. Vitelli, Edizioni Biblioteca dell'Immagine, Pordenone (I ed. 1986) 1987 (I rist.), XXX ‘La verità vincolabile’, p. 175.

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 Oggetto del messaggio: ore 9 lezione di chimica
MessaggioInviato: 04/06/2012 - 08:32 
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eugenio ha scritto:
Cita:
SOCRATE. Non di ogni uomo, dunque, o Ermogene, è mettere nomi, bensì di colui ch’è artefice di nomi. E costui, come pare, è il legislatore; che, in verità, degli artefici, è il più raro a trovarsi fra gli uomini.

Non fu così che nacquero i nomi, il linguaggio si sviluppò lentamente e artefici non furono i "legislatori" (bisogna vedere cosa intende Socrate con questo nome, quelli dovrebbero fare ben altre cose che inventare parole) bensì gli esecutori del lavoro, i quali inventarono i nomi degli attrezzi e dei materiali che usavano.
Successivamente qualcuno estese il significato a lavori e attrezzi analoghi, cambiandone la radice o la desinenza.
Tornando a tempi più recenti, già in possesso di una lingua bene organizzata ed evoluta, Linneo - medico e naturalista svedese - passò la maggior parte del suo tempo a raccogliere e studiare vari tipi di piante, quindi era anzitutto uno studioso, che "stava sul pezzo" uno scienziato non un filosofo o, peggio, un legislatore:
http://it.wikipedia.org/wiki/Linneo
Infatti, cosa fecero i legislatori? (il caso Linneo cade proprio "a cecio" per porre in evidenza l'ottusità dei legislatori, che non inventano alcunchè ma distruggono, semmai).
Cita:
Ancora studente, giunto alla convinzione che gli organi riproduttivi delle piante, ovvero le parti del fiore (petali, stami e pistilli) potessero essere utilizzati come base per la loro classificazione, scrisse un breve trattato sull'argomento, Preludia Sponsaliorum Plantarum ("Nozze delle piante"), che gli fece ottenere ancora durante gli studi la posizione di docente presso il giardino botanico. Ciò gli procurò, purtroppo, anche una condanna: poiché ebbe l'imprudenza di basare la classificazione su quello che osò chiamare "il sistema sessuale" delle piante, esaminando i loro "organi riproduttivi". Ebbene, per questo ebbe una denuncia dallo stato svedese per "immoralità" e la condanna della Comunità luterana per "sospetto di libertinismo".

Linneo fu precursore di Darwin e, come ogni scienziato che si rispetti, degno di questo nome, studia la natura e poi scrive, impone nomi e fa deduzioni. E' creatore di conoscenza, sempre tratta dalla natura perché la sola in grado di insegnarci qualcosa.
Cita:
Nel 1731 l'Accademia delle Scienze di Uppsala finanziò la sua spedizione in Lapponia, in quanto Linneo era in ristrettezze economiche. Scrisse il resoconto della sua spedizione etnografica e botanica nell'opera Lachesis lapponica (pubblicata postuma nel 1811); nel 1734 organizzò un'altra spedizione nella Svezia centrale. I risultati scientifici furono illustrati nell'opera Flora Lapponica Exhibens Plantas per Lapponiam Crescentes, secundum Systema Sexuale Collectas in Itinere Impensis[1] (1737). Nel 1735 si trasferì in Olanda e terminò i suoi studi di medicina all'università di Harderwijk. Successivamente però si iscrisse anche all'università di Leiden per continuare i propri studi. In questa fase della sua vita la sua reputazione di botanico era già ampia ed affermata. Nel 1738 tornò in Svezia dove iniziò a esercitare la professione di medico, dedicandosi principalmente alla cura della sifilide. Nel 1739 fu uno dei fondatori dell'Accademia Reale Svedese delle Scienze. Nello stesso anno sposò Sara Morea, figlia di un medico. Due anni dopo, nel 1741, ottenne una cattedra presso la facoltà di medicina all'università di Uppsala ma l'anno successivo la scambiò con la cattedra di botanica, dietetica e materia medica (che conservò fino alla morte). A Uppsala restaurò il giardino botanico, disponendo le piante secondo il suo ordine di classificazione. Linneo continuò a organizzare spedizioni in tutto il mondo, con il fine di scoprire e classificare tutti gli esseri viventi e i minerali della Terra. Molti dei suoi studenti presero parte alle spedizioni ed alcuni addirittura perirono durante i viaggi. Nel 1758 acquistò l'azienda di Hammarby dove creò un modesto museo destinato ad accogliere la sua collezione privata. Nel 1761 il re Adolfo Federico di Svezia gli conferì un titolo nobiliare a seguito del quale Linneo convertì il suo nome in Carl von Linné. I suoi ultimi anni di vita furono caratterizzati da un crescente pessimismo e dalla depressione; nel 1774 fu colpito da una serie di piccoli infarti e morì nel 1778.

Il filosofo, invece, usa solo il suo cervello che, se non confortato continuamente dalla realtà delle cose, finisce per creare mostruosità, come le religioni, per esempio o tante altre forme di filosofie in contrasto fra loro.
La filosofia, quindi, non porta alla verità ma a formulare sfondoni, come quello di:
Cita:
Raffaele Simone - Riflessioni di Platone sulla scrittura

Platone sbagliò completamente le sue previsioni - la realtà di oggi ne è testimone - egli fu vittima del suo orgoglio, della gelosia del suo sapere, volendo esserne l'unica fonte (qualcosa di simile ai "diritti d'autore" di oggi). Certo, voleva diffondere il suo pensiero ma desiderava che fosse solo lui a farlo e non aveva torto.
Con la comunicazione della sola lingua parlata, i concetti cambiano, si deformano via via che passano di bocca in bocca.
Uno parla di fischi e l'altro capisce fiaschi, dopo tre o quattro passaggi, ben poco rimane del concetto iniziale.
Lo scritto, invece, è immutabile; vale l'adagio:
“Le parole volano gli scritti restano”.
Concludendo: il filosofo è troppo preso dai suoi umani difetti per produrre vera conoscenza; viceversa, lo scienziato si confronta sempre con la realtà, che rimane tale e accessibile a tutti, si corregge quando sbaglia; questo è il primo comandamento dello scienziato.
E' comprensibile che chi abbia passato tanti anni sui testi classici, poco si rassegni a farne un pacco e metterlo da parte:
"È andata male, ricominciamo daccapo, con un altro metodo di analisi del mondo, quello scientifico”.
Sono scelte difficili da fare, specialmente se ti danno pure uno stipendio per diffondere tanta paccottiglia inutile e dannosa, ma c’è la solidarietà di tanti colleghi, i quali, “se vieni dal classico” ti accolgono assai volentieri nella loro casta.
Si sa, i professori universitari vengono tutti dal liceo classico, è evidente che considerino più preparati gli studenti che hanno compiuto il loro stesso percorso.
E’ uno dei tanti difetti dell’università - non del saper in sé - ma dell’umana vanità, che pure lì alberga alla grande, anzi!
Nella mia azienda (ovvero nell’azienda dove lavoravo) c’era una certa rivalità fra ingegneri formatisi nel liceo classico e quelli provenienti dallo scientifico, o dall’istituto tecnico. I primi si ritenevano più preparati e facevano casta a sé… cos’è questa se non una dimostrazione di ignoranza?
Certamente avevano più proprietà di linguaggio, ma l’orgoglio di sentirsi superiori li danneggiava nella carriera, finivano più spesso nei servizi o diventavano capi (orrore!).
Chi può inventa, scopre, chi non può insegna o comanda.
E’ lecito, quindi, diffidare di chi si sbroda in frequenti latinismi (non dico grecismi perché se ne sentono pochi, troppo difficile il greco, per giocarci su), da appiccicare ovunque, ogni volta che possono: “Altrimenti che l’ho studiato a fare?”.
Le parole… sono strumenti, di per se non sono cultura, conoscenza.
Puri se non purissimi accidenti, cioè determinate dal caso, inventate.
Il linguaggio è un codice, un supporto per portare qualcos’altro: l’informazione, la conoscenza.
Purtroppo tante persone, che si ritengono colte, sono in realtà ignoranti, perché usano la parola per truffare il prossimo.
I nomi nascono da chi lavora e Socrate chiacchierava, più che altro.
In ogni caso ha sbagliato, come il suo collega Platone, ed è bene interrompere un errore in qualsiasi momento quando ci si accorge di esso, fosse pure dopo millenni.
Socrate, fatti un bevuta, che ti si è seccata la gola.

c'è una soluzione per non maturare ingiustizie e acrimonie: non iscriversi al liceo classico
e scegliersi i giusti modelli: gente che non arringa e non condiziona: per esempio, Swift al posto di Platone
"la scelta non imprigiona l'uomo equo" ( questa frase anche se è costruita come un calco della classica misura greca, è più facile che l'abbia detta Swift )

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