La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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 Oggetto del messaggio: being spooking
MessaggioInviato: 15/12/2012 - 09:12 
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Località: la scala che sale al centro
togliersi il cappello svela il grado di sergente della mia testa, che invano corre più avanti che indietro perchè pur credendo al loro cambiamento, vuole che le persone non resistano. Esempio pratico è chi scrive e non applica, perchè come non esiste cosa è da dire, così pure non c'è una direzione ma solo una persona con cui percorrerla. Vince chi la percorre. Non c'è niente di meglio che giungere al grado che non lo merita

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Ultima modifica di piuma n.5 il 15/12/2012 - 10:22, modificato 3 volte in totale.

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 Oggetto del messaggio: dualismo= nevrosi perfetta
MessaggioInviato: 15/12/2012 - 09:14 
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Località: la scala che sale al centro
Ottobre ha scritto:
Spinoza - La glandola pineale

“ Certo non so meravigliarmi abbastanza che un filosofo [Cartesio], che fermamente aveva stabilito di non dedurre niente che non percepisse in modo chiaro e distinto, e che tante volte aveva biasimato gli scolastici, perché avevano voluto spiegare le cose oscure mediante occulte qualità, assuma un’ipotesi più occulta di ogni occulta qualità. Che cosa intende, di gr
azia, per unione della mente e del corpo? Quale concetto chiaro e distinto ha, dico, del pensiero unito strettissimamente a una certa porzioncina di quantità? Avrei in realtà voluto che la spiegasse, codesta unione, mediante la sua causa prossima. Ma egli aveva concepito la mente distintissima dal corpo, che non poté assegnare nessuna causa singola né a questa unione né alla stessa mente, ma gli è stato necessario ricorrere alla causa di tutto quanto l’universo, cioè a Dio. Poi vorrei sapere quanti gradi di moto può la mente comunicare a codesta glandola pineale, e con quanta forza può tenerla sospesa. Infatti non so se questa glandola sia fatta ruotare dalla mente più lentamente o più velocemente che non dagli spiriti animali, e se i moti delle passioni, che abbiamo congiunto strettamente con fermi giudizi, non possano venirne di nuovo disgiunti per cause corporee; da cui seguirebbe che, sebbene la mente avesse deciso fermamente di andare contro il pericolo, e avesse congiunto a questa decisione i moti dell’audacia, tuttavia alla vista del pericolo la glandola si disporrebbe in modo che la mente non potrebbe pensare ad altro che alla fuga. E certo, non essendoci alcun rapporto della volontà con il movimento, non v’è neanche alcuna possibilità di paragone fra la potenza o le forze della mente e quelle del corpo; di conseguenza, le forze di quest’ultimo non possono mai essere determinate dalle forze di quella. A ciò si aggiunga che né si è trovato che questa glandola sita in mezzo al cervello in modo possa essere fatta ruotare tanto facilmente in tanti modi, né tutti i nervi si protendono fino alle cavità del cervello. […] Dunque, poiché la potenza della mente è definita dalla sola intelligenza, allora i rimedi degli affetti, che io credo tutti conoscano per esperienza, ma non tutti osservino accuratamente né distintamente vedano, li determineremo con la sola conoscenza della mente.”

BENTO de SPINOZA (1632 - 1677), “Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico”, trad. it. di Sossio Giametta, Boringhieri, Torino 1973 (I ed. 1959), Parte quinta ‘La potenza dell’intelletto, ossia la libertà umana’, ‘Prefazione’, pp. 295 – 297.

Nel suo celebre trattato "La città di Dio", Sant'Agostino scrisse: "Sei è un numero perfetto in sé stesso, e non perché Dio ha creato tutte le cose in sei giorni. Anzi è vero l'opposto: Dio ha creato tutte le cose in sei giorni proprio perché questo è un numero perfetto"
Se la domanda è sempre lecita, la risposta quasi mai lo è
In inglese non si dice "you make me be"

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Ultima modifica di piuma n.5 il 15/12/2012 - 09:48, modificato 1 volta in totale.

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 Oggetto del messaggio: abiura
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Ottobre ha scritto:
piuma n.5 ha scritto:
gli ingredienti sono: Nietzsche quindicenne, una contessa, un rapporto sessuale
da cui deriva che un baffone quindicenne non poteva volere

E la fonte qual è? L'unica cosa del genere che ho sentito è la possibile contrazione della sifilide in un bordello. O è uno dei tuoi soliti giochi di parole e mi stai prendendo per il culo? (scusa il termine ma viste le circostanze ci sta a pennello :mrgreen: )

Il web non c'entra nulla. L'ho inventato

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 06/02/2013 - 12:08 
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"La necessità metodologica e rivoluzionaria di Gramsci di comprendere e trasformare la storia non si divideva, secondo lui, in categorie teoriche e realtà materiale, come due poli distanti l’uno dall’altro, come due elementi autonomi; al contrario, erano in interazione profonda e inseparabile, in cui le categorie o i concetti e la realtà materiale non sono se non una stessa realtà. Realtà che è in movimento, un divenire che si presenta in trasformazione permanente. Questa concezione ci porta a capire che le categorie e i concetti non sono statici, né nella qualità, né nel contenuto. E che il metodo non deve essere un insieme di dogmi immutabili, conquistati per l’eternità. Se la totalità è storica, le categorie, i concetti e la teoria in generale saranno storici. Per lui, la filosofia della prassi è essa stessa storia. È una concezione del mondo in costante sviluppo, come risposta a realtà multiformi, differenti, variate, di cui fa parte. Non è perciò difficile comprendere la sua necessità di creare e ricreare il marxismo nello studio della realtà sociale italiana, processo teorico-pratico che Gramsci esprimeva con una felice formula, tradurre, tradurre il marxismo in italiano, tradurlo per la realtà del suo paese, ricrearlo in modo permanente come risultato e come processo, sviluppo naturale del lavoro teorico-pratico, un arricchimento della teoria e della pratica rivoluzionarie. In questo modo diventa facile capire perché Gramsci fu un antidogmatico profondo e inflessibile, posizione che non costituisce solo una premessa al suo lavoro, ma anche un risultato permanente nel processo di conoscenza teorico-pratica e proprio perciò, più che un risultato, il processo stesso. Profondamente antidogmatico, profondamente nazionale e profondamente intellettuale, un intellettuale nuovo, preoccupato nel creare una nuova società, votato alla realizzazione di una riforma intellettuale e morale necessaria alla trasformazione rivoluzionaria del suo paese. Il suo cammino era di ascensione dal particolare all’universale, poiché secondo lui questa era l’unica via di accesso all’universale. Il suo problema essenziale fu di comprendere e trasformare l’Italia, sua patria. La comprensione e la trasformazione della società italiana dovevano servire da punto di riferimento per possibili risposte rivoluzionarie in altri paesi, esigendo che queste fossero originali e creative. Così, mantenendosi profondamente nazionale, pensava a raggiungere l’universale. Questo, come sottolineava Gramsci, era ciò che esigevano Goethe e Dostoevskij – essere profondamente nazionali per essere universali. Cosciente del fatto che ogni società ha caratteristiche proprie ed essenziali, le quali sarebbe necessario conoscere come parte della loro trasformazione, Gramsci nella sua epoca lottava contro il cosmopolitismo, insistendo sulla necessità di essere innanzitutto nazionali, per poter essere innanzitutto universali."

Antonio Faundez

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 07/02/2013 - 13:48 
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"come legare le nostre idee e i nostri valori alle nostre azioni? Tutto ciò che affermiamo, tanto al livello politico come filosofico e religioso, deve essere espresso in azioni pertinenti. Quando non si riflette sulla quotidianità, non si prende coscienza che esiste una separazione tra quelle idee e valori e i nostri atti nella vita quotidiana. Mentre affermiamo certi valori al livello intellettuale, lontani dal quotidiano della nostra relazione con nostra moglie, coi nostri figli, con i nostri amici, con le persone che incontriamo per strada, che non conosciamo ma con le quali ci relazioniamo, questi valori sono vuoti. Senza dubbio sono molto belle tutte queste idee di valori personali, collettivi, morali, che devono reggere il nostro rapporto con gli oggetti e le persone; ma, nella misura in cui non riflettiamo e tentiamo far sì che esse coincidano, continua a esistere un abisso tra ciò che pensiamo e valorizziamo e queste azioni che realizziamo a rispetto degli oggetti e delle persone"

- Antonio Faundez, filosofo cileno

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 07/02/2013 - 18:29 
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Parole sulle quali dovrebbero meditare profondamente i tanti custodi della moralità pubblica e privata: dai cardinali ai politici.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 20/02/2013 - 19:04 
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Tre brani di Paulo Freire, pedagogista brasiliano.

"l’intellettuale militante politico corre il rischio, permanente, ora di diventare autoritario, ora di intensificare il suo autoritarismo, quando non è capace di superare una concezione messianica della trasformazione sociale, della trasformazione rivoluzionaria. Ed è interessante osservare, dal punto di vista del suo autoritarismo, la facilità con cui considera coloro i quali difendono la necessità di questa comunione con le masse popolari come puri riformisti, o populisti, o socialdemocratici. Guevara e Amílcar Cabral non hanno mai rinunciato a questa comunione. In verità, la posizione che difende la comunione con le masse non è quella a braccia conserte, non è quella di chi pensa che il ruolo dell’intellettuale è solo di assistente, di mero aiutante, di facilitatore. Il suo ruolo realmente importante e fondamentale sarà tanto maggiore e sostanzialmente democratico quando, ponendosi al servizio degli interessi delle classi lavoratrici, mai tenterà di manipolarle attraverso la sua competenza tecnica o scientifica o attraverso il suo linguaggio, la sua sintassi. Quanto più si cerca questa coerenza, tanto più si scopre che bisogna coniugare sentimento e comprensione del mondo. La lettura critica della realtà deve unirsi alla sensibilità del reale e, per guadagnare questa sensibilità o per svilupparla, necessita della comunione con le masse. L’intellettuale deve rendersi conto che la sua capacità critica non è superiore né inferiore alla sensibilità popolare. La lettura del reale richiede entrambe; lontano dalle masse popolari, in interazione solo coi propri libri, l’intellettuale corre il rischio di acquisire una razionalità disincarnata, una comprensione del mondo senza carne, priva di sostanza"

"Braveman ha ragione quando dice: “quanto più la scienza si incorpora al processo del lavoro, meno il lavoratore intende il processo; quanto più la macchina diventa un prodotto intellettuale sofisticato, meno controllo e comprensione della macchina ha il lavoratore”. Così, in nome dell’efficienza e della produttività si compie la burocratizzazione della mente, o della coscienza, o della capacità creatrice dell’operaio.
Abbrutire la forza lavoro sottomessa a procedimenti di routine fa parte della natura del modo di produzione capitalista. Quanto accade nella produzione di conoscenza nella scuola è in gran parte, persino quando si possa fare il contrario, una riproduzione di questo meccanismo.
In verità quanto più si abbrutisce la capacità inventiva e creatrice dell’educando, tanto più egli è unicamente disciplinato per ricevere “risposte” a domande che non sono state fatte. Quanto più si adatta l’educando a un tale procedimento, tanto più si pensa, ironicamente, che questa sia una educazione produttiva.
In fondo, questa è una educazione che riproduce l’autoritarismo del modo di produzione capitalista. Ed è sconfortante osservare come gli educatori progressisti, nell’analizzare e combattere la riproduzione dell’ideologia dominante all’interno della scuola, riproducono l’ideologia autoritaria insita nel modo capitalista di produzione"

"Tutte le volte che la nostra visione contrappone i due mondi [della filosofia accademica e della saggezza popolare], presto o tardi dobbiamo effettuare una scelta per uno dei due. Ma nel momento in cui ne scegliamo uno, neghiamo l’altro. Il primo rischio che corriamo è quello di continuare a rendere elitaria la nostra pratica, nonostante i nostri discorsi siano e restino in favore delle masse popolari; la nostra scelta per il mondo popolare è soltanto verbale. Rompiamo e contrapponiamo i due mondi, le due filosofie. Proprio per questo decretiamo il nostro come il mondo migliore, il mondo della rigorosità. E questa rigorosità deve essere sovrapposta e quindi imposta all’altro mondo. L’altro rischio della visione contrapponente è quello del basismo, che pure conosciamo bene. È il rischio per cui si arriva a una negazione completa del primo, della rigorosità, pertanto nulla di ciò che è scientifico serve a qualcosa. L’accademia è svalutata, tutta la rigorosità è teoria astratta e poco utile, puro intellettualismo blaterante. L’unica verità risiede nel senso comune, nella base popolare, nelle masse popolari e quindi è con esse che dobbiamo restare. È anche interessante osservare come, nella prima scelta di posizione, c’è un’enfasi straordinaria sulla teoria: sono le letture teoriche a fornire la vera formazione. Nella seconda posizione contrapposta, a esser valida è la pratica e solamente la pratica, solamente la partecipazione concreta nelle aree popolari, talvolta persino con falsificazioni del linguaggio che la stessa massa popolare rigetta."

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 12/05/2013 - 22:57 
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Sigmund Freud - Inconscio, percezione e Kant

“ L’analisi mostra che i singoli processi psichici latenti che noi inferiamo godono di un grado elevato di reciproca indipendenza, come se non fossero collegati fra loro e non sapessero nulla gli uni degli altri. Dobbiamo essere dunque pronti ad ammettere in noi stessi non solo l’esistenza di una seconda coscienza, ma anche di una terza, di una quarta, e forse di una serie interminabile di stati di coscienza, tutti sconosciuti a noi stessi e gli uni rispetto agli altri. […] Dalla esplorazione analitica apprendiamo che una parte di questi processi latenti possiede caratteri e proprietà che ci sembrano peregrini o addirittura incredibili, e che si pongono in netto contrasto con le qualità della coscienza a noi note. Abbiamo dunque buoni motivi per modificare l’illazione che abbiamo tratto riguardo alla nostra persona, nel senso che essa non testimonia in noi l’esistenza di una seconda coscienza, ma piuttosto l’esistenza di atti psichici che mancano del carattere della coscienza. Siamo anche legittimati a respingere l’espressione «subconscio», in quanto scorretta e fuorviante. I noti casi di «double conscience» (scissione della coscienza) nulla provano contro la nostra concezione. Possiamo descriverli nel modo piú adeguato come casi di scissione delle attività psichiche in due gruppi o campi, e asserire che la stessa coscienza si rivolge alternativamente all’uno o all’altro di questi campi.
Nella psicanalisi non abbiamo altra scelta: dobbiamo dichiarare che i processi psichici in quanto tali sono inconsci e paragonare la loro percezione da parte della coscienza con la percezione del mondo esterno da parte degli organi di senso. Nutriamo addirittura la speranza che questo confronto giovi allo sviluppo delle nostre conoscenze. L'ipotesi psicanalitica di un'attività psichica inconscia ci appare, da un lato, come un'ulteriore sviluppo dell'animismo primitivo che ci induceva a ravvisare per ogni dove immagini speculari della nostra stessa coscienza, e d'altro lato come la prosecuzione della rettifica operata da Kant a proposito delle nostre vedute sulla percezione esterna. Come Kant ci ha messo in guardia contro il duplice errore di trascurare il condizionamento soggettivo della nostra percezione e di identificare quest'ultima con il suo oggetto inconoscibile, così la psicoanalisi ci avverte che non è lecito porre la percezione della coscienza al posto del processo psichico inconscio che ne è l'oggetto. Allo stesso modo della realtà fisica, anche la realtà psichica non è necessariamente tale quale ci appare. Saremo tuttavia lieti di apprendere che l'opera di rettifica della percezione interna presenta difficoltà minori di quella della percezione esterna, che l'oggetto interno è meno inconoscibile del mondo esternoˮ.

SIGMUND FREUD (1856 - 1939), “L’inconscio” (pp. 49 – 88), in ID., “Metapsicologia” (1915), in “Freud Opere”, ed. diretta da Cesare Luigi Musatti, Boringhieri, Torino 1976 – 1980, 12 voll., vol. VIII ‘Opere 1915 – 1917. Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti’, introd. di Cesare Luigi Musatti, corredo critico di James Strachey (1887 – 1967) rev. trad. di Renata Colorni, 1978 (rist., I ed. 1976), 1. ‘La giustificazione dell’inconscio’, pp. 53 – 54.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 06/07/2013 - 16:13 
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Georg Wilhelm Friedrich Hegel. - Osservazione balorda e uomini di talento e zelo -

“ Il superficiale modo di considerare le controversie filosofiche fa vedere solo le differenze dei sistemi, mentre già la vecchia regola del ‘contra negantes principia non est disputandum’, permette di capire che, allorquando sono sistemi filosofici a contendere fra loro, - altra cosa è certamente se la filosofia contrasta con la non-filosofia –, esiste sempre accordo nei princìpi, i quali, superiori ad ogni successo e destino, non si lasciano riconoscere da ciò su cui verte la disputa e sfuggono all’osservazione balorda, la quale vede sempre il contrario di ciò che succede avanti ai suoi occhi. Al livello dei princìpi o della ragione certamente tutti quegli uomini, rispettabili per talento e zelo, hanno avuto successo, e la differenza è da porre soltanto nel grado maggiore o minore di astrazione attraverso cui la ragione si è manifestata in princìpi e sistemi. Eliminato il presupposto del fallimento della verità speculativa, non ha più motivo d’essere né la modestia né la disperazione di non raggiungere ciò che solo la considerazione superficiale fa credere non sia riuscito agli uomini rispettabili; se invece si presuppone tale fallimento, allora, ammesso che modestia e sfiducia nelle capacità possano costituire l’altro momento di fronte a quello della valutazione del successo, questione alcuna non sussiste su quale modestia sia la maggiore: quella di non farsi speranze di raggiungere ciò a cui hanno teso invano gli uomini dotati di talento e intelligenza, oppure quella […] di giungere al sospetto che la filosofia porti con sé qualche ‘vizio ereditario’, il quale dovrebbe essersi trapiantato dall’una all’altra riflessione dogmatica su di essa.”

GEORG WILHELM FRIEDRICH HEGEL (1770 - 1831), “Rapporto dello scetticismo con la filosofia. Esposizione delle sue diverse modificazioni e confronto di quello moderna con l’antico” a cura, introduzione, bibliografia e trad. di Nicolao Merker, Laterza, Bari 1970 (I ed.), p. 66.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 06/07/2013 - 19:40 
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Grazie Ottobre, ti leggo con interesse anche perchè da tempo ho trascurato questi argomenti. :)

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 08/07/2013 - 11:18 
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unlucano ha scritto:
Grazie Ottobre, ti leggo con interesse anche perchè da tempo ho trascurato questi argomenti. :)

eh, li ho trascurati anch'io :D

grazie a te, è sempre un piacere stimolare in qualcuno la curiosità per certe cose ;)


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Edmund Husserl - Il compito del filosofo

“ Il compito del filosofo, lo scopo della sua vita di filosofo: una scienza universale del mondo, un sapere universale, definitivo, un universo delle verità in sé attorno al mondo, al mondo in sé. Che dire di questo scopo e della possibilità di raggiungerlo? È possibile cominciare con una verità – con una verità definitiva? Una verità definitiva, una verità attraverso cui io possa enunciare qualcosa su un essente in sé, nella certezza indubitabile di enunciare qualcosa di definitivo? Se io dispongo già di verità «immediatamente evidenti», è possibile che da esse ne possano derivare mediatamente altre. Ma io dispongo veramente di queste verità? È possibile che un essente in sé sia per me tanto indubitabilmente certo in un’immediata esperienza, che io possa, mediante concetti descrittivi immediatamente adeguati all'esperienza e al suo contenuto, enunciare immediate verità in sé? Ma che dire di tutte le esperienze del mondano, di tutto ciò che io ho in una certezza immediata, che è nella spazio-temporalità? Tutto ciò è certo, ma questa certezza può modalizzarsi, può diventare dubbia, può trasformarsi lungo il processo dell’esperienza, in apparenza: nessun enunciato sperimentale immediato mi dà un essente in sé; mi dà soltanto un che di supposto con certezza, che lungo la mia vita di esperienza deve verificarsi. Ma la mera conferma, costitutiva della concordanza dell’esperienza reale, non esclude la possibilità dell’apparenza.
Esperendo, vivendo in generale come io (pensando, valutando, agendo), io sono necessariamente un io, che ha un suo tu, un suo noi e un suo voi, l’io dei pronomi personali. Altrettanto necessariamente, io e noi nella comunità egologica, siamo correlati di tutto ciò che noi chiamiamo essente mondano, ciò che noi, nella denominazione, nel nominare e nel conferire, nel fondare conoscitivo, già sempre presupponiamo, ciò che è qui per noi, che è reale, che vale per noi ed è esperibile in comune, nella comunità della vita di coscienza, qualcosa che non può essere isolato individualmente, che è intimamente accomunato. E tuttavia il mondo è anche il nostro mondo comune, ed è necessariamente in una validità d’essere; tuttavia, sui dettagli, io posso entrare in contraddizione con gli altri, entrare in una fase di dubbio e di negazione dell’essere, proprio come rispetto a me stesso. Come ho quindi un essente in sé definitivo? L’esperienza, l’esperienza della comunità e le vicendevoli rettifiche, come del resto la propria esperienza personale e le proprie auto-rettifiche, non eliminano la relatività dell’esperienza, che è relativa anche in quanto esperienza della comunità; perciò tutti gli enunciati descrittivi sono necessariamente relativi e tutti i passaggi conclusivi pensabili, sia quelli deduttivi sia quelli induttivi, sono relativi. Come può il pensiero produrre altro che verità relative? L'uomo della vita quotidiana non è privo di ragione, è un essere pensante, ha, rispetto all'animale, il ʻκαθόλονʼ e perciò ha una lingua, può compiere descrizioni, passaggi conclusivi e interroga la verità, verifica, argomenta e decide razionalmente – ma l'idea di «verità in sé» ha un senso per lui? Non si tratta forse, come del resto per il correlativo essente in sé, di un’invenzione filosofica? Eppure non è una finzione, un’invenzione irrilevante e superflua, bensì una scoperta che innalza, o è chiamata a innalzare l'uomo a un livello più alto, in una nuova storicità della vita umana, una storicità la cui entelechia è appunto questa nuova idea e la prassi filosofica o scientifica che le è subordinata, la metodica di un pensiero scientifico di nuovo genere.”

EDMUND HUSSERL (1859 - 1938), “La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale. Introduzione alla filosofia fenomenale” (1936), a cura di Walter Biemel, avvertenza e prefazione di Enzo Paci, trad. di Enrico Filippini, Il Saggiatore, Milano 1972 (IV ed., I ed. 1961), Terza parte, B. ‘La via di accesso alla filosofia trascendentale fenomenologica a partire dalla psicologia’, § 73 ‘Conclusione: la filosofia come riflessione dell’umanità su se stessa e come realizzazione della ragione’, pp. 284 – 285.

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 08/07/2013 - 17:39 
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Leggo, leggo con piacere anche perché spesso mi ritrovo nelle tue scelte. :)

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 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 30/07/2013 - 22:16 
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Giordano Bruno - L’ombra è il nascondiglio del vero

“ B. SECONDA INTENZIONE
[…]
L’ombra non è tenebre, ma o traccia delle tenebre nella luce o traccia della luce nelle tenebre o partecipe della luce e delle tenebre o composto di luce e tenebre o un miscuglio di luce e di tenebre o nessuna delle due cose, separata dalla luce, dalle tenebre e da entrambe. E questo deriva o dal fatto che la verità non sia piena di luce o perché sia una luce falsa, oppure perché non sia né vera né falsa, ma traccia di ciò che è veramente o falsamente, ecc. perciò si tenga presente che l’ombra è traccia di luce, partecipe di luce, ma non piena luce.
O. QUATTORDICESIMA INTENZIONE
[…]
Non dico dunque l’ombra che allontana dalla luce, ma che conduce alla luce, la quale, per quanto non sia verità, tuttavia deriva dalla verità e porta alla verità; e perciò non devi credere che in essa ci sia l’errore, ma il nascondiglio del vero.
P. QUINDICESIMA INTENZIONE
Perciò cerca assolutamente di non incappare, confondendo il significato delle ombre per un’occulta omonimia, in questo genere di stoltezza, cioè di pensare, ragionare e giudicare senza discernimento intorno alle ombre. […] Questa ombra, o simile a questa, l’hanno figurata coloro che sono detti Cabalisti, poiché il velo, che era allegoricamente o figurativamente sul volto di Mosè*, ma figuratamente sul volto della legge, non mirava a ingannare, ma a spingere avanti ordinatamente gli occhi degli uomini, nei quali si provoca una lesione nel caso che all’improvviso passino dalle tenebre alla luce.
E infatti la natura non sopporta un progresso immediato da uno degli estremi all’altro, ma con la mediazione delle ombre e con la luce adombrata gradualmente. Parecchi hanno perso la naturale capacità della vista, avanzando repentinamente dalle tenebre alla luce: fino a tal punto essi sono lontano dal raggiungere l’obiettivo ricercato. Perciò l’ombra prepara la vista alla luce, l’ombra tempera la luce, per mezzo dell’ombra la divinità tempera e propina le apparenze che anticipano le cose all’occhio, avvolto di caligine, dell’anima che è affamata e assetata. Perciò riconosci quelle ombre che non estinguono, ma conservano e custodiscono la luce in noi, e per le quali siamo avviati e condotti all’intelligenza e alla memoria.
* Cfr. ‘Esodo’, 34, 33-35. ”

GIORDANO BRUNO (1548 - 1600), “Le ombre delle idee”(1582), ed. critica e trad. a cura di Antonio Caiazza, presentazione di Carlo Sini, Spirali, Milano 1988, ‘Trenta intenzioni delle ombre’, pp. 59, 75, 77, 79.

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