La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
Oggi è 09/08/2020 - 02:48

Tutti gli orari sono UTC [ ora legale ]



Crea il tuo forum GRATIS su GlobalFreeForum.com.



Apri un nuovo argomento Rispondi all’argomento  [ 88 messaggi ]  Vai alla pagina 1, 2, 3, 4, 5, 6  Prossimo
Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 31/10/2011 - 11:35 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
Messaggi: 610
Questo argomento si incentra sulla pubblicazione di brani tratti da opere filosofiche.
Per "brani" si intendono frasi, citazioni, paragrafi, interviste, articoli.
Per "opere filosofiche" si intendono tutte le fonti da cui è possibile trarre i suddetti brani, anche se non sono effettivamente opere, ossia testi ufficialmente prodotti da pensatori che rientrano nella storia della filosofia. Ciò vuol dire che se un pensatore ha scritto qualcosa pubblicata solo una volta su una rivista erotica, può essere comunque incluso in questo argomento.
Possono essere inclusi anche brani da romanzi e racconti, purché abbiano una rilevanza in senso filosofico (in questo caso sarebbe opportuna na nota di commento).

L'idea mi è venuta dopo aver visto una pagina facebook intitolata "Conversazioni di filosofia", così organizzata e da cui prenderò probabilmente molto materiale.
Stimolare la mente con parole e pensieri è utile alla creatività, alla maturazione, all'apertura verso nuove strade; spero possa giovare a chiunque passi di qui.
:ammicca:

_________________
Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


Ultima modifica di Ottobre il 31/10/2011 - 11:38, modificato 1 volta in totale.

Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 31/10/2011 - 11:37 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
Messaggi: 610
G. W. F. HEGEL. La vita – Il processo vitale

“ Il dolore è quindi il privilegio delle nature viventi; essendo il concetto che esiste, esse sono una realtà di questa forza infinita, che cioè sono in sé la negatività di loro stesse, che questa loro negatività è per loro, ch’esse si mantengono nel loro essere altro.- C'è chi dice che la contraddizione non si può pensare: ma essa nel dolore del vivente, è piuttost...o una esistenza reale.
Questo dirimersi del vivente in sé in quanto è accolto nella semplice universalità del concetto, ossia nella sensibilità, è sentimento. Dal dolore cominciano il bisogno e l’impulso, che costituiscono il passaggio a ciò che l’individuo, come è per sé qual negazione di sé, così diventi per sé anche quale identità, - identità che è solo come negazione di quella negazione. – L'identità che è nell’impulso o istinto come tale è la soggettiva certezza di se stesso, secondo la quale l’individuo si riferisce al suo mondo esteriore e indifferente come ad un’apparenza, ad una realtà in sé priva di concetto e inessenziale. Questa deve acquisire in se stessa il concetto soltanto per mezzo del soggetto, che è lo scopo immanente. L'indifferenza del mondo oggettivo di fronte alla determinatezza e quindi di fronte allo scopo costituisce la sua esteriore capacità di esser conforme al soggetto; quali che siano d’altronde le specificazioni che cotesto mondo abbia in lui, la sua determinabilità meccanica, il suo mancar della libertà del concetto immanente costituiscono la sua impotenza a sostenersi contro il vivente. – L’oggetto, essendo dapprima rispetto al vivente come un’esteriorità indifferente, può operare meccanicamente su di lui. Così però non opera come sopra a un vivente. Nel riferirsi a questo non opera su lui come causa, ma lo eccita. Il vivente essendo impulso, l’esteriorità lo tocca e lo penetra solo in quanto è già in sé e per sé in lui. L’azione del soggetto consiste quindi solo in ciò che questo trova corrispondente l’esteriorità che gli si offre. Potrà anche non corrispondere alla sua totalità; ma in tal caso dovrà per lo meno corrispondere a un suo lato particolare; e questa possibilità sta in ciò che il soggetto, appunto in quanto si comporta esteriormente, è un particolare.”

GEORG WILHELM FRIEDRICH HEGEL ( 1770 - 1831), “ Scienza della logica”, trad. it. A. Monti (I ed. 1924-1925), rev. trad. e nota introduttiva C. Cesa (II ed. 1968), introd. L. Lugarini (1974), Laterza, Roma – Bari 2001, 2 tomi, II tomo, pp. 874 – 875.

_________________
Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 09/11/2011 - 18:20 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
Messaggi: 610
Giorgio Colli - La sapienza greca

“ Perché da Dioniso faccio cominciare il discorso sulla sapienza? Con Dioniso, invero, la vita appare come sapienza, pur restando vita fremente: ecco l’arcano. In Grecia un dio nasce da un’occhiata esaltante sulla vita, su un pezzo di vita, che si vuol fermare. E questo è già conoscenza. Ma Dioniso nasce da un’occhiata su tutta la vita: come si può guardare assieme tutta la vita? ...Questa è la tracotanza del conoscere: se si vive si è dentro a una certa vita, ma voler essere dentro a tutta la vita assieme, ecco, questo suscita Dioniso, come dio onde sorge la sapienza.
In termini pacati, Dioniso è il dio della contraddizione, di tutte le contraddizioni – lo dimostrano i suoi miti e i suoi culti – o meglio di tutto ciò che, manifestandosi in parole, si esprime in termini contraddittori. Dioniso è l’impossibile, l’assurdo che si dimostra vero con la sua presenza. Dioniso è vita e morte, gioia e dolore, estasi e spasimo, benevolenza e crudeltà, cacciatore e preda, toro e agnello, maschio e femmina, desiderio e distacco, giuoco e violenza, ma tutto ciò nell’immediatezza, nell’interiorità di un cacciatore che si slancia spietato e di una preda che sanguina e muore, tutto ciò vissuto assieme, senza prima né dopo, e con pienezza sconvolgente in ogni estremo. E alla fine questa contraddizione è qualcosa di ancora più divergente, più insanabile di quella che i Greci hanno sperimentato in se stessi. Nel contemplare Dioniso, l’uomo non riesce più a staccarsi da se stesso, come fa quando vede gli altri dèi: Dioniso è un dio che muore. Nel crearlo l’uomo è stato trascinato a esprimere se stesso, tutto se stesso, e qualcosa ancora al di là di sé. Dioniso non è un uomo: è un animale e assieme un dio, così manifestando i punti terminali delle opposizioni che l’uomo ha in sé.
Qui appunto sta l’origine oscura della sapienza. La tracotanza del conoscere che si manifesta in questa avidità di gustare tutta la vita, e i suoi risultati, l’estremismo e la simultaneità dell’opposizione, alludono alla totalità, all’esperienza indicibile della totalità. Dioniso è quindi uno slancio insondabile, lo sconfinato elemento acqueo, il flusso della vita che precipita in cascata da una roccia su un’altra roccia, con l’ebbrezza del volo e lo strazio della caduta; è l’inesauribile attraverso il frammentarsi, vive in ciascuna delle lacerazioni del corpo tenue dell’acqua contro le aguzze pietre del fondo.”

GIORGIO COLLI (1917 -1979), “ La sapienza greca “, Adelphi, Milano 1977 - 1980, 3 voll., vol. I (III ed., 1981), p. 15 – 16.

_________________
Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 09/11/2011 - 18:22 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
Messaggi: 610
Friedrich Wilhelm Nietzsche - Aforisma 72 di Aurora

72. Il <dopo la morte>.“ […] Nacque la nuova dottrina che anche il peccatore e il non redento sarebbero immortali, la dottrina del dannato in eterno, ed essa fu più potente del pensiero, ormai illanguiditosi, della ‘morte definitiva’. Soltanto la ‘scienza’ ha dovuto riconquistarselo ancora una volta, e proprio respingendo nello stesso tempo ogni altra rappresen...tazione della morte e ogni vita ultraterrena. Di ‘un solo’ interesse noi siamo divenuti più poveri: il <dopo la morte> non ci interessa più un bel niente! Un indicibile beneficio, questo, che è soltanto ancor troppo giovane per essere sentito in tutta la sua estensione come tale.“

FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE (1844 – 1900), “ Aurora “, in “Opere di Friedrich Nietzsche”, ed. it. diretta da G. Colli e M. Montinari, 8 voll. in 24 tt. e 4 parti, Adelphi, Milano 1964 – 1998, vol. V, t. I (1986), trad. it. Ferruccio Masini e Mazino Montinari, p. 55.

_________________
Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 09/11/2011 - 18:24 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
Messaggi: 610
Hannah Arendt - L'immortalità dei greci

“ La concezione dell'immortalità dei greci emerse dalla loro esperienza di una natura immortale e di dèi immortali che insieme circondavano le vite singole degli uomini mortali. Immersa in un cosmo dove ogni cosa era immortale, la mortalità diveniva il contrassegno dell’esistenza umana. Gli uomini sono <i mortali>, le sole cose mortali esistenti, perché diversamente dagli animali... essi non esistono soltanto come membri di una specie la cui vita immortale è garantita attraverso la procreazione. La mortalità degli uomini dipende dal fatto che la vita individuale, con una storia riconoscibile dalla nascita e dalla morte, emerge dalla vita biologica. Questa vita individuale si distingue da tutte le altre cose per il corso rettilineo del suo movimento, che, per così dire, taglia quello circolare della vita biologica. La mortalità è questo: muoversi lungo una linea retta in un universo dove ogni cosa, qualsiasi movimento faccia, lo fa in un ordine ciclico.
Il compito e la potenziale grandezza dei mortali sta nella loro capacità di produrre cose – lavori, azioni e parole – che potrebbe essere, che almeno fino a un certo punto sono, degne dell’eternità, così grazie a esse i mortali possano trovare posto in un cosmo dove tutto è immortale tranne loro stessi. Dal momento che possono compiere cose immortali e che possono lasciarsi alle spalle tracce imperiture, gli uomini, nonostante la mortalità individuale, conseguono essi stessi un'immortalità e rivelano una natura <divina>. La distinzione tra l’uomo e l’animale è implicita nella stessa specie umana: soltanto i migliori (ἄριστoι) che costantemente provino di essere i migliori (ἀριστεύειν, una parola che non ha un valido equivalente in nessun’altra lingua) e che <preferiscano una fama immortale alle cose alle cose mortali>, sono realmente umani; gli altri, che si appagano di qualsiasi piacere la natura procuri loro, vivono e muoiono come animali.”

HANNA ARENDT, “Vita activa”, a cura e trad. it. S. Finzi, Bompiani, Milano 1964, pp. 13 – 14.

_________________
Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 12/11/2011 - 06:53 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 10/12/2008 - 06:45
Messaggi: 11062
OT

Grazie di scrivere questo thread, Ottobre.
Io di filosofia ne capisco poco, e poco l'ho studiata nel corso dei miei studi, e quindi lo seguirò e leggerò con attenzione per imparare qualcosa. :)

FINE OT

_________________
Immagine


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 12/11/2011 - 12:31 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
Messaggi: 610
Io ringrazio te :)
se vuoi possiamo approfondire qualcosa

_________________
Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 13/11/2011 - 04:43 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 14/09/2009 - 12:03
Messaggi: 2636
Mi associo.
Anch'io leggerò volentieri qui.
E, Ottobre, se completi l'opera omnia di Travaglio in Politica ne sarei molto contento, stavo leggendo anche quella, un pochino alla volta. :oops:

_________________
Immagine


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 13/11/2011 - 05:25 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 10/12/2008 - 06:45
Messaggi: 11062
Ottobre ha scritto:
Io ringrazio te :)
se vuoi possiamo approfondire qualcosa



Sì, ma decidi tu, io davvero ne so pochissimo. :)

_________________
Immagine


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 13/11/2011 - 11:45 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
Messaggi: 610
Barbapapà ha scritto:
Mi associo.
Anch'io leggerò volentieri qui.
E, Ottobre, se completi l'opera omnia di Travaglio in Politica ne sarei molto contento, stavo leggendo anche quella, un pochino alla volta. :oops:

Sì, avevo aggiunto dei link ad Annozero e sto raccogliendone altri, inutile dire che ci vuole tempo per una mole spopositata di interventi, comunque cercherò di metterne un po' per volta ogni settimana. :)

ZoT! ha scritto:
Sì, ma decidi tu, io davvero ne so pochissimo. :)

heh, io mi ci sono laureato e come Socrate dico: "io so di non sapere"! :mrgreen:
Quale che sia l'argomento, ci ragioneremo su insieme.

_________________
Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 14/11/2011 - 00:54 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
Messaggi: 610
Michel de Montaigne - la conversazione

“ Il più fruttuoso e naturale esercizio del nostro spirito è, a mio parere, la conversazione. Io ne trovo la pratica più dolce di qualsiasi altra azione della nostra vita; e questa è la ragione per cui, se fossi ora costretto a scegliere, accetterei piuttosto, credo, di perdere la vista che l’udito o la parole. Gli Ateniesi ed anche i Romani, tenevano in grande onore quest’es...ercizio nelle loro accademie. Al tempo nostro gli Italiani ne conservano qualche vestigio, con loro gran profitto, come si vede dal confronto dei nostri ingegni con i loro. Lo studio dei libri è un’operazione languida e fiacca che non riscalda; mentre la conversazione insegna ed esercita al tempo stesso. Se converso con un animo forte e con un giostratore gagliardo, egli mi stringe ai fianchi, mi punge a sinistra e a destra; le sue idee dànno slancio alle mie. La rivalità, la gloria, la contesa mi spingono e m’innalzano al di sopra di me stesso. E l’unisono è una qualità assolutamente noiosa nella conversazione.
Come il nostro spirito si fortifica nel rapporto con gli spiriti vigorosi e saggi, non si può dire quanto egli perda e s’imbastardisca per il continuo contatto e per la frequentazione che abbiamo con gli spiriti bassi e malsani. Non c’è contagio che si diffonda come questo. So abbastanza per esperienza quanto esso valga. Mi piace discutere e discorrere, ma con pochi uomini , e per me stesso. Poiché servire di spettacolo ai grandi e far bella mostra, a gara, del proprio spirito e della loquacità, trovo che sia un mestiere molto sconveniente per un uomo d’onore.“

MICHEL de MONTAIGNE (1533 – 1592), “ Saggi “, a cura e trad. it. F. Garavini, con un saggio di Sergio Solmi, Adelphi, Milano 1992, 2 voll. II vol., libro III, capitolo VIII, “ Dell’arte di conversare “, pp.1227 – 1228.



E' pensando a parole come queste che mi pento di non aver risposto a dichiarazioni incondivisibili espresse liberamente, e perciò liberamente criticabili, come ieri a pranzo e in varie altre occasioni. Per di più sono così abituato a poter riflettere prima di intervenire, grazie a internet, che non ho allenato la capacità di dibattito dal vivo. Ma è sempre pensando a queste parole che sono felice, inoltre, di aver escluso dalle mie conversazioni soggetti "bassi e malsani", cui stavo cominciando a rispondere solo con astio e nulla di attinente.

_________________
Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 19/11/2011 - 19:09 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
Messaggi: 610
Raffaele Simone - Riflessioni di Platone sulla scrittura

"Credo che la maggior parte di voi sappia che è stato Platone, in uno dei suoi dialoghi, il Fedro, a darci la prima compiuta riflessione sulla natura della scrittura. Si tratta di una lettura straordinariamente illuminante per capire che cos'è la scrittura, soprattutto se si immagina che questa riflessione ebbe luogo nel IV secolo a.c., un'età che noi consideriamo, ed è, remotissima, non molto discosta dalla presumibile origine effettiva della scrittura; e che a questo tema si dedica una delle più grandi menti che possiamo annoverare nella nostra tradizione.
Platone, nella seconda parte del Fedro, racconta un mito secondo cui il dio egizio Teuth inventò i numeri, il calcolo, la geometria, l'astronomia, il gioco del tavoliere e dei dadi, e infine anche la scrittura: è interessante vedere la mescolanza delle cose che questo dio inventa; sono cose che stanno fra la scienza, l'intrattenimento, la pratica. Poi Teuth va da Thamus, re d'Egitto, e gli dice che queste cose andavano insegnate al suo popolo: in particolare secondo il dio Teuth la scrittura sarebbe stata di grande vantaggio per il popolo, perché sarebbe stata letteralmente "il farmaco della memoria e della sapienza": la scrittura, dice il dio, "è in grado di alleggerire la memoria degli uomini che fino a quel momento hanno dovuto tenere a mente le conoscenze e le informazioni di cui avevano bisogno".
Al re Thamus questo ragionamento non piace particolarmente. Dice Thamus: "in realtà la scrittura non sarà il farmaco della memoria ma servirà soltanto a favorire l'oblio e la presunzione delle persone che la imparano, perché della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza e non la verità; divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, essi crederanno di essere conoscitori di molte cose mentre, come accade per lo più, in realtà non le sapranno". La scrittura cioè ci permette di sapere cose che non abbiamo elaborato noi stessi ma che prendiamo da altri senza insegnamento. In secondo luogo gli uomini "fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se stessi"; cioè la scrittura sposta la conoscenza dal dentro della persona che la elabora al fuori; la rende in altre parole superficiale e crea una falsa percezione di conoscenza. Il testo scritto ha un'altra debolezza importante per noi per definire il paradigma che sto chiamando platonico: il testo una volta scritto non può aiutare il lettore nell'opera di comprensione, perché si stacca dall'autore e vive per proprio conto; il parlato all'inverso, siccome è attaccato alla persona che lo emette, rimane indissolubilmente legato alla persona che lo emette e che lo può spiegare. Quindi, ed è la terza citazione, "una volta che sia scritto, un discorso rotola dappertutto nelle mani di coloro che se ne intendono come di coloro a cui non ne importa nulla, e non sa a chi deve parlare e a chi no; e se gli recano offesa e a torto lo oltraggiano, ha sempre bisogno dell'aiuto del padre, cioè del suo autore, perché non è capace di difendersi e di aiutarsi da solo". Insomma Platone sottolinea in questa analisi che per effetto della scrittura il discorso parlato cambia natura totalmente, non solo perché si stacca dal suo autore per passare nelle mani degli altri, ma anche per un altro motivo che a me pare di straordinaria sottigliezza: ed è che l'autore consegna al lettore un testo che non è più plasmabile dall'autore stesso, è un testo che ha raggiunto uno stato specifico a cui Platone dà per la prima volta un nome definito: bebaiotes, la stabilità, l'immutabilità. Il testo scritto è un testo fissato, è un testo che per qualche motivo ha cambiato natura e non può essere più trasformato e modificato. Lo stabilizzarsi del corpo del testo non piace a Platone, gli sembra una diminuzione delle risorse del testo, gli sembra un pericolo; il testo stabilizzandosi non è più vivo alla stessa maniera che capita alle creature della pittura: "le creature della pittura ti stanno di fronte come se fossero vive, ma, se domandi loro qualcosa, restano zitte, e così fanno anche i discorsi scritti. Tu crederesti che parlino pensando essi stessi qualcosa, ma, se volendo capir bene domandi loro che cos'è che hanno detto, continuano a ripetere una sola e medesima cosa". Il discorso scritto non parla, non può commentare se stesso perché stabilizzandosi si è pietrificato. Naturalmente non siamo obbligati ad adottare le analisi di Platone; l'ermeneutica e una varietà di discipline contemporanee hanno dimostrato che in effetti fra il lettore e il testo scritto si stabilisce un rapporto di straordinaria complessità dinamica. Ma Platone insisteva sui rischi dello stabilizzarsi, sul fatto che il parlato nasce dal di dentro mentre lo scritto nasce dal di fuori, e quindi il parlato risponde a un bisogno di comunicazione immediato e profondo mentre invece lo scritto, come dice Platone, "è solo acqua nera poggiata su un supporto". Ora, a parte le valutazioni che Platone fa, mi pare che in queste analisi ci siano dei temi di straordinaria acutezza e profondità che servono anche a noi per cogliere talune delle specificità di un modello di scrittura al quale, per secoli e fino al giorno d'oggi, ci siamo più o meno inconsapevolmente adeguati.
Il testo scritto è illimitatamente manipolabile finché non è stabilizzato. Platone parla a un certo momento del fatto che i testi scritti si possono tagliare e incollare adoperando quasi la stessa metafora che si adopera oggi nel linguaggio dei calcolatori; però a un certo punto si stabilizza, acquista la proprietà che ho menzionato prima chiamarsi bebaiotes, e stabilizzandosi si stacca dal suo autore e può rotolare dappertutto, può andare ovunque si voglia e ovunque capiti, anche all'insaputa dell'autore stesso."


Questo brano è tratto da una conferenza tenuta a Venezia il 5 giugno 2000. Il titolo originale è "Tre paradigmi di scrittura" e il testo completo è rinvenibile qui: http://www.italianoscritto.com/interven ... simone.htm

_________________
Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: la segreta coscienza della scrittura
MessaggioInviato: 21/11/2011 - 03:33 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 06/10/2008 - 21:45
Messaggi: 2063
Località: la scala che sale al centro
Ottobre ha scritto:
Raffaele Simone - Riflessioni di Platone sulla scrittura

"Credo che la maggior parte di voi sappia che è stato Platone, in uno dei suoi dialoghi, il Fedro, a darci la prima compiuta riflessione sulla natura della scrittura. Si tratta di una lettura straordinariamente illuminante per capire che cos'è la scrittura, soprattutto se si immagina che questa riflessione ebbe luogo nel IV secolo a.c., un'età che noi consideriamo, ed è, remotissima, non molto discosta dalla presumibile origine effettiva della scrittura; e che a questo tema si dedica una delle più grandi menti che possiamo annoverare nella nostra tradizione.
Platone, nella seconda parte del Fedro, racconta un mito secondo cui il dio egizio Teuth inventò i numeri, il calcolo, la geometria, l'astronomia, il gioco del tavoliere e dei dadi, e infine anche la scrittura: è interessante vedere la mescolanza delle cose che questo dio inventa; sono cose che stanno fra la scienza, l'intrattenimento, la pratica. Poi Teuth va da Thamus, re d'Egitto, e gli dice che queste cose andavano insegnate al suo popolo: in particolare secondo il dio Teuth la scrittura sarebbe stata di grande vantaggio per il popolo, perché sarebbe stata letteralmente "il farmaco della memoria e della sapienza": la scrittura, dice il dio, "è in grado di alleggerire la memoria degli uomini che fino a quel momento hanno dovuto tenere a mente le conoscenze e le informazioni di cui avevano bisogno".
Al re Thamus questo ragionamento non piace particolarmente. Dice Thamus: "in realtà la scrittura non sarà il farmaco della memoria ma servirà soltanto a favorire l'oblio e la presunzione delle persone che la imparano, perché della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza e non la verità; divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, essi crederanno di essere conoscitori di molte cose mentre, come accade per lo più, in realtà non le sapranno". La scrittura cioè ci permette di sapere cose che non abbiamo elaborato noi stessi ma che prendiamo da altri senza insegnamento. In secondo luogo gli uomini "fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se stessi"; cioè la scrittura sposta la conoscenza dal dentro della persona che la elabora al fuori; la rende in altre parole superficiale e crea una falsa percezione di conoscenza. Il testo scritto ha un'altra debolezza importante per noi per definire il paradigma che sto chiamando platonico: il testo una volta scritto non può aiutare il lettore nell'opera di comprensione, perché si stacca dall'autore e vive per proprio conto; il parlato all'inverso, siccome è attaccato alla persona che lo emette, rimane indissolubilmente legato alla persona che lo emette e che lo può spiegare. Quindi, ed è la terza citazione, "una volta che sia scritto, un discorso rotola dappertutto nelle mani di coloro che se ne intendono come di coloro a cui non ne importa nulla, e non sa a chi deve parlare e a chi no; e se gli recano offesa e a torto lo oltraggiano, ha sempre bisogno dell'aiuto del padre, cioè del suo autore, perché non è capace di difendersi e di aiutarsi da solo". Insomma Platone sottolinea in questa analisi che per effetto della scrittura il discorso parlato cambia natura totalmente, non solo perché si stacca dal suo autore per passare nelle mani degli altri, ma anche per un altro motivo che a me pare di straordinaria sottigliezza: ed è che l'autore consegna al lettore un testo che non è più plasmabile dall'autore stesso, è un testo che ha raggiunto uno stato specifico a cui Platone dà per la prima volta un nome definito: bebaiotes, la stabilità, l'immutabilità. Il testo scritto è un testo fissato, è un testo che per qualche motivo ha cambiato natura e non può essere più trasformato e modificato. Lo stabilizzarsi del corpo del testo non piace a Platone, gli sembra una diminuzione delle risorse del testo, gli sembra un pericolo; il testo stabilizzandosi non è più vivo alla stessa maniera che capita alle creature della pittura: "le creature della pittura ti stanno di fronte come se fossero vive, ma, se domandi loro qualcosa, restano zitte, e così fanno anche i discorsi scritti. Tu crederesti che parlino pensando essi stessi qualcosa, ma, se volendo capir bene domandi loro che cos'è che hanno detto, continuano a ripetere una sola e medesima cosa". Il discorso scritto non parla, non può commentare se stesso perché stabilizzandosi si è pietrificato. Naturalmente non siamo obbligati ad adottare le analisi di Platone; l'ermeneutica e una varietà di discipline contemporanee hanno dimostrato che in effetti fra il lettore e il testo scritto si stabilisce un rapporto di straordinaria complessità dinamica. Ma Platone insisteva sui rischi dello stabilizzarsi, sul fatto che il parlato nasce dal di dentro mentre lo scritto nasce dal di fuori, e quindi il parlato risponde a un bisogno di comunicazione immediato e profondo mentre invece lo scritto, come dice Platone, "è solo acqua nera poggiata su un supporto". Ora, a parte le valutazioni che Platone fa, mi pare che in queste analisi ci siano dei temi di straordinaria acutezza e profondità che servono anche a noi per cogliere talune delle specificità di un modello di scrittura al quale, per secoli e fino al giorno d'oggi, ci siamo più o meno inconsapevolmente adeguati.
Il testo scritto è illimitatamente manipolabile finché non è stabilizzato. Platone parla a un certo momento del fatto che i testi scritti si possono tagliare e incollare adoperando quasi la stessa metafora che si adopera oggi nel linguaggio dei calcolatori; però a un certo punto si stabilizza, acquista la proprietà che ho menzionato prima chiamarsi bebaiotes, e stabilizzandosi si stacca dal suo autore e può rotolare dappertutto, può andare ovunque si voglia e ovunque capiti, anche all'insaputa dell'autore stesso."


Questo brano è tratto da una conferenza tenuta a Venezia il 5 giugno 2000. Il titolo originale è "Tre paradigmi di scrittura" e il testo completo è rinvenibile qui: http://www.italianoscritto.com/interven ... simone.htm

La scrittura ci porta lontano: lontano da chi l'abbia detto, da dove l'abbiamo sentito, e dal fatto che ciò che essa riporta non ci ha preso per anni. Ma era lì, e ogni minuto è più potente e disponibile a un confronto.
La scrittura è forse consapevole che dopo non sarà più lo stesso, che l'epoca in cui vive ed è concepita è di frattura, di trasformazione inesorabile, la definitiva conclusione della storia con quegli strumenti e informazioni a disposizione ( cioè, vale a dire, se non si aggiunge altro). L'epoca in cui si crede alle conquiste, appunto perchè quelle conquiste sono "quasi" nuove.
Platone sta a cavallo tra il mito, tra la personalizzazione di ciò che si dice ( basti pensare a Socrate ) e la concettualizzazione ( ciò che è sempre stato e a cui sempre ritorniamo ) che, oltre che dinamica, dialettica, è definitiva, in un solo o in pochi sensi possibile. Pochi come l'aristocratico che Platone era, da pochi come le doti che Platone aveva, ad esempio dare valore artistico ai suoi dialoghi scritti, conferire una saturazione estrema, ai limiti del torbido, alla ricchezza polisemantica sue metafore o immagini poetiche miti o racconti, ancora immagini, per così dire esistenti, vissute. Alla fine scelse, andò lontano e ritornò a ciò che era, rispettò la sua nascita: potere ( insegnamento della buona società è anche esercizio delle forme accentrate di dominio, di origine della dottrina, della norma), mistero ( nel senso di segreto rapporto, di forma matematica che il logos svela ) di ciò a cui orficamente attinge, soprattutto il nascondimento di ciò che val la pena conoscere. Tutto unificato dall'arte con cui scrive: la divina follia analoga all'eros, l'arte che è tramite attraverso la bellezza con realtà più alte proprio nel Fedro è rivalutata, dopo che era stata bandita dal suo stato ideale, perchè sensibile e imitativa.
Contraddizioni ( se per contraddizione intendiamo "l'impasse" tipica del dubbio: "non è meglio questo, ma neppure quest'altro") mica solo razionali. Non credeva all'arte ed era un artista. La sua prosa dialogata è bella perchè vive, da dietro, dall'alto, anche oracolare, quasi imposta ( "scritta" al cubo ).
Platone si legge perchè splendido per ritmo e impostazione ( riconoscere le sue impostazioni è come ascoltare delle persone, ciascuna a suo modo, ognuna unica e originale, ma che finchè non si intendono, formano un testo polifonico: "dissonano" ). E se discutiamo i collegamenti tra i suoi concetti o posizioni sostenute è perchè ci siamo spinti oltre ciò che è raccontabile, oltre i limiti della bellezza.

_________________
sì qualità, la qualità delle abitudini


Ultima modifica di piuma n.5 il 21/11/2011 - 09:14, modificato 1 volta in totale.

Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: tesi
MessaggioInviato: 21/11/2011 - 04:02 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 06/10/2008 - 21:45
Messaggi: 2063
Località: la scala che sale al centro
Ottobre ha scritto:
Hannah Arendt - L'immortalità dei greci

“ La concezione dell'immortalità dei greci emerse dalla loro esperienza di una natura immortale e di dèi immortali che insieme circondavano le vite singole degli uomini mortali. Immersa in un cosmo dove ogni cosa era immortale, la mortalità diveniva il contrassegno dell’esistenza umana. Gli uomini sono <i mortali>, le sole cose mortali esistenti, perché diversamente dagli animali... essi non esistono soltanto come membri di una specie la cui vita immortale è garantita attraverso la procreazione. La mortalità degli uomini dipende dal fatto che la vita individuale, con una storia riconoscibile dalla nascita e dalla morte, emerge dalla vita biologica. Questa vita individuale si distingue da tutte le altre cose per il corso rettilineo del suo movimento, che, per così dire, taglia quello circolare della vita biologica. La mortalità è questo: muoversi lungo una linea retta in un universo dove ogni cosa, qualsiasi movimento faccia, lo fa in un ordine ciclico.
Il compito e la potenziale grandezza dei mortali sta nella loro capacità di produrre cose – lavori, azioni e parole – che potrebbe essere, che almeno fino a un certo punto sono, degne dell’eternità, così grazie a esse i mortali possano trovare posto in un cosmo dove tutto è immortale tranne loro stessi. Dal momento che possono compiere cose immortali e che possono lasciarsi alle spalle tracce imperiture, gli uomini, nonostante la mortalità individuale, conseguono essi stessi un'immortalità e rivelano una natura <divina>. La distinzione tra l’uomo e l’animale è implicita nella stessa specie umana: soltanto i migliori (ἄριστoι) che costantemente provino di essere i migliori (ἀριστεύειν, una parola che non ha un valido equivalente in nessun’altra lingua) e che <preferiscano una fama immortale alle cose alle cose mortali>, sono realmente umani; gli altri, che si appagano di qualsiasi piacere la natura procuri loro, vivono e muoiono come animali.”

HANNA ARENDT, “Vita activa”, a cura e trad. it. S. Finzi, Bompiani, Milano 1964, pp. 13 – 14.

la fama immortale è superata da altre fame immortali, come ogni cosa è solo un passo , un gradino, e non conquista definitiva. L'immortalità greca è la finitezza, è il numero che esprime tutto, è il non rimando ad altro, è l'insieme tranquillo che sta tutto in sé stesso, è la grandezza limite,la scoperta ma non la sorpresa, la ricerca della completezza, la misura ma non l'informe sgomento, il positivo e non l'abisso, l'essere e non il fine incomprensibile, l'ordine che comprende il più ma mai il nulla, l'inizio che è arrivato tra noi con le proprie gambe

_________________
sì qualità, la qualità delle abitudini


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Brani di filosofia
MessaggioInviato: 04/12/2011 - 12:15 
Non connesso
Avatar utente

Iscritto il: 19/01/2010 - 20:55
Messaggi: 610
Charles Sanders Peirce sul metodo per tirare le conclusioni.

” Per soddisfare i nostri dubbi è necessario che sia trovato un metodo in virtù del quale le nostre credenze possano essere causate non da fattori umani ma da qualche uniformità esterna – da qualcosa sulla quale il nostro pensiero non ha effetto. Alcuni mistici immaginano di possedere tale metodo sotto forma di una privata ispirazione dall’alto. Ma questa è solo una forma del metodo dell’ostinazione nel quale la concezione della verità come qualcosa di pubblico non si è ancora sviluppata. L’uniformità esterna non sarebbe esterna, nel nostro senso, se la sua influenza fosse ristretta a un solo individuo. Deve essere qualcosa che agisce, o può agire, su ogni uomo. E per quanto queste azioni siano necessariamente così diverse come sono diverse le concezioni individuali, il metodo, tuttavia, dev’essere tale che la conclusione ultima di ogni uomo sia la stessa. Tale è il metodo della scienza. La sua ipotesi fondamentale, espressa in linguaggio familiare, è questa: vi sono cose reali i cui caratteri sono completamente indipendenti dalle opinioni che noi ci formiamo intorno a essi; la cui realtà influisce sui nostri sensi secondo leggi regolari; e per quanto riguarda le nostre relazioni con gli oggetti, utilizzando le leggi della percezione, noi possiamo accertare col ragionamento come le cose realmente sono e ogni uomo, se ha esperienza sufficiente e se ragiona abbastanza su di essa, sarà condotto a un’unica conclusione vera.“

CHARLES SANDERS PEIRCE (1839 - 1914), trad. it. di N. e M. Abbagnano, col titolo “Caso, amore e logica“, Taylor, Torino 1956, p. 20.

_________________
Necessario fortiter in re, suaviter in modo.


Top
 Profilo  
 
Visualizza ultimi messaggi:  Ordina per  
Apri un nuovo argomento Rispondi all’argomento  [ 88 messaggi ]  Vai alla pagina 1, 2, 3, 4, 5, 6  Prossimo

Tutti gli orari sono UTC [ ora legale ]


Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 2 ospiti


Non puoi aprire nuovi argomenti
Non puoi rispondere negli argomenti
Non puoi modificare i tuoi messaggi
Non puoi cancellare i tuoi messaggi
Non puoi inviare allegati

Cerca per:
Vai a:  
cron
Powered by phpBB® Forum Software © phpBB Group
Traduzione Italiana phpBBItalia.net basata su phpBB.it 2010


Politica sulla Privacy (Cookie & GDPR)