La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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Località: la scala che sale al centro
grazie Giudtta ora si vede il senso di questo post, solo con quella comunistaccia della Modotti non era chiaro
leggerò questi profili ma davvero, non come quando si promette per far contenti, e in particolare quelli di Alda che molto distrattaamente cercai tempo fa ed ero convinto si chiamasse Ada, e dato in giro l'idea di conoscerla, non vorrei aver provocato scempi :lol:
so dove è arrivata quella follia della Dickinson, così collegata con ci sa vedere( e attende, aggiungo), diventa inconfondibile
baciotto

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sì qualità, la qualità delle abitudini


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:shock:o piuma! quella comunistaccia della Modotti! :shock:
non dirmi che ti ha fatto paura! :P
sai, sono solo i comunisti maschi che mangiano i bambini :wink: le donne, anche senza tessera..li fanno! :wink:
sinceramente avrei preferito una critica costruttiva, alla Tina, considerato tutto il suo lavoro di una vita..se continuerà, questo foglio, credo che troverai molte donne con caratteristiche simili :roll:
basta girar pagina... è nato come voglia di documentare! :P

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MessaggioInviato: 06/08/2009 - 06:02 
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LE DONNE IN GUERRA

A differenza di tutte le guerre precedenti, la Seconda Guerra Mondiale aveva coinvolto direttamente la popolazione civile: anche le città ed i villaggi si erano trasformati in campo di battaglia. Le donne furono costrette ad uscire di casa per cercare un lavoro, cercare cibo; avevano dovuto prendere decisioni, aiutare i soldati o combattere loro stesse: in altre parole, erano state costrette ad uscire dal ruolo di "moglie e madre esemplare all'interno delle mura di casa" che era stato loro affidato dalla tradizione e dal fascismo. Si potrebbe affermare, con giusta ragione, che la guerra rappresentò per loro una durissima prova attraverso la quale dimostrarono un comportamento eroico. In definitiva, furono proprio le donne a vincere il conflitto.

Le partigiane

Nel Nord dell'Italia le donne appartenenti alle famiglie antifasciste a poco a poco entrarono nella Resistenza: esse godevano di maggiore libertà rispetto agli uomini, quindi potevano spostarsi con minori difficoltà. Infatti, i nazisti e i fascisti pensavano che le donne italiane fossero casalinghe timorose e, nella fase iniziale della guerra partigiana, non sospettarono di loro. L'uso della bicicletta venne vietato agli uomini a partire dal 1944, ma non alle donne, che vennero così utilizzate come "staffette": il loro compito consisteva nel portare gli ordini, i manifestini, i pezzi di ricambio delle radio e delle armi nei luoghi prestabiliti. Ai posti di blocco venivano fermate per i controlli: in quei momenti dovevano dimostrare tutta la loro abilità nel distrarre i soldati durante le perquisizioni. Se scoperte, venivano arrestate, torturate e fucilate ma erano consapevoli di rischiare la vita per un ideale e pienamente consce dell'importanza del ruolo a loro affidato.

C'erano anche ragazze che facevano parte di brigate partigiane e combattevano in montagna: alcune morirono in battaglia, altre ricevettero lo stesso trattamento punitivo che veniva riservato agli uomini. Nello stesso tempo, le operaie erano impegnate in un'altra durissima guerra, fatta di scioperi, manifestazioni di protesta, insubordinazione che aveva come scopo la distribuzione regolare delle scarse razioni alimentari, l'assegnazione di un po' di carbone o di legna: fu anche questa una guerra rischiosa, non priva di vittime. Si trattava di una forma di "guerriglia urbana" che spesso cominciava nelle code che la gente era costretta a fare per acquistare i generi alimentari. Talvolta il malcontento delle operaie si trasformava in protesta per la mancanza di viveri, la corruzione dei gerarchi, la prepotenza dei Tedeschi che requisivano tutto ciò che volevano.


I gruppi di difesa delle donne

Nell'inverno del 1943-1944 sorsero i primi "Gruppi di difesa delle donne" per l'assistenza ai combattenti della libertà (G.D.D.); vi presero parte donne comuniste, socialiste, cattoliche, del partito d'azione e tante altre senza collocazione politica animate tuttavia dal desiderio di contribuire a sconfiggere le truppe nazifasciste e porre fine alla guerra. In un'Italia democratica esse speravano di vedere riconosciuti i loro diritti civili e politici.

Le donne nelle campagne

I mesi estivi dell' anno 1944 furono caratterizzati da una serie di scioperi e manifestazioni nelle campagne. Tra questi spiccano per decisione e compattezza quelli delle mondine.

"Appello alle mondine bolognesi"

Mondine le vostre richieste sono più che giuste; ma i vostri padroni sfruttatori e i falsi sindacati fascisti si oppongono con ogni mezzo al miglioramento delle vostre dure condizioni. Essi vogliono trattarvi come bestie; ma voi siete esseri umani come loro, e più di loro avete dei diritti perchè lavorate. Voi avete chiesto:

Riduzione del lavoro da 8 a 7 ore.
Aumento di paga ad un minimo di L.6 l'ora, più L.10 d'indennità di presenza.
Kg.4 di riso per giornata di lavoro.
Mezzo litro di latte al mattino, colazione con 250 gr.di pane e 50 gr. di salame o formaggio, minestra a mezzogiorno.
Due coperture par bicicletta.
Un vestito e un fazzoletto da lavoro.
Sospensione del lavoro durante le ore d'allarme e pagamento delle ore perdute.
Impianto di sirene per segnale d'allarme e di un rifugio antischegge sul luogo di lavoro.
I padroni sfruttatori e i sindacati dei traditori fascisti hanno risposto brutalmente no. I succhiatori di sangue proletario, i mercanti di carne umana hanno mostrato ancora una volta il loro volto di mostri. Voi non potete accettare le dure condizioni che vi hanno imposto; per voi è assolutamente necessario rivendicare i vostri diritti".
Scrive Luigi Arbizzani nel fascicolo "Donne bolognesi nella Resistenza" che "Nelle risaie di San Giovanni in Persiceto uno sciopero parziale è attuato il 16 giugno 1944.
Le mondine scioperanti, per quattro giorni, andavano dalle 5.000 alle 6.450. Lo sciopero ha vicende alterne per la repressione dei fascisti e dei tedeschi".


La maggior parte delle donne che presero parte attiva nella Resistenza era di giovane età; proprio perchè possedevano maggiore resistenza fisica e perchè non avevano impegni di carattere familiare, quali il marito o i figli. Non mancarono tuttavia donne non più giovani, come la partigiana Olga: "Ho potuto unirmi alla Resistenza tramite mio figlio Cesare Zanasi, fucilato dai fascisti il 30 agosto 1944. Fui invitata ad una riunione: era la mia prima esperienza in piena guerra e mi trovai con tanti giovani che discutevano come organizzare la lotta contro i fascisti ed i tedeschi. Ascoltai attentamente i loro programmi e con entusiasmo chiesi io pure di stare al loro fianco; mi sembrava fossero tutti miei figli.Feci la staffetta alla settima Brigata GAP e mi assegnarono alla base di Samoggia, Anzola Emilia. Mi chiamavano Olga, o "Nonna". Dopo la perdita di mio figlio, nonostante il dolore che mi tormentava e sebbene fossi anche ricercata, continuai nella lotta con slancio ancora più grande".

Alle staffette venivano date delle indicazioni ben precise: "Non parlare mai, difenditi nel modo che puoi e a seconda delle circostanze, non svelare il nome dei compagni, dei recapiti, delle cose che conosci. Devi partire dal principio che se cominci a parlare sarai torturata proprio perchè tu dica tutto quanto conosci e ti comprometterai sempre più. Invece negando, e ancora sempre negando, hai molte probabilità di uscirtene in fretta e bene. Preferisci qualsiasi sorte alla vile azione di spia. Non insozzare il tuo nome per sempre. Fin da ora, non parlare neppure lontanamente con alcuna persona del tuo lavoro; fai in modo che nessuno possa sospettare quello che fai; sii prudente e puntuale nell'andare agli appuntamenti; cambia spesso l'ora e il luogo degli stessi; prima di entrare nei luoghi di recapito, assicurati che nessuno ti segua e se ti accorgi che qualche persona sospetta segue i tuoi movimenti, non entrare nella casa, cerca, con astuzia ed abilità, di far perdere le tracce al tuo inseguitore o inseguitrice. Appena ti sarà possibile dovrai informare dell'accaduto e nei minimi particolari, il tuo dirigente; infine nascondi nel modo migliore il materiale che trasporti e cammina indifferente senza dare sospetti.
Queste sono alcune misure e consigli che dovrai rispettare ed applicare, per evitare di cadere nelle mani del nemico".



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"Le donne in guerra": intervista a Giovanna Botteri

Nata a Trieste, laureata in Filosofia, dottorato alla Sorbona di Parigi. Prime esperienze professionali al “Piccolo” e all'”Alto Adige”. Primi contratti Rai nel 1985, alla radio. Inviata nei Balcani durante la guerra (Slovenija, Croazia, Sarayevo e la Bosnia, Albania, Macedonia e Kossovo). E poi Algeria, Africa centrale, Pakistan, Afghanistan, Iran e Iraq. Una figlia, Sarah.

La giornalista RAI Giovanna Botteri, inviata di guerra, da noi intervistata, sostiene che le donne in guerra sentono l'esigenza non solo di guardare, ma anche di agire. Esse sono la struttura portante dell'equilibrio famigliare che, anche in periodo di guerra, deve essere sorretto.

E' più coraggioso il soldato al fronte o la donna che resta sola a casa, privata di tutto, a difendere i figli?

La donna ha minore forza fisica ma più coraggio, quel coraggio che ti fa difendere la vita ad ogni costo e ad ogni prezzo, che ti fa capire cosa conti veramente alla fine: questo è ciò che la donna difende strenuamente per la sopravvivenza dei figli, questa è la vera forza.

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MessaggioInviato: 06/08/2009 - 06:12 
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Aung San Suu Kyi

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« Prevarremo perché la nostra causa è giusta, perché la nostra causa è fondata. ... La Storia è dalla nostra parte. Il Tempo è dalla nostra parte[1] »
(Aung San Suu Kyi)

« La lotta per la democrazia e i diritti dell'uomo in Birmania è una lotta per la vita e la dignità. È una lotta che comprende le nostre aspirazioni politiche, sociali ed economiche. »
(Aung San Suu Kyi)



Aung San Suu Kyi
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Nobel per la pace 1991, Aung San Suu Kyi - in birmano , [àuɴ sʰáɴ sṵ tʃì] - (Rangoon, 19 giugno 1945) è una politica birmana, attiva nella difesa dei diritti umani.

Sin da giovane si impone nella scena nazionale del suo paese, devastato da una pesante dittatura militare, come una leader del movimento non-violento, tanto da meritare i premi Rafto e Sakharov, prima di essere insignita del premio Nobel per la pace nel 1991.
Recentemente il nuovo Premier inglese Gordon Brown ne ha tratteggiato il ritratto nel suo volume "Eight Portraits" come modello di coraggio civico per la libertà[2].

Figlia del generale Aung San e di Khin Kyi. La vita di Aung San Suu Kyi è stata travagliata già dai primi anni di vita. Suo padre, uno dei principali esponenti politici birmani, dopo aver negoziato l'indipendenza della nazione dal Regno Unito nel 1947, fu infatti ucciso da alcuni avversari politici nello stesso anno, lasciando la bambina di appena due anni, oltre che la moglie, Khin Kyi, e altri due figli, uno dei quali sarebbe morto in un incidente.

Dopo la morte del marito, Khin Kyi, la madre di Aung San Suu Kyi divenne una delle figure politiche di maggior rilievo in Birmania, tanto da diventare ambasciatrice in India nel 1960. Aung San Suu Kyi fu sempre presente al fianco della madre, la seguì ovunque, ed ebbe la possibilità di frequentare le migliori scuole indiane e successivamente inglesi, tanto che nel 1967, ad Oxford, conseguì la prestigiosa laurea in Filosofia, Scienze Politiche ed Economia. Continuò poi i suoi studi a New York e nel 1972 cominciò a lavorare per le Nazioni Unite, e in quel periodo conobbe anche uno studioso di cultura tibetana, Micheal Aris, che l'anno successivo sarebbe diventato suo marito, e padre dei suoi due figli, Alexander e Kim.

Ritornò in Birmania nel 1988, per accudire la madre gravemente malata, e proprio in quegli anni il generale Saw Maung prese il potere e instaurò il regime militare che tutt'ora comanda in Myanmar. Fortemente influenzata dagli insegnamenti del Mahatma Gandhi, Aung San Suu Kyi sposò la causa del suo paese in maniera non-violenta e fondò la Lega Nazionale per la Democrazia, il 27 settembre 1988. Neanche un anno dopo le furono comminati gli arresti domiciliari, con la concessione che se avesse voluto abbandonare il paese, lo avrebbe potuto fare; Aung San Suu Kyi rifiutò la proposta del regime.

Nel 1990 il regime militare decise di chiamare il popolo alle elezioni, e il risultato fu una schiacciante vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, che sarebbe quindi diventata Primo Ministro, tuttavia i militari rigettarono il voto, e presero il potere con la forza, annullando il voto popolare. L'anno successivo Aung San Suu Kyi vinse il premio Nobel per la Pace, ed usò i soldi del premio per costituire un sistema sanitario e di istruzione, a favore del popolo birmano.

Gli arresti domiciliari le furono revocati nel 1995, ma rimaneva comunque in uno stato di semi libertà, non poté mai lasciare il paese, perché in tal caso le sarebbe stato negato il ritorno in Myanmar, e anche ai suoi familiari non fu mai permesso di visitarla, neanche quando al marito Michael fu diagnosticato un tumore, che di lì a due anni, nel 1999, lo avrebbe ucciso, lasciandola vedova.

Nel 2002, a seguito di forti pressioni delle Nazioni Unite, ad Aung San Suu Kyi fu riconosciuta un maggiore libertà d'azione in Myanmar, ma il 30 maggio 2003, il dramma: mentre era a bordo di un convoglio con numerosi supporters, un gruppo di militari aprì il fuoco e massacrò molte persone, e solo grazie alla prontezza di riflessi del suo autista, Ko Kyaw Soe Lin, riuscì a salvarsi, ma fu di nuovo messa agli arresti domiciliari. Da quel momento, la salute di Aung San Suu Kyi è andata progressivamente peggiorando, tanto da richiedere un intervento e vari ricoveri.

Il "caso" Aung San Suu Kyi ha incominciato ad essere un argomento internazionale, tanto che gli Stati Uniti d'America e l'Unione Europea hanno fatto grosse pressioni sul governo del Myanmar per la sua liberazione, ma gli arresti domiciliari furono rinnovati per un anno nel 2005 e ulteriormente rinnovati nel 2006 e nel 2007. Tutt'ora Aung San Suu Kyi è agli arresti domiciliari.

Per quanto sta facendo per la causa del popolo birmano, alcune prestigiose Università in Europa e in America vogliono assegnarle delle lauree Honoris Causa, per il suo grande impegno civile, e per la difesa dei diritti umani e della pace.

Il 9 novembre 2007, Aung San Suu Kyi ha lasciato la sua abitazione dove era confinata agli arresti domiciliari e ha incontrato il ministro nominato ad hoc dalla giunta militare al potere per il dialogo con l'opposizione, il ministro dei trasporti Aung Kyi. Un dirigente della Lega nazionale per la democrazia ha detto che Suu Kyi ha anche incontrato tre esponenti del suo partito, che non incontrava da tre anni.

Per il suo impegno a favore dei diritti umani il 6 maggio 2008 il Congresso degli Stati Uniti le ha conferito la sua massima onorificenza: la Medaglia d'Onore.

Il 3 maggio 2009, John William Yethaw, cittadino americano mormone, raggiunge a nuoto la casa in cui è costretta agli arresti domiciliari attraversando il lago Inya. Il 14 maggio la giunta militare arresta e processa (18 maggio) Aung San Suu Kyi per violazione degli arresti domiciliari. Il termine dei domiciliari e la liberazione dell'attivista birmana dall'ultimo arresto sarebbero scaduti il 21 maggio. Secondo buona parte della stampa internazionale e la stessa Lega nazionale per la democrazia, l'impresa di Yethaw è stato il pretesto fornito alla giunta militare per mettere fuori gioco Aung San Suu Kyi prima di sottoporre il popolo birmano alla votazione di un referendum per l'approvazione di un testo costituzionale che, di fatto, sancisce la continuazione del potere dei militari sotto forme civili, escludendo del tutto la Lega nazionale per la democrazia.Si dice che Aung San Suu Kyi sia malata e anche che non può raggiungere i figli perché lei é prigioniera nello Stato birmano

In tutto il mondo Aung San Suu Kyi è diventata un'icona della non-violenza e pace, tanto che numerosi cantanti e gruppi musicali, tra cui Damien Rice, gli U2, i R.E.M. e i Coldplay le hanno dedicato brani musicali per sostenere la sua causa; nel 2003 le fu assegnato l'European Mtv Music Award. In particolar modo, gli U2 le dedicano un brano intitolato Walk on (và avanti). Per questo motivo è illegale importare, detenere o ascoltare in Birmania l'album All That You Can't Leave Behind, in cui è contenuto tale brano. La sanzione prevista è la reclusione da tre a vent'anni.[3]


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 Oggetto del messaggio: Artemisia Gentileschi
MessaggioInviato: 06/08/2009 - 06:20 
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Biografia

Artemisia Gentileschi (Roma 1593 - Napoli 1652/53):pittrice romana (battezzata nella parrocchia di San Lorenzo in Lucina), nasce dal pittore Orazio Gentileschi, pisano allora trentenne, e da Prudenza Montone, che morì quando lei aveva dodici anni. Prima di sei figli (tutti maschi), viene istruita in tenerissima età alla pittura dal padre, seguace della maniera caravaggesca.
Dopo la vicenda dello stupro e il relativo processo, vicenda che destò scalpore nella Roma dell'epoca, nel 1612 Artemisia - probabilmente per rendere meno pesante la propria situazione - sposa il fiorentino Pierantonio Stiattesi e si trasferisce a Firenze. Viaggia però molto tra Roma e Firenze, realizzando una serie di opere - come la Maddalena e la Giuditta e Oloferne di Palazzo Pitti - nelle quali è cospicuo l'influsso paterno. Nel 1621 parte con il padre alla volta di Genova, l'anno seguente torna a Roma per rimanervi tre anni. Nel 1627 circa si trasferisce a Napoli dove i suoi lavori riscontrano un certo successo. Inoltre qui Artemisia ha modo di instaurare fecondi scambi culturali con pittori locali quali Bernardo Cavallino, Massimo Stanzione, Francesco Guarino. L'influsso della corrente naturalistica in voga all'epoca nella città partenopea si fa prepotentemente presente nelle opere del periodo (Giuditta e la fantesca, Betsabea al bagno, Nascita del Battista e Storie di San Gennaro). Tra il 1639 e il 1641 si reca in Inghilterra per assistere il padre anziano e malato, fino alla morte di questi, lavorando a più riprese per la corte e l'aristocrazia.

La vicenda esistenziale e professionale di Artemisia non può essere separata da quella paterna, della quale si fornisce di seguito una sommaria presentazione.


Orazio Gentileschi (Pisa 1563 - Londra 1639):nasce a Pisa da una famiglia di artisti, ma si trasferisce a Roma a circa tredici anni, presso uno zio dal quale prende il cognome. Agli inizi della sua carriera subisce l'influsso del tardo manierismo clementino (Nebbia, Nogari, Croce) e questo trapela dai suoi lavori: la Biblioteca Sistina in Vaticano, affreschi in Santa Maria Maggiore, all'abbazia di Farfa e in San Giovanni in Laterano. Quando però il maestro, ormai quarantenne, ha modo di conoscere Caravaggio - e di venire coinvolto in primissima persona nelle sue vicende, come dimostra la deposizione al processo Baglione del 1603 - la sua maniera subisce un deciso cambiamento. Alla tradizione rigorosa del disegno fiorentino si unisce il naturalismo di Caravaggio nella sua accezione più chiara e luminosa (come la Maddalena Doria o il San Francesco di Hartford), in una brillante fusione di raffinatezza e vigore. Di questo nuovo sentire sono testimonianza le opere del primo decennio del Seicento (Battesimo di Cristo in santa Maria della Pace a Roma, Madonna in gloria del Museo Civico di Torino, San Francesco e l'angelo della Galleria Nazionale d'Arte Antica di Roma e del Museo del Prado a Madrid, il David della National Gallery di Dublino, il San Michele Arcangelo di San Salvatore a Farnese, la Maddalena di Santa Maria Maddalena a Fabriano e la Circoncisione nella chiesa del Gesù ad Ancona), poco prima del suo trasferimento nelle Marche degli anni '20, probabilmente in seguito alle vicende legate al processo ad Agostino Tassi per lo stupro della figlia Artemisia, durante la collaborazione tra i due agli affreschi del casino delle Muse nel Palazzo Rospigliosi - Pallavicini (1611 - 1612). Nel 1616 circa Orazio termina i lavori nella cappella della Crocifissione nel duomo di San Venanzo a Fabriano, definito un capolavoro di raffinatissima tensione arcaizzante. Nel 1621 Orazio parte alla volta di Genova su invito del patrizio Giovanni Antonio Sauli per il quale ha modo di eseguire svariate opere. Inoltre qui realizza due versioni dell'Annunciazione. Sempre nel 1621 il pittore si trasferisce a Parigi, chiamato da Maria de'Medici (la Felicità pubblica trionfa sui pericoli del Louvre) fino al 1626 e al definitivo trasferimento in Inghilterra, alla corte di Carlo I. Le sue ultime opere sono contraddistinte dallo schiarimento della gamma cromatica, verso soluzioni limpide.

Artemisia e il suo tempo
Il Seicento, il "secolo d'oro", intessuto di mirabili contraddizioni e meravigliose esperienze, vede fronteggiarsi aspramente due mentalità: alle posizioni conservatrici della Chiesa (lo spirito della Controriforma è ancora vivo e operativo nel Seicento, anche in virtù dei nuovi ordini religiosi come i Gesuiti, gli Oratoriani, i Teatini) si oppongono le spinte progressiste intorno alla questione della conoscenza sensibile in quanto premessa alla conoscenza razionale. Sostenitori dell'alternativa naturalista sono Bernardino Telesio (1509-1588), il cui De rerum natura fu messo all'Indice, Tommaso Campanella (1568-1639), costretto per anni in carcere, e Giordano Bruno (1548-1600), bruciato in Campo dei Fiori. Sul loro esempio Galileo Galilei (1564-1642) avrebbe teorizzato il metodo induttivo sperimentale.

Galileo indubbiamente contribuì al sentimento di destabilizzazione che iniziava a serpeggiare nella società europea dell'epoca, il sentimento di un uomo che si sentiva sempre più piccolo, su un pianeta non più al centro dell'universo. Questi infatti, tramite i suoi studi sulla luna e le stelle effettuati grazie al telescopio, aveva visto cose mai osservate prima da occhio umano. Sulle prime, inevitabilmente, l'urto tra il materialismo di Galileo e dell'Accademia dei Lincei e la volontà della Chiesa di mantenere il monopolio sull'interpretazione della natura fu imponente. Le vicende artistiche all'aprirsi del Seicento vedono la fioritura di varie correnti: il Naturalismo di Caravaggio e seguaci, il Classicismo dei Carracci e degli emiliani, l'esperienza barocca di Pietro da Cortona, di Bernini e Borromini; mentre inizia a delinearsi in maniera autonoma la pittura di genere.

Il potere delle immagini, tra sacro e profano
Parlando dell'ambiente artistico romano degli inizi del Seicento non si può dimenticare l'atmosfera conservatrice creatasi in seguito al Concilio di Trento (1545 - 1563). Gli articoli relativi alla disciplina nel campo delle arti visive erano incentrati sul valore didascalico e morale delle immagini, e rifiutavano la presenza di sensualità e lascivie nelle pitture sacre. Però, malgrado tante autorevoli pubblicazioni in merito, la chiesa post-tridentina continuò a tollerare una situazione di fatto molto più ambigua; anzi, una delle caratteristiche che definiscono lo stile barocco è proprio la fusione tra sacro e profano.

Il rinnovato gusto per i piaceri sensuali cresceva con l'avanzare del secolo, mentre assurgeva a valore estetico il sadismo, anzi, più precisamente la contrapposizione tra sensualità, grazia angelica e violenza Lo capì subito Giambattista Marino, celebre poeta napoletano, che ne La Galleria (1619-20), così apostrofava Guido Reni, autore di una gelida, efferata, elegantissima Strage degli Innocenti: Fabbro gentil, ben sai (...) che spesso l'orror va col diletto.

La pittura sacra mai come in questo periodo registra un'impennata di soggetti violenti, truculenti, macabri: la ferocia della tortura forniva un valore aggiunto alla squisita perfezione delle carni. Questa ambigua commistione viene felicemente descritta nel dramma religioso San Bastiano sacra rappresentazione (1608): Ciò che è quasi orribile può esserlo ancor di più quando viene offesa la bellezza.

Il tabù della nudità sacra si scontrava con il crescente desiderio degli artisti di rappresentare realisticamente l'anatomia, e in questo senso Caravaggio operò un'ulteriore sterzata in direzione di un avvicinamento alla realtà sensibile. Artemisia non fece eccezione: il suo repertorio trasuda erotismo e violenza.

Da un processo per stupro
http://www.youtube.com/watch?v=4Y4D2AEE ... r_embedded

Il caso Tassi/Gentileschi a Roma fece scalpore, non per lo stupro ma perché il colpevole aveva rifiutato l'attesa riparazione.

Nel 1612 ebbe inizio il processo, protrattosi per vari mesi, e tutto ebbe inizio dalla petizione indirizzata al Pontefice dal padre. Artemisia aveva 15 anni e Agostino circa 32. La petizione così recitava: Una figliola dell'oratore [querelante] è stata forzatamente sverginata e carnalmente conosciuta più et più volte da Agostino Tasso pittore et intrinseco amico et compagno del oratore, essendosi anco intromesso in questo negozio osceno Cosimo Tuorli suo furiere; intendendo olre allo sverginamento che il medesimo Cosimo furiere con sue chimere abbia cavato dalle mane della medesima zitella alcuni quadri di pitture di suo padre et in specie una Juditta di capace grandezza. Et pechè, B[eatissimo] P[adre], questo è un fatto così brutto et commesso in così grave et enorme lesione et danno del povero oratore et massime sotto fede di amicizia che del tutto si rende assassinamento.

Artemisia dichiarò che l'anno precedente, nella sua casa di via della Croce, il suo insegnante di prospettiva l'aveva violentata. In seguito l'aveva illusa di sposarla - facendo sì che la ragazza si comportasse more uxorio - ma quando lei ebbe scoperto l'inganno, ne informò il padre che ricorse in giudizio.

La giovane dovette confermare l'accusa subendo un ulteriore interrogatorio sotto tortura: quando le legarono le cordicelle alle dita gridò al Tassi: Questo è l'anello che mi dai, e queste sono le promesse!

Inoltre il processo rivelò la discutibile situazione personale di Agostino Tassi. L'amico Stiattesi affermò di averlo conosciuto quando viveva a Livorno ed era ammogliato con certa Maria, la quale gli fuggì con un suo drudo. Egli dopo averla cercata invano, saputola nel Mantovano la fece uccidere da sicari. Quando fu abbandonato dalla consorte venne a Roma con la cognata [allora quattordicenne] e nell'anno precedente a questa deposizione fu querelato per incesto (i rapporti sessuali con una cognata, essendo viva la moglie, erano considerati incestuosi). So che amava Artemisia da cui aveva avuto un quadro figurante una Giuditta. Gli aveva detto non di poterla sposare perché credeva che il Cosimo [Quorli] ne avesse pure profittato.

Al processo per incesto (un anno prima di questo per stupro) la sorella di Agostino, Olimpia, così aveva dichiarato: questo mio fratello è un furbaccio et un tristo che non ha mai voluto fare bene sino da piccolo et perciò se ne andò via fuori di Roma a Livorno et si troveranno scritture et processi delle furberie che ha fatte quando è stato fuori Roma.

Tassi si difese debolmente dalle accuse, affermando che la moglie era morta non so come e quando, poiché io la lasciai a Lucca e che Gentileschi e Stiattesi, un tempo suoi amici, avevano montato tutte queste accuse per evitare di restituirgli il denaro che aveva prestato loro.

Tassi scontò otto mesi nella prigione di Corte Savella ma alla fine il caso fu archiviato.

Indubbiamente ad Artemisia costò molta fatica riabilitarsi, tramite un matrimonio ma soprattutto tramite la carriera, agli occhi della società dalla vicenda dello stupro. Non tutti ebbero comprensione per le sue traversie: crudele e volgare suona in tal senso l'epitaffio dedicatole dai veneziani Giovan Francesco Loredano e Pietro Michiele (Venezia 1653), in cui si ironizza sul suo nome Arte / mi / sia / Gentil / esca:

Co'l dipinger la faccia a questo e a quello
Nel mondo m'acquistai merto infinito
Nel l'intagliar le corna a mio marito
Lasciai il pennello, e presi lo scalpello
Gentil'esca de cori a chi vedermi
Poteva sempre fui nel cieco Mondo;
Hor, che tra questi marmi mi nascondo,
Sono fatta Gentil'esca de vermi.

Agostino Tassi
Dopo l'affare Gentileschi Tassi continuò ad accumulare processi e violenze. I suoi infortuni giudiziari erano sulla bocca di tutti a Roma, nel suo curriculum vitae comparivano stupro, incesto, sodomia, furti, debiti e accuse (mai provate) di omicidio, ma la sua reputazione non ebbe reali conseguenze sul suo lavoro. Tassi era abilissimo quadraturista, pittore di prospettive, oltre che autore di paesaggi, marine, battaglie. La sua bottega a Roma era frequentata da molti artisti, italiani e stranieri, soprattutto fiamminghi. Proprio in quel periodo stava nascendo la tradizione dei capricci architettonici, genere destinato ad una grande fortuna nel secolo XVIII. Il pittore infatti ebbe molte commissioni dalle più prestigiose famiglie patrizie romane, come i Peretti, i Rospigliosi, i Lancellotti, i Ludovisi, i Pamphili e decorò alcune stanze e una cappella privata al Quirinale (residenza del Papa).
Papa Innocenzo X una volta disse che di tutti i pittori con cui aveva avuto a che fare, solo Agostino Tassi non l'aveva ingannato: Habbiamo sempre tenuto in cattivo concetto molti di questa professione, ma, con averli praticati, ci sono riusciti onorati, e di buone qualità; avendo sempre tenuto per uno sciagurato Agostino, ci è sempre, in ogni esperienza, riuscito tale, e così non ci semo ingannati di lui.

Tassi scontò otto mesi nella prigione di Corte Savella ma alla fine il caso fu archiviato.

In seguito Agostino ed Orazio Gentileschi si riavvicinarono dimenticando l'accaduto. A quanto pare la soglia di tolleranza delle violenze sulle donne era molto bassa nella società del tempo...
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Susanna e i vecchioni, 1610 (olio su tela, Pommersfelden, Schloss Weissenstein)
Maria Maddalena, 1615 (olio su tela, Firenze, Galleria Palatina)
Giuditta che decapita Oloferne, 1611-1612 (olio su tela, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)
Giuditta che decapita Oloferne, II versione (olio su tela, Firenze, Galleria degli Uffizi)
Giuditta e la fantesca dopo la decapitazione di Oloferne, 1615 (olio su tela, Firenze, Galleria

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Artemisia e il suo tempo
Il Seicento, il "secolo d'oro", intessuto di mirabili contraddizioni e meravigliose esperienze, vede fronteggiarsi aspramente due mentalità: alle posizioni conservatrici della Chiesa (lo spirito della Controriforma è ancora vivo e operativo nel Seicento, anche in virtù dei nuovi ordini religiosi come i Gesuiti, gli Oratoriani, i Teatini) si oppongono le spinte progressiste intorno alla questione della conoscenza sensibile in quanto premessa alla conoscenza razionale. Sostenitori dell'alternativa naturalista sono Bernardino Telesio (1509-1588), il cui De rerum natura fu messo all'Indice, Tommaso Campanella (1568-1639), costretto per anni in carcere, e Giordano Bruno (1548-1600), bruciato in Campo dei Fiori. Sul loro esempio Galileo Galilei (1564-1642) avrebbe teorizzato il metodo induttivo sperimentale.

Galileo indubbiamente contribuì al sentimento di destabilizzazione che iniziava a serpeggiare nella società europea dell'epoca, il sentimento di un uomo che si sentiva sempre più piccolo, su un pianeta non più al centro dell'universo. Questi infatti, tramite i suoi studi sulla luna e le stelle effettuati grazie al telescopio, aveva visto cose mai osservate prima da occhio umano. Sulle prime, inevitabilmente, l'urto tra il materialismo di Galileo e dell'Accademia dei Lincei e la volontà della Chiesa di mantenere il monopolio sull'interpretazione della natura fu imponente. Le vicende artistiche all'aprirsi del Seicento vedono la fioritura di varie correnti: il Naturalismo di Caravaggio e seguaci, il Classicismo dei Carracci e degli emiliani, l'esperienza barocca di Pietro da Cortona, di Bernini e Borromini; mentre inizia a delinearsi in maniera autonoma la pittura di genere.

Il potere delle immagini, tra sacro e profano
Parlando dell'ambiente artistico romano degli inizi del Seicento non si può dimenticare l'atmosfera conservatrice creatasi in seguito al Concilio di Trento (1545 - 1563). Gli articoli relativi alla disciplina nel campo delle arti visive erano incentrati sul valore didascalico e morale delle immagini, e rifiutavano la presenza di sensualità e lascivie nelle pitture sacre. Però, malgrado tante autorevoli pubblicazioni in merito, la chiesa post-tridentina continuò a tollerare una situazione di fatto molto più ambigua; anzi, una delle caratteristiche che definiscono lo stile barocco è proprio la fusione tra sacro e profano.

Il rinnovato gusto per i piaceri sensuali cresceva con l'avanzare del secolo, mentre assurgeva a valore estetico il sadismo, anzi, più precisamente la contrapposizione tra sensualità, grazia angelica e violenza Lo capì subito Giambattista Marino, celebre poeta napoletano, che ne La Galleria (1619-20), così apostrofava Guido Reni, autore di una gelida, efferata, elegantissima Strage degli Innocenti: Fabbro gentil, ben sai (...) che spesso l'orror va col diletto.

La pittura sacra mai come in questo periodo registra un'impennata di soggetti violenti, truculenti, macabri: la ferocia della tortura forniva un valore aggiunto alla squisita perfezione delle carni. Questa ambigua commistione viene felicemente descritta nel dramma religioso San Bastiano sacra rappresentazione (1608): Ciò che è quasi orribile può esserlo ancor di più quando viene offesa la bellezza.

Il tabù della nudità sacra si scontrava con il crescente desiderio degli artisti di rappresentare realisticamente l'anatomia, e in questo senso Caravaggio operò un'ulteriore sterzata in direzione di un avvicinamento alla realtà sensibile. Artemisia non fece eccezione: il suo repertorio trasuda erotismo e violenza. Si vedano le sue opere più celebri:

Susanna e i vecchioni, 1610 (olio su tela, Pommersfelden, Schloss Weissenstein)
Maria Maddalena, 1615 (olio su tela, Firenze, Galleria Palatina)
Giuditta che decapita Oloferne, 1611-1612 (olio su tela, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)
Giuditta che decapita Oloferne, II versione (olio su tela, Firenze, Galleria degli Uffizi)
Giuditta e la fantesca dopo la decapitazione di Oloferne, 1615 (olio su tela, Firenze, Galleria
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BIBLIOGRAFIA CONSULTATA
G. BAGLIONE, Le Vite de' Pittori, Scultori, Architetti, ed Intagliatori, dal Pontificato di Gregorio XIII del 1572 fino a' tempi di Papa Urbano VIII nel 1642.
A. BANTI, Due storie. Artemisia. Noi credevamo, Mondadori, Milano 1969.
La Nuova Enciclopedia dell'Arte Garzanti, Garzanti, Milano 1986.
M. GARRARD, Artemisia Gentileschi. The image of the female hero in Italian baroque art, Princeton University Press, Princeton, New Jersey, 1989.
Storia dell'arte. Linguaggi e percorsi, vol. II, Electa, Milano 1995.
N. G. HELLER, Women Artists. An illustrated history. Third Edition. Abbeville Press Publishers, New York, London, Paris 1997.
R. e M. WITTKOWER, Nati sotto Saturno. La figura dell'artista dall'Antichità alla Rivoluzione francese, Einaudi, Torino 1996. (prima edizione: Born under Saturn, Weidenfeld and Nicolson, London 1963.)
La Pittura in Italia. Il Seicento, voll. I-II, Electa, Milano 1997.
J. SCHLOSSER MAGNINO, La letteratura artistica. Manuale delle fonti della storia dell'arte moderna, La Nuova Italia Editrice, Scandicci (Firenze), 1997. (prima edizione: Die Kunstliteratur, Kunsrvelag Anton Schroll & Co., Wien 1924.)
T. AGNATI e F. TORRES, Artemisia Gentileschi. La pittura della passione, Edizioni Selene, 1998.
R. WARD BISSELL, Artemisia Gentileschi and the authority of Art, The Pennsylvania State University Press, University Park, Pennsylvania 1999.
A.LAPIERRE, Artemisia, Mondadori, Milano 1999.
B. L. BROWN, Il Genio di Roma, a cura di, catalogo della mostra (Roma, Palazzo Venezia, 10 maggio-31 luglio 2001), Rizzoli, Milano 2001.
C. STRINATI e R. VODRET, a cura di, Caravaggio e il Genio di Roma 1592-1623, catalogo della mostra (Roma, Palazzo Venezia, 10 maggio-31 luglio 2001), Rizzoli, Milano 2001.
L. BERTI, G. MAGHERINI, M. TORALDO DI FRANCIA, Artemisia Gentileschi nostra contemporanea. Artemisia Gentileschi our contemporary, Nicompl.E., Firenze 2002.
S. VREELAND, La passione di Artemisia, Neri Pozza, Vicenza 2002.

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Ultima modifica di giuditta il 18/12/2009 - 10:06, modificato 1 volta in totale.

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 Oggetto del messaggio: Hannah Arendt
MessaggioInviato: 06/08/2009 - 08:37 
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Hannah Arendt (1906 - 1975) ha avuto una vita ed un destino abbastanza singolari. Nata da famiglia ebrea benestante, con lunga tradizione mercantile, a Königsberg, formatasi filosoficamente tra Berlino, Marburgo, Friburgo e Heidelberg negli anni venti (tra i suoi maestri Heidegger, Husserl e Jaspers) è costretta alla fuga dalla Germania per motivi politici nel 1933, rifugiandosi in Francia come apolide. Nel 1941 si trasferisce definitivamente negli Stati Uniti e dal ‘51 diventa cittadina americana. Negli U.S.A. scrive su riviste ebraiche, tiene conferenze, insegna in diverse università, riceve riconoscimenti sempre più importanti fino alla morte che l’accoglie mentre sta per scrivere l’ultima parte della “Vita della mente”.

Risale al 1925 l’inizio della frequentazione con Heidegger, col quale concorda, essendo egli suo maestro, una tesi di dottorato sul concetto di amore in Sant’Agostino, che è pubblicata in ambito strettamente accademico nel ‘29 e il cui motivo centrale riguarda l’argomento della temporalità in relazione al concetto chiave dell’amore. L’autrice distingue due tipi di amore in Agostino: cupiditas e caritas. Il primo, che nasce dal desiderio per gli oggetti e per la nostra sopravvivenza, si costituisce come amore di una vita senza paura e ha come orizzonte finale la morte, che ne segna i limiti ferrei; il secondo è anch’esso fondato sul desiderio, questa volta della vita eterna, ed è quel tipo di amore che ci mette in contatto con Dio: la cupiditas ha a che fare col tempo (nascita - vita - morte), la caritas con l’eternità. Altri temi presenti nella tesi sono quelli della libertà e della volontà umana, temi che ricorreranno nella successiva riflessione della Arendt.
Dopo la tesi vi è una prima svolta negli interessi dell’autrice; dal mondo cristiano studiato in uno dei suoi massimi protagonisti, passa al mondo ebraico, studiato in una delle sue più sconosciute rappresentanti. Si tratta infatti dello studio su una intellettuale ebrea vissuta a Berlino tra fine Settecento e primo Ottocento, Rahel Vernhagen: una donna che cerca di evitare sia la ghettizzazione nel mondo ebraico, separato dal mondo tedesco-cristiano circostante, sia l’integrazione, con la perdita della propria identità ebraica in questo mondo cristiano-borghese.
Nella sua mansarda berlinese si riunivano, tra gli altri, Schlegel, Tiech, Schleiermacher e Novalis, cioè la prima intellettualità tedesca. Attraverso l’esame delle lettere e della documentazione diretta e indiretta su questa figura di intellettuale da lei sentita così vicina, la Arendt trae ispirazione non solo per la composizione di un libro, terminato nel ‘33 e pubblicato molti anni dopo (1957), ma per la conferma di una scelta di vita abbastanza simile a quella di questa figura. E’ la scelta in seguito alla quale Hannah Arendt non si sentirà mai a suo agio né tra i Sionisti, con i quali rimarrà in contatto per decenni ma in rapporto molto tormentato, né tra gli Ebrei integrati completamente nel mondo borghese o comunista di quei decenni. Un’autonomia assoluta rispetto a queste posizioni caratterizzerà sia la biografia, sia la produzione politica e filosofica.
Da queste prime opere intorno al 1930 all’opera che la lancerà verso il pubblico, non solo statunitense ma mondiale, passano vent’anni. I primi dieci, trascorsi soprattutto a Parigi, vedono la Arendt in contatto con antinazisti, ebrei e comunisti (nel 1936 conosce Heinrich Blücher, comunista tedesco che sposerà prima di partire per l’America e col quale vivrà in rapporto di collaborazione e affinità intellettuale molto strette), impegnata nella produzione pubblicistica semiclandestina, fino all’internamento dal quale uscirà fortunatamente per raggiungere gli Stati Uniti.
Nella nuova patria (dove consegna ad Adorno la valigia dei manoscritti lasciati da Benjamin prima di morire) collabora frequentemente alla pubblicistica ebraica, ma non condivide le scelte di molti ebrei americani, in particolare quella che porta alla decisione di costruire lo stato di Israele nel 1948.
Nel 1951 pubblica l’opera che la rende famosa, Le origini del Totalitarismo, frutto di diversi anni di lavoro e di collaborazione con il marito.

La Arendt non si considera una filosofa, ma una teorica della politica; la filosofia in senso largo, però, dopo la pubblicazione di questa opera, la sollecita a riprendere le tematiche, legate all’insegnamento di Heidegger e Jaspers, abbandonate nel 1930. Frutto di questo rinnovato interesse per temi filosofici connessi ai dibattiti esistenzialistici sono alcuni scritti (in particolare quello del ’54 sull’interesse per la politica nel recente pensiero filosofico europeo, nel quale prende posizione sugli esistenzialisti francesi e tedeschi) e soprattutto l’opera del 1958 su La condizione umana. È questa l’opera filosofica più nota della Arendt, un’opera che non suscitò grande interesse quando apparve, ma che negli anni ‘70 e ‘80 avrebbe avuto nuova vita, in quanto vicina agli interessi teorici allora affermatisi in Europa e in America per la filosofia della pratica, anticipati di oltre un decennio dall’autrice.

Dopo la pubblicazione de "La condizione umana" abbiamo nella vita della Arendt l’episodio più noto e discusso nel mondo ebraico: quello della partecipazione come osservatrice, a Gerusalemme, al processo contro Adolf Eichmann, il “burocrate” nazista che aveva mandato al forno crematorio centinaia di migliaia di Ebrei. Le corrispondenze della Arendt, e poi il volume del 1963 "La banalità del male" - Eichmann a Gerusalemme, scatenano un putiferio tra gli Ebrei, che vedono negli scritti della Arendt quasi un assoluzione per Eichmann e un’accusa agli Ebrei per la loro complicità, in qualche modo, nel massacro nazista del loro popolo. La Arendt non intendeva affatto assolvere Eichmann, ma voleva sottolineare il fatto tremendo che, per fare il male (mandare i propri simili al forno crematorio), non è necessario essere malvagi. Un buon padre di famiglia, un burocrate ordinato e meticoloso, una persona normale, “banale”, può fare il male, fa’ il male, se si trova in un meccanismo politico-sociale o fa’ parte di un apparato amministrativo e poliziesco che lo spingano ad agire “senza pensare”. E’ questo agire con assenza di pensiero il fatto tragico dei nostri tempi, quello che spinge la Arendt ad affrontare, nell’ultimo decennio della sua vita, la tematica di cosa significa pensare.

La mente che si interrogò sulla “banalità del male”, riflette non meno seriamente su un argomento altrettanto difficile: l’amore. Nei suoi diari, ventinove taccuini scritti a mano, la politologa tedesca Hannah Arendt si meraviglia della forza distruttiva delle passioni umane, definendo appunto l’amore “una potenza e non un sentimento” che “s’impadronisce del cuore ma non nasce dal cuore”, perché è una “potenza dell’universo, nella misura in cui l’universo è vivo”.

Tanti ovviamente i riferimenti espliciti al filosofo Martin Heidegger, di cui fu allieva e in seguito amante, e soprattutto tante poesie dedicate a questo legame tormentato e a volte dolcissimo (“la dolcezza è/ all’interno delle nostre mani/ quando la superficie si/accomoda alla forma estranea. La dolcezza è/ nella volta celeste notturna/quando la lontananza si concede alla terra”). Tutto per arrivare alla durissima conclusione: “Il cuore è un organo curioso: soltanto quando è spezzato, batte al proprio ritmo: se non si spezza, si pietrifica”.

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Le radici profonde non gelano...Dalle ceneri rinascerà un fuoco e l'ombra sprigionerà una scintilla...(Il Signore degli anelli)


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ti ringrazio, stella! :P non la conoscevo! a qualcosa serve questo spazio :P buona giornata! :wink:

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 Oggetto del messaggio: FRIDA KAHLO
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Frida Kahlo
Nascita: 06/07/1907
Morte: 13/07/1954
Nazionalità: Messico
Professione: Pittrice



di Lavinia Capogna


Edito originariamente in gayroma.it, con il titolo "Frida Kahlo: forte come la vita"


La vita e le opere della pittrice messicana Frida Kahlo continuano ad esercitare un grandissimo fascino artistico e un forte impatto emotivo. Molto probabilmente questa donna coraggiosa sarà ricordata nei tempi a venire come la più grande pittrice del Novecento. Visse appena 47 anni in uno dei paesi più belli del mondo, il Messico, e la sua passione fu la politica: comunista dichiarata prese parte a tutte le lotte pacifiche e i fermenti a difesa dei molti oppressi e poverissimi della grande nazione centroamericana. Suo padre, Wilhelm Kahlo, a cui fu molto legata affettivamente, era un simpatico ungherese, ebreo, amante della letteratura e della musica. Molto bello è il ritratto del padre che Frida dipinse nel 1951 e la scritta che si legge in alto: una dichiarazione di grande affetto. Nato nel 1872 a Baden Baden, località di villeggiatura a quei tempi di gran moda, a 19 anni aveva lasciato la Germania, in cui viveva, per il Messico. Non era ricco ed esercitò vari mestieri, tra cui il commesso in una libreria, con alterna fortuna, poi divenne un fotografo di talento e probabilmente ispirò alla figlia Frida un certo modo di " inquadrare " l'immagine. Sua madre, Matilde Calderon y Gonzales, figlia di una messicana e di un indios, era nata a Oaxaca, antichissima città azteca. Gli indios, cioè i discendenti delle antiche civiltà americane, sterminati dagli spagnoli nel 1500 e ridotti in schiavitù, sono i veri nativi del continente americano. Il razzismo da parte di molti bianchi, discendenti da spagnoli, inglesi, irlandesi, francesi, tedeschi, italiani ecc.ecc. verso gli indios è una drammatica eredità della scoperta o dell'invasione dell'America su cui, come si sa, approdò il genovese Cristoforo Colombo il 14 ottobre 1492, al comando di Ferdinando ed Isabella di Spagna, i cattolicissimi sovrani di quella che allora era la prima potenza europea. Appena giunto in Messico Wilhelm Kahlo cambiò il suo nome in Guillermo e dopo un primo matrimonio da cui restò vedovo si sposò con Matilde nel 1898. I due sposi ebbero quattro figli e Frida ( il cui nome originario era Frieda, un nome assai usuale in Germania che discende dalla parola " Fried " che significa ' pace ' e che lei, da adulta, cambiò in Frida per contestare la politica nazista della Germania ) fu la figlia più vivace e ribelle dei quattro. Nata il 6 luglio 1907 Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderon fu una bimba di grande intelligenza e coraggio. Quando aveva solo quattro anni in Messico vi fu la rivoluzione di Emiliano Zapata che poi nel 1919 venne tradito da alcuni compagni ed ucciso. Il popolo disse: " Zapata è fuggito con il suo cavallo bianco ed è andato a vivere in Arabia ". Il Messico fu al centro di grandi fermenti socialisti e comunisti, di lotte agrarie e contadine e vi abitarono intellettuali di grande valore
A sei anni Frida si ammalò di poliomelite e questa malattia, per cui allora non esisteva il vaccino, le diede problemi al piede destro. A 15 anni Frida si innamorò di uno studente, Alejandro Gomez Aria. Erano insieme il tragico e funesto giorno in cui Frida diciassettenne si trovò su un autobus che si scontrò con un trenino. La sicurezza stradale in quel tempo a Città del Messico era molto poca e l'incidente, che ebbe una dinamica terrificante, provocò alcuni morti e molti feriti di cui la più grave fu Frida. Sia lei che Alejandro raccontarono l'incidente, da cui il fidanzato di Frida uscì fisicamente indenne ma chiaramente sconvolto. Per mesi Frida restò in ospedale tra la vita e la morte e il suo unico conforto era scrivere bellissime lettere ad Alejandro. Le conseguenze di questo incidente tormentarono Frida per tutta la vita, subì una ventina di operazioni e provò sofferenze indicibili. Nonostante questo Frida amò appassionatamente la vita e seppe trovare la sua strada: la pittura.
Il primo quadro che dipinse, molto bello, fu un autoritratto che donò ad Alejandro. Il loro amore era finito ma l'amicizia restò per tutta la vita. Frida si dedicò con passione alla pittura e nonostante il dolore fisico e psichico dei postumi dell'incidente continuò ad essere una ragazza ribelle, anticonformista e vivacissima come era stata prima. Una foto di famiglia la ritrae abbigliata come un ragazzo, con i capelli neri cortissimi e un'aria scanzonata. Di certo non doveva essere ' facile ' nel centro America degli anni Venti abbigliarsi in modo tanto inusuale. Frida era bella: nei suoi tratti si mescolavano quelli slavi del padre e quelli indios della madre, aveva una dolcezza intensa e si ritrasse nei quadri meno bella di quanto appare nelle fotografie. Alla fine degli anni Venti si innamorò del famoso pittore Diego Rivera e si sposarono nel 1929. Rivera era un uomo alto, grasso, imponente, che andava in giro con dei vecchi pantaloni, una camicia stinta, un cappello comprato chissà quando, era un temperamento geniale, allegro, irruento, famoso per essere un grande conquistatore di donne bellissime e un comunista appassionato. Frida fece amicizia con molti artisti ed intellettuali, amici di Diego, tra cui Tina Modotti, nata a Udine, attrice in piccoli ruoli a Hollywood, compagna di un noto leader comunista messicano e che aveva in comune con Frida il talento artistico, la passione sociale e una grande intelligenza. Tina diventerà una famosa fotografa. Frida seppe esprimere nelle sue opere il dolore, la morte- temi di solito evitati, rimossi, con uno stile singolarissimo e unico. I Surrealisti capeggiati da André Breton la scambiarono per una di loro ma Frida non apparteneva a nessuna scuola e come Giordano Bruno, il filosofo cinquecentesco, avrebbe potuto definirsi " Accademico di nulla Accademia " !
Penso che l'impatto con i quadri di Frida dal vivo debba essere immenso tanto forte è quello con le riproduzioni sui libri che sono solo un pallidissimo riflesso delle opere pittoriche. Molte opere di Frida sono autoritratti. A chi le chiese perché ritraesse soprattutto se stessa rispose: " Dipingo me stessa perché trascorro molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio " ( dalla rivista " Asì, Mexico " del 17 marzo 1945 ). Nel primo autoritratto, quello donato ad Alejandro, dipinto a soli 19 anni, Frida si ritrae in modo quasi rinascimentale, l'espressione dei begli occhi neri è attenta, seria, profonda e dolce, pare che si rivolga direttamente all'amato. Nell'autoritratto " Il tempo vola " del 1929 è netto il richiamo alle sue origini indios: indossa la collana pre-colombiana che ha in una nota fotografia che le scattò nel 1931 Imogen Cunningham. In " Autoritratto con collana " (1933 ) Frida ha un'aria quasi sorpresa, ironicamente si dipinge con le sopracciglie folte e ravvicinate e con una lieve peluria sul labbro superiore- quasi a voler sfidare gli stereotipi della donna levigata, truccata e hollywoodiana della sua generazione. Molto sconvolgente è " Autoritratto con collana di spine " ( 1940 ) , delicatissimo è invece l'Autoritratto dedicato a Lev Trozkij, che fu uno dei vari amori di Frida. In questo ritratto Frida ha in mano una struggente lettera d'amore per il leader sovietico in esilio. Infatti durante il matrimonio con Diego Rivera il pittore fu notoriamente molto infedele nonostante amasse molto la moglie e anche Frida ebbe alcune relazioni, sia con uomini che con donne. Diego non era geloso delle donne che Frida amava ma si dichiarava capace di sparare agli uomini che corteggiavano sua moglie, anche se ovviamente non lo fece mai !. Nel '39 i due coniugi si separarono e Frida si ritrasse in " Le due Frida " in cui rappresenta due 'se stesse' che si tengono per mano. Nel '40 si ritrasse vestita da uomo con i capelli corti e le forbici in mano. Come è noto i capelli hanno una fortissima valenza simbolica: le donne ebree del mondo antico dovevano coprirsi i capelli e le suore cattoliche, per fare due esempi, devono tagliarli perché ,da sempre, furono considerati elemento di bellezza e di seduzione. In alto del quadro Frida scrisse con la sua chiarissima e bella calligrafia le parole di una canzonetta messicana: " Vedi se t'amavo era per i tuoi capelli; adesso che sei rapata non ti amo più " e sotto disegnò un pentagramma con le note musicali. Frida soffrì tanto dalla separazione da Diego che nel dicembre del '39 i due si risposarono di nuovo. Frida avrebbe desiderato molto avere un figlio o una figlia con Diego ma l'incidente che aveva avuto a diciassette anni le impedì di portare a termine le gravidanze, sembra che restò incinta due o tre volte ma abortì spontaneamente. Ogni volta che non portava a termine una gravidanza per Frida era un dolore. In un quadro, molto sconvolgente, rappresentò un parto. Dal '44 fu costretta a portare un busto d'acciaio e dipinse " La colonna rotta " in cui rappresentò il suo stato. Nel quadro il dolore non è solo fisico ma anche spirituale e i chiodi che le trafiggono il volto fanno immediatamente pensare ad una crocifissione. Nel '46 si ritrasse come un cerbiatto ferito, metà donna, metà cerbiatto, ispirata forse dal cerbiatto Granizo che viveva con lei e Diego nella bellissima " Casa Azzurra " , costruita da Guillermo Kahlo e in cui i due coniugi abitavano. Forse nessuna pittrice ha saputo rappresentare con tanta grazia e pudore l'amore tra due donne come Frida nell'opera " Due nudi nel bosco " ( 1951 ) dedicata all'amica e famosa attrice messicana Dolores Del Rio: nel quadro Frida è seduta e accarezza il collo di una giovane donna che invece è distesa e appoggia delicatamente la testa alla sua gamba. Il paesaggio è sospeso tra cielo e terra, magico e primordiale. Per tutta la vita Frida e Diego lottarono in difesa degli oppressi e undici giorni prima di morire la pittrice volle recarsi, nonostante il parere contrario dei medici, ad una manifestazione contro la caduta in Guatemala del governo democratico di Jacobo Arbenz Guzman, caduta provocata dalla Cia statunitense. Una foto la ritrae con uno sguardo intenso in mezzo a tanta gente. Il 13 luglio 1954, pochi giorni dopo aver compiuto 47 anni, Frida morì. La " Casa Azzurra ", meta di migliaia e migliaia di visitatori, è rimasta intatta, così come volle Diego Rivera che la lasciò al Messico. E' una casa meravigliosa, semplice e bellissima, con muri colorati, luce e sole, piena di vita e di forza interiore come la sua proprietaria: Frida Kahlo.


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 Oggetto del messaggio: NEDA SOLTAN(I): viva o morta o X?
MessaggioInviato: 06/08/2009 - 15:33 
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Neda Soltani, poco più che ventenne, è viva, un po’ stressata da tutto quello che va costruendosi intorno al suo nome da qualche giorno, ma viva. Neda Salehi Agha Soltan, 26 anni, studentessa di filosofia, potrebbe essere davvero morta invece, ammazzata durante la manifestazione di sabato scorso a Teheran da un proiettile sparato non si sa bene ancora, né da chi, né perché, nonostante le dichiarazioni in merito. Neda e Neda sono due donne diverse che hanno in comune, dando per buono quanto stiamo per dirvi, un nome, parzialmente un cognome e, soprattutto, una foto,

LEI, LEI. ANZI, NO LEI - L’avrete vista tutti: un primo piano del volto di una splendida ragazza dal trucco leggero e i capelli rossicci raccolti da un foulard nero a fiori, che indossa una camicia scura. Nei giorni scorsi la sua immagine ha fatto rapidamente il giro del web finendone persino fuori, nelle piazze e per le strade, simbolo di una rivoluzione in nome della libertà. Ebbene. Ad essere ritratta in quello scatto che ci è diventato così rapidamente familiare potrebbe non essere stata la giovane ragazza insanguinata, colpita al petto nel fiore degli anni, quella per cui abbiamo sospeso un attimo il respiro prendendo visione di un video che qualcuno-ma questa è un’altra storia, tenta di dimostrare essere un fake. Più di qualcuno, anzi. No, le vere foto di Neda Salehi Agha Soltan sono presumibilmente quelle che ci sono state fatte vedere dopo, consegnate al web ed alla stampa dalla famiglia, o piuttosto dall’insegnante di musica, l’uomo che, erroneamente scambiato per il padre, era con lei al momento del decesso, o, ancora, dal fidanzato che ha parlato in questi ultimi giorni ai giornali. Il viso della ragazza incorniciato dal foulard a fiori potrebbe essere piuttosto quello dell’altra Neda, la Soltani, qualche anno più giovane, iraniana anche lei. A raccontarci questo presunto ed assurdo equivoco è una bionda signora, la dottoressa Amy L. Beam, professoressa, scrittrice ed editrice, come indica nel suo profilo.

CHI LO DICE – Scrive sul suo blog il 23 giugno un post esplicativo dal titolo: “Come la foto della Neda sbagliata è diventata il simbolo della libertà iraniana “. Parlando di sé dapprincipio in terza persona ci spiega la sua verità in proposito, chiamandosi direttamente in causa. A suo dire l’errore in cui sarebbero cascati tutti sarebbe nato su Facebook. Tra i primi 120 utenti ad aver visionato il video uplodato su youtube da un amico dell’amico del medico iraniano che compare nella drammatica clip, ora scappato fuori dal suo Paese-ci fa sapere Paulo Coelho nel suo blog, – la dottoressa Beam avrebbe poi inviato un messaggio all’intestatario del canale di videosharing per chiedergli il nome della ragazza. “Neda Soltani”, lui le avrebbe risposto. Così la donna, dopo una ricerca su facebook tra i vari profili, avrebbe tentato di identificare quello della ragazza morta, contattando le varie Neda, come dire, per esclusione. La ragazza dal foulard a fiori le avrebbe risposto e, a seguito dell’amicizia, avrebbe cominciato a frequentare anche la sua bacheca. Un messaggio, nel quale le consegnava un link con la traduzione in inglese di un articolo, tratto da un sito scritto in farsi, che parlava della vicenda della giovane iraniana sua omonima, con allegato a fianco, come sarà facilmente intuibile per quanti frequentano il SN, il suo avatar, avrebbe indotto gli amici della dott Bean a credere che quell’immagine fosse proprio quella della povera giovane donna ammazzata. Capita spesso, infatti, che in molti su Facebook si vestano della figura che incarna la propria causa. E’ difficile da credere ma, stando al racconto della donna americana, che ci fa sapere che la ragazza con la quale è entrata in contatto ha poi cancellato la sua foto dal profilo e che sta vivendo un periodo piuttosto complesso a causa di questo che potremmo definire, un viral mistake, rinunciando anche a comunicare tramite il social network come era solita fare, le cose sarebbero andate così. Fa eco a questa incredibile storia un paio di video su youtube dallo stesso utente. In uno si indica la foto sbagliata, nell’altro quella giusta, una delle tante di cui, forse, ora possiam star certi.

ALTRI ERRORI - Se si dimostrasse vero quello della foto non sarebbe però l’unico falso che ci è stato raccontato in questa triste vicenda, per la comprensibile impossibilità di verificare tutte le fonti, per la confusione che pesa su tutta questa storia. Alla luce delle ultime notizie ufficiose di cui disponiamo ci è dato soprattutto sapere che la bellissima studentessa di filosofia, amante della musica e del viaggiare, cui il destino sembra aver riservato una sorte ingiusta ed incomprensibile, aveva 26/27 anni, non 16 come era stato raccontato , e che l’uomo con la maglia a righe che la assiste insieme al presunto medico, nel video che abbiamo visto tutti, non era suo padre, bensì Hamid Panahi, il suo insegnante di piano. Ma persino Saeed Valadbaygi, meglio noto come the Revolutionary Road, il blogger che continua impavido a raccontare la rivoluzione in Iran dalla sua tastiera e i social network, non si cura dell’errore o non lo ritiene tale e, difatti, sono le 16.19 di giovedì 25 giugno quando posta sulla sua bacheca di facebook un articolo in italiano nel quale si parla della vicenda, in questi termini leggermente errati, citandolo. Si potrebbe obiettare a questa mia osservazione che, in fondo, padre o insegnante che fosse quell’uomo, non fa la differenza. Neda, se è morta, mentre, come ci racconta qualcuno per il web, veniva trasportata in ospedale, è morta. Punto. E’ comunque stata assunta a simbolo di una voce, quella della libertà. Voce, tra l’altro, è anche il significato letterale del suo nome. Eppure, questo dettaglio, mette in dubbio qualcos’altro, ovvero, la lettera diffusa all’indomani della tragedia, quella nella quale una donna iraniana le si rivolgeva come ad una sorella. Ne esistono anche dei corrispettivi video su youtube, in tedesco. In molti, leggendo tra i commenti, sembra continuino a pensare che l’autrice di quel messaggio possa essere davvero la sorella di Neda. Qualcuno giustifica la lingua pensando possa trattarsi di una iraniana che studia in Germania, qualcun altro ci fa giustamente notare: “I can answer all the questions in the description. This German girl is not Neda’s sister. She means “sister” in the hippie sense — all people are her sisters and brothers. She doesn’t have the correct facts about Neda as these weren’t available initally (e.g., It was her music teacher, not her father, etc.)”. L’appellativo sorella dunque, e lo si ipotizza anche qui potrebbe essere stato usato alla stregua di “compagna”, poiché chi scrive sembra non essere adeguatamente informato sull’accaduto. Il messaggio recita, infatti, ad un certo punto: ”Invece ora io sono qui, viva, e a essere uccisa è stata mia sorella. Sono qui a piangere mia sorella morta tra le braccia di mio padre”. Fosse stata della famiglia non avrebbe commesso questo errore. Tra l’altro, il giorno precedente, la stessa persona, uomo o donna che fosse (poiché nemmeno questo, ad esser sinceri, ci è chiaro) aveva diffuso una nota, una sorta di messaggio alle generazioni future. Pubblicata in diversi blog persiani ma anche in occidente, la nota aveva avuto una grande diffusione. Una coincidenza piuttosto strana se a scriverla fosse stata per davvero la sorella biologica di Neda. Non trovate?

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Iran: Neda Soltani, la vittima-simbolo delle proteste anti-regime
Sui social network aperti molti siti in suo onore. Uccisa dai cecchini sabato a Teheran durante la manifestazione

Neda Soltani
La ragazza uccisa durante la protesta dello scorso sabato a Teheran si chiamerebbe Neda Soltani. Aveva 26-27 anni ed era una studentessa di filosofia, secondo testimonianze riportate sui social network Twitter e Facebook e su altri siti web. La causa della morte è, secondo i manifestanti, lo sparo di un cecchino da un edificio, mentre la ragazza si trovava in via Karegar, a Teheran, durante la manifestazione anti-governativa che chiede nuove elezioni presidenziali nel Paese.

Oltre alle immagini della morte di Neda e del suo volto insanguinato (pubblicate dalla stampa di molti Paesi, anche in Medio Oriente e impugnate a manifestazioni di protesta da Los Angeles a Istanbul), è emersa su internet un’altra foto della ragazza. Seria, con i capelli castani coperti da un foulard nero a fiori. Esistono due video della sua morte: il più lungo è stato girato con un cellulare, e mostra la ragazza sorretta da diverse persone mentre cade al suolo; c’è una macchia di sangue ai suoi piedi. Poi due uomini cercano di rianimarla, ma dopo pochi secondi perde conoscenza e comincia a sanguinare. Un uomo accanto a Neda, il presunto padre, urla il suo nome in farsi: «Neda, non aver paura, Neda non aver paura! Neda, resta con me, resta con me!». L’altro video, più breve, è girato da qualcuno che arriva correndo e inizia a riprendere la scena quando la ragazza è già sull’asfalto.

La prima persona a postare uno dei video su Facebook sarebbe stato un iraniano che vive in Olanda, secondo il New York Daily News. Lui dice di averlo ricevuto da un amico di Teheran, un medico che ha cercato di rianimare la ragazza. Un terzo video mostrerebbe invece Neda alla protesta prima della morte, accanto al presunto padre. In realtà, ciò che si vede chiaramente è solo la camicia blu a righe dell’uomo. Secondo un reporter della tv americana Abc a Dubai, la giovane sarebbe stata seppellita rapidamente, per evitare che il suo funerale potesse diventare una nuova occasione per cortei e proteste. Una manifestazione è comunque stata indetta lunedì a Teheran.

Per lei è stata creata una pagina su Wikipedia. Il sito Neda’s Voice invita a postare messaggi in sua memoria. Un gruppo su Facebook ha trasformato letteralmente l’immagine del volto insaguinato della ragazza in un nuovo simbolo della protesta, rosso e nero su sfondo verde. Si chiama «Neda» e lunedì mattina aveva già 3 mila membri provenienti da tutto il mondo. Un altro gruppo di Facebook (altrettanto popolare) la chiama «L’angelo dell’Iran».

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LEI era una hobbit, non alla maniera fantastica di Tolkien ma una reale vita di piccola donna causata, in rari casi, da una deficienza ormonale in fase di crescita.
nessuna caratteristica fisica di "nanismo", solo il suo corpo si è fermato all'età di otto anni.
giocava a paradiso nel cortile di casa sua con le altre bimbe, ed aveva già il ciclo, le altre solo treccine e piedini scalzi.
la conoscevano tutti, qui, ed anche nei paesi vicini, non solo per la sua particolarità fisica, ma per la disponibilità concreta, generosa di mettere gli altri prima di qualsiasi cosa, prima di sè stessa.
seguì il padre, la madre, il fratello e la sorella sino alla fine, lei così piccola, utilizzò tutta la forza delle sue fragili ossa per aiutarli, stare vicino ad ognuno di loro, senza risparmio fisico e d'umanità. e così fece, sempre, con tutti. rimase sola, in una casa grande che man mano si svuotò perchè regalò quasi tutti i suoi arredi, le sue carabattole, i suoi gioielli, perchè altri ne avevano bisogno più di lei e perchè tenere quegli oggetti la mettevano di cattivo umore.
la conobbi bene tanti tanti anni fa. fu quando avevo 25 anni.
non ci lasciammo più.
io giovane donna, ancora senza figli e marito e lei, minuscola perla di 50 anni, ci toccammo capendo di essere incappate in un mondo tutto nostro.
andavamo con la mia r4 in giro ovunque, risate, piccole follie..una volta, al bar, mi fece portare dal fioraio un mazzo anonimo di fresie e ranuncoli, sapendo che mi piaceva il tizio del tavolino vicino, convinta che questo lo ingelosisse, capirai!

ci eravamo incontrate, due vite diversissime per storia ed età. lei cattolica, io miscredente, entrambe contro ogni forma di potere, anche il minimo prevaricare di uno sull'altro veniva osteggiato da entrambe. in piccoli gesti, certo, ma giorno per giorno.
mi accompagnò il giorno del matrimonio in comune, come testimone. ne era felicissima lei, io un pò meno, visto che mi sposai, solo civilmente, per non fare troppo male a mia madre,. andai via di casa a 18 anni, per vivere quì ! il massimo dell'umiliazione, per i miei. glielo dovevo.
ribelle io, ribelle in altre forme, lei.
si ammalò.
le sue ossa implosero dentro il suo corpo, non riusciva a muoversi, si fratturava in continuazione, ma non voleva nessuno a casa sua, con lei. diceva di farcela lo stesso.
andavo a trovarla ed erano fiumi di caffè, sigarette, risate, piccole occhiate di complicità.
le dicevo sempre: vedi, guarda bene il tasto dell'ascensore sul tuo piano, non si legge più il numero! cosa vuol dire secondo te, che sei sola? direi piuttosto che è il più usato in tutto il palazzo!! e ridacchiava dicendomi: mi spiazzi sempre!!
la gente cominciò a diradarsi, però, ognuno preso dai suoi problemi, ognuno stanco, ed è allora che cominciò a morire..la sentivo mattina e sera, mi accorgevo che ripeteva le stesse cose, la testa cominciava a non esserci più.
come per miracolo comparvero dei suoi parenti di un paese vicino che se la portarono via, a casa loro.
in poco tempo, Grazietta se n'è andata. non la rividi che dentro il baule, eravamo in quattro. la marea di gente che lei conobbe ed aiutò, o semplicemente le fu amica, non c'era.
non voleva nessuno, se non le persone che lei stessa decise di avere, questa fu la versione dei suoi sconosciuti parenti.
niente manifesti, niente telefonate, niente di niente.
nella cappella del cimitero eravamo in dieci. piansi tutte le lacrime che a volte le asciugavo, le dicevo sempre che mi costava un patrimonio in fazzolettini...
le misi una piccola saponettina a forma di fiore, color malva, tra le mani, in mezzo al rosario d'uso, con un'occhiata fulminai chi aveva intenzione di spostarla.
è l'unica cosa che di mio le rimane addosso.
mi manca, ora non posso dire altro.
questo è solo un leggero accenno della sua vita, non sono in grado, ancora, di fermarne i pensieri.
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 Oggetto del messaggio: VIOLETA PARRA
MessaggioInviato: 07/08/2009 - 08:13 
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Biografia
Sorella di Nicanor Parra, Violeta vive un'infanzia difficile a causa delle ristrettezze economiche in cui versa la famiglia. Proprio questi problemi la spingono a cercare di guadagnare qualcosa cantando e suonando (insieme ai fratelli) per le strade, nei circhi e persino nei bordelli.

Nel 1937 si trasferisce a Santiago del Cile dove conosce e sposa Luis Cereceda. Da questo matrimonio, finito nel 1948, nascono i figli Ángel e Isabel , che in seguito seguiranno le orme delle madre diventando anch'essi cantanti.
Violeta lavora suonando nelle sale da ballo e talvolta per piccole stazioni radio. Incomincia intanto ad interessarsi alla ricerca delle tradizioni popolari del suo paese.
Nel 1949 si sposa nuovamente e da questo nuovo legame nascono le figlie Luisa e Rosita Clara. Nel 1953, dopo un recital a casa di Pablo Neruda viene chiamata da Radio Cile per un programma sul folclore locale.
Nel 1954 riceve il premio Caupolican ed inizia una serie di tournée che la porteranno in Europa, in occasione del Festival della Gioventù di Varsavia, ed in Unione Sovietica.
Soggiorna poi a Parigi per quasi due anni tornando in Cile nel 1956 dove inizia ad unire all'attività musicale (recital e ricerca) quella di pittrice.
Nel 1960 incontra il musicologo e antropologo svizzero Gilbert Favré che diventerà l'amore della sua vita e al quale dedicherà centinaia delle sue canzoni d'amore, tra cui le più conosciute sono Corazón Maldito, El Gavilán, Gavilán, Qué He Sacado con Quererte.
Nel 1961 torna in Europa, accompagnata dai figli Isabel e Ángel, per una lunga tournée che la porta anche in Italia.
Nel 1964 espone le sue opere al Museé Des Arts Décoratifs del Louvre a Parigi.
Nel 1965 ritorna in Cile. Qui installa un grande tendone (la carpa de la Reina) alle porte della capitale Santiago, pensato come centro culturale sul folclore cileno (Centro delle Arti).
È sostenuta dai suoi figli e da altri artisti come Patricio Manns, Rolando Alarcón e Víctor Jara, ma non riesce ad interessare il grande pubblico. Nel 1966 registra dei nuovi dischi, viaggia in Bolivia, dà una serie di concerti nel sud del Cile e poi torna a Santiago per continuare il suo lavoro artistico al Centro delle Arti. Qui scrive le sue ultime canzoni.

La sua relazione sentimentale con Gilbert Favre finisce. Lui parte in Bolivia dove diviene il co-fondatore del gruppo musicale "Los Jairas". Questo dramma personale ispira a Parra una delle sue canzoni più conosciute: Run Run Se Fue Pa'l Norte. Sempre nel 1966 Parra registra quello che sarà il suo ultimo disco: Gracias a la Vida, Volver a los 17, la commovente Rin del Angelito sulla mortalità infantile, Pupila de Águila, Cantores Que Reflexionan e El Albertío.

Il 5 febbraio 1967, all'età di cinquant'anni, colpita da una grave forma di depressione, Violeta Parra mette fine ai suoi giorni. La sua canzone Gracias a la Vida è considerata il suo testamento spirituale ed è stata interpretata da numerose cantanti.


Nel 1970 viene pubblicata la raccolta Decimas da cui il gruppo degli Inti-Illimani, insieme ad Isabel Parra, ha tratto la cantata Canto para una semilla.

Una raccolta di testi delle sue canzoni, con notevole apparato critico, è stata pubblicata in Italia col semplice titolo "Canzoni", Newton Compton, Roma 1979.


Fondazione Violeta Parra
Nel 1991 è stata creata una fondazione a lei dedicata. Attualmente ne è la presidente sua figlia Isabel Parra. La fondazione ha lo scopo di riunire ed organizzare l'opera di Violeta Parra.


Il brano Gracias a la vida è stato reintepretato da moltissimi artisti, fra cui:

Mercedes Sosa (Homenaje a Violeta Parra 1971).
Joan Baez (Gracias a la Vida 1974) e in duetto con Mercedes Sosa (DVD Three voices).
Elis Regina (Falso Brilhante 1976).
Placido Domingo (Mi alma latina)
Banda Bassotti
Ana Belen
Chavela Vargas
Chonchi Heredia
Maria Dolores Pradera
Andrea Parodi ed Elena Ledda
Richard Clayderman (América Latina…Mon Amour 1992).
Yasmin Levy (La Judería - Ladino meets Flamenco 2005).
Verónica Garay Opaso (Así 2007).
Pasión Vega (Gracias a la vida 2009).
Il brano è stato anche inciso in altre lingue, fra cui:

in italiano da Gabriella Ferri con il titolo Grazie alla vita
in francese da Herbert Pagani con il titolo Graçias a la vida - Merci l'existence


Svedese - Esperanto - Cinese - Greco - Islandese 1 - Islandese 2

Italian 1 - Italian 2 - Italian 3 - Italian 4 - French 1 - English - French 2 - Portuguese 1 - Portuguese 2 - German - Swedish - Esperanto - Cinese - Greek - Icelandic 1 - Icelandic 2
Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me dió dos luceros, que cuando los abro
Perfecto distingo, lo negro del blanco
Y en el alto cielo, su fondo estrellado
Y en las multitudes, el hombre que yo amo

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me ha dado el oído, que en todo su ancho
Graba noche y día, grillos y canarios
Martillos, turbinas, ladridos, chubascos
Y la voz tan tierna, de mi bien amado

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me ha dado el sonido, y el abecedario
Con el las palabras, que pienso y declaro
Madre, amigo, hermano y luz alumbrando
La ruta del alma del que estoy amando

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me ha dado la marcha, de mis pies cansados
Con ellos anduve, ciudades y charcos
Playas y desiertos, montañas y llanos
Y la casa tuya, tu calle y tu patio

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me dió el corazón, que agita su marco
Cuando miro el fruto del cerebro humano
Cuando miro el bueno tan lejos del malo
Cuando miro el fondo de tus ojos claros

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me ha dado la risa y me ha dado el llanto
Así yo distingo dicha de quebranto
Los dos materiales que forman mi canto
Y el canto de ustedes, que es el mismo canto
Y el canto de todos, que es mi propio canto
Y el canto de ustedes, que es mi propio canto.


http://www.youtube.com/watch?v=NxQfm9Db ... r_embedded


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 Oggetto del messaggio: MORGANA di Avalon
MessaggioInviato: 07/08/2009 - 16:52 
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La Fata Morgana di Anthony Frederick Augustus Sandys (1829 - 1904), 1864 (Birmingham Art Gallery)Morgana è una delle donne protagoniste della mitologia celtica. Pur non essendo una fata, la cultura tardo-medievale di impronta profondamente cattolica le ha attribuito questo attributo, diventando così per i più la mitica Fata Morgana. Per la sua caratteristica di apparire sollevata dal suolo diede il nome all'effetto ottico fatamorgana. Si presuppone che fosse probabilmente un tipo di camminata molto dolce e leggera che, unitamente ad altri effetti ottici forse anche causati dal particolare abbigliamento delle sacerdotesse di Avalon (di cui Morgana è una delle ultime esponenti) a creare questo apparente distacco da terra durante la camminata di Morgana.


Morgana nel ciclo arturiano
Nel ciclo arturiano, Morgana è un personaggio femminile, talvolta presentato come antagonista di Artù e nemica di Ginevra. Nella Vita Merlini (Vita di Merlino) del XII secolo, si dice che Morgana ("Morgen") sia la più vecchia di nove sorelle che governano su Avalon. Geoffrey of Monmouth parla di Morgana come di una guaritrice e una mutaforma. Scrittori più tardi come Chretien de Troyes, basandosi sull'interpretazione di Monmouth, hanno descritto Morgana intenta a curare Merlino ad Avalon.

Nella tradizione dei cicli arturiani, Morgana era la figlia della madre di Artù, Lady Igraine, e del suo primo marito, Gorlois, duca di Cornovaglia; Artù (Arthur Pendragon), figlio di Igraine e di Uther Pendragon, era dunque suo fratellastro. Come donna celtica, Morgana ereditò parte della magia della Terra di sua madre. Morgana aveva due sorelle maggiori (e quindi era la più giovane di tre sorelle, non la maggiore di nove). Il terzetto di sorelle è una formula piuttosto comune nella mitologia celtica. In Le Morte d'Arthur e altre fonti, ella è infelicemente sposata con Re Urien di Gore, e Owain mab Urien è suo figlio.

Sempre secondo la tradizione Morgana sarebbe l'allieva, forse l'ultima o una delle ultime, di Viviana. Questa, la Dama del Lago, sarebbe stata la Sacerdotessa Madre di Avalon, nonché colei che avrebbe preso sotto la sua ala la piccola Morgana, per educarla all'antica religione di Avalon al fine di farla succedere a sé come Sacerdotessa Madre. Anche Artù (nome sacro: Arthur Pendragon) come figlio di Uther Pendragon fu educato ed iniziato all'antica religione di Avalon. Il suo compito, infatti, sarebbe stato quello di unire le popolazioni dell'Inghilterra, quelle appunto fedeli all'antica religione di Avalon e quelle fedeli alla nuova fede, la religione Cattolica. Durante l'iniziazione, che come protagonisti aveva una sacerdotessa ed un "re cervo", Morgana si sarebbe unita ad Artù generando un figlio, Mordred, di cui Artù avrebbe ignorato l'esistenza, che più tardi avrebbe preteso il trono, passando per il malvagio Mordred. Originariamente (per esempio in Le Morte d'Arthur) questo ruolo pare fosse ricoperto da una delle sorelle.

Diverse fonti descrivono anche Morgana come allieva di Merlino, e successivamente sua rivale; in questo ruolo, il personaggio appare parzialmente sovrapposto con quello di "Viviana", una delle figure che corrispondono al nome di "Dama del Lago". Il mito della rivalità fra Morgana e Merlino è ripreso anche in alcune opere cinematografiche, in particolare nel film Excalibur di John Boorman (1981). In alcuni libri, come "Le nebbie di Avalon", Morgana viene descritta come nipote di Merlino da parte di madre.

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Margherita Hack (Firenze, 12 giugno1922)

E' una delle menti più brillanti della comunità scientifica italiana e ha vissuto lavorando in grande stile alla scienza astrofisica. Prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, ha svolto un'importante attività di divulgazione e ha dato un valido contributo alla ricerca per lo studio e la classificazione spettrale di molte categorie di stelle.

Il padre, di religione protestante, lavorava come contabile e la madre, cattolica, diplomata all'Accademia di belle arti, era miniaturista alla Galleria d'arte degli Uffizi. Entrambi insoddisfatti delle loro religioni e chiese, aderirono alle dottrine teosofiche, intrecciando rapporti con un ambiente che sarebbe stato loro di sostegno nei momenti più difficili. Non simpatizzarono per il regime fascista e per questo subirono molte discriminazioni. Vegetariani convinti, trasmisero questa cultura alla figlia, che non ha mai mangiato carne e ha coltivato fin da piccola grandi amicizie a "quattro zampe". A undici anni Margherita conobbe tra i compagni di giochi Aldo, un ragazzo di due anni maggiore, che sarebbe diventato suo marito. Frequentò il liceo classico e iniziò a giocare a pallacanestro e a fare atletica, ottenendo ottimi risultati a livello nazionale nel salto in alto. Ritrovò Aldo dieci anni dopo, nel 1943, all'Università di Firenze, dove frequentavano rispettivamente la Facoltà di Fisica e quella di Lettere. Si sposarono l'anno successivo e sono ancora uniti. A guerra finita, nel 1945, fu possibile laurearsi con una tesi di astrofisica relativa a una ricerca sulle cefeidi, una classe di stelle variabili. Il lavoro fu condotto presso l'Osservatorio astronomico di Arcetri, dove la Hack iniziò a occuparsi di spettroscopia stellare, che sarebbe diventato il suo principale campo di ricerca.

Iniziò un periodo di precariato come assistente presso lo stesso Osservatorio e come insegnante presso l'Istituto di Ottica dell'Università di Firenze. Il primo impiego le venne offerto nel 1947 dalla Ducati, un'industria di Milano che iniziava a occuparsi di ottica. Margherita lo accettò e si trasferì col marito, ma l'anno successivo preferì tornare all'ambiente universitario fiorentino.

Dal 1948 al 1951, insegnò astronomia come assistente e nel 1950 entrò in ruolo. Nel 1954 ottenne la libera docenza e, sotto la spinta del marito, iniziò la sua attività di divulgatrice scientifica, collaborando con un quotidiano. Chiese e ottenne il trasferimento all'Osservatorio di Merate, presso Lecco, una succursale dello storico Osservatorio di Brera. Nello stesso periodo, teneva corsi di astrofisica e di radioastronomia presso l'Istituto di Fisica dell'Università di Milano e iniziò le sue numerose collaborazioni con università straniere in qualità di "ricercatore in visita". Accompagnata dal marito, che la seguiva in ogni spostamento, collaborò con l'Università di Berkeley (California), l'Institute for Advanced Study di Princeton (New Jersey), l'Institut d'Astrophysique di Parigi (Francia), gli Osservatori di Utrecht e Groningen (Olanda), l'Università di Città del Messico; è stata anche "docente in visita" presso l'Università di Ankara (Turchia).


Nel 1964 divenne professore ordinario, ottenendo la cattedra di astronomia presso l'Istituto di Fisica teorica dell'Università di Trieste e come tale ebbe l'incarico della direzione dell'Osservatorio astronomico. La sua gestione, durata fino al 1987, rivitalizzò un'istituzione che era l'ultima in Italia sia per numero di dipendenti e di ricercatori che per strumentazione scientifica, portandola a rinomanza internazionale. L'enorme sviluppo delle attività didattiche e di ricerca, che Margherita Hack aveva promosso in università, pose il problema di creare un Istituto di Astronomia. Fu istituito nel 1980 e sostituito nel 1985 da un Dipartimento di Astronomia, che la scienziata diresse fino al 1990. Dalla sua nascita, nel 1982, la studiosa ha curato una stretta collaborazione anche con la sezione astrofisica della Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa).


La carriera scientifica di Margherita Hack si è intrecciata a quella degli astronomi più importanti dell'ultimo secolo. Le sue ricerche hanno toccato diversi settori: ha studiato le atmosfere delle stelle e gli effetti osservabili dell'evoluzione stellare e ha dato un importante contributo alla ricerca per lo studio e la classificazione spettrale delle stelle da 0 a F. I suoi lavori più importanti vertono sulle stelle in rapida rotazione, chiamate stelle a emissione B, che emettono grandi quantità di materiale e a volte formano anelli o inviluppi stellari, e sulle stelle a inviluppo esteso. Ha contribuito in particolare allo studio delle stelle di tipo Be, caratterizzate da uno spettro continuo solcato di righe scure. Le sue recenti ricerche includono la spettroscopia, nel visibile e nell'ultravioletto, dei sistemi a stelle binarie, nei quali le due componenti sono così vicine da interagire, e delle stelle simbiotiche.

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Ha alternato la stesura di testi scientifici - sull'astronomia generale e la spettroscopia stellare - a carattere universitario, alla scrittura di testi a carattere divulgativo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Le nebulose e gli universi-isole(1959), La radíoastronomia alla scoperta di un nuovo aspetto dell'Universo (1960), L'universo. Pianeti, stelle e galassie (1963), Esplorazioni radíoastronomíche (1964), L'universo violento della radioastronomia (1983), Corso di astronomia (1984), L'universo alle soglie del Duemila (1992), La galassia e le sue popolazioni (1992), Alla scoperta dei sistema solare (1993), Cosmogonie contemporanee (1994), Una vita tra le stelle (1995), L'amica delle stelle (1998). Il trattato Stellar Spettroscopy, scritto a Berkeley, nel 1959, con Otto Struve (1897-1963) è considerato ancora un testo fondamentale.

Straordinaria divulgatrice, ha collaborato a numerosi giornali, a periodici specializzati e ha fondato nel 1978 la rivista "L'Astronomia" che dirige tuttora. Nel 1980 ha ricevuto il premio Accademia dei Lincei e nel 1987 il premio Cultura della Presidenza dei Consiglio. E' membro dell'Accademia dei Lincei, dell'Unione Internazionale Astronomi e della Royal Astronomical Society. Nel 1992 la scienziata è andata fuori ruolo per anzianità e ha continuato l'attività di ricerca senza l'impegno dell'insegnamento. Nel 1993 è stata eletta consigliera comunale a Trieste.
Dal 1997 è in pensione, ma dirige ancora il Centro Interuniversitario Regionale per l'Astrofisica e la Cosmologia (CIRAC) di Trieste e si dedica a incontri e conferenze al fine di "diffondere la conoscenza dell'Astronomia e una mentalità scientifica e razionale".

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giuditta ha scritto:
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LEI era una hobbit, non alla maniera fantastica di Tolkien ma una reale vita di piccola donna causata, in rari casi, da una deficienza ormonale in fase di crescita.
nessuna caratteristica fisica di "nanismo", solo il suo corpo si è fermato all'età di otto anni.
giocava a paradiso nel cortile di casa sua con le altre bimbe, ed aveva già il ciclo, le altre solo treccine e piedini scalzi.
la conoscevano tutti, qui, ed anche nei paesi vicini, non solo per la sua particolarità fisica, ma per la disponibilità concreta, generosa di mettere gli altri prima di qualsiasi cosa, prima di sè stessa.
seguì il padre, la madre, il fratello e la sorella sino alla fine, lei così piccola, utilizzò tutta la forza delle sue fragili ossa per aiutarli, stare vicino ad ognuno di loro, senza risparmio fisico e d'umanità. e così fece, sempre, con tutti. rimase sola, in una casa grande che man mano si svuotò perchè regalò quasi tutti i suoi arredi, le sue carabattole, i suoi gioielli, perchè altri ne avevano bisogno più di lei e perchè tenere quegli oggetti la mettevano di cattivo umore.
la conobbi bene tanti tanti anni fa. fu quando avevo 25 anni.
non ci lasciammo più.
io giovane donna, ancora senza figli e marito e lei, minuscola perla di 50 anni, ci toccammo capendo di essere incappate in un mondo tutto nostro.
andavamo con la mia r4 in giro ovunque, risate, piccole follie..una volta, al bar, mi fece portare dal fioraio un mazzo anonimo di fresie e ranuncoli, sapendo che mi piaceva il tizio del tavolino vicino, convinta che questo lo ingelosisse, capirai!

ci eravamo incontrate, due vite diversissime per storia ed età. lei cattolica, io miscredente, entrambe contro ogni forma di potere, anche il minimo prevaricare di uno sull'altro veniva osteggiato da entrambe. in piccoli gesti, certo, ma giorno per giorno.
mi accompagnò il giorno del matrimonio in comune, come testimone. ne era felicissima lei, io un pò meno, visto che mi sposai, solo civilmente, per non fare troppo male a mia madre,. andai via di casa a 18 anni, per vivere quì ! il massimo dell'umiliazione, per i miei. glielo dovevo.
ribelle io, ribelle in altre forme, lei.
si ammalò.
le sue ossa implosero dentro il suo corpo, non riusciva a muoversi, si fratturava in continuazione, ma non voleva nessuno a casa sua, con lei. diceva di farcela lo stesso.
andavo a trovarla ed erano fiumi di caffè, sigarette, risate, piccole occhiate di complicità.
le dicevo sempre: vedi, guarda bene il tasto dell'ascensore sul tuo piano, non si legge più il numero! cosa vuol dire secondo te, che sei sola? direi piuttosto che è il più usato in tutto il palazzo!! e ridacchiava dicendomi: mi spiazzi sempre!!
la gente cominciò a diradarsi, però, ognuno preso dai suoi problemi, ognuno stanco, ed è allora che cominciò a morire..la sentivo mattina e sera, mi accorgevo che ripeteva le stesse cose, la testa cominciava a non esserci più.
come per miracolo comparvero dei suoi parenti di un paese vicino che se la portarono via, a casa loro.
in poco tempo, Grazietta se n'è andata. non la rividi che dentro il baule, eravamo in quattro. la marea di gente che lei conobbe ed aiutò, o semplicemente le fu amica, non c'era.
non voleva nessuno, se non le persone che lei stessa decise di avere, questa fu la versione dei suoi sconosciuti parenti.
niente manifesti, niente telefonate, niente di niente.
nella cappella del cimitero eravamo in dieci. piansi tutte le lacrime che a volte le asciugavo, le dicevo sempre che mi costava un patrimonio in fazzolettini...
le misi una piccola saponettina a forma di fiore, color malva, tra le mani, in mezzo al rosario d'uso, con un'occhiata fulminai chi aveva intenzione di spostarla.
è l'unica cosa che di mio le rimane addosso.
mi manca, ora non posso dire altro.
questo è solo un leggero accenno della sua vita, non sono in grado, ancora, di fermarne i pensieri.
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si dedide di incontrarsi
per questo il come è stato l'incontro rimane fuori del racconto :wink:
i fiori di malva, un segno di spontaneo, di noj solo apprezziamo
l'incorniciatura fatta con essi ha un profondo significato
oggi volevo mettere anche quando non ci amano, uno si fa amare: questa tua donna va oltre, oltre la consolazione, ottiene tutto, è un esempio che ci amano sempre, al contrario e realtà maggiore mangia colpo di dadi basso :P

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sì qualità, la qualità delle abitudini


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