La Torre della Rosa d'Argento

ddd. devil & daimon 's dream
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 Oggetto del messaggio: In tv e sui giornali no, ma nel reale i migranti......
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IMMIGRAZIONE: 17 CLANDESTINI SBARCATI NEL SUD SARDEGNA

CAGLIARI - Sono ripresi gli sbarchi di immigrati clandestini sulle coste sud occidentali della Sardegna. Durante la notte i carabinieri della stazione di Calasetta hanno fermato 17 immigrati, presumibilmente di nazionalità tunisina, trasportati da una imbarcazione che aveva raggiunto l'isola poco prima. I 17 clandestini sono stati portati nel Centro di Prima accoglienza di Elmas per l'identificazione e per essere rifocillati.

Un gommone con cinque migranti a bordo, tra cui una donna in precarie condizioni di salute, è stato invece soccorso da una motovedetta della Guardia di Finanza a circa 12 miglia a Sud di Lampedusa, al limite delle acque territoriali. La presenza del battello era stata segnalata dalle autorità maltesi a quelle italiane impegnate nella missione Frontex, il pattugliamento congiunto del Mediterraneo. Gli extracomunitari, che in un primo momento dovevano essere portati direttamente a Porto Empedocle, sono invece stati accompagnati nel porto di Lampedusa a causa delle condizioni della donna e di un altro immigrato, che necessitano di cure mediche.

ALLARGANO SBARRE, 7 FUGGITI DA CIE GRADISCA
Sette immigrati sono fuggiti stamani all'alba dal Cie di Gradisca d'Isonzo (Gorizia) dopo essere riusciti ad allargare, con attrezzi rudimentali, le sbarre delle loro camere. Altri due immigrati, che stavano tentando di scappare attraverso i tetti della struttura, sono stati bloccati dalle forze dell'ordine. I sette evasi - si è appreso da fonti della Prefettura di Gorizia - sono di nazionalità algerina e tunisina e sono tuttora ricercati dalle forze dell'ordine.

Prima della fuga di stamani, nel Cie di Gradisca d'Isonzo vi erano 194 immigrati a fronte di una capienza di 198 persone. Dopo le violente proteste dello scorso 9 agosto, quando un centinaio di immigrati sono saliti sui tetti della struttura e hanno danneggiato impianti e suppellettili, 30 immigrati (fra quelli considerati più pericolosi dalle forze dell'ordine) sono stati trasferiti nel Cie di Milano e nella struttura è stato adottato un regime più restrittivo. In particolare, gli immigrati sono stati consegnati nei loro alloggi ed è stata abolita la possibilità di stare all'aperto e nelle zone comuni. Secondo la Prefettura di Gorizia, da qualche giorno la situazione appariva tranquilla al punto che si stava valutando l'ipotesi di ripristinare un regime di vita normale in vista dell'avvio del Ramadan. Dopo le fughe di stamani - hanno riferito fonti della Prefettura - tale ipotesi non è più presa in considerazione, almeno per il momento.

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MessaggioInviato: 21/08/2009 - 06:51 
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"Oltre 70 immigrati morti in mare"

Cinque eritrei soccorsi a Lampedusa:
i nostri compagni non ce l'hanno fatta



LAMPEDUSA (AGRIGENTO)
Un gommone con cinque migranti a bordo, tra cui una donna in precarie condizioni di salute, è stato soccorso da una motovedetta della Guardia di Finanza a circa 12 miglia a Sud di Lampedusa, al limite delle acque territoriali. La presenza del battello era stata segnalata dalle autorità maltesi a quelle italiane impegnate nella missione Frontex, il pattugliamento congiunto del Mediterraneo.

Gli extracomunitari, che in un primo momento dovevano essere portati direttamente a Porto Empedocle, sono invece stati accompagnati nel porto di Lampedusa a causa delle condizioni della donna e di un altro immigrato, che necessitano di cure mediche. I cinque migranti sarebbero eritrei, avrebbero detto di essere partiti dalle coste africane in 80 e che 75 persone sarebbero morti durante la traversata. Secondo il loro racconto sarebbero stati in mare una ventina di giorni.

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MessaggioInviato: 21/08/2009 - 12:50 
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IMMIGRAZIONE: AVVENIRE, OCCIDENTE OCCHI CHIUSI COME SU SHOAH

ROMA - "L'Occidente a occhi chiusi" non vuole vedere i barconi di clandestini, così come durante il nazismo nessuno vedeva i treni pieni di ebrei diretti ai campi di concentramento. A paragonare l'indifferenza verso gli immigrati irregolari dispersi in mare con quella delle popolazioni al tempo della Shoah è l'Avvenire con un editoriale in prima pagina. C'é, per il quotidiano dei vescovi, "almeno un equivoco in cui non è ammissibile cadere. Nessuna politica di controllo dell'immigrazione consente a una comunità internazionale di lasciare una barca carica di naufraghi al suo destino. E questa legge ordina: in mare si soccorre". A terra poi si guarderà a "diritto di asilo, accoglienza, respingimento". Ma prima "le vite si salvano".

Invece "quel barcone vuoto" arrivato sulle coste di Lampedusa, dimostra che oggi si fa strada "un'altra legge. Non fermarsi, tirare dritto", la "nuova legge del non vedere". "Come in un'abitudine, in un'assuefazione. Quando, oggi, leggiamo delle deportazioni degli ebrei sotto il nazismo - scrive Marina Corradi - ci chiediamo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il totalitarismo e il terrore, a far chiudere gli occhi. Oggi no. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una infastidita avversione, sul Mediterraneo". "Così è stata violata una legge antica - conclude l'editoriale - che minaccia le nostre stesse radici. Le fondamenta. L'idea di cos'é un uomo, e di quanto infinitamente vale".


SUPERSTITI RACCONTANO, SONO MORTI IN 73
Quando sono sbarcati sul molo del porto di Lampedusa sembravano fantasmi, come ha raccontato uno degli operatori in servizio nel Centro di accoglienza. Cinque eritrei, tra cui una donna e due ragazzi minorenni, con il corpo ridotto a uno scheletro e gli occhi persi nel vuoto, che a fatica hanno ricostruito la loro odissea: "Siamo partiti oltre venti giorni fa dalla Libia, eravamo in 78. Noi siamo gli unici sopravvissuti. I nostri compagni morivano e noi gettavamo in mare i loro cadaveri". Una nuova tragedia dell'immigrazione il cui bilancio difficilmente potrà essere verificato. Il racconto dei superstiti viene ritenuto attendibile dalle organizzazioni umanitarie mentre il Viminale esprime dubbi e perplessità, anche se le autorità maltesi hanno comunicato di avere recuperato in serata quattro cadaveri. Gli immigrati sono stati soccorsi questa mattina da una motovedetta della Guardia di Finanza: erano su un gommone alla deriva, dopo essere rimasti per diversi giorni senza carburante e senza viveri. "Durante la traversata - ha raccontato Habeton, 17 anni, uno dei superstiti - abbiamo incrociato almeno dieci imbarcazioni, alle quali abbiamo chiesto inutilmente aiuto. Solo qualche giorno fa un pescatore ci ha offerto acqua e cibo". L'imbarcazione è stata intercettata al confine con le acque territoriali, in seguito a una segnalazione delle autorità maltesi a quelle italiane impegnate nell'operazione Frontex. Un allarme scattato solo all'alba di oggi, quando l'imbarcazione era ormai al limite delle acque di competenza del nostro Paese per quanto riguarda le operazioni Sar di ricerca e soccorso in mare. Una circostanza che rischia di fare esplodere un nuovo caso diplomatico tra Malta e l'Italia. L'ennesima strage nel Canale di Sicilia suscita anche la dura reazione di numerose organizzazioni umanitarie, da Save The children all'Alto commissariato Onu per i rifugiati. "E' allarmante - osserva Laura Boldrini, portavoce in Italia dell'Unhcr - che per oltre 20 giorni queste persone abbiamo vagato nel Mediterraneo senza che nessuna imbarcazione le abbia soccorse. Come se fosse passato il messaggio che ci arriva via mare sia una sorta di 'vuoto a perdere'". Boldrini ricorda che gli eritrei che arrivano in Italia via mare "sono richiedenti asilo, persone in pericolo che cercano protezione a e a cui l'Italia riconosce questo bisogno e questo diritto". Un riferimento, sia pure indiretto, alla politica dei respingimenti adottata dal governo italiano dopo l'accordo bilaterale con la Libia. Ancora più esplicito è Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati: "Dopo il primo respingimento dello scorso maggio, il numero di sbarchi è drasticamente diminuito, ma l'Italia ha detto a metà luglio alla Commissione europea che non avrebbe più fatto respingimenti e ciò non è vero perché ci risulta che nella prima parte di agosto ne siano stati fatti altri. Ce l'hanno comunicato i migranti stessi respinti in Libia, dove siamo presenti in un centro per immigrati". La polemica si ripercuote inevitabilmente anche tra le forze politiche: se il ministro Roberto Calderoli difende la "linea dura" sottolineando che grazie ai respingimenti gli arrivi di clandestini "sono fortemente diminuiti", il segretario del Pd Dario Franceschini dice di "provare orrore" di fronte al racconto dei cinque superstiti, e invita il governo "a chiarire in Parlamento quello che è successo". A Lampedusa, intanto, dopo i cinque eritrei soccorsi in mattinata, nel pomeriggio sono approdati altri due barconi. Uno dei quali è colato a picco mentre veniva trainato in porto. Una conferma che si tratta di vecchie "carrette", anche se il rischio di naufragare non ferma le traversate della speranza con il loro corollario di morti.

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MessaggioInviato: 21/08/2009 - 14:19 
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Migranti soccorsi nella notte al largo
di Lampedusa: sono 44 nordafricani
La Procura di Agrigento indaga sugli eritrei non soccorsi
in mare: secondo i 5 sopravvissuti ci sarebbero 75 morti



PALERMO (21 agosto) - Non si ferma la nuova ondata di sbarchi di immigrati clandestini a Lampedusa. Nella notte, la Guardia costiera ha soccorso a un miglio a Sud Ovest da Lampedusa, un gruppo di 44 extracomunitari, tunisini e marocchini, a bordo di un'imbarcazione. Gli immigrati sono stati trasferiti a Porto Empedocle (Agrigento) dove sono arrivati alle 5.15 di questa mattina. Sono in corso i controlli per identificare gli extracomunitari, tutti adutli e di sesso maschile.

Prefettura Agrigento su migranti abbandonati in mare. «Se viene confermato quanto raccontato dai cinque immigrati eritrei salvati ieri in acque internazionali vuol dire che sono stati lesi i diritti umani». Lo ha detto il prefetto di Agrigento Umberto Postiglione commentando quanto raccontato ieri dai cinque immigrati clandestini eritrei salvati da una motovedetta della Guardia di finanza in alto mare dopo 20 giorni di navigazione. Altri 75, secondo quanto detto dai sopravvissuti, sarebbero morti durante la traversata in mare.

Gli eritrei, allo stremo delle forze, hanno detto di avere visto almeno «una decine di imbarcazioni, grandi e piccole», ma che nessuno di loro si sarebbe fermata per prestare soccorso. «Il Codice di navigazione internazionale -ribadisce il prefetto di Agrigento- prevede che in caso di naufraghi bisogna intervenire per salvarli. Nei prossimi giorni, quando i cinque eritrei staranno meglio potranno certamente raccontare con più lucidità quanto accaduto in alto mare». È lo stesso prefetto a sottolineare che, secondo quanto confermato dagli stessi eritrei, non sarebbero stati soccorsi «in acque libiche e internazionali».

I soccorsi di un peschereccio. Gli eritrei, stando al loro drammatico racconto, hanno detto di essere stati avvistati più volte. In un'occasione, sarebbero stati avvicinati da un peschereccio: «Ci aspettavamo che qualcuno tendesse una corda o una scaletta -hanno detto gli eritrei- ma ci hanno solo dato del pane e bottiglie d'acqua». Così, il gommone su cui si trovavano si sarebbe trasformato in una vera e propria tomba.

La Procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta per fare luce su quanto accaduto in acque internazionali. «Ho preparato una relazione -ha spiegato ancora il prefetto di Agrigento, Umberto Postiglione- da cui emerge quanto raccontato dagli eritrei sopravvissuti». Fino a questo momento, secondo quanto risulta allo stesso prefetto, sarebbero stati recuperati quattro cadaveri in acque maltesi, altri sette sarebbero stati invece avvistati. «Ma non so se nella notte sono stati recuperati altri cadaveri», ha precisato il prefetto.

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MessaggioInviato: 22/08/2009 - 13:23 
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Tratto dal web, il pensiero credo di tanti:



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Sirio: quei corpi stesi sulla spiaggia
Nella foto, alcuni dei cadaveri degli emigranti
italiani morti nel naufragio del Sirio.
Tra i dispersi, raccontò il "Corriere della Sera", c'era un certo Marzotto di Arzignano, in provincia di Vicenza, che era tornato dall'Argentina
<per sposare la donna del suo cuore, una compaesana di nome Brigida Morelli>.
Il giornale pubblicò i nomi dei naufraghi per professione: cuochi, dispensieri, panettieri...








[url=http://www.speakers-corner.it/rizzoli/stella/canti/canti/mp3/30giornidinaveavapore.mp3]30 giorni di nave a vapore
(tradizionale)

30 giorni di nave a vapore
che nell'America noi siamo arrivati
e nell' America che siamo arrivati
abbiam trovato né paglia e né fieno
abbiam dormito sul piano terreno
e come bestie abbiamo riposà.
abbiam dormito sul piano terreno
e come bestie abbiamo riposà.

America allegra e bella
Tutti la chiamano l'America sorella
Tutti la chiamano l'America sorella
La la la la lallalal lalalalallalala

Ci andaremo coi carri dei zingari
Ci andaremo coi carri dei zingari
Ci andaremo coi carri dei zingari
In America voglio andar [/url]









[url=http://www.speakers-corner.it/rizzoli/stella/canti/canti/mp3/mammamiadammicentolire.mp3]Mamma mia dammi cento lire
(tradizionale)


Mamma mia dammi cento lire
che in America voglio andar (2 volte)

Cento lire io te li do
ma in America no e poi no (2 volte)

I fratelli alla finestra
“Mamma mia lassela andar” (2 volte)

Appena giunto i alto mare
il bastimento si rialzò (2 volte)

Sprofondato nel più profondo
che nel mondo non torna più (2 volte)

Le parole della mamma
Sono giunte ala verità (2 volte)[/url]

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MessaggioInviato: 23/08/2009 - 07:26 
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Lampedusa, i superstiti rischiano l'incriminazione


I cinque eritrei sopravvissuti alla tragedia avvenuta nel Canale di Sicilia rischiano l'incriminazione per immigrazione clandestina. Renato Di Natale, procuratore della Repubblica di Agrigento ha chiarito la linea dell'inchiesta che sta seguendo il suo sostituto, il pm Santo Fornasier. "Fino a questo momento - ha detto Di Natale - stiamo procedendo per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e omicidio colposo plurimo a carico di ignoti".

Resta invece solo sullo sfondo l'ipotesi di omissione di soccorso dei 73 immigrati morti in mare. Secondo le prime ricostruzioni, l'equipaggio della motovedetta maltese si sarebbe limitato a fornire loro cinque salvagente e il carburante per proseguire verso Lampedusa.

"La Guardia di Finanza e la Polizia italiana - spiega il procuratore - stanno svolgendo una serie di accertamenti, anche sui giubbotti di salvataggio trovati a bordo del gommone". "Si tratta comunque di una vicenda giudiziaria complessa - ha aggiunto il magistrato - ad esempio, dobbiamo anche valutare l'iscrizione nel registro degli indagati dei cinque eritrei: in base alle norme del decreto sulla sicurezza devono infatti rispondere di immigrazione clandestina, anche se sono nelle condizioni di fare richiesta d'asilo, perchè riconosciuti cittadini di un Paese bisognosi di protezione".

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MessaggioInviato: 24/08/2009 - 11:58 
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«Donne incinte sul barcone
Le ho viste abortire e morire»
Titi la sopravvissuta racconta



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Titi, la sopravvissuta

PALERMO — «A bordo c’erano an­che tre donne incinte. Due di loro pri­ma di morire hanno perduto il bam­bino che portavano in grembo, han­no abortito per la fame, la sete e la sofferenza di un viaggio terrificante durato 21 giorni». Parla un inglese stentato Titi Tazrar, 27 anni, eritrea, unica donna sopravvissuta alla trage­dia nel Canale di Sicilia. Ma lo strazio di quelle compagne di viaggio che coltivavano la speranza di una vita migliore soprattutto per le creature che portavano in grembo lo racconta anche a gesti. Alza a fatica la testa dal cuscino e muove le mani dall’alto in basso, sfiorandosi il ventre come a dar forma all’orrore di quei feti che vengono via dall’utero materno. Un gesto che fa calare il silenzio tra me­dici e infermieri dell’ospedale Cervel­lo di Palermo dove ieri è arrivata in elicottero assieme a un altro conna­zionale di 24 anni, Halligam Tissfa­raly, che se ne sta raggomitolato te­nendosi il braccio teso alla flebo.

Anche Titi è visibilmente provata, ma sgrana gli occhi e quasi si dispera quando non riesce a farsi capire. «A bordo non avevamo praticamente nulla — racconta — solo qualche bot­tiglia d’acqua, pochissimo cibo e ne­anche un telefono per lanciare l’allar­me. Alla partenza eravamo 78, in gran parte eritrei ma anche etiopi e nigeriani. Di alcuni ci accorgevamo che erano morti perché durante la notte cadevano direttamente in ma­re, altri li abbiamo dovuti abbando­nare noi. Le donne incinte sono quel­le che più hanno sofferto, noi non sa­pevamo come assisterle e consolarle. Ma poco dopo aver perso il bambino sono morte anche loro».

E poi dà la sua versione sulla con­troversa questione dei soccorsi mal­tesi. «Ci hanno dato cibo, acqua e del­la benzina ma ci hanno lasciati in ma­re. Anche un’altra imbarcazione si è accostata per darci cibo e acqua. Nes­suno però ci ha preso a bordo». Si fa evasiva di fronte alla domanda diret­ta se sono stati loro a rifiutare il tra­sbordo sulle imbarcazioni che hanno fornito i viveri. Insiste: «Ci hanno da­to solo acqua e cibo, mentre altre na­vi non si sono neppure avvicinate. Noi ci sbracciavamo, gridavamo, chiedevamo aiuto ma loro facevano finta di non vederci». Per Titi il trasfe­rimento in ospedale si è reso necessa­rio per le sue precarie condizioni di salute («si riprenderà presto» assicu­rano i medici).

Dietro la sua attuale fragilità si in­travede un’abitudine alla sofferenza che è stata determinante per resiste­re 21 giorni in balia del mare. Forse quel che resta della vita militare a cui era destinata. In Eritrea frequentava quella che lei chiama «accademia mi­­litare » e che forse è proprio la durissi­ma «Sawa» dove le donne subiscono ogni tipo di violenza. «Era una vita che non mi piaceva — si limita a dire lei — volevo e voglio una vita diver­sa ». Titi non è sposata e non ha figli. Nel suo Paese ha lasciato la madre, un fratello e una sorella che lavorano in un’azienda agricola e dice di non aver pagato nulla per il viaggio: «A pagare per me è stato mio zio mater­no, ma non so quanto abbia versa­to ». Sa benissimo invece quanto ha dovuto penare prima di arrivare al tanto atteso viaggio della speranza in Italia: «Un anno e otto mesi ho do­vuto aspettare prima dell’imbarco— racconta — restando a lungo in Su­dan e poi diversi mesi in Libia».

Non parla o preferisce tenerle per sé storie di violenze in Eritrea e du­rante il cammino verso l’Italia, ma il­lumina la stanza col suo gran sorriso quando si accenna al futuro: «Ho chiesto asilo politico — scandisce— sono partita perché volevo venire in Italia. Non in Germania o Francia ma in Italia. Voglio restare qui. Sono di­sposta a fare qualunque tipo di lavo­ro ma voglio finalmente una vita mi­gliore ».


Alfio Sciacca


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IMMIGRAZIONE: GDF SOCCORRE GOMMONE AL LARGO DI LAMPEDUSA

LAMPEDUSA (AGRIGENTO) - Un gommone con una cinquantina di migranti a bordo è stato soccorso all'alba di oggi da un pattugliatore della Guardia di Finanza a circa 10 miglia a Sud di Lampedusa. Il battello sarebbe stato "scortato" fino alle acque territoriali italiane da un'unità militare maltese.

In questo momento si sta aspettando l'arrivo di un medico, con una motovedetta della Guardia Costiera, per accertare le condizioni di salute degli extracomunitari. Successivamente verrà deciso se trasferirli a Porto Empedocle o a Lampedusa. Giovedì scorso un pattugliatore della Guardia di Finanza aveva tratto in salvo cinque eritrei su un gommone alla deriva al largo di Lampedusa, al limite delle nostre acque territoriali, dopo una segnalazione da parte delle autorità maltesi a quelle italiane impegnate nell'operazione Frontex. I naufraghi, tra i quali una donna, stremati e in precarie condizioni di salute, avevano raccontato di essere partiti il 28 luglio dalla Libia con altri 73 immigrati, morti di stenti durante la traversata. I cinque eritrei avevano anche sostenuto che una motovedetta maltese si sarebbe limitata a rifornirli di carburante, senza prestare soccorso. Una versione smentita dalle autorità della Valletta, secondo cui i migranti, in buone condizioni di salute, avrebbero chiesto invece di proseguire verso Lampedusa.

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Altre figuracce con la UE, altre persecuzioni ai poveretti:

Cita:
Uno dei portavoce di Bruxelles replica alle parole del nostro ministro degli Esteri
che aveva denunciato l'assenza dell'Europa di fronte al problema dei clandestini
Immigrati, la Ue risponde a Frattini
"Sull'emergenza stiamo facendo molto"

"La fermezza, la solidarietà e la responsabilità condivisa sono essenziali in un approccio globale"
Saranno indagati per immigrazione clandestina i cinque sopravvissuti eritrei



ROMA - "La Commissione Europea e i Paesi dell'Ue fanno il loro meglio" per rispondere all'emergenza degli sbarchi clandestini alle frontiere meridionali del vecchio continente. Lo ha detto Dennis Abbott, uno dei portavoce della commissione Ue, rispondendo a una domanda sulla posizione espressa ieri dal ministro degli Esteri italiani. Franco Frattini aveva denunciato l'assenza dell'Europa di fronte al problema dell'immigrazione clandestina.

Il portavoce di Bruxelles ha sottolineato che la commissione sta lavorando molto con gli stati Ue e con i Paesi vicini e che il suo vicepresidente, Jacques Barrot, nei mesi scorsi si è recato a Lampedusa, a Malta, nelle Canarie, in Grecia e si appresta a visitare in autunno la Turchia e la Libia. La questione, ha indicato il portavoce, è quella di mettere in piedi strumenti finanziari, politici e diplomatici, "per fermare le tragedie che abbiamo visto la scorsa settimana".

Abbott ha ricordato che la questione immigrazione è stata discussa recentemente da Barrot con il ministro dell'Interno, Roberto Marroni, e che il vicepresidente della commissione Ue ha detto già in varie occasioni che è necessario trovare una maniera "per meglio dividere il peso a livello europeo" dell'arrivo degli immigrati clandestini. Il portavoce ha anche segnalato la necessità di dare seguito alle conclusioni del Consiglio europeo di giugno nelle quali si afferma "chiaramente" che "la fermezza, la solidarietà e la responsabilità condivisa sono essenziali in un approccio globale" nei confronti dell'immigrazione.

Ieri Frattini, a margine del Meeting di Cl a Rimini, aveva difeso l'operato del governo, sottolineando come dall'Unione europea arrivino solo parole, ma non fatti. "L'immigrazione è un problema europeo non può essere lasciato ai soli Paesi che sono alle porte d'Europa - aveva detto - ma la Ue per ora si è limitata a degli impegni senza alcuna risposta concreta".

Torna sulla polemica anche Maurizio Gasparri, presidente del gruppo del Popolo della Libertà al Senato: "E' giusto approfondire cosa sia accaduto nelle acque del Mediterraneo - dice Gasparri - ma è chiaro che la tragedia degli eritrei non è avvenuta in acque italiane o sottoposte al nostro controllo. Basta quindi a speculazioni di ogni tipo e di chiunque. Dobbiamo esigere più serietà dall'Unione europea, vergognosamente latitante. Non è un problema italiano. Ma della comunità internazionale. L'Italia fa molto per il soccorso, ma manterrà leggi chiare e severe contro i clandestini". "I criminali - conclude l'esponente del Pdl - che organizzano viaggi di morte vanno stroncati".

Prosegue, intanto, l'inchiesta della Procura di Agrigento per fare luce sulla vicenda dei cinque immigrati, soccorsi giovedì scorso al largo di Lampedusa, che hanno raccontato di essere sopravvissuti all'ennesima tragedia del mare. I cinque extracomunitari di nazionalità eritrea, come già era stato anticipato nei giorni scorsi, saranno iscritti nel registro degli indagati per il reato di immigrazione clandestina. Si tratta di un atto dovuto, ha reso noto il procuratore di Agrigento, Renato Di Natale, in attesa di verificare se i cinque eritrei salvati abbiano il diritto allo status di rifugiato politico.

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Cinquantasette eritrei intercettati da Malta e soccorsi dalla Guardia di finanza
Anche i cinque superstiti dell'ultima tragedia erano stati avvicinati da una motovedetta dell'isola Stato

Gommone sbarca a Lampedusa
"a bordo salvagenti maltesi"

I militari della Valletta hanno scortato i migranti fino alle acque italiane filmando le operazioni
Franceschini: "Le norme ostacolano gli aiuti. Inseriamo il risarcimento dei danni ai pescatori"


ROMA - Un gommone con 57 migranti eritrei è stato soccorso all'alba in acque di competenza maltese e scortato da una motovedetta della Valletta fino al confine con l'area italiana dov'è stato affidato alla nostra Guardia di Finanza. A bordo ritrovati anche alcuni salvagenti in uso alla Marina dell'isola Stato.

L'operazione presenta numerose analogie con la vicenda dei cinque eritrei, unici sopravvissuti di un gruppo di 78 persone, rimasti alla deriva nel Mediterraneo per 23 giorni. Anche in questo caso, infatti, sono state le autorità maltesi a segnalare il gommone, che è stato "scortato" fino al limite della acque territoriali italiane. Il tutto sotto stretta sorveglianza: i militari maltesi hanno ripreso i colleghi italiani con una videocamera e viceversa anche la presenza dell'unità della Valletta è stata documentata dalla Guardia di Finanza.

A bordo, inoltre, gli investigatori hanno trovato alcuni giubbotti di salvataggio in uso alla Marina militare maltese. Il portavoce delle Forze Armate dell'isola Stato, Ivan Consiglio, non ha voluto rilasciare fino ad ora alcuna dichiarazione circa il ruolo dei maltesi in questa operazione.

Anche in occasione dell'intervento di giovedì scorso le Fiamme gialle avevano trovato sul gommone dei cinque eritrei alcuni salvagente consegnati ai naufraghi da una motovedetta maltese, che li aveva pure riforniti di carburante. Lo ha accertato la Procura di Agrigento che sta indagando sull'ultima tragedia dell'immigrazione avvenuta nel Mediterraneo.

Il pm Santo Fornasier, che conduce l'inchiesta coordinata dal Procuratore Renato Di Natale, ha già interrogato tre dei cinque superstiti, che hanno ribadito la loro versione circa il mancato soccorso da parte dei maltesi. Nel corso della traversata altri 73 immigrati sarebbero morti di stenti. I magistrati stanno cercando di ricostruire anche i dettagli dell'operazione.

Il primo avvistamento del gommone alla deriva, da parte di un aereo lussemburghese impegnato nell'operazione Frontex, risalirebbe al 18 agosto scorso. Ma già ai primi di agosto alcuni eritrei avevano segnalato a Malta di non avere più notizie di un gommone salpato dalla Libia con una ottantina di loro connazionali.

La polemica sulle operazioni di soccorso e sulle responsabilità dell'Italia, di Malta e dell'Unione Europea viene rilanciata oggi dal segretario del Pd Dario Franceschini dopo una visita all'ospedale di Palermo dove sono ricoverati due dei cinque sopravvissuti all'ultima tragedia del mare. "E' patetico vedere questa sorta di scaricabarile di questi giorni per cui si cerca di coprire le proprie responsabilità scaricandole sull'Unione Europea, mentre non si ascolta l'Ue quando chiede che il Governo italiano rispetti il diritto internazionale e le norme che prevedono il diritto d'asilo".

Contestando la politica del respingimento, Franceschini ha detto che "le norme vigenti ostacolano il soccorso dei clandestini" e ha poi proposto l'introduzione nel nostro ordinamento di una norma che prevede "il totale risarcimento per i danni, anche commerciali, subiti dai pescherecci per le operazioni di soccorso in mare degli immigrati".


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Il racconto di Titti e Hadengai
due dei cinque sopravvissuti sul gommone maledetto
Un anno, 4 mesi e 21 giorni
viaggio dalla morte all'Italia

di EZIO MAURO

PALERMO - Italia? È una stanza bianca e blu, la numero 1703, pneumologia 1, primo piano dell'ospedale "Cervello". Un tavolino con quattro sedie, due donne coi capelli bianchi negli altri due letti, dalla finestra aperta le case chiare del quartiere Cruillas, le montagne di Altofonte Monreale, il caldo d'agosto a Palermo. Sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all'altro.

È quel che vede Titti Tazrar da ieri mattina, quando apre gli occhi. Quando li chiude tutto balla ancora, ogni cosa gira intorno, il letto è una barca che si inclina e poi si piega sulle onde. Titti cerca la corda per reggersi, d'istinto, come ha fatto per 21 giorni e 21 notti, con la mano che da nera sembra diventata bianca per la desquamazione, una mano forata dalle flebo per ridare un po' di vita a quel corpo divorato dalla mancanza d'acqua. La gente che ha saputo apre la porta e la guarda: è l'unica donna sopravvissuta - con altri quattro giovani uomini - sul gommone nero che è partito dalla Libia con un carico di 78 disperati eritrei ed etiopi, ha vagato in mare senza benzina per 21 giorni, ha scaricato nel Mediterraneo 73 cadaveri e ha sbarcato infine a Lampedusa cinque fantasmi stremati da un mese di morte, di sete, di fame e di terrore.

Quei cinque sono anche gli ultimi, modernissimi criminali italiani, prodotto inconsapevole della crudeltà ideologica che ha travolto la civiltà dei nostri padri e delle nostre madri, e oggi ci governa e si fa legge. I magistrati li hanno dovuti iscrivere, appena salvati, al registro degli indagati per il nuovo reato d'immigrazione clandestina, i sondaggi plaudono. Anche se poi la vergogna - una vergogna della democrazia - darà un calcio alla legge, e per Titti e gli altri arriverà l'asilo politico. Scampati alla morte e alla disumanità, potranno scoprire quell'Italia che cercavano, e incominciare a vivere.

Un'Italia che non sa come cominciano questi viaggi, da quanto lontano, da quanto tempo: e come al fondo basti un richiamo composto da una fotografia e una canzone. Titti ad Asmara aveva un'amica col telefonino, e ascoltavano venti volte al giorno Eros Ramazzotti nella suoneria, con "L'Aurora". In più, a casa la madre conservava da anni una cartolina di Roma, i ponti, una cupola, il fiume e il verde degli alberi. Tutti parlavano bene dell'Italia, le mail che arrivavano in Eritrea, i biglietti con i soldi di chi aveva trovato un lavoro. Quando la bocciano a scuola, l'undicesimo anno, e scatta l'arruolamento obbligatorio nell'esercito, Titti decide che scapperà in Italia. E dove, se no?

Fa due mesi di addestramento in un forte fuori città, soldato semplice. Poi, quando torna ad Asmara, si toglie per sempre la divisa, passa da casa il tempo per cambiarsi, prendere un vestito di scorta, una bottiglia d'acqua più la metà dei soldi della madre, delle cinque sorelle e del fratello (200 nakfa, più o meno 10 euro), e segue un vecchio amico di famiglia che la porterà fuori dal Paese, in Sudan. Prima viaggiano in pullman, poi cresce la paura che la stiano cercando, e allora camminano di notte, dormendo nel deserto per sette giorni. Senza più un soldo, Titti va a servizio in una casa come donna delle pulizie, vitto e alloggio pagati, così può mettere da parte interamente i 250 pound sudanesi mensili. Quando va al mercato chiede dove sono i mercanti di uomini, che organizzano i viaggi in Europa. Li trova, e quando dice che vuole l'Italia le chiedono 900 dollari tutto compreso, dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, poi il ricovero in attesa della barca illegale, quindi il viaggio finale.

Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi. E quando si parte, sul camion i mercanti caricano 250 persone, sul fondo del cassone dov'è più riparato dalla sabbia ci sono con Titti due donne incinte e una madre col bimbo di tre mesi. Lei ha due bottiglie d'acqua, le divide con le altre, ci sono i bambini di mezzo, non si può farne a meno. Prima della frontiera con la Libia li aspettano, tutti guardano giù dal camion, temono un posto di blocco, invece sono gli agenti locali dei mercanti, li guidano per una strada sicura e li portano nei rifugi, disperdendoli: parte ammassati in un capannone, parte nei casolari isolati, soprattutto le donne. Le fanno lavorare in casa e negli orti, cibo e acqua sono come in galera, il minimo indispensabile. Trattano male, fanno tutto quel che vogliono. Dicono sempre che la barca è pronta, che adesso si parte, ma non si parte mai. Intimano alle donne di non uscire di casa e Titti diventa amica di Ester e Luam, che abitano con lei per quasi quattro mesi. Chi ha parenti in Europa deve dare l'indirizzo mail, in modo che i mercanti scrivano, chiedano soldi urgenti per aiutare il viaggio, per poi intascare la somma quando arriva al money transfer, da qualche parte sicura.

Invece un pomeriggio alle cinque tutti urlano, bisogna uscire, sembra che si parta davvero. Le ragazze dicono che non hanno niente di pronto, non hanno messo da parte il pane e nemmeno l'acqua dalle porzioni razionate, non sapevano: possono avere qualcosa da portare in barca? Non c'è tempo, alle sei bisogna essere in mare, via con quello che avete addosso, e tutti lontani dalla spiaggia che possono arrivare i soldati, meglio nascondersi dietro i cespugli e le dune, forza. La barca è un gommone nero di dodici metri, che normalmente porta dieci, dodici persone. Loro sono settantotto, nessun bambino, venticinque donne. Non riescono a trovare spazio, c'è qualche tanica di benzina sotto i piedi, stanno appiccicati, incastrati, accovacciati, qualcuno in ginocchio, altri in piedi tenendosi alle spalle di chi sta sotto, nessuno può allungare le gambe. Ma ci siamo, è l'ultimo viaggio, in fondo a quel mare da qualche parte c'è l'Italia, Titti a 27 anni non ha la minima idea della distanza, pensa che arriveranno presto. Ecco perché è tranquilla quando arriva la prima notte, lei che è partita solo con dieci dinari, i suoi jeans, una maglia bianca e uno scialle nero. Nient'altro.

"Adei", madre, sto andando, pensa senza dormire. "Amlak", dio, mi hai aiutato, continua a ripetersi mentre scende il freddo. A metà del secondo giorno, quando le ragazze pensano già quasi di essere arrivate, la barca si ferma. Il pilota improvvisato dice che non c'è più benzina. Schiaccia il bottone rosso come gli ha insegnato il trafficante d'uomini, ma non c'è nessun rumore. Adesso si sente il rumore delle onde. Nessuno sa cosa fare. Gli uomini provano col bottone, danno consigli, uno scende in mare a guardare l'elica. Le donne si coprono la testa con gli scialli. Si avverte il caldo, nessuno lo dice, ma tutti pensano che l'acqua sta finendo. Chi ha pane lo divide coi vicini. Un pizzico di mollica per volta, facendo economia, allungandola nel pugno chiuso per farla bastare fino a sera, cinque, sei bocconi.

La notte fa più paura. Non c'è una bussola, e poi a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi, dopo le sigarette, non si vede più niente. Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma. La quarta notte spuntano delle luci a sinistra, poi se ne vanno, o forse la barca ha girato a destra. Era una nave? Era un paese? Era Roma? Cominci a sentirti impotente, sei un naufrago.

All'inizio ci si vergogna per i bisogni, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi in mare. Poi man mano che cresce l'ansia e anche la disperazione, non ti vergogni più. Chi sta male, chi sviene dal caldo e dalla fame, i bisogni se li fa addosso. Quando la situazione diventa insopportabile tutti urlano in quella parte del gommone: "Giù, giù, vai in mare, vai". Ma il settimo giorno i problemi cambiano.

Muore Haddish, che ha vent'anni, ed è il prino. Continua a vomitare da ventiquattr'ore, sta male, si lamenta prima della fame poi solo della sete. "Mai", acqua. Lo ripete continuamente. Anche Titti ripete "mai" nella testa, c'è solo acqua intorno a loro, eppure stanno morendo di sete, non riescono a pensare ad altro. Due ragazzi, Biji e Ghenè, si danno il turno a sorreggere Haddish, altri fanno il turno in piedi per lasciargli lo spazio per distendersi, uno sale persino sul motore. Dopo il tramonto tutti lo sentono piangere, urlare, gemere, poi non sentono più niente e non sanno se si è addormentato o se è morto. "E' arrivato - dice all'alba Ghenè - noi siamo in viaggio e lui è arrivato". I due giovani prendono Haddish per le spalle e per i piedi, dopo avergli tolto le scarpe, e lo gettano in mare. Le ragazze piangono, una donna canta una nenia sottovoce.

Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: "Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera". Titti piange per il ragazzo morto, e pensa che non si poteva fare altrimenti. Adesso ha paura che il viaggio duri ancora giorni e giorni, che il mare li risospinga indietro verso la Libia, non possono viaggiare con un cadavere, e poi hanno bisogno di spazio. "Meut", la morte, comincia a dominare tutti i pensieri, riempie "semai", il cielo, verrà dal mare, "bahari". Le donne si coprono la testa, il sole stordisce più della fame, tutto gira intorno, la nausea cresce, salgono vapori ustionanti di benzina e di acqua dal fondo del gommone. A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni: noi stiamo morendo, ma qualcuno ce la farà.

Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia. Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici e si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l'acqua di mare, Titti non sapeva che era mortale, non l'ha bevuta solo per il gusto insopportabile, si bagnava le labbra continuamente. Poi Hadengai ha l'idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile, pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere. Lo fanno, anche le donne, però di notte. Titti beve, come gli altri. Potrebbe bere qualsiasi cosa: anzi, lo sta facendo.

Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono, c'è. Chi ce la fa si alza in piedi, si toglie la maglia ingessata dal sale per agitarla in alto, urla. A Titti cade lo scialle in mare, l'unica protezione dal freddo, l'unico cuscino, la coperta, l'unico bene. Yassief e un altro ragazzo sono i soli che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l'ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c'è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po' nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più.

L'acqua è un'ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t'importa più. Ora quando arriva la morte butteranno giù anche me, pensa Titti, spero che mi chiudano gli occhi. Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più, oppure ne trovi una che avevi visto calare in mare, non sai più dove finisce l'incubo e comincia la realtà. Ma adesso in barca tutti sanno che le due amiche, Ester e Luam, sono incinte, anche se non lo dicevano perché la gravidanza era cominciata in Libia, nella casa dei mercanti d'uomini, tra le minacce e la paura. Tutti lo sanno perché loro stanno male e parlano dei bambini. Gli altri ascoltano, la pietà è silenziosa, nessuno litiga, qualcuno sposta chi gli cade addosso dormendo. Anche se non è dormire, è mancare. Non sai quando svieni e quando dormi. Ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi.

Titti è più forte delle amiche. Quando Ester perde il bambino, è lei che getta tutto in mare, poi lava il vestito, e pulisce il gommone mentre tiene la mano all'amica, che dice basta, tutto è inutile, vado. Muore subito dopo, Titti non piange perché non ha più le forze, quando muore anche Luam due giorni dopo lei si lascia andare. Pensa solo più a morire, scuote la testa quando la donna con la Bibbia ripete quel che ha sentito da Yassief, ed ecco, noi stiamo morendo ma qualcuno arriverà. No, lei adesso rinuncia. Non pensa più all'Italia, non sa dov'è, non la vuole. Non ha più nessuna paura. Ripete a se stessa che dev'essere così in guerra, nelle carestie. Basta, vuoi finire, vuoi solo arrivare al fondo della fame, della sete, di questo esaurimento, non hai il coraggio o l'energia o la lucidità per buttarti e lasciarti andare, affondare sott'acqua e sparire, ma vuoi che sia finita. Persa l'Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così. La diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte, "Adei, Amlak, semai, bahari, meut". Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola aiuto.

Si accorge dalle urla, all'improvviso, che c'è una barca di pescatori e li ha visti. Arriva, e nessuno ce la fa più a gridare. Accostano, ma quando vedono sette cadaveri a bordo e quegli esseri moribondi hanno paura e vanno indietro. Allora i due ragazzi si avventano, non lasciateci qui. La barca si ferma, lanciano un sacchetto di plastica, ma finisce in acqua. Si avvicinano, ne lanciano un altro. Hadangai lo afferra e mentre lo aprono i pescatori se ne vanno, indicando col braccio una direzione.

Dentro c'è il pane, con due bottiglie. Titti beve, ma afferra il pane. Appena ha bevuto ne ingoia un morso, ma urla e sputa tutto. Il pane taglia la gola, non passa, lo stomaco e il cuore lo vogliono ma il dolore è più forte, ti scortica dentro, è una lama, non puoi mangiare più niente. Ma con l'acqua l'anima comincia a risvegliarsi. Forse siamo vicini a qualche terra. Sia pure la Libia, basta che sia terra. Ed ecco un rumore grande, più forte, più vicino poi sopra, davanti al sole. E' un elicottero, si abbassa, si rialza. Arriva una motovedetta di uomini bianchi, non vogliono prenderli a bordo, ma hanno la benzina, sanno far ripartire il motore, dicono ai ragazzi come si guida e il gommone li deve seguire.

Un giorno e una notte. Poi l'ultima barca. Questa volta li fanno salire. Sono rimasti in cinque: cinque su 78. Chi ce la fa ancora va da solo, Titti la devono portare a braccia. Non capisce più niente, tutto è offuscato, c'è soltanto il sole e lo sfinimento. La siedono. Poi le buttano acqua in faccia. Lì capisce di essere viva. Non chiede con chi è, né dov'è. Che importanza può avere, ormai? Forse non è nemmeno vero, basta chiudere gli occhi per rivedere la stessa scena fissa di un mese, gli odori, gli sbalzi, il rumore delle onde. Così anche in ospedale, dove le visioni continuano, volti, cadaveri, immagini notturne, incubi sul soffitto e sul muro bianco e blu.

Ma se allunga la mano, Titti adesso trova una bottiglietta d'acqua. Attorno non muoiono più. Ieri le hanno dato una card per telefonare a sua madre ad Asmara, le hanno detto che è in Italia. Le persone entrano e le sorridono. Due ore fa un medico le ha raccontato in inglese che hanno perso l'altro naufrago ricoverato al "Cervello", Hadengai, in camera non c'è, l'hanno chiamato per una radiografia e non si è presentato, hanno guardato sulle panchine nel giardino ma nessuno sa dove sia. Lei non vuole più pensare a niente. Tiene una mano sulle labbra gonfie, con l'altra mano, dove c'è un anello giallo alto e sottile, tira il lenzuolo per coprire la piccola scollatura a V del camice. Ha paura che sapendo della sua fuga all'Asmara facciano qualcosa di brutto a sua madre e alle sue sorelle. E però vorrebbe dire a tutti che ha fatto la cosa giusta, anche se adesso sa cosa vuol dire morire: ma oggi, in realtà, è la sua vera data di nascita. Quando non ci sperava più ce l'ha fatta, è arrivata. Non ha più niente da dire, può solo aspettare.
Poi si apre la porta, e arriva Hadengai. Ha una tuta da ginnastica nera, con la maglietta bianca, cammina lentamente incurvando tutti i suoi 24 anni, e spinge piano il vassoio col cibo che vuole mangiare qui. Ci ha messo un po' di tempo ad arrivare, si è perso, è tornato indietro, guardava senza capire tutte quelle scritte, la sala dialisi, le proposte assicurative in bacheca, i cartelli dell'Avis, la macchinetta al pian terreno che distribuisce dolci e caramelle e funzionava da punto di riferimento. Poi ha trovato la camera di Titti. Si è seduto sul bordo del letto della paziente accanto, che sotto le coperte si è fatta un po' più in là.

I due naufraghi parlano sottovoce, lui assaggia qualcosa del pollo con patate che ha sul vassoio, non apre nemmeno il nailon del pane, lei taglia in quattro un maccherone. Ma va meglio, ormai. Non hanno un'idea di che cosa sia davvero l'Italia 2009, fuori da quella porta. Ma prima o poi capiranno che sopra l'ascensore numero 21, proprio davanti a loro, c'è scritto "la vita è un bene prezioso".

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IMMIGRATI: A SIRACUSA BARCONE CON 55, ARRESTATI SCAFISTI

(AGI) - Siracusa, 27 ago. - Sono giunti a Siracusa nella tarda serata di ieri i 55 migranti che viaggiavano su un peschereccio intercettato da un aereo della Guardia di Finanza a 70 miglia a Sud-Est di Portopalo di Capo Passero (Siracusa). Due di loro sono stati arrestati con l'accusa di essere gli scafisti che hanno pilotato l'imbarcazione. I restanti 53, che hanno detto di essere curdi di cittadinanza irachena o turca, sono stati condotti nel centro di accoglienza di Pozzallo (Ragusa).

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IMMIGRAZIONE: SBARCHI A MALTA, C'E' ANCHE UN MORTO

LA VALLETTA - Due gommoni con ottanta migranti, uno dei quali morto, sono giunti a Malta. Il primo natante è arrivato direttamente a terra, a Marsaxlokk; il secondo è stato intercettato dalla marina maltese al largo delle coste di Birzebbugia. La vittima si trovava accanto al natante soccorso alla deriva. Tra i 79 migranti ci sono 14 donne, tra cui tre in gravidanza e una bimba di sette anni.

I migranti sono in gran parte eritrei, così come nel caso degli ultimi due gommoni soccorsi al largo di Lampedusa dalla Guardia di Finanza, dopo essere stati "scortati" dalle motovedette maltesi fino al limite delle acque territoriali italiane. Anche loro sarebbero partiti dalle coste libiche. L'allarme è scattato in nottata, dopo la segnalazione da parte della polizia maltese di un gruppo di 40 extracomunitari sugli scogli del porto franco di Marsaxlokk, nella zona Sud dell'isola. Il gommone utilizzato per la traversata è stato trovato abbandonato nella baia da un Pattugliatore della Marina.

Un secondo gommone alla deriva con altri 40 migranti, uno dei quali era morto, è stato intercettato poco dopo da un'altra unità militare maltese, al largo del vicino porto di Bizzerbugia. Nei filmati sull'operazione di soccorso diffusi dalle Forze Armate maltesi, gli immigrati appaiono particolarmente provati dalla traversata. Tutti sono stati accompagnati nel centro di identificazione di Hal Far in attesa di essere trasferiti in uno dei centri di detenzione dell'isola.

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Africani abbandonati in mare al loro destino
Articolo di Politica interna, pubblicato mercoledì 26 agosto 2009 in Olanda.
[Trouw]


73 Africani in rotta verso l’Italia sarebbero morti di sfinimento, fame e sete nel Mar Mediterraneo la scorsa settimana. Lo affermano cinque superstiti. “Nessuno ci voleva prendere a bordo.”
“Urlavamo e imploravamo aiuto in inglese, e gesticolavamo verso le navi che ci passavano vicino”, ha raccontato l’eritrea Titi Tazrar (27) ai media italiani, dal suo letto in ospedale a Palermo, in Sicilia. “Alcuni ci ignoravano, altri ci hanno dato acqua e cibo.”

L’indebolita Tazrar è una dei cinque superstiti del gruppo di 78 migranti e richiedenti asilo eritrei, etiopi e nigeriani che all’inizio del mese hanno fatto la pericolosa traversata dalla Libia alla costa italiana a bordo di una barchetta sgangherata. In Italia volevano chiedere asilo.
Gli africani hanno fluttuato alla deriva per venti giorni dopo che la loro barca ha esaurito il carburante. Due giorni dopo l’inizio del viaggio i migranti si sono persi, il cibo e l’acqua si sono esauriti e presto i primi sono morti. “Di notte cadevano in mare dallo sfinimento”, continua Tazrar. “C’erano anche donne incinte a bordo. Due di loro hanno avuto un aborto spontaneo a causa della fame e della sete, e poi anche loro sono morte.”

Nonostante tutte queste sventure Tazrar e gli altri quattro superstiti raccontano che nessuna nave voleva salvarli. “Nessuno voleva prenderci a bordo.” Nemmeno la Marina Militare maltese, che ha intercettato il barcone alla deriva. “Hanno affermato che gli Africani erano in ‘buona salute’ ed ‘allegri’ “, dice indignata Laura Boldrini dell’UNHCR, l’organizzazione dell’ONU per i rifugiati. “Hanno dato ai profughi solo carburante e giubbotti di salvataggio.” Inaccettabile, afferma l’UNHCR. Boldrini aggiunge: “Questo è contrario alla tradizione marittima di soccorrere le persone in pericolo. Le navi sono obbligate a dare l’allarme.” I cinque superstiti sono stati finalmente presi a bordo dalla Marina Militare italiana al largo dell’isola di Lampedusa.

Anche Arnold van der Heul di Kahn Scheepvaart (compagnia di navigazione di Rotterdam, ndt) non capisce come un ‘marinaio che si rispetti’ possa ignorare delle persone in pericolo. Due anni fa i membri dell’equipaggio della Fairpartner, una nave i cui agenti erano Kahn Scheepvaart, soccorsero invano dodici migranti algerini nel Mediterraneo. Riuscirono a salvarne solo due. “Un capitano non prende semplicemente a bordo 73 persone, ma come minimo bisogna notificare alle autorità. E si deve fare il possibile per non lasciare annegare la gente. Questa è una legge del mare non scritta.”

Negli ultimi anni il numero di migranti africani che cerca di raggiungere l’Europa attraverso il territorio italiano è molto aumentato. Soprattutto il numero di migranti che sbarca nell’isola siciliana di Lampedusa, il punto più a sud dell’Italia, secondo il Ministero degli Affari Interni italiano è raddoppiato: da 14.855 nel 2005 a 30.657 l’anno scorso.
Perciò da maggio l’Italia rispedisce immediatamente in Libia i migranti che vengono intercettati in mare. Inoltre il governo di Berlusconi si sta dando molto da fare per respingere i migranti attraverso un ‘pacchetto sicurezza’. La residenza illegale in Italia è punibile con una multa di 10.000 euro. La nuova legge inoltre rende più semplice espellere gli illegali. Oltre a ciò, sette pescatori tunisini che affermavano di aver voluto salvare dalla morte per annegamento 44 africani, prendendoli a bordo e facendoli sbarcare a Lampedusa, sono stati processati nel 2007 in Sicilia per traffico di persone.

Le leggi italiane, diventate più severe, hanno scatenato paura nel mondo marittimo; ripescare un migrante dall’acqua può costare caro ad un capitano. “Le eventuali conseguenze del soccorso ad un profugo
-problemi giuridici, perdita di tempo e quindi di denaro a causa della trafila burocratica- pesano ora più dell’obbligo di salvare una vita”, dice Boldrini dell’UNHCR.
“Tutto questo mentre”, sottolinea,”tre quarti di questi profughi hanno chiesto asilo in Italia. La metà ha poi ottenuto qualche forma di protezione da parte del governo italiano. La maggior parte sono quindi asilanti, non cercatori di fortuna. Quello che l’Italia ora sta facendo, rispedire in mare i profughi dei barconi, toglie a queste persone ogni possibilità e diritto ad essere protetti.”
La superstite Titi Tazrar nel frattempo ha chiesto asilo in Italia.

C’è scritto in termini vaghi, dice Natascha Brown dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) in Inghilterra. Ma nondimeno la Carta dell’IMO prescrive che le navi hanno il dovere di soccorrere le persone in difficoltà. “La direttiva si presta a diverse interpretazioni, giacchè le circostanze a volte non permettono ad un capitano di poter salvare delle vite.”

[Articolo originale "Afrikanen op zee aan hun lot overgelaten" di Seada Nourhussen]

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